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Perché si usano i cani nella sperimentazione biomedica?

sperimentazione

“Il 9 Settembre ho avuto il piacere e l’onore di potermi recare a Milano, invitato dalla Fondazione Veronesi ad assistere a un dibattito riguardo il controverso tema dei vaccini e il loro fantomatico ruolo nel causare l’autismo.

Per me è stata quindi una buona occasione per conoscere dal vivo sia le persone con cui collaboro che altri blogger. Tra i presenti ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Paolo Rossi Castelli, con cui si è parlato di sperimentazione animale e, nel mezzo della discussione, ricordo la sua domanda: “Ma perché si usano i cani nella ricerca biomedica?”. Una domanda che sinceramente mi ha spiazzato. Per me la risposta è ovvia: «È il miglior modello possibile per le ricerche in campo respiratorio e cardiovascolare, in quest’ultimo caso assieme al maiali».

Eppure, evidentemente, non era scontata per lui, il quale pure di scienza ne mastica ogni giorno. Poi mi sono ricordato della propaganda attivista anti-sperimentazione, degli insulti che costantemente i miei colleghi ricevono e di come ci sia sempre un filo conduttore, qualcosa che ogni fanatico attivista degno di questo nome ha detto a un collega sperimentatore: «Sperimenta su X», dove X può variare tra «i tuoi figli, gli amici, te stesso».

Mi sono consumato i polpastrelli a scrivere e le corde vocali a parlare cercando di convincere queste persone che una frase del genere, al netto delle considerazioni etiche, non ha il minimo senso scientifico, e potete ben immaginare come i miei sforzi in questo senso abbiano avuto meno successo di Anelka alla Juventus. Quindi mi sono detto che magari era arrivato il momento di iniziare a parlare del concetto di organismo modello. In sostanza, cerchiamo di rispondere alla domanda: “Perché decidiamo di usare proprio un topo, piuttosto che un moscerino, piuttosto che un elefante, piuttosto che un lievito o uno squalo?”.

Il reale numero di specie viventi al mondo, attualmente, è un tema abbastanza dibattuto: c’è chi dice tre milioni, chi dice nove, chi dice che dobbiamo ancora scoprirne il 90%. Ma cosa spinge un ricercatore a decidere di usare proprio il lievito Saccharomyces Cerevisiae (per gli amici, il lievito di birra) per concretizzare il suo progetto e non utilizzare un altro lievito o un batterio o un coyote?

Esistono tanti fattori in gioco e ogni volta bisogna pesare attentamente ognuno di essi, come una bilancia con tanti piatti che devono essere tutti in equilibrio. Alcuni parametri che influenzano questa scelta li abbiamo già visti parlando della R di Refine, la quale ci guida ad utilizzare animali col più basso sviluppo neurologico possibile per rispondere alle nostre domande sperimentali. Esistono però anche altri fattori, più o meno ovvi, che bisogna tenere in considerazione quando decidiamo di utilizzare un organismo modello. Alcuni di questi sono a favore di organismi modello semplici, altri a favore di organismi modello più evoluti. Facciamo qualche esempio:

  • Il costo. Il più banale di tutti e, come sempre, il più importante. Se devo scegliere tra una coltura cellulare e uno stabulario di conigli, quale sarà il più economico? Per quanto gli attivisti siano convinti che la sperimentazione animale sia così diffusa per vantaggi economici, posso garantirvi con discreta sicurezza che una coltura di lieviti in un incubatore a 37 gradi preveda costi di mantenimento decisamente più bassi che uno stabulario. I moscerini della frutta (Drosophila Melanogaster) mangiano sicuramente meno dei maiali usati per la ricerca cardiovascolare e il mantenimento della pianta di tabacco sicuramente consumerà meno energia elettrica che quello degli scimpanzé.
  • La facilità d’uso. Avere a che fare coni topi è una cosa, imparare a somministrare un analgesico a un macaco è un altro discorso. Se un topo mi morde (e ci provano continuamente), mi strapperà un pezzo di guanto. Se mi morde un ratto, mi resterà la cicatrice. Se lavorassi con gli squali, non ne parliamo. Per facilità intendiamo anche rapidità per arrivare ai risultati. Per creare una coltura di batteri Escherichia Coli geneticamente modificata, bastano poche ore di lavoro. Per modificare il genoma di un topo servono mesi.
  • La velocità di riproduzione e il numero della progenie. Un topo ha una gestazione di nove settimane e genera dai cinque agli otto cuccioli, un batterio in poche ore può colonizzare un’intera piastra di coltura, un umano ci mette nove mesi per mettere al mondo (nella maggioranza dei casi) un solo individuo. Se ho bisogno di studiare gli effetti delle mutazioni genetiche spontanee su una popolazione molto elevata, posso davvero aspettare che ogni nove mesi nasca un nuovo individuo o è meglio mettere a punto una coltura batterica che in una settimana mi dà le risposte che cerco?
  • Le dimensioni dell’organismo. Avere a che fare con acquari di Danio Rerio (lo zebrafish o pesce zebra) può risultare traumatico per chi ama gli spazi piccoli, per non parlare delle gabbie dei primati non umani, che, a norma, occupano parecchio. Un organismo grande occuperà prima tutto lo spazio del laboratorio, rispetto a uno più piccolo.
  • La “questione genoma”. Intendiamo per genoma l’insieme dei geni di un certo organismo. Sappiamo tutto del genoma del lievito, del topo, dell’uomo e praticamente nulla del genoma del pesce lanterna (quel pesce bruttissimo che vedete nei documentari sugli abissi oceanici). Se ho bisogno di capire a cosa serve un gene, devo modificarlo e/o eliminarlo e vederne gli effetti e di certo questo lavoro sarà più semplice da fare sull’organismo che conosco, perché, pur ammettendo che riesca a mettere le mani su un pesce lanterna, sinceramente non saprei neanche da dove cominciare a studiarlo. Spesso sentite dire dai pro-test che «uomo e topo condividono il 99% del genoma». Falso. O meglio, ingannevole. La verità è che all’interno del genoma del topo il 99% dei geni hanno un omologo con un gene umano. Cosa significa? Significa che se nel topo esiste un gene, con una determinata funzione, nell’uomo ci sarà un gene, molto simile a quello del topo, che farà la stessa funzione. E nelle scimmie? Anche! Ma nelle scimmie quel gene non solo farà la stessa funzione ma sarà anche molto più simile a quello dell’uomo. E allora topo o scimmia? Dipende: se non ho bisogno di geni identici nella loro struttura ma simili nelle loro funzioni, non avrò bisogno delle scimmie e potrò fermarmi ai topi mentre se ho bisogno di lavorare esattamente con quella sequenza, dovrò lavorare con le scimmie. Resta il fatto che più andiamo indietro nella scala filogenetica, cioè più andiamo indietro nell’evoluzione, verso organismi via via più semplici e che più anticamente si sono “staccati” da noi, più saranno evidenti queste differenze genetiche e meno questi organismi potranno aiutarci a rispondere alle nostre domande sperimentali.
  • La “questione funzionale”. È una questione apparentemente complessa, ma banale se spiegata con degli esempi. Supponiamo che stia studiando la fotosintesi clorofilliana: ha senso che usi un moscerino o un pettirosso per farlo? No. Dovrò studiarla su una pianta, come ad esempio Arabidopsis Thaliana, la più famosa tra le piante organismi modello. Altra questione è domandarmi: “Qual è la domanda scientifica a cui devo rispondere?”. Se devo rispondere a domande riguardo questioni “basilari” della biologia (ciclo cellulare, morte cellulare, divisione cellulare, propagazione di un gene, eccetera), posso benissimo utilizzare organismi semplici, come i moscerini, il verme Caenorhabditis Elegans o il fungo Neurospora Crassa. Ma se il mio problema è più complesso e ho bisogno di riprodurre i sintomi di una malattia per poterla studiare e, eventualmente, cercare nuove cure, una coltura batterica potrà risultarmi ben poco utile per riprodurre un processo di demielinizzazione così come una pianta di tabacco difficilmente sarà soggetta a crisi aritmiche. Inoltre bisogna conoscere ogni organismo modello a fondo, dal momento che ognuno di loro ha i suoi vantaggi. Il maiale ha un sistema cardiocircolatorio molto simile all’uomo (al punto da essere stato usato come sorgente di valvole cardiache per la cardiochirurgia) e sarebbe sprecato utilizzarlo per studi neurologici. Il pesce zebra produce embrioni visibili e facili da usare e, per questo, è stato un ottimo modello di embriologia e di certo non mi sarebbe utile per studiare la memoria spaziale.

Riassumendo e concludendo: un organismo modello deve essere economico, piccolo, facile da usare, si deve riprodurre rapidamente, deve generare molta progenie, deve essere conosciuto sia nel genotipo (il suo genoma) che nel fenotipo (cioè, da un punto di vista funzionale). Ora analizziamo la classica frase-insulto di un attivista anti-sperimentazione: «Sperimenta su X», dove X può variare tra «i tuoi figli, gli amici, te stesso». Al netto di ovvie considerazioni etiche e considerando gestazioni larghe e poco produttive, costi di mantenimento incalcolabili, estrema “difficoltà d’uso” e dimensioni considerevoli, non trovate anche voi che Homo Sapiens Sapiens sia un pessimo, pessimo, pessimo organismo modello?” Francesco Mannara

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Questa è la sperimentazione animale

Si crocifigge un cane per studiare la durata dell’agonia di Cristo. Si squarta una cagna gravida per osservare l’istinto materno sotto il dolore intenso. Una équipe di cosiddetti scienziati paralizza un branco di gatti, sega via la volta cranica e stuzzica il cervello mentre le bestiole non anestetizzate sono costrette a inalare varie concentrazioni di anidride carbonica, e alla fine si ha la riprova di quanto già si sapeva da anni: che esiste una correlazione tra la concentrazione dell’anidride carbonica nel sangue e gli squilibri nervosi. Si costringono dei cani a bere soltanto alcool puro per oltre un anno, per ottenere “la prova scientifica” che l’abuso di alcool è nocivo. Migliaia di topi, conigli e cani, per lo più tracheotomizzati, vengono costretti a fumare sigarette per mesi e anni, e naturalmente molti muoiono: ma gli sperimentatori subito avvertono che non è possibile alcuna trasmissione di dati validi all’uomo. Questa è La sperimentazione animale

Prefazione a Imperatrice nuda, libro che per acutezza, ampiezza, rilevanza socio-politica e qualità letteraria, è uno dei più importante libri di critica di un’ortodossia scientifica (in qualsiasi settore) mai apparsi. Dovrebbe essere una lettura obbligatoria nei corsi universitari di medicina, bioetica, storia e filosofia della scienza e di letteratura.

È una circostanza notevole, ma non sorprendente, che i libri più importanti sulla medicina degli ultimi trent’anni sono stati scritti da non medici. I due che vengono prima alla mente sono fra loro contemporanei: Nemesi medica. L’espropriazione della salute (1975-1976) del filosofo e sociologo Ivan Illich, e il libro che qui si presenta in una nuova ristampa, Imperatrice nuda (1976). Hans Ruesch era un romanziere di successo, prima di esibire con quest’opera una vena di critico e polemista che fa pensare ai vertici del genere, come Voltaire.

In diversa maniera, i due libri sono capolavori di demistificazione della medicina moderna. Il primo, anche perché orientato piuttosto su un’analisi di taglio socio-culturale ed etico che su una critica scientifica, era destinato a un maggior successo accademico, ma è il secondo che aveva una maggiore capacità di impatto politico immediato. Questo spiega la tormentata storia editoriale di Imperatrice nuda, che l’autore sintetizza brillantemente nell’Appendice (1989). Ma i libri veramente importanti hanno una vitalità che impedisce di sopprimerli una volta che sono usciti (sia pure per un colpo di fortuna). Imperatrice nuda, in una versione ampliata, è stata tradotta in nove lingue, compresi giapponese, ebraico e finlandese. Ed è forse un segno di tempi migliori in arrivo se Stuart e Terry Hirschberg, i compilatori di una ben organizzata antologia per l’università americana, Past to Present. Ideas That Changed Our World (Prentice Hall 2003), hanno inserito ampi stralci della versione inglese di Imperatrice nuda accanto a brani tratti da L’origine delle specie di Charles Darwin, L’anello di re Salomone di Konrad Lorenz, e L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.

Illich concludeva il suo memorabile saggio con una diagnosi impietosa:

Il vero miracolo della medicina moderna è diabolico. Consiste nel far sopravvivere non solo gli individui, ma intere popolazioni, a livelli disumanamente bassi di salute personale.

In un certo senso, il libro di Ruesch spiega come questo miracolo diabolico, continuamente rinnovato, è stato ed è possibile. Una delle chiavi risiede nella metodologia della ricerca medica attuale, che in larga misura investiga i segreti della salute e della malattia umane sperimentando, spesso in maniera crudele, su animali come topi, criceti, gatti, cani, maiali, scimmie ecc.: centinaia di milioni ogni anno. Un programma di ricerca che si poteva prevedere fallimentare già in partenza (sulla base delle ben note differenze anatomiche, fisiologiche, immunologiche, etologiche ecc. tra le specie animali) è riuscito invece a diventare quello dominante nella moderna biomedicina.

Dicevo all’inizio che il fatto che i libri più importanti sulla medicina siano stati scritti da non medici non è sorprendente. La ragione è che, per quanto un professionista possa padroneggiare meglio di un laico il linguaggio di una certa disciplina (e anche questo non è scontato!), questo tipo di competenza non è il solo né il principale requisito per un’analisi dei difetti del sistema di pensiero e di tecniche (il paradigma, per usare il termine dello storico della scienza Thomas Kuhn) nel quale il professionista è immerso. I pesci possono soffrire dell’inquinamento dell’acqua in cui vivono, ma sarebbe azzardato aspettarsi da loro un’indagine sulle cause di tale inquinamento.

Ciò che inquina la ricerca medica – oltre all’inerzia accademica, comune del resto a tutto il sapere istituzionale – è il condizionamento da parte di interessi non secondi a nessun altro per volume di affari e internazionalità. Questa non è un’esagerazione. L’industria farmaceutica costituisce il più redditizio degli investimenti, e di gran lunga più di banche, finanza, petrolio, editoria, bevande e quant’altro. Un’industria che gode di una tale supremazia economica, e che di fatto influenza direttamente e pesantemente la politica delle cosiddette ‘democrazie occidentali’ (a cominciare dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti), non cambia facilmente la propria rotta, anche se è una rotta di collisione con gli interessi della collettività. Così, per salvaguardare questa supremazia si corrompono e ricattano ricercatori e riviste, si nascondono per anni o decenni i dati scomodi, si prosegue con l’avvelenamento farmacologico di massa, e nel contempo si inebetisce l’opinione pubblica con una martellante propaganda sui benefici della ricerca biomedica, la quale è invece direttamente coinvolta in quell’avvelenamento. Con tutto ciò, non si deve credere che l’industria farmaceutica sia onnipotente. Nessun potere è onnipotente se i cittadini si mobilitano contro di esso in nome dei propri interessi vitali. Ma a tale scopo occorre che siano consapevoli di chi sia il nemico e di come combatterlo.

Imperatrice nuda dà un fondamentale contributo in tal senso. La sperimentazione animale a scopo medico – la vivisezione – ha portato fuori strada la medicina in innumerevoli occasioni, con danni difficili da sopravvalutare. Se è ancor oggi un elemento centrale nella valutazione di efficacia e tossicità dei farmaci e di altre sostanze chimiche, lo si deve alla sua estrema ‘flessibilità’, intesa come la capacità di ottenere i risultati più favorevoli ‘su ordinazione’, e di permettere allo stesso tempo un alleggerimento delle responsabilità dell’industria nei casi, fin troppo frequenti, di danni sulle persone (“Dai risultati ottenuti mediante i test sugli animali non era possibile prevedere l’effetto tossico…”).

Per rendersi conto dell’entità del problema, basterà riflettere sulla circostanza che la “reazione avversa da farmaco” (cioè l’avvelenamento dovuto a un farmaco correttamente prescritto) è negli Stati Uniti la quarta causa di morte. E se questa posizione elevata nell’infelice graduatoria sorprende, basterà citare un caso recente, quello di un antiartritico della Merck, il Vioxx, commercializzato a partire dal 1999 e ritirato solo poche settimane fa. Esso, da solo, ha provocato morti per un numero stimato attorno a 28.000 (ventottomila) per intenderci, dieci volte il numero delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 alle “Torri Gemelle” di New York. Una guerra al ‘terrorismo farmaceutico’ sarebbe tanto giusta e, anzi, necessaria, quanto sono state illegittime e controproducenti quelle scatenate contro Afghanistan e Iraq. Ma si può star certi che nessun presidente degli Stati Uniti la dichiarerà mai. Sono le stesse case farmaceutiche, in primo luogo, ad avergli permesso di occupare il suo posto.

Gli sfruttatori fondano la loro permanenza sulla capacità di controllare, con lusinghe, inganni e intimidazioni, il comportamento delle masse degli sfruttati. Questi potrebbero rovesciarli in qualsiasi momento, data l’evidente disparità numerica, ma ciò non avviene, perché gli sfruttati – il che nel caso della medicina vivisezionista significa tutti noi – non si rendono conto né della propria forza (se si organizzassero), né di chi li sfrutta e come. Il libro di Ruesch è un formidabile strumento per una presa di coscienza del problema nei suoi vari aspetti (scientifico, storico ed etico), e fornisce anche preziose indicazioni politiche.

Scarica gratuitamente Imperatrice nuda. La scienza medica attuale sotto accusa qui.

 

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