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Gli altri crescono, Italia ferma da 15 anni

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L’Italia non cresce, questa è la drammatica situazione economica del nostro Paese secondo le stime del Centro studi di Confindustria. L’economia italiana appare “del tutto insoddisfacente”. Da quindici anni l’Italia è ferma al palo. Questo significa che oggi la macchina Italia produce 7-8 mila miliardi in meno di reddito di quello che faceva nel 2000. A forza di non fare niente, o di fare cose sbagliate, forse siamo arrivati al capolinea. Continue Reading

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Un futuro possibile



Nel nostro ultimo libro pubblicato in inglese “Decrescita: Un Vocabolario per una Nuova Era” (“Degrowth, a vocabulary for a new era“, ancora non edito in Italia ndr), non solo sosteniamo che la crescita economica stia diventando strutturalmente più difficile da perseguire nelle economie avanzate, ma anche che essa sia socialmente ed ecologicamente insostenibile. Il clima globale, il welfare, i vincoli sociali e più in generale tutti quegli elementi e valori che per varie epoche hanno resistito, sono ora sacrificati in nome di una nuova divinità rappresentata dalla crescita economica.

Così come si farebbe con un paziente in stato terminale, viene richiesto alla gente di soffrire senza fine, in nome di qualche decimo di punto percentuale di Pil in più per il profitto dei sempre meno (il ben noto 1 per cento).

In teoria la crescita sarebbe necessaria per ripagare i debiti, creare nuovi posti di lavoro o aumentare i redditi dei più poveri. In pratica abbiamo già avuto periodi di crescita sostenuta ma siamo ancora indebitati, i nostri giovani sono disoccupati e la povertà è più alta che mai. Ci siamo indebitati per crescere e ora siamo obbligati a crescere per sdebitarci.

La decrescita è prima di tutto un appello alla de-colonizzazione dell’immaginario sociale dall’idea che ci sia un solo futuro possibile e che questo debba essere basato sulla crescita. La decrescita è l’ipotesi che sia possibile vivere meglio con una vita più semplice ed in comune. È un progetto di una società alternativa che nasce a partire dalla redistribuzione delle risorse, che si fonda sulla sostenibilità della vita e che pratica la democrazia in modo sostanziale. La decrescita non è quindi sinonimo di recessione, ma è l’idea che si possa avere prosperità sociale senza crescita economica. Gli approcci approssimativi e disinformati del primo ministro Renzi (in marzo, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2015 della Scuola Superiore di Polizia, Matteo Renzi ha detto che l’Italia è uscita dal tunnel della crisi e “se qualcuno parla di decrescita, bisognerebbe farlo vedere da gente brava”, ndr) e di Luca Simonetti (autore di Contro la decrescita. Perché rallentare non è la soluzione, Longanesi, ndr) cadono infatti nellamistificazione.

In altre parole: possiamo ottenere un lavoro soddisfacente senza la necessità di una crescita infinita; possiamo sostenere un welfare che funzioni senza che l’economia cresca annualmente e possiamo ridurre le disuguaglianze sociali ed eliminare la povertà senza il bisogno di accumulare ogni anno più denaro.

La decrescita mette in discussione non solo gli esiti, ma lo spirito stesso del capitalismo. Il capitalismo sembra non conoscere limiti: conosce soltanto come espandersi, come creare distruggendo. Il capitalismo non conosce stabilità. Può vendere qualsiasi cosa, ma non può vendere meno.

La decrescita offre una nuova narrativa per una sinistra radicale che intenda andare oltre il capitalismo, senza necessariamente ripercorrere la via autoritaria e produttivista del socialismo reale (o del ‘capitalismo di stato’ come le definirebbe qualcuno).

Una nuova sinistra, nuova nelle idee e giovane data l’età dei suoi aderenti, si sta formando in Europa, dalla Spagna alla Grecia passando per le esperienze slovene e croate. Questa nuova sinistra sarà anche verde e in grado di proporre un modello di economia cooperativa basata sulle idee della decrescita? Oppure – come nel caso di quella in America Latina – finirà per riprodurre la logica espansiva del capitalismo, sostituendo semplicemente con aziende nazionali le multinazionali e lasciando poco più che le briciole al popolino?

Molte persone vicine alle idee e alle critiche sollevate nel nostro libro, ci dicono che sebbene si tratti di critiche ragionevoli, le proposte che ne seguono sono vaghe e di difficile applicazione. Sembra più facile immaginare la fine del mondo, o talvolta quella del capitalismo piuttosto che immaginare la fine della crescita economica.

I partiti politici più radicali non hanno neanche il coraggio di pronunciare la D di questa parola, o quanto meno di mettere in questione la desiderabilità della crescita. Per rompere l’incantesimo della crescita economica, noi di Research & Degrowth di Barcellona, abbiamo deciso di estrapolare alcune proposte politiche a partire dalle stesse teorie della decrescita. Queste politiche sono discusse più dettagliatamente nel nostro ultimo libro.

Di seguito presentiamo 10 proposte politiche pensate e scritte per il contesto spagnolo (più precisamente catalano). Tuttavia, ripensate alla luce delle specificità nazionali, sono valide anche altrove. Le idee presenti nel testo, infatti, sono rilevanti per le sinistre radicali ed i partiti ecologisti di tutta Europa. Continue Reading

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Il Pil dal 2007 ad oggi in 20 paesi

Pil nel Mondo

Questo grafico mostra l’andamento del Pil dal 2007 ad oggi in 20 paesi avanzati. In testa alcuni paesi anglosassoni, in coda una serie di paesi che hanno in comune il fatto di far parte dell’eurozona. L’Italia è l’unico tra i nove paesi dell’area euro a non mostrare segni di ripresa. Dal 2007 a oggi il divario tra il Pil procapite italiano e la media della zona euro è raddoppiato, portandosi al 9,2% dal 4,5%. Nel periodo dal 2007 ad oggi il nostro Paese ha vissuto due recessioni: quella del 2008-2009 e poi di nuovo nel 2011-2012. I numeri non mentono, sono ben 10 i Paesi, inclusa l’Italia, a non essere ancora tornati ai livelli economici pre-crisi. Peggio di noi solo la Grecia. Dal 2007 ad oggi, se il nostro Pil avesse continuato a crescere allo stesso ritmo del periodo 1995-2007 (1,5% all’anno), anziché diminuire complessivamente del 9% rispetto al picco raggiunto nel 2007, oggi sarebbe più alto di 327 miliardi di euro, ossia il 21% in più.

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La crisi spiegata a mio figlio

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“Che dire di Repubblica? Dopo avere invocato la Troika con Scalfari, cede il passo al mio collega Bisin che riesce a dire:

“La questione concettuale importante da porsi è perché una prevista politica di domanda aggregata, di nuovi investimenti pubblici (suggerita dalla richiesta all’Europa di non includere gli investimenti nel computo del deficit) non abbia avuto gli effetti desiderati?”

Excuse me?

L’Italia, per gestire questa crisi, ha fatto esattamente il contrario di quello che dice Bisin, governo Renzi compreso, ed ecco perché si trova in queste condizioni assurde.

I numeri sono numeri, ed il PIL è il PIL. Purtroppo va chiarito ancora una volta che nel PIL non entrano né la spesa per interessi né la spesa pensionistica: sono trasferimenti da un cittadino ad un altro che non richiedono più produzione alle imprese. La spesa pubblica che incide sul PIL, perché genera servizi, beni, lavori è quella per stipendi pubblici e appalti. Ed allora, per venire incontro a Bisin, facciamogli vedere cosa è successo alla spesa pubblica che incide sul PIL, su quel PIL che non c’è più, dal 2009, anno in cui la politica economica ha dovuto combattere, più male che bene, la crisi finanziaria del 2008.

Basta vedere questo perfetto grafico Istat. Anche ad un bambino verrebbe spontaneo chiedere: “Papà che è successo al PIL nel 2008?”.

“E’ sceso per la crisi mondiale, figliolo, dal tondo verde a quello celeste.”

“E nel 2009 come mai risale al tondo viola? E poi come mai riscende nel 2011 e non si ferma più fino al tondo arancione?”

Già, come mai?

Il papà dovrà spiegare che deve essere successo qualcosa di diverso tra quanto avvenuto tra il 2009 ed il 2010 e quanto avvenuto dal 2011 in poi. Ma non farà gran fatica: è successa una sola cosa diversa, tra 2009 e anni successivi, nella politica economica, con buona pace dell’ideologia di Bisin, persona simpaticissima ma che ha smesso di fare l’economista da quando scrive per Repubblica. E’ successo che nel 2009 si è fatto quello che si fa sempre nelle crisi da mancanza di domanda interna di questo tipo: si è sostituita la domanda privata scomparsa e terrorizzata di imprese e famiglie con quella certa e visibilissima dello stato, fatta di maggiori appalti.

Cito il Ragioniere Generale dello stato: nel 2009 la spesa primaria corrente in termini reali (senza tener conto dell’inflazione) aumenta del 3,4% e la spesa in conto capitale (gli investimenti pubblici) 12,2%. E i risultati, dirà il papà, si vedono: il PIL riprende la sua marcia. E se solo avessimo continuato…

“Perché? Non l’abbiamo fatto?” dirà l’ingenuo pargolo.

“E no, è entrato in gioco un meccanismo europeo assurdo che si chiama Fiscal Compact, che ci obbliga a non usare la spesa pubblica quando l’economia soffre. Così la spesa primaria senza contare le pensioni ed i sussidi, quella che contiamo nel PIL è scesa da 432,6 miliardi del 2010 ai 420,7 del 2014. In termini nominali!! E i famosi investimenti pubblici? Tieniti forte figlio mio, da 51,8 a 45,4, una diminuzione di più del 10% in termini nominali, molto di più in termini reali tenendo conto dell’inflazione. Abbiamo smesso purtroppo per te di costruire ponti e abbiamo smesso di spendere soldi per la scuola e l’università. Pensa soltanto che oggi ci vogliono 3 professori universitari che vanno in pensione per assumere un giovane ricercatore e che quest’ultimo viene pagato la metà dei suoi colleghi stranieri.”

“Papà ma questo Signor Bisin dice diversamente.”

“I dati sono i dati figlio mio, non si può cambiarli a piacimento. Te li rimetto qui eccoli:

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“Ma papà, forse è perché gli italiani non vogliono questo tipo di spese?”

“Beh figlio caro, direi di no: guarda i risultati di questo sondaggio dell’Istituto Piepoli…”

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“Ma papà questo Sig. Bisin dice che non ci sono i soldi per fare tutte queste spese…”

“Beh, bisognerebbe dirgli che intanto i margini ci sono eccome: queste stupide regole europee a cui abbiamo aderito almeno prevedono che quando quella linea rossa del PIL comincia a scendere si possa interrompere la corsa a ridurre le spese e aumentare le tasse. E sai cosa? Con la crescita che esse genereranno daranno forza al Paese per essere ripagate senza maggiori tasse, anzi con meno in percentuale! Oggi invece il Paese è debole e per ottenere le stesse entrate bisogna tassare sempre di più in percentuale le persone. E i conti pubblici continuano a peggiorare. Poi certo non c’è dubbio che dobbiamo dare l’assalto a quella parte di PIL dovuto agli appalti o agli stipendi che PIL non è perché non genera maggiore risorse ma solo trasferimenti verso gente che non lavora o verso imprese che corrompono. Ma questo non si fa in un battibaleno, e comunque bisognerebbe decidersi a cominciare a farlo…”

Che papà saggio. Invece di ridurre il deficit nel 2015, in recessione, dal 3% all’1,6% di PIL, siamo certi che consiglierebbe a Renzi di rimanere al 3% (o arrivare al 4 come Francia e Spagna) e usare questa opportunità per non aumentare le tasse, non tagliare a casaccio stipendi a maestri e ricercatori, poliziotti e medici, fare investimenti a Taranto per la bonifica del territorio, fare appalti per dare tecnologia avanzata ai nostri ospedali e per ricostruire molte più scuole di quanto non se ne intendano rimettere a nuovo oggi.

E’ così che ripartono le nostre imprese, i consumi delle famiglie, la riduzione del debito pubblico e della disoccupazione.

E nel contempo cominciare, ma veramente, la battaglia indefessa della spending review perché i nostri ospedali e le nostre scuole siano luoghi dove non si sprecano risorse e dove il servizio al cittadino è semplicemente eccellente.

Ecco, come si fa, caro Bisin”. Gustavo Piga

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Il Sud Italia, sempre più povero

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L’Italia continua a essere spaccata in due, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento. Nel 2013 il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di dieci anni fa, negli anni di crisi 2008-2013 i consumi delle famiglie sono crollati quasi del 13%, gli investimenti nell’industria addirittura del 53%, i tassi di iscrizione all’Università tornano ai primi anni Duemila e per la prima volta il numero di occupati ha sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 6 milioni, il livello più basso dal 1977. Questo è il Sud visto dal rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno.

Una terra a rischio desertificazione industriale e umana, dove si continua a emigrare, non fare figli e impoverirsi: in cinque anni le famiglie assolutamente povere sono aumentate di due volte e mezzo, da 443mila a 1 milione e 14mila nuclei. Per il sesto anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno registra segno negativo, a testimonianza della criticità dell’area. Il peggior andamento del Pil meridionale nel 2013 è dovuto soprattutto ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti. Anche gli andamenti di lungo periodo confermano un Paese spaccato e diseguale: negli anni di crisi 2008-2013 il Sud ha perso -13,3% contro il 7% del Centro-Nord. Il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2013 è sceso al 56,6%, tornando ai livelli di dieci anni fa. Il divario tra la regione più ricca e la più povera è stato nel 2013 pari a 18.453 euro: in altri termini, un valdostano ha prodotto nel 2013 oltre 18mila euro in più di un calabrese.

Se confermati questi dati porterebbero al Sud nel 2014 rispetto al 2007 a quasi 800mila posti di lavoro in meno (pari a una flessione del 12%). I consumi delle famiglie meridionali sono scesi ancora del 2,4% nel 2013 (a fronte del 2% di quelle settentrionali). Dal 2008 al 2013 la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha sfiorato nel Mezzogiorno il 13%, più del doppio del calo registrato nel resto del Paese. Preoccupanti anche i tagli agli investimenti in infrastrutture. Se nel Centro-Nord si mantengono i livelli di spesa per opere pubbliche di 40 anni fa, al Sud oggi si spende 1/5 di quanto si faceva negli anni ’70.

Nel 2013 sono andati persi 478mila posti di lavoro in Italia, di cui 282mila al Sud, posti di lavoro persi soprattutto tra i lavoratori giovani under 34 e al Sud (-12% contro il -6,9% del Centro-Nord). La nuova flessione riporta il numero degli occupati del Sud per la prima volta nella storia a 5,8 milioni. Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro. In più, rispetto alla media europea a 27 del 75,3%, i giovani diplomati e laureati italiani presentano un tasso di occupazione di circa 27 punti più basso, pari al 48,3%. Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. Non a caso, dei 3 milioni 593mila giovani Neet (Not in education, employment or training) nel 2013, aumentati di oltre il 25% rispetto al 2008, il 47% è diplomato e l’11% laureato.

Un quadro devastante, il Sud ormai è sempre più povero ed abbandonato a se stesso. In Italia oltre due milioni di famiglie si trovavano nel 2013 al di sotto della soglia di povertà assoluta, ma nel meridione la povertà assoluta è aumentata rispetto all’anno scorso del 2,8% contro lo 0,5% del Centro-Nord. Nel periodo 2007-2013 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute oltre due volte e mezzo, da 443mila a 1 milione 14mila, il 40% in più solo nell’ultimo anno.

“Per uscire dalla recessione e tornare a crescere” suggerisce Riccardo Padovani, Direttore della SVIMEZ è necessario “oltre alle politiche di welfare, che pure hanno effetti non solo sociali ma anche di sostegno anticiclico dell’economia, attivare un’azione, un piano di primo intervento, che, pur in un’ottica di emergenza, sia coerente con una complessiva strategia di rilancio dello sviluppo. Un disegno di cui lo Stato divenga responsabile e parte attiva, come regista, e non come pura entità di spesa o di sola regolamentazione dei mercati”. La Svimez continua a insistere su come e perché il Mezzogiorno resti la grande opportunità per avviare un percorso durevole di ripresa e di trasformazione dell’economia italiana.

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