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La classifica dei primi venti Paesi esportatori mondiali di merci

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La graduatoria dei principali paesi esportatori mondiali, secondo l’ultimo Rapporto ICE 2012-2013, non ha mostrato significativi mutamenti nelle prime posizioni, ancora dominate dalla Cina. Il paese asiatico ha registrato una crescita di circa l’8 per cento delle proprie vendite estere rispetto al 2011, anno in cui il tasso di crescita era stato pari al 20 per cento. Tuttavia, dato il rallentamento del commercio mondiale, nel 2012 la sua quota di mercato è aumentata all’11,2 per cento rispetto al 10,4 per cento dell’anno precedente. Gli Stati Uniti, con una robusta dinamica espansiva del 4,5 per cento, hanno mantenuto la seconda posizione, migliorando la propria quota, passata all’8,4 per cento delle esportazioni mondiali di merci, contro l’8,1 per cento dell’anno precedente, quindi con una divaricazione rispetto alla quota cinese. Al contrario, in terza posizione in graduatoria, la Germania ha mostrato una flessione del 4,5 per cento delle proprie esportazioni espresse in dollari, vedendo erosa la propria quota al di sotto dell’8 per cento, segnatamente al 7,7 per cento del totale mondiale. Per quanto riguarda i mutamenti di posizione relativa, l’Italia è stata superata in ottava posizione dalla Russia, precedendo Hong Kong che è passato dalla dodicesima alla decima posizione fra i principali esportatori mondiali di merci.

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L’economia mondiale nel 2050

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Cambia il centro di gravità dell’economia mondiale ma anche le economie emergenti dovranno affrontare le sfide della crescita. Entro il 2050: 
• Cina, Usa e India saranno le tre economie più importanti, con un distacco netto sulle altre 
• Indonesia, Nigeria e Vietnam potrebbero migliorare sensibilmente la propria posizione 
• il Brasile potrebbe superare il Giappone piazzandosi al quarto posto tra le economie mondiali 
• la Turchia potrebbe diventare una delle maggiori economie europee superando l’Italia. 

La crisi finanziaria globale ha accelerato lo spostamento del centro di gravità economico: entro il 2050 Cina, Stati Uniti e India saranno con tutta probabilità le tre maggiori economie mondiali. Ma sfide importanti attendono anche le economie emergenti impegnate a sostenere la forte crescita registrata di recente. Sono solo due delle conclusioni dell’ultima indagine “World 2050 – BRIC e oltre: prospettive, sfide e opportunità” pubblicata dal team macroeconomico di PwC. Il primo studio di PwC “World 2050” del 2006 prendeva in considerazione le 17 economie più importanti: i Paesi del G7 (Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e Canada) più Spagna, Australia e Corea del Sud; e l’E7 (Brasile, Russia, India, Cina, Indonesia, Messico e Turchia). La versione aggiornata al 2013 comprende inoltre Vietnam, Nigeria, Sudafrica, Malesia, Polonia, Arabia Saudita e Argentina. Secondo la relazione, nei prossimi quattro decenni le economie emergenti cresceranno molto più rapidamente di quelle del G7. Le cifre della crescita media del PIL a parità di potere d’acquisto (PPP) mostrano per il periodo dal 2012 al 2050 la Nigeria in pole position, seguita da Vietnam, India, Indonesia, Malesia, Cina, Arabia Saudita e Sudafrica. John Hawksworth, Capo Economista di PwC e co-autore della relazione, commenta: “Nel breve termine, la crisi finanziaria globale ha colpito i Paesi del G7 molto più duramente rispetto a quelli dell’E7; ed è stata anche la causa di una revisione al ribasso nelle stime sulla tendenza a lungo termine della crescita a livello G7, soprattutto per quelle economie europee e statunitense che, per sostenerla, avevano fatto precedentemente affidamento su finanziamenti pubblici e privati eccessivi”. In altre parole, a parità di PPP, gli E7 potrebbero superare i G7 prima del 2020 ed entro il 2050 Cina, Stati Uniti e India potrebbero essere le economie principali, con ampio margine sul quarto posto del Brasile seguito dal Giappone. Al contempo, Russia, Messico e Indonesia potrebbero superare la Germania ed il Regno Unito, la Turchia superare l’Italia e la Nigeria potrebbe scalare posizioni, proprio come Vietnam e Sudafrica nel lungo periodo. Grandi economie a parte, la Malesia presenta un considerevole potenziale di crescita a lungo termine, mentre la Polonia potrebbe continuare per qualche altro decennio a crescere a ritmi maggiori rispetto ai suoi vicini dell’Europa Occidentale. La tabella in alto illustra come potrebbero cambiare le posizioni del PIL mondiale a parità di PPP; alcuni Paesi sono riportati in grassetto per evidenziare i cambiamenti più rilevanti.

Ma quali sono i maggiori rischi che potrebbero minacciare la crescita dei mercati emergenti? Il rapporto di PwC cita alcuni potenziali fattori di instabilità macroeconomica e politica, come ad esempio:

• l’elevato disavanzo pubblico in India e Brasile
• l’eccessiva dipendenza da petrolio e gas in Russia e Nigeria
• l’aumento delle disparità di reddito che potrebbero condurre a tensioni sociali in Cina e in altre economie in rapida crescita
• l’instabilità macroeconomica e finanziaria in Vietnam.

Il rapporto evidenzia anche la pressione sulle risorse naturali dovuta al rapido sviluppo delle economie emergenti, ivi compresa la crescente difficoltà di mantenere il riscaldamento globale a non oltre 2°C. Mentre nuove fonti di energia non convenzionale, come il gas di scisto, riducono il timore di esaurire i carburanti fossili, secondo il rapporto è probabile che i pericoli associati ai cambiamenti climatici a livello globale non possano far altro che aumentare nei prossimi quattro decenni. John Hawksworth conclude: “Lo spostamento del centro di gravità economico globale è chiaro; ma per poter mantenere i ritmi di crescita degli ultimi anni le economie emergenti dovranno affrontare sfide importanti. Allo stesso tempio le economie occidentali, che hanno certamente nei paesi emergenti significativi mercati di riferimento, dovranno confrontarsi con la concorrenza delle aziende locali in rapida crescita. Anche i governi dovranno affrontare sfide imponenti, non da ultimo il riscaldamento globale derivante da questo rapido ritmo di sviluppo economico”.

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Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono


“Questo non è un appello. Non è una petizione. Non raccogliamo firme, né cerchiamo consensi. Vogliamo solo offrire qualche spunto di riflessione per il dibattito che si sta sviluppando al seguito dei “venti di guerra” che provengono dallo scenario internazionale che oggi ci consegna una sponda del Mediterraneo in fiamme, dalla Siria alla Libia, dall’Egitto al Libano (oltre naturalmente alla Palestina). Sull’altra sponda del Mediterraneo si affacciano i paesi occidentali, compresa l’Italia, impotenti sul piano politico, ma molto attivi sul piano del commercio delle armi, che vanno ad alimentare i massacri. In fondo al Mediterraneo ci sono migliaia di profughi in fuga dalle guerre. Noi possiamo fare poco o niente sul piano immediatamente efficace per impedire il massacro. Nessuna sacrosanta richiesta ai potenti di fermare la guerra ha restituito la pace ai popoli. Non è accaduto a Belgrado, né a Bagdad, né a Kabul e nemmeno a Tripoli. Non accadrà a Damasco. Nè è nostro compito scegliere le parti per le quali parteggiare – tra dittatori di lungo corso, militari golpisti e fondamentalisti jihadisti – laddove la verità è sempre la prima vittima delle guerre e le responsabilità tra oppressori e oppressi non sono separabili con l’accetta. Quel che possiamo e dobbiamo fare nell’immediato è stare dalla parte delle vittime, accogliere e portare soccorso, alleviare le sofferenze, salvare singole vite. E’ già molto, ma non basta. Come non basta condannare l’intervento armato e i suoi mandanti. E’ necessario, ma non basta. La Siria è piombata in una guerra “civile” (si fa per dire) a causa di una ventennale dittatura (accettata, tollerata, sostenuta dalle grandi potenze) che non ha acconsentito ad alcuna riforma, ma ha fatto precipitare il paese in una escalation di violenza. A sua volta, l’opposizione pacifica al regime è stata presto messa ai margini da una preponderante contrapposta violenza armata, anche di matrice fondamentalista jihadista (accettata, tollerata, sostenuta da altre potenze). Gli Stati Uniti con l’Arabia da una parte, la Russia con l’Iran dall’altra, l’Europa, la cosiddetta “comunità internazionale”, sono stati a guardare la mattanza, con efferatezze da entrambe le parti, che ha prodotto finora quasi 100mila morti, sopratutto – come in tutte le guerre – tra i civili inermi: nessun tentativo di mediazione internazionale tra le parti, nessun intervento massiccio di intermediazione civile, nessuna presenza di osservatori internazionali, nessuna richiesta di cessate il fuoco da parte degli alleati di una parte e dell’altra, nessuna interruzione del flusso di armi ad entrambe le parti in guerra. A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo – come tutte le guerre – aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche – nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti – un grave di segno di impotenza della comunità internazionale. Del resto, tutti gli interventi militari internazionali in zone di conflitto (spesso avviate con pretesti risultati, a posteriori, costruiti a tavolino) non hanno portato ad alcuna stabilizzazione democratica e pacifica in nessuno scenario – dall’Iraq al Kosovo, dalla Somalia alla Libia, all’Afghanistan – ma hanno ulteriormente disastrato popolazioni e territori, aprendo ulteriori focolai di guerra, odio e terrorismo. Chi è responsabile di una guerra assassina in Afghanistan, con stragi di civili, non può farsi paladino dei diritti umani, nascondersi dietro il paravento di un intervento umanitario per punire l’uso di gas contro altri civili. L’opzione militare in Siria sarebbe destabilizzante per l’intera area, anche se l’obiettivo dichiarato è di un intervento limitato e mirato. Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. L’unica vera stabilizzazione al rialzo è sempre quella per i profitti delle multinazionali delle armi, unici soggetti che da tutte le guerra ne escono comunque trionfanti e pronti a ricominciare. Non a caso, esattamente un anno fa, il 31 agosto 2012, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dichiarava che la spesa militare globale annua, mai così alta nella storia dell’umanità, divisa per i giorni dell’anno, è “di 4,6 miliardi di dollari al giorno, somma che, da sola, è quasi il doppio del bilancio delle Nazioni Unite per un anno intero”. Il meccanismo è, dunque, sempre lo stesso: si impedisce alle Nazioni Unite di agire per la pace con tutti i mezzi diplomatici e operativi possibili e necessari, privandole di quelle risorse che, invece, vanno a gonfiare le spese globali per gli armamenti. Per cui la guerra continua planetaria, che si sposta da uno scenario conflittuale all’altro, è sempre di più una profezia che si autoavvera. Registriamo positivamente che in quest’ultima occasione il governo italiano abbia voluto finalmente prendere una posizione autonoma, diversa dagli alleati della Nato, rivendicando il ruolo delle Nazioni Unite e riconoscendo al Parlamento la sovranità delle scelte di politica estera. Ci vuole anche altro, come l’immediata sospensione della produzione e commercio di armi con i paesi belligeranti (comprese le cosiddette armi leggere), ma sappiamo riconoscere i segnali in controtendenza. A questo punto torna la domanda: ma noi cosa possiamo fare? Oltre ad esprimere la nostra irremovibile contrarietà a questa nuova escalation internazionale della guerra siriana, foriera di imprevedibili effetti a catena su tutto lo scenario mediorientale, non ci dobbiamo stancare di operare e di chiamare tutti alla necessaria opera per la pace e la nonviolenza. Il nostro compito è operare bene e con convinzione, là dove siamo e possiamo, per il disarmo e la riduzione delle spese militari globali e nazionali, per il sostegno alle campagne contro il commercio italiano delle armi usate in tutte le guerre vicine e lontane, per la promozione dei Corpi civili di pace come forze di intervento preventivo nei conflitti, per la difesa civile non armata e nonviolenta attraverso la formazione di giovani volontari civili, per sviluppare politiche culturali ed educative fondate sulla nonviolenza, per incalzare i nostri governi ad operarsi per la riforma e il rilancio delle Nazioni Unite che possano operare davvero con una legale e democratica polizia internazionale, come superamento degli eserciti, per il rispetto del diritto e la difesa degli aggrediti. Contro la guerra e per la pace c’è sempre qualcosa da fare. Con la nonviolenza, tutti i giorni.” Movimento Nonviolento

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Kim Jong-un il Rambo della Corea del Nord?

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Nonostante gli esperti concordino che la prospettiva di un conflitto nucleare tra Corea del Nord e Stati Uniti sia decisamente improbabile, l’attuale situazione nel Pacifico non manca di sollevare apprensioni. Difatti, la contrapposizione diplomatica e strategica che vede da un lato Pyongyang (con possibile appoggio dell’Iran, anche in seguito al patto per la cooperazione tecnologica e scientifica stretto tra i due paesi nel settembre 2012), e dall’altro Stati Uniti, Europa, Russia, Cina (queste ultime almeno secondo le posizioni ufficiali), e praticamente ogni altra nazione rilevante a livello mondiale, condurrà ad un riallineamento globale degli equilibri di potere, così come delle priorità degli Stati Uniti, con un potenziale aumento di instabilità a livello sistemico.

Alcune riflessioni rilevanti a riguardo:

– Prima di tutto, seppur sia difficile comprendere appieno le intenzioni di Kim Jong-un, è evidente che i recenti test missilistici, a cui sono seguiti la paralisi delle comunicazioni, delle frontiere e delle relazioni diplomatiche nordcoreane, lo “stato di guerra” con Seoul, ed infine le minacce di “colpire con testate nucleari la Corea del Sud e le basi americane a Guam e alle Hawaii”, costituiscono principalmente un dimostrazione di forza. In questo senso, sono da tenere in considerazione non solo l’acerba quanto incerta età di Kim Jong-un (il leader più giovane del mondo a controllare un arsenale nucleare); bensì anche la sua relativamente breve presenza al potere (dal dicembre 2011) e la sua poca esperienza politica e diplomatica. Per questo motivo, sarebbe più opportuno leggere l’“esibizione di forze” della Corea del Nord più come la necessità di riaffermare il controllo su una situazione nazionale frammentata e instabile, per reprimere rivalità politiche e conflitti sociali (e forse ancor più la volontà di posporre indefinitamente i lavori per l’unificazione con la Corea del Sud), piuttosto che l’intenzione di provocare gli immensamente più potenti Stati Uniti.

– In secondo luogo, è opportuno smentire certe voci che affermano come l’America stia unicamente cercando una scusa per aprire il fronte di una nuova guerra, una volta terminato il ritiro dall’Afghanistan nel 2014. Gli Stati Uniti nel terzo millennio vengono spesso descritti, tracciando una linea di continuità che va da Bush a Obama, come pronti al confronto militare per rimpiazzare le dittature ostili agli interessi statunitensi con sistemi democratici e aperti al libero mercato; ciò nonostante, il Presidente Obama non è certo disposto ad aumentare le spese militari (pagando, realisticamente, anche un alto prezzo in termini di popolarità), in un momento di delicata ripresa economica per l’economia americana come quello odierno.

– Infine, è necessario ricordare che il pivot sul Pacifico, dettagliatamente proposto dalla Casa Bianca già nell’autunno 2011, non prevede nuovi scontri, ma – almeno per parte statunitense – occasioni di incontro con le potenze emergenti (Cina e India) attraverso istituzioni regionali multilaterali, per un “bilanciamento di forze” nella macrozona Asia-Pacifico. In quest’ottica si collocano i recenti accordi per congiunte esercitazioni militari con la Cina e con l’India, il riposizionamento di truppe statunitensi in Australia, Singapore e Guam, nonché la richiesta statunitense di mediazione rivolta alla Cina, per mediare nella contrapposizione con la Corea del Nord.

Sulla base di tali considerazioni vanno letti l’appello degli Stati Uniti a “ridimensionare le minacce nordcoreane”, l’apprensione generalizzata per gli inconcludenti tentativi di mediazione del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, l’insofferenza della Russia verso la mancanza di conformità di Pyongyang alle direttive ONU (che metterebbero Putin seriamente in difficoltà, in caso di un nuovo voto per sanzioni aggiuntive alla Corea del Nord al Consiglio di Sicurezza) e, non da ultimo, le preoccupazioni nei confronti di una potenziale disputa tra Cina e Vietnam per il controllo del petrolio nel Mare Cinese Meridionale – proprio mentre il Vietnam sembra aver trovato nuove sinergie con gli Stati Uniti.

La posizione della Corea del Nord nella situazione geopolitica attuale preoccupa i leader mondiali e complica le relazioni economiche, militari e diplomatiche in una macroregione in cui si gioca la partita per la sicurezza e la stabilità del mondo nel terzo millennio. Come ha affermato il portavoce del Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland, le affermazioni di Kim Jong-un sono pura retorica. Ma retorica a che fine? Seppur l’interesse di Pyongyang sia rivolto allo scenario politico e sociale nazionale, e non rifletta certamente le vere intenzioni del paese (e su questo punto i media dovrebbero fare più attenzione a infiammare gli animi), gli Stati Uniti sono costretti a prendere precauzioni, seppur all’interno di un più vasto spostamento e bilanciamento di forze che era comunque in programma. Non è chiaro se questi movimenti strategici potranno condurre ad una potenziale convergenza tra America, Cina e Russia; né se eventuali progressi in questa direzione possano avere conseguenze positive a lungo termine. In ogni caso, saranno gli sviluppi nel Pacifico a determinare i nuovi parametri della geopolitica globale, al momento estremamente volatili – e che, in quanto tali, vanno approcciati con estrema cautela.

(Fonte Alia K. Nardini – istitutodipolitica)

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Armi nucleari nel Mondo

All’inizio del 2012, otto stati sono in possesso di circa 4.400 armi nucleari operative, di cui quasi 2.000 tenute in stato di elevata prontezza. Se si contano tutte le testate nucleari – operative, di riserva, immagazzinate (attive o meno), e in attesa di smantellamento – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan e Israele sono in possesso complessivamente di circa 19.000 armi nucleari. Questi sono i dati emersi dal SIPRI Yearbook 2012, opera di 39 esperti provenienti da 17 paesi che tengono traccia e valutano le più importanti tendenze e i maggiori sviluppi nel campo della sicurezza internazionale, degli armamenti e del disarmo.

La disponibilità di informazioni affidabili sugli arsenali nucleari varia notevolmente. Francia, Regno Unito e Stati Uniti hanno recentemente divulgato importanti informazioni circa le loro capacità nucleari. Al contrario, la trasparenza russa è diminuita in seguito alla decisione di non rilasciare pubblicamente dati dettagliati sulle forze nucleari strategiche, anche se il paese condivide informazioni con gli Stati Uniti nell’ambito del nuovo trattato START sottoscritto nel 2010. La Cina rimane estremamente non trasparente, in linea con la sua strategia di deterrenza, e poche informazioni sono pubblicamente disponibili sulle sue forze nucleari e sul suo sistema di produzione di tali armamenti.

Informazioni attendibili sullo stato operativo dell’arsenale nucleare e sulle potenzialità dei tre stati che non hanno mai aderito al Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP, 1968) – India, Israele e Pakistan – sono particolarmente difficili da reperire. In mancanza di dichiarazioni ufficiali, le informazioni disponibili sono spesso contraddittorie o non corrette. Sia India che Pakistan sono unite dalla stessa dottrina nucleare basata sul principio di deterrenza minima ma senza escludere esplicitamente il primo uso delle armi nucleari. Stanno incrementando dimensioni e sofisticazione dei rispettivi arsenali nucleari, sviluppando e dispiegando nuovi sistemi missilistici (balistici e cruise), e incrementando la loro capacità di produzione di materiale fissile (materiali in grado di sostenere una reazione a catena indispensabili nella produzione di ordigni nucleari, dalla prima generazione di armi atomiche fino alle armi termonucleari più avanzate. I materiali fissili più comuni sono l’uranio altamente arricchito (highly enriched uranium, HEU) e il plutonio). 

Israele continua a mantenere la sua politica di lungo corso basata sull’opacità nucleare, non confermando né smentendo ufficialmente il possesso di armi nucleari. Tuttavia, è diffusa l’opinione che abbia prodotto plutonio per la costituzione di un arsenale nucleare. Israele potrebbe aver prodotto armi nucleari non-strategiche, tra cui proietti per artiglieria e cariche di demolizione atomiche, ma ciò non è mai stato confermato.

Tutti i cinque paesi il cui status nucleare è legalmente riconosciuto dal TNP – Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti – appaiono intenzionati a mantenere la loro condizione a tempo indeterminato. Russia e Stati Uniti hanno in corso programmi di ammodernamento per vettori, testate e sistemi di produzione e contemporaneamente continuano il processo di riduzione degli arsenali come previsto dal Nuovo START (entrato in vigore nel 2011), nonché per mezzo di tagli unilaterali. Dal momento che Russia e Stati Uniti posseggono i due arsenali nucleari di gran lunga maggiori, ciò fa sì che il numero di armi atomiche globalmente disponibile sia stabilmente in declino.

Gli arsenali nucleari di Cina, Francia, e Regno Unito sono notevolmente minori, ma tutti questi paesi stanno sviluppando nuove armi o hanno piani in merito. La Cina è l’unica a essere apparentemente intenta a incrementare il proprio arsenale nucleare, anche se a rilento.

Chi ha già dimostrato di essere in possesso di capacità nucleari militari è la Corea del Nord. Alla fine del 2011 si stimava il paese in possesso di circa 30 chilogrammi di plutonio, sufficienti a costruire fino a otto armi nucleari, a seconda del tipo di modello e competenze ingegneristiche applicate. Secondo un rapporto del 2011 prodotto da un gruppo di esperti incaricati dal Consiglio di Sicurezza ONU e poi trapelato, il paese ha lavorato a un programma di arricchimento dell’uranio «per diversi anni o addirittura decenni». Rimane ancora da capire se la Corea del Nord è riuscita a produrre uranio arricchito a scopo militare. Non è noto se la Corea del Nord sia riuscita nella produzione di uranio arricchito a scopo militare.

Forte preoccupazioni, sottolinea il Rapporto SIPRI Yearbook, per Siria e Iran per la proliferazione nucleare. I due stati, infatti, sono al centro dell’attenzione, a causa delle accuse di occultamento di attività nucleari di stampo militare, in contravvenzione con gli obblighi da loro accettati nel quadro del TNP. Un’indagine triennale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha concluso che un edificio distrutto da un attacco aereo israeliano nel 2007 in Siria fosse «molto probabilmente» un reattore nucleare non già dichiarato presso l’Agenzia. La IAEA ha anche riferito di avere prove attendibili del fatto che l’Iran avesse svolto attività nucleari di stampo militare in passato e che alcune di queste attività potrebbero essere ancora in corso. Le difficoltà incontrate dagli ispettori in entrambi i paesi hanno portato a un rilancio delle richieste di incremento del potere legalmente riconosciuto alla IAEA per condurre indagini sugli stati parte del TNP sospettati di violare i loro obblighi. Nel corso del 2011, l’Iran ha continuato a ignorare le cinque risoluzioni emanate dal CdS a partire dal 2006 che richiedevano la sospensione di tutte le attività connesse all’arricchimento dell’uranio.

Il rischio di terrorismo nucleare e di dirottamento illecito di materiali nucleari  sono al centro dell’attenzione della politica mondiale. Il problema di una guerra nucleare esiste, e non è di facile soluzione. Per combattere ciò il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione 1977, la quale estende di dieci anni il mandato del comitato costituito con la risoluzione 1540 (non-proliferazione delle armi di distruzione di massa) con lo scopo di monitorare e facilitare il rispetto da parte degli stati degli obblighi fissati dalla stessa risoluzione.


No alla guerra, no al nucleare. Le armi all’uranio impoverito che distruggono l’uomo e l’ambiente. Nana Kobato, studentessa delle medie, si affaccia sul “lato oscuro del nucleare”: i pericoli delle centrali atomiche, gli effetti dei proiettili all’uranio impoverito, le devastazioni ambientali che uccidono adulti e bambini. In un racconto a fumetti chiaro e documentato, il figlio di una sopravvissuta alle radiazioni di Nagasaki racconta gli effetti delle guerre moderne sull’uomo e sull’ambiente, e mette a nudo i poteri occulti che sostengono l’energia nucleare. Un libro da leggere per scoprire che non esiste un “nucleare civile” senza applicazioni militari, non esiste “energia atomica pulita” senza rischi inaccettabili, non esistono “armi sicure” senza vittime di guerra.

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