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Lavoro libero e lavoro schiavo

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“Il lavoro libero si distingue dal lavoro schiavo perché è basato sulla libera contrattazione dei compensi. Stipulare un contratto significa rispetto della parola data sia da parte del lavoratore che del datore del lavoro. Con la flessibilità salariale si altera arbitrariamente il valore del compenso corrisposto al lavoratore perché se ne svuota arbitrariamente ed unilateralmente il potere d’acquisto. Questa truffa non è imputabile al datore di lavoro, ma al vertice della banca centrale che la attua col pretesto di difendere il potere d’acquisto della moneta e lo fa nel proprio interesse in quanto ne ha la proprietà sin dall’emissione (perché emette prestando e prestare denaro è prerogativa del proprietario). In tal modo ciò che viene rispettato come obbligo contrattuale è la sola espressione numerica della somma di denaro corrisposta come salario, non il suo valore. Nelle tasche del lavoratore va infatti il valore monetario che varia col variare dell’inflazione. E siccome l’inflazione è causata, non dal datore di lavoro, ma dalla banca centrale, che ne lamenta poi la necessità di controllarla e ridurla, ed è in grado di prevederla e prevenirla perché è in grado di causarla, appare in tutta evidenza l’assurda recita quotidiana degli attori della drammatica commedia della conflittualità contrattuale: Bankitalia, Confindustria, CGIL, CISL, UIL. Chi comanda il gioco è il padrone dei soldi che li emette prestandoli anche agli industriali. E gli industriali devono accettare le proposte perché questi è in grado di concedere o negare il prestito di denaro di cui il mondo del lavoro ha bisogno come l’aria per respirare.

È ovvio che il problema della conflittualità contrattuale si può risolvere solo con la proprietà popolare della moneta. Attribuendo ad ogni cittadino, all’atto dell’emissione, la sua quota di valore monetario come reddito di cittadinanza, si rafforza una volta per sempre la posizione del contraente più debole perché lo si libera dai bisogni di prima necessità. In tal modo il lavoratore accetta il contratto di lavoro perché lo ha voluto, non perché è stato costretto ad accettarlo.

Il regime della proprietà popolare della moneta ed il reddito di cittadinanza conviene sia ai datori di lavori che ai lavoratori, perché finalmente anche per i contratti di lavoro torna a valere la regola del “tener fede alla parola data” che da affidamento e stabilità di cui oggi il mondo del lavoro ha necessità esasperata.

Va inoltre posto in evidenza che si risolverebbe anche il problema della c.d. robotizzazione. Oggi i robot sono considerati con ostilità dai sindacati perché il loro uso aumenta la disoccupazione. Attribuendo al cittadino il reddito monetario di cittadinanza esso potrà essere utilizzato per comprare i prodotti dei robot a prezzi più bassi per la riduzione dei costi, realizzando così anche una politica di deflazione monetaria.

Ultimo, ma non minore argomento, è la circostanza che col reddito di cittadinanza si darebbe attuazione al 2° comma dell’art. 42 della Costituzione Italiana che sancisce l’accesso alla proprietà per tutti in un diritto sociale universale. Questa norma è stata sistematicamente ignorata da tutti i governi di uno stato che pur si dichiara costituzionale, a conferma della regola pancia piena non crede a pancia vuota, che pur essendo ignorata dalla Costituzione ha tuttavia piena rilevanza giuridica”. Giacinto Auriti, il primo che iniziò a parlare negli anni Settanta di signoraggio bancario, di moneta, di sistema bancario

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Il costo del lavoro in Italia e in Europa

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In Italia un’impresa paga i propri dipendenti circa 28 euro e 30 centesimi: poco meno della media Eurozona di 29 euro orari, ma più della media Ue che è di 24 euro e 60 centesimi. In tutta Europa ci sono paesi dove conviene delocalizzare sia per una fiscalità migliore, ma soprattutto perché il costo del lavoro è più basso.

Italia a metà classifica in un’Europa più divisa che mai dal costo del lavoro. È la fotografia scattata da Eurostat, l’Istituto di statistica dell’Unione europea, che ha appena diffuso i dati del 2014 dei 28 Stati membri Ue. Agli estremi opposti stanno Bulgaria, con meno di 4 euro all’ora, e Danimarca (40,3 euro).

In Italia un’ora di lavoro costa mediamente a un’impresa 28,3 euro, meno della media dell’Eurozona (29 euro) ma più della media Ue (24,6 euro), che comprende Paesi molto meno cari per le imprese e dove quindi si tende a delocalizzare, come Bulgaria (3,8 euro per ora) o Romania (4,6 euro per ora). L’Italia però segna un incremento del costo del lavoro che è inferiore alla media sia dell’Eurozona che della Ue. Tra il 2013 e il 2014, il costo del lavoro in Italia è cresciuto dello 0,7%, a fronte di un incremento dell’1,1% nell’Eurozona e dell’1,4% nell’Ue.

In Italia il 28,2% del costo del lavoro è determinato da fattori non legati allo stipendio dei dipendenti, come i contributi pagati ai lavoratori. In questo l’Italia sconta un gap competitivo nei confronti della Germania, dove i costi non salariali pesano solo per il 22,3% ma non della Francia (33,1%), che vanta un non invidiabile record europeo. Il nostro Paese è comunque il terzo più “caro” nella Ue per costi non salariali dei salari dietro appunto alla Francia, e alla Svezia (31,6%). Nei 19 Paesi membri dell’Eurozona i costi non salariali sono in media del 26,1%, e nei 28 Paesi dell’Ue del 24,4%: i più bassi sono a Malta (6,9%) e in Danimarca (13,1%).

Sono quattro i Paesi in cui lo scorso anno il costo del lavoro è diminuito: Cipro, Portogallo, Croazia e Irlanda. Tre di questi sono Stati salvati dalla Ue e non è un caso, perché hanno subìto un processo di “svalutazione interna” legato alle dure politiche di austerità cui sono stati soggetti. La svalutazione interna è un modo di rendere più competitivo il proprio export attraverso un abbassamento dei salari e un aumento della produttività; è quindi un’alternativa alla classica svalutazione della moneta, che non è possibile all’interno di un’Unione monetaria come l’Eurozona. Il caso più emblematico è la Grecia, dove il costo del lavoro orario era nel 2014 di 14,6 euro e sei anni prima di 16,8 euro.

Nella stessa Spagna, altro Paese duramente colpito dalla crisi ma che ora sta rialzando la testa con risultati oltre le aspettative, negli ultimi tre anni il costo del lavoro è rimasto praticamente invariato intorno ai 21 euro all’ora. I maggiori aumenti sono invece stati registrati in Estonia (+6,6%), Lettonia (+6%) e Slovacchia (+5,2%). L’Est Europa resta però molto lontano dalla vecchia Europa.

(Fonte Il Sole 24 Ore)

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La menzogna dei MiniJob alla tedesca

MiniJob

Che cosa sono i MiniJob? Qual è la funzione e lo sviluppo di queste forme di lavoro atipico? Spesso tirati in ballo, anche da Renzi. Ma le informazioni che arrivano in Italia sono sempre deformate. Vediamo perchè.

I MiniJobs nell’ordinamento del mercato del lavoro tedesco, sono paragonati alla tipologia dei lavori atipici. Attraverso l’introduzione dei MiniJobs si sono si creati, in Germania, due milioni e mezzo di posti di lavoro per bassi salari. Ma per contrappeso sono stati eliminati 340 mila posti di lavoro stabili a tempo pieno, causando gravi danni al sistema di sicurezza sociale per i bassi introiti della contribuzione per la cassa malattia.

I MiniJob rientrano tra le forme di lavoro subordinato etichettate con il nomen iuris di geringfügige Beschäftigung, ossia di lavori atipici, conosciuti nell’ordinamento tedesco sin dal 1977. Grazie alla riforma Hartz dal primo di aprile 2003 sono stati introdotte modifiche legislative creando nuove tipologie di MiniJobs (piccoli lavori).

Il numero di coloro che vivono soltanto di un MiniJobs è rimasto pressoché costante dal 2003 fino ai giorni nostri (4,9 milioni) mentre ad essere aumentato, o meglio ad essere pressoché raddoppiato è il numero dei cd. nebenjobber, ossia di coloro che uniscono ad un lavoro a tempo determinato o indeterminato anche un MiniJobs (si tratta di circa 2,7 milioni di persone).

L’aspetto positivo pare essere la riduzione del lavoro in nero e la disoccupazione: i MiniJobs, al pari del lavoro interinale e del lavoro part-time, hanno notevolmente contribuito a ridurre l’allarmante disoccupazione tedesca. Il Minijobbers senza un ulteriore impiego risulta disoccupato e più precisamente “lavoratore marginale” e può chiedere un lavoro più stabile all’ufficio del lavoro.

La critica diffusa per cui i Minijobber avrebbero salari orari da fame, a volte perfino inferiori ai 2 euro l’ora, sembra essere quanto mai demagogica. Come raccontava ai primi di ottobre la Frankfurter Allgemeine Zeitung, si tratta di casi limite, che si verificano più che altro nell’Est della Germania e contro i quali l’Agenzia federale del lavoro (BA) sta combattendo con un certo successo, viste le recenti pronunce dei tribunali del lavoro che hanno definito sittenwidrig, ossia contrario al buon costume, un salario così basso. I MiniJobs sono principalmente utilizzati nel settore commerciale da negozi, grandi magazzini, hotel e ristoranti, tutti i settori dove occorrono implementazioni temporanee del personale, ma anche in genere alle PMI.

MiniJobs del settore commerciale: retribuzione, orari e tutele sociali. Si tratta di lavori con uno stipendio massimo di 450 euro mensili e con un limite di ore (almeno formalmente) di circa 15 ore settimanali. Tuttavia, non esistendo in Germania un salario minimo gli accordi tra le parti possono sono diversi e il Minijobbers trovarsi a lavorare più ore delle 15 canoniche. Dal punto di vista giuslavoristico in genere per MiniJobber valgono le stesse regole di il settore commerciale comprende tutti i processi che non sono esercitati in case private – tradotto letteralmente dal tedesco – “per le quali si applica la famiglia cosiddetta check-procedu lavoro “normali”. Il MiniJobber ha diritto alla continuazione del pagamento del salario in caso di malattia e di ferie.

Costi per il datore di lavoro: paga il 2% al fisco e il 28% alla previdenza sociale (il 15% al fondo pensioni e il 13% per la malattia), più altri contributi di minor importi e i premi per l’assicurazione contro gli infortuni da determinarsi caso per caso). Per MiniJobber applica la stessa protezione contro il licenziamento delle lavoratrici dipendenti a tempo pieno (Protection Act) compresa la legge sulla protezione della maternità ai sensi della quale ha diritto anche a prestazioni economiche. Più precisamente, sono a carico del datore di lavoro contributi di cui le aliquote contributive sono le seguenti:

  • 13% della assicurazione sanitaria obbligatoria (non si applica ai sanitari assicurati mini-cottimisti privati) e
  • 15% dell’assicurazione pensionistica obbligatoria (il tasso di contribuzione dipendente contribuisce anche 3,9 punti).

L’importo a carico dei contributi del datore di lavoro:

  • 0,7%prelievo U1 (rimborso delle spese per il mantenimento di retribuzione in caso di malattia) dopo la legge sulla compensazione delle spese;
  • 0,14%prelievo U2 (rimborso delle spese di maternitàedivieti di occupazione durante la gravidanza), dopo la legge sulla compensazione delle spese (7);
  • 0,15% prelievo U3 (contributi previdenziali insolvenza) dopo il terzo libro del codice sociale.


Escludendo l’imposta forfettaria del 2% il datore di lavoro in aggiunta al salario deve spendere 30.99% dello stesso salario.

Il prelievo U1 in Germania è un contributo obbligatorio per alcuni datori di lavoro volto a finanziare la solidarietà della compensazione per le spese del datore di lavoro per assicurare la retribuzione ai lavoratori in caso di malattia. Alla ripartizione partecipano quei datori di lavoro che occupano più di 30 dipendenti. Con questo metodo cosiddetto U1-metodo si evita che i datori di lavoro più piccoli siano troppo oberati finanziariamente per soddisfare le rivendicazioni salariali dei loro dipendenti in merito alla retribuzione durante la malattia.

Il prelievo U2 è un metodo attraverso il quale i datori di lavoro compensano gli oneri finanziari della tutela della maternità. La base giuridica è la legge sul risarcimento delle spese del datore di lavoro per il pagamento continuato del salario. Il prelievo U2 è obbligatorio dal 1 Gennaio 2006 per tutti i datori di lavoro mentre in precedenza, i datori di lavoro più grandi erano esclusi dal pagamento dei contributi e delle prestazioni.

Il prelievo U3 (assegnazione dei fondi di insolvenza) in Germania è un metodo di compensazione per finanziare il fondo di insolvenza.

In realtà l’utilizzo esteso dei Minijobs potrebbe divenire una bomba a orologeria contro il sistema pensionistico a causa del minore ammontare dei contributi versati. Stando a un rapporto del Ministero del Lavoro tedesco, le contribuzioni per la previdenza pubblica degli impiegati dei Minijobs, daranno loro diritto solo a 3,11 euro di pensione al mese per ogni anno di lavoro che moltiplicati, ad esempio per 37 anni, danno una pensione mensile di euro 115,07. Se questo ancora può valere per i Minijob nelle abitazioni private (sempreché il lavoratore rinunci al versamento della propria quota), l’impatto sulle future pensioni dei Minijobber del settore commerciale sembra essere meno devastante.

E se i Minijob li potessero utilizzare le nostre PMI? Dunque, il costo totale di un Minijobbers del settore commerciale di aggira intorno circa ad euro 7.080 annui. Ad esempio, prendiamo il costo del lavoro di un’azienda di servizi italiana anno 2014, con 7 addetti di cui 2 impiegate e 5 operai (più 4 soci lavoratori), pari a € 229.228,00 (senza conteggiare quello che alcuni ritengono il costo per IRAP) di cui € 31.590,00 imputabili al sig. Rossi e € 31.013,00 per il sig. Verdi, entrambi operai con mansioni esecutive però agevolmente sostituibili con 4 Minijobbers con orario di lavoro pari a circa 15-20 ore settimanali ciascuno. Abbiamo assunto come costo del singolo Minijobbers € 7.080 annui che moltiplicato per 4 è pari a € 28.320. Il sig. Verdi e il sig. Rossi costavano complessivamente alla nostra azienda (€ 31.013,00 + € 31.590,00) e € 62.603,00 mentre i 4 Minijobbers costerebbero € 28.320. La nostra azienda conseguirebbe un risparmio di € 62.603,00 – € 28.320,00 = 34.283,00. In percentuale la nostra azienda risparmierebbe ben il 14,95% del costo del lavoro attuale (34.283,00/229.228,00 x 100).

*Matteo Mazzon – bollettino ADAPT 

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Cuba: Vivere con 15 euro al mese arrangiandosi

Cuba salario statale

A Cuba il salario medio è di 471 pesos al mese (20 dollari, 14,7 euro). Ben sotto la soglia di povertà che è fissata ad un dollaro al giorno per i paesi dell’area. I medici, la principale fonte di reddito del Paese in valuta estera, possono guadagnare 30-40 euro, ma molte persone vivono con soli 10 euro al mese. Tutto questo succede nonostante la parziale apertura all’economia di mercato voluta tempo fa dal presidente Raul Castro. La maggior parte dei lavoratori è costretta a ingegnarsi per integrare le proprie entrate e sbarcare il lunario. Ma intanto le disuguaglianze stanno crescendo.

Tutti gli abitanti dell’isola hanno diritto alla libreta, un carnet di prodotti alimentari sovvenzionati, in vendita a prezzi calmierati, che però non permettono di sfamarsi per più di dodici giorni. Le merci sono distribuite da un certo numero di aziende del quartiere (uno per il latte e le uova, un altro per le carne, un altro per il pane, uno più grande per il cibo secco e tutto il resto, dal caffè al petrolio o sigarette). Ogni negozio ha un dipendente che scrive il valore dato alla famiglia.

La libreta prevede una distribuzione mensile strettamente razionata dei componenti essenziali dell’alimentazione e della vita quotidiana: riso, pasta, fagioli, olio, zucchero, sale, un po’ di caffè e di dentifricio, sporadicamente altri prodotti come la polpa di pomodoro e il pollo. La razione di “proteine” consiste in un miscuglio di carne macinata e farina di soia, sufficiente per quattro hamburger al mese. L’unica salvezza e fonte affidabile di proteine sono le dieci uova fornite.

Per cercare di sopravvivere non resta che l’arte di arrangiarsi. C’è chi si dedica al furto e chi acquista al mercato nero ciò di cui ha bisogno. Così, appena possibile, si cerca di accaparrarsi un pesce, rubato o pescato clandestinamente, una maglietta o un pacchetto di detersivo. C’è chi si porta sempre appresso un sacco di plastica per cogliere al volo eventuali opportunità che si presentassero. È possibile perfino che ci si veda proporre delle mele che, per misteriosi motivi legati all’agricoltura pianificata, sono assenti dall’Avana da mesi.

Il mercato nero è alimentato anche dal via libera, dato ai cubani l’anno scorso, di uscire e rientrare liberamente sul suolo nazionale. I vestiti indossati dai cubani vengono spesso dagli Stati Uniti. Chi per esempio vola a Miami, può tornare con un bagaglio di 30 chili. La mercanzia è venduta porta a porta e anche sul posto di lavoro.

Il governo cubano riconosce che i salari bassi sono un problema “generale” sull’isola, ma ha sottolineato che i cubani non pagano i servizi di base come la sanità e l’istruzione. Il presidente cubano Raul Castro continua a ripetere che “i problemi relativi ai salari sono il principale ostacolo per l’aumento della produttività e dell’efficienza in molto campi, causando demotivazione, apatia e disinteresse per il lavoro, con conseguenti effetti nella disciplina del lavoro e nell’esodo dei lavoratori qualificati verso attività più remunerative, ma meno esigenti dal punto di vista professionale, producendo senza dubbio un processo di sottocapitalizzazione della forza del lavoro, cosa che ha colpito i rami industriali basilari, il Ministero della Costruzione e altri, come anche le sempre più negate promozioni verso posizioni direzionali”.

Non potendo ottenere investimenti stranieri significativi, come la ricapitalizzazione dei principali settori produttivi, l’economia cubana continuerà a muoversi in questo circolo vizioso, che chiaramente danneggia contro l’aumento del potere acquisitivo dei salari, il vero problema che colpisce la popolazione oggi.

I lavoratori più fortunati sono quelli del settore turistico o di altri comparti, che lavorano all’estero e inviano denaro in patria alle loro famiglie. Proprio i visitatori stranieri (2,85 milioni nel 2013) sono una fonte di ricchezza per gli abitanti dell’isola, grazie alle mance in valuta forte, il Cuc (Pesos Convertibili) usato dai turisti, che vale 75 centesimi di euro. Ma non tutti hanno contatti con i turisti, non tutti vivono di furti allo stato, Cuba non è solo Havana o grandi città, c’è tutto il resto dove vive il popolo cubano, senza entrate extra.

E pensare che a Cuba nessuno dice che si stava meglio quando si stava peggio, perché quando si stava peggio, negli anni del Periodo especial (1993-2003), era davvero peggio. Oggi tutti hanno un piatto di gongrì (riso e fagioli) la sera, e un tetto sotto il quale andare a buttarsi, ma soprattutto hanno imparato l’arte di arrangiarsi.

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La Germania è il modello da seguire?

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Negli ultimi dieci anni l’economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d’Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le “controriforme” di oggi, non vanno verso l’aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese – anche se imposte – da alcuni paesi della periferia. Se questi sapranno tenere duro, usciranno dalla crisi più competitivi; e la pole position di Berlino non è garantita per sempre.

Dieci anni fa, la Germania era considerata il malato d’Europa: la sua economia era impantanata nella recessione mentre quella degli altri paesi europei era in ripresa, il suo tasso di disoccupazione era superiore alla media dell’eurozona, il suo sistema finanziario era in crisi ed essa non riusciva a rispettare le norme europee sul deficit eccessivo. Oggi, invece, la Germania viene presentata come un modello da seguire. Nel valutare questo ribaltamento di condizioni, è utile operare una distinzione tra le misure di competenza dello Stato e quelle che ricadono nell’ambito d’azione delle parti sociali e della società in generale.

La sola area in cui la responsabilità di un governo è chiara e non controversa è quella della finanza pubblica. Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell’eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica – che nel 2003 era pari a quasi il 46% del pil, e quindi superiore alla media dell’eurozona – è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella “grande recessione”, la Germania aveva un’incidenza della spesa sul pil fra le più basse d’Europa.

Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell’epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l’adozione dell’euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell’elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un’analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda.

La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L’elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell’area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell’eurozona.

Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l’economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all’intensa concorrenza internazionale; ma anche in quel settore la performance tedesca non è la migliore fra i grandi paesi dell’eurozona. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero. Una riforma sostanziale del terzo settore sarebbe stata quindi auspicabile per generare incrementi significativi della produttività dell’economia: ma nel 2003 tutta l’attenzione era concentrata sulla competitività internazionale e sull’industria, e la riforma non c’è stata.

Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell’età pensionabile e controllo degli affitti. Va detto per inciso che nessun paese meridionale, e forse nessun altro paese membro, potrebbe introdurre un pacchetto di misure di questo tipo senza ricevere aspri rimproveri da Bruxelles (e da Berlino). Il che dimostra che il sistema di coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’area dell’euro è completamente asimmetrico. Comunque, tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.

Salario minimo. È prevista un’ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all’ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull’esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull’occupazione.
Riduzione dell’età pensionabile. Un’importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l’età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L’andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l’aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell’Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.

La conclusione generale è che alcuni elementi del “modello tedesco” potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell’area dell’euro. Un dura turo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l’ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l’Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell’Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L’elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un’aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.

Per fortuna, alcuni paesi periferici si vedono oggi costretti dai loro creditori a intraprendere riforme drastiche, non solo del mercato del lavoro, ma anche del settore dei servizi. Sono queste le riforme che – anche se inizialmente subite sotto imposizione – consentono un certo ottimismo, perché nel tempo favoriranno la produttività e la flessibilità, portando i paesi che le attuano a diventare più competitivi. La lezione che dobbiamo cogliere dalle alterne sorti dei paesi dell’area dell’euro negli ultimi dieci anni è che bisognerebbe evitare di prefigurare il futuro sulla base delle difficoltà di un dato momento. Le riforme intraprese oggi in alcuni paesi periferici sono molto più profonde di quelle attuate dalla Germania nei suoi momenti di difficoltà. I paesi che avranno il coraggio di persistere nello sforzo di riforma potrebbero uscirne molto più snelli e competitivi. Quelli che invece non ne saranno capaci (e l’Italia deve riuscire a evitare questo scenario), si troveranno bloccati nella trappola di una bassa crescita ancora per molto tempo. Quali saranno le condizioni dei singoli paesi fra dieci anni è materia del tutto incerta, ma la pole position tedesca non è garantita per sempre. I posizionamenti dei vari paesi nella graduatoria dell’economia europea potrebbero cambiare in qualsiasi momento.

*Daniel Gros – Aspen Institute Italia

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