Tale dato è condizionato da un esborso di circa 9,7 milioni di euro complessivi come indennità di fine carica o per cessazione di rapporto di lavoro a 4 top manager che hanno lasciato il loro incarico, ma questo importo alimenta comunque un montante distribuito al top management perlomeno invariato nella sua enormità.
Il riepilogo degli ultimi 5 anni, dal 2007 al 2011, evidenzia infatti una sostanziale costanza degli emolumenti distribuiti a Ceo e Presidenti bancari, nonostante risultati economici per i gruppi bancari del campione analizzato non brillanti e nel 2011 nominalmente negativi, a causa delle rettifiche per impairment.
Analogo è il risultato dell’analisi relativa ai compensi dei Presidenti, che nel 2011 sono complessivamente aumentati del 5,56% rispetto al 2010, per un totale di circa 9,6 milioni di euro, in crescita di circa 0,5 milioni di euro rispetto all’anno precedente.
La Uilca da tempo sta sostenendo una battaglia contro gli esorbitanti compensi del top management, chiedendo una loro drastica riduzione in termini assoluti e nel rapporto con la media delle retribuzioni del personale.
In molti paesi, tra cui Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, le grandi aziende sono per la maggior parte delle public company, ove gli azionisti sono sovente Fondi pensione, Fondi d’investimento o Fondazioni che proprio perché portatori di interessi particolari sono vigili affinché il patrimonio da loro investito venga tutelato. Devono dunque rendicontare ai propri soci la redditività e l’eticità, se prevista, del loro investimento: nel 2012 vi sono casi emblematici, quali la bocciatura del compenso del CEO di Citibank e forti pressioni hanno imposto al CEO di Barclays Bank di rinunciare ad una parte dei propri compensi se non venissero raggiunti determinati risultati.
In Svizzera, sia UBS che Credit Suisse hanno visto crescere la percentuale di azionisti che si opponevano alla anomala remunerazione del management, mostrando come vi sia una forte unità d’intenti fra gli azionisti e portatori d’interesse diversi allorché difetti una reale corrispondenza tra remunerazione e obiettivi raggiunti.
In Italia infatti, diversamente da altri Paesi dove azionisti, anche rilevanti come Fondi Pensioni, Fondi di Investimento e Fondazioni, si sono opposti ad aumenti per il top management, non vi sono serie prese di posizioni su tali argomenti, anche da parte di azionisti “sociali”, quali le Fondazioni. Sembra che a questi enti ottenere la garanzia di un flusso costante di dividendi sia più importante che valorizzare il patrimonio.