0

Le venti città più sicure del mondo

Quali sono le migliori città del mondo dove vivere? Il settimanale britannico The Economist ha pubblicato il Safe cities index, una classifica delle 50 città più sicure del mondo basata su quaranta indicatori qualitativi e quantitativi. Intelligence Unit, importante gruppo di ricerca che esiste dal 1946 e che si occupa di raccogliere e interpretare dati per governi e aziende, ha preso in considerazione quaranta fattori divisi in quattro grosse categorie tematiche: sicurezza digitale, sanità, infrastrutture, sicurezza personale. La metà superiore dell’Index è generalmente occupata da città ricche provenienti da Europa, Asia orientale e Nord America. Milano è al 26° posto, Roma al 27°, le ultime tre sono Ho Chi Minh, Teheran e Giacarta. Queste le prime venti posizioni:

  1. Tokyo
  2. Singapore
  3. Osaka
  4. Stoccolma
  5. Amsterdam
  6. Sydney
  7. Zurigo
  8. Toronto
  9. Melbourne
  10. New York
  11. Hong Kong
  12. San Francisco
  13. Taipei
  14. Montréal
  15. Barcellona
  16. Chicago
  17. Los Angeles
  18. Londra
  19. Washington
  20. Francoforte
Condividi:
0

23 miliardi il costo degli sprechi e della corruzione nella Sanità

sprechi-corruzione-sanita

In Italia la sanità muove circa 115 miliardi di euro di spesa pubblica (pari al 7,3% del Pil) e circa 30 miliardi di euro di spesa privata, per un totale, tra pubblica e privata, superiore al 9% del Pil. La filiera produttiva del settore sposta più di 152 miliardi di euro (calcolati sommando il valore aggiunto diretto e indiretto), pari all’11,2% del Pil, e vede un numero totale di addetti di 1 milione 570 mila unità circa (pari al 6,4% dell’intera economia nazionale). Sui 115 mld di spesa sanitaria del 2013, bruciati 6,4 mld per corruzione, 3,2 mld per inefficienza e 14 mld per sprechi di risorse. Oltre 23 miliardi è quindi il costo finale di corruzione. Meno casi a Bolzano, Valle d’Aosta, Trento, fenomeno diffuso in Sicilia (41%), Calabria e Campania. Ma se ne può uscire e gli strumenti non mancano. I dati dal Libro bianco Ispe-Sanità sulla ‘Corruption’ e il Rapporto Trasparency-Rissc su ‘Corruzione e sprechi in sanita’. 

Dall’estratto del report su “Corruzione e Sprechi in Sanità” nel 2013 nel settore sanitario emergono alcune caratteristiche che rendono la Sanità particolarmente vulnerabile alla corruzione. L’indagine individua cinque ambiti particolarmente permeati da fenomeni corruttivi: nomine, farmaceutica, procurement, negligenza e sanità privata. In dettaglio per ogni ambito sono stati individuati diversi potenziali fenomeni:

Nomine: ingerenza politica, conflitto di interessi, revolving doors, spoil system, insindacabilità, discrezionalità, carenza di competenze.
Farmaceutica: aumento artificioso dei prezzi, brevetti, comparaggio, falsa ricerca scientifica, prescrizioni fasulle, prescrizioni non necessarie, rimborsi fasulli.
Procurement: gare non necessarie, procedure non corrette, gare orientate o cartelli, infiltrazione crimine organizzato, carenza di controlli, false attestazioni di forniture, inadempimenti-irregolarità non rilevate.
Negligenza: scorrimento liste d’attesa, dirottamento verso sanità privata; false dichiarazioni (intramoenia); omessi versamenti (intramoenia).
Sanità privata: mancata concorrenza, mancato controllo requisiti, ostacoli all’ingresso e scarso turnover, prestazioni inutili, false registrazioni drg, falso documentale.

Rispetto alla corruzione, l’Italia figura agli ultimi posti delle classifiche internazionali: nel 2012 si è piazzata al penultimo posto in Europa nel ranking del CPI, l’indice di percezione della corruzione del settore pubblico e politico, con un voto di 42 su 100 (ultima in classifica la Grecia, con 36/100). Nel Wordlwide Governance Index di Banca Mondiale, alla voce “control of corruption” l’Italia scende da 77,1/100, miglior risultato ottenuto nel 2000, a 57,3 del 2011. Il Barometro Globale della Corruzione (GCB) pubblicato da Transparency International nel luglio 2013, mette in luce come i cittadini italiani considerino la corruzione un problema molto serio per la pubblica amministrazione, soprattutto a causa del proliferare di clientelismo e nepotismo.

Negli anni recenti, la Corte dei Conti ha rilevato che in sanità “si intrecciano con sorprendente facilità veri e propri episodi di malaffare con aspetti di cattiva gestione, talvolta favoriti dalla carenza dei sistemi di controllo” e che “il settore sanitario presenta livelli inaccettabili di inappropriatezza organizzativa e gestionale che vanno ad alimentare le già negative conseguenze causate dai frequenti episodi di corruzione a danno della collettività”.

  • Il tasso medio stimato di corruzione e frode in sanità è del 5,59%, con un intervallo che varia tra il 3,29 e il 10% (Leys e Button 2013). Per la sanità Italiana, che vale circa 110 miliardi di Euro annuo, questo si tradurrebbe in circa 6 miliardi di euro all’anno sottratti alle cure per i malati.
  • Il rischio di corruzione nell’acquisto di dispositivi per terapia meccanica, radiologica, elettrica e fisica è pari al 11-14%, secondo uno studio di PriceWaterHouse- Cooper (PwC 2013).
  • Nella percezione dei cittadini, la sanità (in particolare i servizi che seguono le gare e gli appalti) è un settore corrotto. Il 40% degli Italiani intervistati – contro il 30% della media UE – ritiene che la corruzione sia diffusa tra coloro che lavorano nel settore della salute pubblica, percentuale che sale al 59% per i funzionari che aggiudicano le gare d’appalto (media UE 47%), superati solo dai politici a livello nazionale (67% Italia, 57% UE).
  • Secondo il Bribe Payers Index 201110 la sanità si colloca al settimo posto, ma è probabilmente il settore in cui i cittadini, specie i più deboli, pagano, anche con la vita, i costi altissimi della corruzione.
  • Lo spreco di denaro pubblico negli appalti pubblici corrotti o sospetti (i casi con sospetta corruzione) è pari al 18% del budget complessivo dell’appalto, di cui il 13% deriva dal costo diretto della corruzione, sostiene PWC.

Da un’indagine europea dell’università di Gothenburg, riportata nel Libro bianco emerge che, su 18 Paesi, l’Italia occupa la terza posizione per attendibilità dei media sulla corruzione, ma l’11esima per segnalazioni dei cittadini di ‘pagamenti di corrispettivi non dovuti’ e 10ma nell’indicatore generale di “corruzione in istruzione, sanità e servizi pubblici”. La stessa indagine indica differenze regionali importanti nella sanità italiana. Tra le 172 regioni europee si registra un divario tra la nona posizione ottenuta da Bolzano per qualità della sanità e la 170esima della Calabria. Per equità Bolzano è al 50esimo posto mentre la Calabria ancora al 170esimo. Per quanto riguarda invece il ‘pagamento di tangenti’ la Valle d’Aosta si pone al 71esimo posto seguita dalla Sardegna (84) e , a grande distanza Calabria (156) e Campania (164). L’indicatore più generale di ‘corruzione nei servizi pubblici’ vede nelle posizioni più lusinghiere Bolzano (13), Valle d’Aosta (18) , Trento (20) e nelle ultime posizioni Sicilia (148), Calabria (154) e Campania (157).

La lottizzazione politica della sanità è talmente evidente che nessuno è in grado di smentirla. La stessa commissione di parlamentari che ha analizzato il fenomeno della corruzione in sanità evidenzia tale anomalia: “La mancanza di autonomia dell’amministrazione sanitaria, a fronte delle spinte che possono talora derivare dalla politica, in un settore dove si spende la gran parte delle risorse pubbliche a livello regionale, è certamente concausa delle cattive gestioni, sia degli acquisti che dei rapporti con gli erogatori del privato accreditato. Dall’istruttoria svolta dalla Commissione è emersa la necessità di introdurre normative che valorizzino l’autonomia dell’azienda sanitaria dalla politica, attraverso l’individuazione di criteri di selezione del direttore generale funzionali a tale obiettivo e basati unicamente sulla ricerca del merito, inteso come possesso di adeguata qualificazione tecnico-professionale. Analogamente, con riferimento alle nomine delle figure dirigenziali non apicali, quali i direttori di struttura complessa delle Aziende sanitarie, è emersa come abbisognevole di mitigazione la troppo ampia discrezionalità di cui gode il direttore generale, mediante introduzione di norme che privilegino maggiormente l’aspetto delle competenze professionali, ancor più decisive con riguardo a soggetti che certamente devono restare estranei a rapporti di fiducia e contiguità con gli organi di direzione politica”.

Condividi:
0

Cari medici non siete voi le vittime della malasanità!



Grandissimo scalpore intorno al recente spot “Medici, pazienti e avvoltoi” realizzato dall’Associazione Amami (Associazione Medici Accusati di Malpractice Ingiustamente), uno spot tv per denunciare gli “avvoltoi” che speculano su malati e pazienti, spingendoli a denunciare qualsiasi caso di presunta malasanità e promettendo risarcimenti assicurati. La replica di Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale del Codici, Centro per i Diritti del Cittadino, che ricorda ai medici che “Sono i pazienti, non voi, le vere vittime della malasanità. Non si può più continuare a difendere l’operato dei medici, quando sbagliano devono pagare”.

L’attesa aveva raggiunto livelli rilevanti e forse le aspettative erano cresciute in maniera eccessiva. Il conto alla rovescia per la messa online dello spot aveva infatti generato curiosità da più parti, ma quando il filmato è stato mandato in onda, la delusione, almeno per alcuni, è stata più grande del previsto. Lo spot voleva ridare dignità al mestiere dei medici. Codici si chiede: è riuscito nell’intento? E’ servito a qualcosa? Probabilmente no, se consideriamo che il vero protagonista di quei minuti è un rapace e che il testo dello spot mette solamente in guardia da soggetti senza scrupoli che promettono arricchimenti facili. Lo spot, infatti, manca completamente di un approccio informativo e non si affrontano importanti argomenti che avrebbero potuto influire sul giudizio del mestiere dei medici: stiamo parlando di come migliorare la sanità italiana, delle proposte dei medici per creare un sistema più efficiente, con meno ritardi, tempi più brevi e soprattutto un minor numero di errori che portano alle gravi conseguenze che tutti purtroppo conosciamo. Ma niente di tutto ciò è apparso nello spot.

Oggi la sanità non gode di buona reputazione, ma le motivazioni non si ritrovano in ciechi pregiudizi, quanto in concreti elementi problematici che i cittadini vivono sulla propria pelle quotidianamente. Si pensi al problema delle liste di attesa, delle infezioni ospedaliere, ai fin troppo numerosi casi di malasanità. Allora, forse i medici dovrebbero fare un passo indietro, prendersi le loro responsabilità e compiere il proprio lavoro serenamente perché, se ci si impegna e si lavora onestamente, perché mai si dovrebbe aver paura delle denunce?

In realtà, la situazione odierna vede una sempre maggiore tutela nei confronti della categoria dei medici, che va a discapito dei pazienti, sempre più spesso rimasti soli di fronte ai tragici episodi di malasanità. A tal proposito consideriamo il DDL 1134, palesemente volto a deresponsabilizzare i medici: “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità in ambito medico e sanitario”. Non è la prima volta che la classe politica si inchina al potere delle lobbies, mettendo in atto manovre finalizzate a deresponsabilizzare i sanitari. Per questo dalla campagna del Codici “Indignamoci, ci scippano la salute e la dignità”, oggi nasce “Non siete voi le vittime!”, contro quei medici che si sentono facili bersagli di ingiuste accuse da parte dei pazienti. Il disegno di Legge 1134, d’iniziativa del senatore Amedeo Bianco, nonché Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, è fortemente sbilanciato a favore della categoria. È una legge fatta in casa, visto il ruolo del Presidente Bianco, che non ha rispetto delle vittime della malasanità e non tutela i pazienti. Il ddl è fatto da un medico a favore dei medici.

“L’Associazione Codici continua e rafforza il suo impegno a tutelare le vere vittime della malasanità – commenta Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale del Codici – La nostra non è una caccia alle streghe, ma una giusta difesa di chi subisce le conseguenze di comportamenti negligenti. Per questi abbiamo lanciato la campagna “Le vittime non siete voi!”, che raccoglie le storie di malasanità sparse in tutta Italia, che ancora oggi attendono giustizia”.

Condividi:
0

100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo


Giunto alla quinta edizione, “Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo” offre un’ampia e articolata produzione di indicatori aggiornati e puntuali, che riguardano aspetti economici, sociali, demografici e ambientali del nostro Paese. Attraverso confronti internazionali e territoriali essi consentono di valutare in modo comparativo la collocazione dell’Italia nel contesto europeo e di individuare le differenze regionali che la caratterizzano.

Territorio

Con una densità media di 201 abitanti per km2, l’Italia è tra i paesi più densamente popolati dell’Unione: la media Ue27 è di 114 abitanti per km2.

I territori montani coprono una superficie pari al 54,3% del territorio, vi risiede il 18,2% della popolazione. Si tratta di aree poco densamente abitate e in passato interessate da importanti fenomeni di spopolamento. Al 1° gennaio 2011 le Comunità montane sono 264 (266 l’anno precedente).

Le aree protette comprese nella “Rete Natura 2000” coprono più del 21% della superficie nazionale, ma ne occupano più di un quarto. Nella graduatoria europea l’Italia si posiziona sopra la media (17,9% nel 2012).

Nel 2010 ogni 1.000 famiglie sono state concesse 4,7 autorizzazioni per la costruzione di nuove abitazioni, corrispondenti a 372 m2 di superficie utile abitabile in nuovi fabbricati residenziali, in forte calo rispetto al 2005 (11,8 nuove abitazioni per mille famiglie). Questo andamento è comune al complesso dei paesi dell’Unione europea: infatti, tra il 2005 e il 2011, la nuova superficie abitabile autorizzata si è pressoché dimezzata.

Ambiente

Nel 2010 la spesa pro capite delle amministrazioni regionali per la tutela ambientale è stata di 71,6 euro, in diminuzione del 16% rispetto al 2009.

Nel 2010 sono stati raccolti 537 kg di rifiuti urbani per abitante, 3,5 kg in più rispetto all’anno precedente; si è interrotto così il trend decrescente iniziato nel 2007.

Con circa 250 kg pro capite di rifiuti urbani smaltiti in discarica, l’Italia si colloca molto al di sopra della media europea. Nonostante il trend costantemente decrescente, viene smaltito nelle discariche ancora circa la metà (46,3%) del totale dei rifiuti urbani raccolti.

Il 35,3% dei rifiuti urbani viene avviato a raccolta differenziata (quasi due punti percentuali in più rispetto al 2009); il Nord-est detiene il primato con il 52,7%.

L’Italia si sta allontanando dall’obiettivo di massima emissione fissato dal protocollo di Kyoto; nel 2010, infatti, le emissioni di gas serra sono aumentate del 2% rispetto al 2009 (501,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalente).

Nel 2012 il 35,7% delle famiglie italiane segnala problemi relativi all’inquinamento dell’aria nella zona di residenza e il 18,5% lamenta la presenza di odori sgradevoli.

Nei comuni capoluogo di provincia il consumo giornaliero di acqua potabile nel 2011 è, in media, pari a 175,4 litri per abitante, il 3,7% in meno rispetto a un anno prima, a conferma del trend decrescente che si osserva ormai da dieci anni, dovuto alla maggiore attenzione dei cittadini nell’utilizzo della risorsa idrica.

Popolazione

Dai dati dell’ultimo censimento, la popolazione residente in Italia è cresciuta del 4,3% fra il 2001 e il 2011 (sostenuta esclusivamente dall’incremento della componente straniera) e ammonta a 59.433.744 unità.

Al 1° gennaio 2012 ci sono 147,2 anziani ogni 100 giovani. In Europa solo la Germania presenta un indice di vecchiaia più accentuato. La Liguria si conferma la regione più anziana, mentre la Campania, con un indice per la prima volta superiore a 100, la più giovane.

Nel 2011 il rapporto fra popolazione giovane e anziana e popolazione in età attiva (indice di dipendenza) raggiunge il 53,1%; il valore minimo si registra nel Mezzogiorno (50,0%), il massimo nel Nord-ovest (55,0%), mentre la regione con l’indice più alto è la Liguria. Nel contesto europeo l’Italia si colloca al quarto posto.

L’Italia presenta una crescita naturale della popolazione leggermente negativa ed è agli ultimi posti in ambito europeo, vicino alla Grecia e al Portogallo; viceversa, l’aumento dovuto ai fenomeni migratori è significativo e colloca l’Italia ai primi posti della graduatoria dei paesi più “attrattivi”.

La vita media delle donne è di 84 anni e mezzo, quella degli uomini poco più di 79 anni, fra le più lunghe dell’Unione europea.

L’Italia si posiziona tra i paesi a bassa fecondità, con 1,39 figli per donna secondo le stime del 2011. L’età media al parto continua a crescere e si attesta ora a 31,4 anni.

Nel 2010 sono stati celebrati 3,6 matrimoni ogni 1.000 abitanti. Nel Mezzogiorno ci si sposa di più che nel Centro-Nord; nel Nord-est il 49,3% delle coppie ha scelto il rito civile.

L’Italia e l’Irlanda sono i paesi Ue con la più bassa incidenza di divorzi, rispettivamente 0,9 e 0,7 ogni 1.000 abitanti. Nel nostro Paese lo scioglimento per via legale delle unioni è, tuttavia, un fenomeno in costante crescita: tra il 2000 e il 2010 le separazioni sono aumentate da 12,6 a 14,6 e i divorzi da 6,6 a 9,0 ogni 10 mila abitanti. Continue Reading

Condividi:
0

Annuario statistico italiano 2012. La fotografia dell’Italia

Annuario-statistico-italiano-2012-Italia

L’Istat oggi ha presentato, l’annuario statistico italiano 2012, la pubblicazione che dal 1878 racconta il nostro Paese attraverso i numeri. In oltre ottocento pagine e con una veste grafica accurata, il volume offre moltissime chiavi di lettura sui principali fenomeni ambientali, demografici, sociali ed economici.

Ambiente e territorio

In calo il numero di incendi e la superficie interessata dal fuoco. Nel 2010 si sono verificati 4.884 incendi, che hanno interessato circa 46 mila ettari di superficie forestale. Il numero di incendi è inferiore a quello dell’anno precedente (5.422), così come la porzione di territorio interessata, che scende a 9,5 ettari di superficie media percorsa dal fuoco, dai 13,5 del 2009.

Il Nord ancora in testa per la raccolta differenziata. Nel 2010 la quantità di rifiuti urbani raccolti si attesta a 32,4 milioni di tonnellate (ovvero 537 chilogrammi per abitante), quella differenziata arriva al 35,3%, dal 33,6% del 2009; a livello territoriale i valori più alti di raccolta differenziata si registrano al Nord (49,1%); seguono a grande distanza le regioni del Centro (27,1%) e quelle del Sud (21,2%).

Traffico, parcheggio e inquinamento i problemi più avvertiti dalle famiglie. Nel 2012 il traffico è sempre uno dei problemi che le famiglie dichiarano di affrontare quotidianamente relativamente alla zona in cui vivono (38,4% delle famiglie della stessa zona). Seguono la difficoltà di parcheggio (35,8%), l’inquinamento dell’aria (35,7%) e il rumore (32,0%). In ultima posizione si colloca l’irregolarità nell’erogazione dell’acqua, che costituisce un problema per l’8,9% delle famiglie, ma le differenze sul territorio sono forti: le percentuali più alte si registrano in Calabria (29,2%) e Sicilia (26,5%).

Popolazione

In lieve aumento la fecondità, ma si diventa mamme sempre più tardi. Nel 2011 il numero medio di figli per donna si attesta a 1,42 a livello nazionale (1,41 l’anno precedente), ma raggiunge il valore di 1,48 nel Nord, che si conferma la ripartizione con la fecondità più alta. All’interno dell’Unione europea a 15 Paesi (dati 2010) l’Italia si colloca al quarto posto per bassa fecondità, preceduta da Portogallo (1,36 figli per donna), Spagna (1,38) e Germania (1,39). Nell’Ue 27 i paesi con un minor numero medio di figli per donna sono la Lettonia (1,17), l’Ungheria (1,25) e la Romania (1,33 ); l’Italia si posiziona al decimo posto. Le donne diventano madri sempre più tardi: 31,3 anni è l’età media al parto in Italia, il valore più alto fra i paesi europei, lo stesso di Liechtenstein e Svizzera; seguono Irlanda e Regno Unito (31,2).

Meno matrimoni, al Nord il sorpasso del rito civile su quello religioso. Per il quarto anno consecutivo scende il numero dei matrimoni: nel 2011 ne sono stati celebrati 208.702, quasi novemila in meno dell’anno precedente; di conseguenza, il tasso di nuzialità passa da 3,6 a 3,4 per mille. Pur se in calo (da 4,4 a 4,1 per mille), il tasso di nuzialità del Mezzogiorno supera la media nazionale. Il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa (60,2%), ma sono sempre di più le coppie che decidono di sposarsi davanti all’ufficiale di stato civile, da 79 mila nel 2010 a circa 83 mila nel 2011. È soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, dove la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 76,3%, contro il 48,8% del Nord e il 50,1% del Centro.

Sempre più longevi. Secondo le stime relative al 2011, la speranza di vita alla nascita migliora sia per gli uomini (79,4) che per le donne (84,5), grazie all’influenza positiva della riduzione dei rischi di morte a tutte le età. Nel contesto internazionale l’Italia si conferma uno dei paesi più longevi: nel 2010, all’interno dell’Unione europea, soltanto la Svezia continua a mantenere migliori condizioni di sopravvivenza maschile (79,6 anni), mentre in Francia e in Spagna le femmine fanno registrare la vita media più elevata (85,3 anni).

Crescono mobilità interna e migrazioni con l’estero. Nel 2010 ammontano a 1.345.466 le migrazioni interne per trasferimento di residenza, 32.703 in più dell’anno precedente. Nello stesso anno le iscrizioni dall’estero sono state 447.744 (+26.000 circa rispetto al 2009), con il Nord che resta l’area più attrattiva della Penisola (56,4% degli iscritti da paese estero). In crescita, ma su livelli decisamente inferiori, anche i cancellati per l’estero (da 64.921 a 67.501).

Conti della protezione sociale

Cresce la spesa pubblica del settore. Ammonta a circa 469 miliardi di euro la spesa per la protezione sociale sostenuta in Italia nel 2011, pari al 29,7% del Prodotto interno lordo (Pil). Quasi 438 miliardi (93,2% della spesa totale) sono stati spesi dalle amministrazioni pubbliche, destinati per 418 miliardi alle prestazioni per i cittadini (l’1,4% in più dell’anno precedente), con un’incidenza del 26,5% sul Pil e del 55,7% sulla spesa pubblica corrente.

Alla previdenza la fetta più grande di risorse. Più di due terzi della spesa per prestazioni delle amministrazioni pubbliche si concentra nella previdenza (67,2%), alla sanità è destinato il 24,9% e all’assistenza il restante 7,9%. L’incidenza sul prodotto interno lordo è pari al 17,8% per la previdenza, al 6,6% per la sanità, al 2,1% per l’assistenza.

Oltre metà della spesa è finanziata dai contributi sociali. Fra le fonti di finanziamento dell’intero sistema di protezione sociale, i contributi sociali rappresentano il 52,9% del totale (56,3% nel 2008). Fra il 2008 e il 2011 i contributi sociali effettivi a carico dei datori di lavoro crescono in media dello 0,1%, in linea con la crescita registrata per la quota di contributi a carico dei lavoratori indipendenti, mentre quelli a carico dei lavoratori dipendenti si riducono dell’1%. La seconda voce rilevante, pari al 46,2%, è quella delle contribuzioni diverse, costituita in gran parte da trasferimenti statali (73,5% nel 2011, contro il 67,3% del 2008).

Sanità e salute

Un Paese di anziani, cresce l’assistenza domiciliare. Nel 2009 l’assistenza sanitaria territoriale conta circa 46.000 medici di base, 7,7 ogni 10 mila abitanti. Sebbene il contratto dei medici di medicina generale preveda che si possano assistere fino a un massimo di 1.500 pazienti, il valore medio nazionale si attesta a 1.134 assistiti per medico. Sono, invece, 7.700 i pediatri, nove ogni 10 mila bambini fino a 14 anni. Sul territorio nazionale, ogni 100 mila abitanti operano circa 16 ambulatori e laboratori pubblici e privati convenzionati (in lieve calo negli ultimi tre anni) e 4,9 servizi di guardia medica (anch’essi in calo). Il progressivo invecchiamento della popolazione spiega, invece, la crescita progressiva, da 475 mila nel 2007 a 533 mila nel 2009, dei pazienti assistiti al proprio domicilio, l’84% dei quali è ultrasessantacinquenne.

Lo stato di salute è buono, più per gli uomini che per le donne. La percezione dello stato di salute rappresenta un indicatore globale dello stato di salute della popolazione, molto utilizzato in ambito internazionale. Nel 2012, il 71,1% della popolazione ha fornito un giudizio positivo del proprio stato di salute; la percentuale è più alta fra gli uomini (75,3%) che fra le donne (67,1%). Quanto alle patologie croniche, il 38,6% delle persone dichiara di esserne affetto, ma la percentuale sale notevolmente, raggiungendo l’86,1%, fra gli ultrasettantacinquenni. Le malattie croniche più diffuse sono l’artrosi/artrite (16,7%), l’ipertensione (16,4%), le malattie allergiche (10,6%), l’osteoporosi (7,7%), la bronchite cronica e l’asma bronchiale (6,1%) e il diabete (5,5%).

Il pranzo a casa, espressione dell’Italian style of life. Nel nostro Paese fatica a prendere piede l’abitudine a consumare un pasto veloce fuori casa: ancora nel 2012 il 74,3% delle persone pranza generalmente a casa e la percentuale è in crescita (+1,2%) rispetto all’anno precedente, soprattutto tra i giovani di 25-34 anni (+4,1%). Fortemente diffusa è anche la consuetudine a fare una colazione “adeguata” al mattino: circa otto persone su 10 abbinano al caffè o al tè alimenti nutrienti come latte, biscotti, pane.

Il fumo più diffuso fra i giovani e le signore di mezza età. L’abitudine al fumo è stabile negli ultimi anni e coinvolge il 21,9% della popolazione over 14. Anche nel 2012 a fumare sono soprattutto gli uomini (27,9%) rispetto alle donne (16,3%), ma la quota di persone dedita al tabagismo è nettamente più elevata fra i giovani 25-34enni (35,9%) e fra le signore di 45-54 anni (23,4%). I non fumatori rappresentano la maggioranza della popolazione di 14 anni e più (54,2%), con evidenti differenze di genere: il 41,2% degli uomini e il 66,3% delle donne. In un anno, la quota di popolazione adulta non dedita al fumo aumenta di un punto e mezzo percentuale.

Giustizia

Al giudice di pace quattro procedimenti su dieci. Nel 2010 diminuiscono, rispetto all’anno precedente, sia i procedimenti civili sopravvenuti in primo grado (-1,5% sul 2010) che i pendenti (-1,0%), mentre aumentano quelli esauriti (+1,4%). Presso l’ufficio del giudice di pace viene trattato il 40% dei procedimenti di primo grado; spetta ai tribunali il restante 59,8%. Si conferma nel 2011 il trend discendente dei protesti, che passano da 1.450.032 a 1.385.416 (-4,5%), per un valore complessivo di circa 3,7 miliardi di euro (erano quattro l’anno precedente) e un importo medio unitario di circa 2.659 euro.

L’affido condiviso dei minori sempre più adottato in caso di separazione o divorzio. Nel 2010 le separazioni risultano ancora in aumento (+2,6%, per un totale di 88.191 procedimenti), mentre diminuiscono lievemente i divorzi (-0,5%, pari a 54.160); nello stesso anno ogni 1.000 matrimoni si contano 307 separazioni e 182 divorzi. Prosegue la crescita dell’affido condiviso dei figli minori, che si conferma la soluzione più diffusa sia nei casi di separazione (89,8%) che in quelli di divorzio (73,8%); scende, di conseguenza, il ricorso alla custodia esclusiva dei figli alla madre, che fino al 2006 era la tipologia di affidamento più frequente (9,0% contro 58,3% del 2006 per le separazioni; 23,4% contro 67,1% del 2006 per i divorzi). I figli minori coinvolti sono 65.427 nei casi di separazione e 23.545 in quelli di divorzio.

Reati ancora in calo. Nel 2010 sono stati 2.621.019 i delitti denunciati all’autorità giudiziaria dalle forze di polizia, lo 0,3% in meno dell’anno precedente. Tra le tipologie di delitto, l’unico deciso incremento si registra per lo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione (+21,0%); calano, invece, le denunce per usura (-19,4%), gli omicidi volontari (-10,2%) – ancora di più quelli imputabili a organizzazioni di tipo mafioso (-23,3%) – e le rapine (-5,8%).

Aumenta il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Alla fine del 2011 risultano in corso 22.423 misure alternative alla detenzione (affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, detenzione domiciliare, libertà vigilata, libertà controllata, semidetenzione), in aumento del 21,6% rispetto all’anno precedente. Queste misure riguardano donne nell’8,2% dei casi, nel 15,7% stranieri e nel 17,1% persone dipendenti da alcool e droghe. Come nel 2010, le misure più utilizzate sono l’affidamento in prova al servizio sociale (44,4%) e la detenzione domiciliare (37,3%).

In lieve diminuzione i detenuti, uno su cinque lavora. Diminuiscono lievemente i detenuti nelle carceri italiane: nel 2011 sono 66.897, l’1,6% in meno dell’anno precedente. Nel 4,2% dei casi si tratta di donne, mentre gli stranieri sono il 36,1%. Un detenuto su cinque lavora, in massima parte (83,8%) alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria. Il problema del sovraffollamento continua a rappresentare una criticità delle carceri italiane, per quanto il rapporto tra detenuti presenti e posti letto previsti sia sceso a livello nazionale, passando da 151 del 2010 a 146,4 del 2011. La situazione è mediamente più critica nel Nord (157,5 detenuti per 100 posti letto), ma anche nel Mezzogiorno e al Centro i valori sono ben lontani da quello ottimale. La capienza massima delle carceri viene superata in tutte le regioni italiane con l’eccezione del Trentino-Alto Adige (72,3 detenuti presenti per 100 posti letto) e tocca il picco massimo di 182 detenuti per 100 posti letto in Puglia.

Istruzione

In lieve diminuzione il numero di iscritti alle scuole superiori. Sono 8.965.822 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2010/2011, circa 2.200 in meno rispetto a quello precedente; per il terzo anno consecutivo, a scendere sono soprattutto gli iscritti alle scuole secondarie di secondo grado (-24.145 unità). Il tasso di scolarità si attesta ormai da qualche anno intorno al cento per cento per la scuola primaria e per la secondaria di primo grado, mentre subisce un’ulteriore flessione, dal 92,3% del 2009/2010 al 90%, quello riferito alla scuola secondaria di secondo grado. I giovani che ripetono l’anno nelle scuole secondarie di secondo grado rappresentano il 7% degli iscritti (8,6% maschi e 5,3% femmine). La selezione scolastica è più forte nel passaggio dal primo al secondo anno: infatti, la percentuale di alunni respinti sale al 19,1%. Gli esami di terza media sono superati dalla quasi totalità degli studenti (99,7%); tuttavia, solo il 7,9% supera l’esame con il voto più elevato, mentre il 55,7% consegue il titolo con un voto uguale o inferiore al “sette”. L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana: la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore raggiunge il 34,5% (33,9% nel 2009/2010), mentre sale all’11,2% la quota di chi possiede un titolo di studio universitario.

All’università più giovani del Sud e donne. I giovani iscritti per la prima volta all’università nell’anno accademico 2010/2011 sono circa 288.000, circa 6.400 in meno rispetto all’anno precedente (-2,2%). Si conferma, dunque, il trend negativo delle immatricolazioni iniziato nel 2004/2005, che ha riportato il numero di nuove iscrizioni a un livello inferiore a quello rilevato alla fine degli anni Novanta. La diminuzione riguarda i corsi di laurea del vecchio ordinamento (-8,6%) e quelli di durata triennale (-1,9%), ma anche i corsi di laurea specialistica/magistrale a ciclo unico fanno registrare un calo del 3,3%. La popolazione universitaria è composta da 1.781.786 studenti, valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, con una mobilità territoriale piuttosto elevata. La partecipazione agli studi universitari risulta particolarmente alta in Molise, Abruzzo, Basilicata: in queste regioni più di un residente di 19-25 anni su due è iscritto a un corso accademico. La scelta universitaria coinvolge maggiormente i diplomati dei licei: il 60,8% si dichiara, nel 2011, studente a tempo pieno contro il 19,9% dei diplomati degli Istituti tecnici e il 6,7% di quelli degli Istituti professionali. Le donne sono più propense degli uomini a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria (le diplomate che si iscrivono a un corso universitario sono circa 67 su 100, i diplomati quasi 56), ma anche a portare a termine il percorso accademico. Infatti, tra i laureati triennali e a ciclo unico (ossia tra coloro che hanno conseguito almeno un titolo di formazione universitaria), il tasso di conseguimento della laurea (laureati per 100 venticinquenni) è del 37,8% per le donne contro il 25,5 degli uomini. Fra coloro che hanno concluso percorsi “lunghi” (corsi di durata da quattro a sei anni e delle lauree specialistiche biennali) le laureate sono 22,6 ogni 100 venticinquenni e i laureati 15,1 ogni 100. Nel 2011 il 48,8% dei diplomati del 2007 svolge un’attività lavorativa, il 16,2% è in cerca di un’occupazione e il 31,5% è impegnato esclusivamente negli studi universitari. A quattro anni dalla laurea, invece, lavora il 69,4% dei laureati in corsi a ciclo unico, il 69,3% di quelli laureati nei corsi triennali e l’82,1% dei laureati in corsi specialistici biennali.

Attività culturali e sociali varie

Si interrompe il trend negativo della produzione libraria. Oltre 40 milioni e 134.000 persone hanno visitato, nel 2011, i 424 luoghi di antichità e arte (di cui 209 musei e gallerie e 215 monumenti e aree archeologiche) presenti nel nostro Paese, con un notevole incremento rispetto all’anno precedente (quasi tre milioni in più). Nello specifico, aumentano di circa il 14% i visitatori degli istituti a ingresso gratuito (oltre un milione 803 mila) e del 4% i visitatori degli istituti a pagamento (+993 mila). Nel 2010 sono stati pubblicati 63.800 libri (rispetto ai 57.558 dell’anno precedente), per una tiratura complessiva di oltre 213 milioni di copie (quasi quattro volumi per ogni abitante). La produzione editoriale registra una ripresa sia per i titoli (+10,8% in un anno) che per la tiratura (+2,5%).

Calano i consumi culturali fuori casa. Nel 2012 il 63,8% della popolazione di sei anni e oltre ha fruito di almeno uno spettacolo o intrattenimento fuori casa, una quota inferiore a quella del 2010 (67,1%). Aumentano, di conseguenza, le persone che non hanno partecipato a spettacoli o eventi culturali fuori dalle mura domestiche, cui corrisponde una quota del 35%, il valore più elevato degli ultimi sei anni. Nel generale calo dei consumi culturali, il cinema continua a raccogliere il maggior pubblico: infatti, una persona su due è andata almeno una volta a vedere un film in sala (il 49,8% della popolazione di sei anni e più). Nella graduatoria seguono le visite a musei e mostre (28%), gli spettacoli sportivi (25,4%), le visite a siti archeologici e monumenti (21,1%), la frequentazione di discoteche e balere (20,6%), il teatro (20,1%), gli altri concerti di musica (19%) e, all’ultimo posto, i concerti di musica classica, che interessano appena il 7,8% della popolazione. Il teatro è l’unica attività fuori casa, fra quelle considerate, in cui la partecipazione femminile è maggiore rispetto a quella maschile (il 22,2% delle donne contro il 17,9% degli uomini). Pur in calo, guardare la televisione è un’abitudine consolidata per il 92,4% delle persone di tre anni e più (94,0% nel 2011). L’ascolto della radio è meno diffuso, interessa il 58,3% della popolazione, ma è in aumento (dal 57,8% al 59%) la percentuale dei “fedelissimi”, ovvero coloro che la ascoltano tutti i giorni.

Si riduce il gap tra Nord e Sud nella lettura di libri. Meno diffusa è l’abitudine alla lettura di libri e giornali, sebbene la lettura dei libri sia l’unico consumo culturale, a livello nazionale, a non conoscere flessioni nel 2012. Nell’anno in corso legge un quotidiano almeno una volta a settimana il 52,1% delle persone in età scolare, mentre il 46,0% si dedica alla lettura di libri. I giovani di 11-14 anni sono i lettori più accaniti (60,8%), pur registrando un calo in confronto a un anno prima (62%). Gli uomini leggono di più i quotidiani (58,0% contro il 46,6% delle donne), le donne preferiscono i libri (51,9% contro il 39,7% degli uomini) e ne leggono in maggior numero. Si riduce il divario fra Mezzogiorno e resto del Paese per la lettura di libri: tra i residenti di questa area la quota di lettori raggiunge il 34,2% nel 2012, contro il 32,7% dell’anno precedente.

Italiani sempre più tecnologici e internauti. Gli utilizzatori del personal computer crescono di anno in anno: nel 2012 sono il 52,3% della popolazione di tre anni e oltre (52,2% nel 2011). L’uso del pc tocca il livello massimo tra i 15 e i 19 anni (quasi nove ragazzi su dieci), ma gli utilizzatori aumentano anche fra i 65-74enni (17,2% contro il 14,9% di un anno prima). Parallelamente, l’uso di Internet continua a mostrare un andamento crescente, coinvolge il 52,5% della popolazione di sei anni e più (51,5% nel 2011). A livello territoriale, permane uno squilibrio sia nell’uso del pc (Nord 57,0%, Centro 54,3%, Mezzogiorno 44,9%), che in quello di Internet (Nord 57,3%, Centro 55%, Mezzogiorno 44,6%).

Lavoro

Aumentano gli occupati adulti, a seguito della riforma delle pensioni. Nel 2011 sono 22.967.000 gli occupati, in aumento – dopo due anni di discesa – di 95.000 unità rispetto all’anno precedente. Il risultato complessivo è la sintesi di una riduzione della componente italiana, controbilanciata dall’aumento di quella straniera (+170.000 unità). La quota di lavoratori stranieri sul totale degli occupati raggiunge il 9,8% (9,1% nel 2010). Gli occupati crescono sia nella classe di età centrale, fra i 35 e i 54 anni (+143.000 unità), sia soprattutto fra gli over55 (+151.000 unità). L’aumento dell’occupazione nelle classi di età più adulte può essere ricondotta ai requisiti sempre più stringenti per accedere alla pensione, che spostano in avanti il momento di uscita dal mercato del lavoro. Considerando la posizione professionale, la crescita degli occupati riguarda esclusivamente i lavoratori dipendenti (+130.000 unità), mentre gli indipendenti tornano a ridursi (-0,6%, pari a -36.000 unità) dopo il leggero incremento osservato nel 2010. A livello di settore di attività economica, l’agricoltura registra una nuova flessione (-1,9%, pari a 16.000 unità in meno), mentre l’industria in senso stretto segna, dopo tre anni di calo, un moderato recupero (+1,4% pari a +63.000 unità). Prosegue a ritmi più sostenuti il calo nelle costruzioni (-5,3% pari a -102.000 unità) mentre nei servizi l’occupazione torna a crescere (+1%, pari a 151.000 unità in più), dopo la sostanziale stabilità del 2010. Il tasso di occupazione è al 56,9%, valore che si mantiene ampiamente al di sotto della media Ue (64,3%); quello maschile si attesta al 67,5%, mentre il tasso riferito alle donne si posiziona  al 46,5%. Rimangono ampi i divari territoriali, con il tasso di occupazione che al Nord è oltre venti punti più elevato di quello dell’area meridionale Dopo tre anni di incremento, nel 2011 il numero delle persone in cerca di occupazione è rimasto sostanzialmente invariato rispetto a un anno prima; pressoché stabili sono stati anche i tassi di disoccupazione (all’8,4%) e di inattività (al 37,8%, un decimo di punto in meno rispetto al 2010).

Famiglie e aspetti sociali vari

Nelle Asl i tempi di attesa più lunghi. Nel 2012 le famiglie denunciano difficoltà di accesso ai servizi di pubblica utilità, in particolare per il pronto soccorso (52,7%), le forze dell’ordine (37,2%), gli uffici comunali (33,7%), i supermercati (28,5%) e gli uffici postali (25,3%). Permangono differenze a livello territoriale: le famiglie meridionali hanno più problemi nell’accesso ai servizi, ma il divario diventa più contenuto nel caso di negozi di generi alimentari. La popolazione di 18 anni e più che ha utilizzato almeno una volta nell’anno i servizi di sportello varia dal 69,4% degli uffici postali al 43,4% degli uffici anagrafici. In una situazione intermedia (48,1%) si collocano gli uffici amministrativi delle Asl. Per l’erogazione dei servizi dalle Asl la percentuale di cittadini che lamenta tempi di attesa oltre i 20 minuti è ben superiore a quella relativa agli uffici anagrafici: 50,8% (in aumento dal 48,5% del 2011) contro 19,7% (17,3% nel 2011).

Volontari più presenti al Nord. Nel 2012 risulta sostanzialmente stabile rispetto a un anno prima la partecipazione dei cittadini ad attività sociali e di volontariato. Il 9,7% delle persone di 14 anni e più è impegnato in attività gratuite di volontariato, l’8,9% in associazioni culturali, mentre il 14,7% si limita a versare soldi a un’associazione. Le attività di volontariato coinvolgono il 13,1% dei cittadini over14 al Nord, l’8,1% al Centro e il 6% nel Mezzogiorno.

I sedentari molto più numerosi degli sportivi. Nel 2012, il 21,9% della popolazione di tre anni e più pratica uno o più sport con continuità, il 9,2% vi si dedica saltuariamente, mentre il 29,2% svolge almeno qualche attività fisica, come fare passeggiate, nuotare o andare in bicicletta. I sedentari rappresentano il 39,2% del totale, con le donne più numerose degli uomini (43,5% contro 34,6%).

Più di sette famiglie su 10 vivono in case di proprietà. Nel 2011 il 72,4% delle famiglie è proprietario dell’abitazione in cui vive, mentre il 18% paga un canone d’affitto. Tra le famiglie in affitto il 73,5% vive in abitazioni di proprietà di un privato, il 20,8% in case di proprietà di enti pubblici (in calo dal 22,2% nel 2010). Fra le principali utenze domestiche, a incidere di più sul budget familiare sono, nell’ordine, la bolletta del gas (2,2% della spesa totale), quella dell’energia elettrica (1,8%) e la bolletta telefonica (1,4%).

Una famiglia su tre possiede il condizionatore d’aria. Prosegue nel 2011 il processo di diffusione di alcuni beni durevoli, dal telefono cellulare (presente nell’89,6% delle famiglie), al personal computer (56,8%), alla lavastoviglie (45,3%), ai condizionatori d’aria (33,4%).

Trasporti e telecomunicazioni

Cresce il traffico merci su ferrovia, ma quello su strada è di gran lunga prevalente. Nel 2010 circa 839 milioni di passeggeri hanno utilizzato il trasporto ferroviario, per un totale di oltre 47 miliardi di passeggeri-chilometro. Rispetto all’anno precedente i passeggeri risultano in aumento del 4,9% mentre i passeggeri-chilometro scendono del 2%. Sono oltre 84 milioni le tonnellate di merci trasportate via ferrovia, il 10,6% in più di un anno prima. Ammontano, invece, a 1 miliardo e 527 milioni le tonnellate di merci trasportate su strada. Nel 2011, la quota prevalente del trasporto continua a indirizzarsi verso il traffico su strada: sono oltre 42 milioni gli autoveicoli circolanti e fra questi si contano più di 37 milioni di autovetture.

L’automobile resta la passione degli italiani. Tra i mezzi di trasporto privato il più utilizzato è ancora l’automobile. Nel 2012 sette occupati su 10 (69,3%) la usano come conducenti negli spostamenti per recarsi al lavoro e poco più di un terzo degli studenti (34,7%) come passeggeri per andare a scuola. Nel 2012 poco meno di un quarto della popolazione di 14 anni e oltre usa i mezzi pubblici urbani, il 16,3% quelli extra-urbani mentre il 28,5% ha preso almeno una volta il treno. Rispetto alla qualità del servizio erogato, in particolare per quel che riguarda la frequenza delle corse, la puntualità e il posto a sedere, gli utenti dei pullman extra-urbani sono più soddisfatti di coloro che utilizzano autobus e treno. Rimangono sostanzialmente stabili rispetto al 2011 le quote di utenti soddisfatti per la puntualità dei treni (50,1%) e la possibilità d trovare posto a sedere (64,6%).

Credito e assicurazione

In forte crescita i depositi bancari, quasi due terzi in mano a famiglie e istituzioni private. Nel 2011 sono attivi 33.607 sportelli bancari, 5,5 ogni 10.000 abitanti. La distribuzione sul territorio non è però omogenea, raggiunge il valore più alto in Trentino-Alto Adige (9,3) e quello più basso in Calabria (2,6). Alla fine del 2011 l’ammontare dei depositi bancari ha superato i 1.142 miliardi di euro, in aumento del 24,7% nel confronto con l’anno precedente. Quasi due terzi appartengono a famiglie e istituzioni sociali private, il 14,9% a società non finanziarie, il 3,7% ad amministrazioni pubbliche e il 9,0% a società finanziarie. Gli impieghi realizzati dalle banche sono pari a 1.900 miliardi di euro (+14,8% rispetto al 2010). Il 46% degli impieghi riguarda finanziamenti a società non finanziarie, il 13,3% finanziamenti ad amministrazioni pubbliche, il 31,8% a famiglie e istituzioni sociali private e l’8,9% a società finanziarie.  Per il comparto assicurativo, la raccolta complessiva dei premi nel 2010 è di 125 miliardi 720 milioni di euro, dei quali 90 miliardi 114 milioni relativi al ramo vita e 35 miliardi 606 milioni al ramo danni. In quest’ultimo settore la raccolta diminuisce del 2,9%, mentre aumenta dell’11,1% nel ramo vita. Sul totale dei premi raccolti, il peso dell’attività del settore vita è decisamente più alta di quella del settore danni (71,7% contro il 28,3%). Le uscite per sinistri ammontano a quasi 91 miliardi di euro. Di questi, oltre 65 miliardi hanno interessato l’assicurazione vita e capitalizzazione e 25,6 miliardi l’assicurazione contro i danni.

Condividi: