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I più potenti del mondo nel 2014

Classifica-uomini più potenti

Per il secondo anno di fila, il presidente russo Vladimir Putin riesce ad avere la meglio su Barak Obama, conquistando il primo posto nella classifica redatta dalla rivista americana Forbes sugli uomini più potenti al mondo. Queste le motivazioni: “Si è annesso la Crimea, ha scatenato un conflitto in Ucraina, ha le fornti energetiche, ha il nucleare, nessuno può dire che sia debole”.

Per il 2014, resta invariata, rispetto l’anno scorso la Top 5. Al terzo posto Jinping, colui che dovrebbe governare la Cina per i prossimi 10 anni, Papa Francesco si è classificato quarto mentre la cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata quinta.

Sono 12 nuovi ingressi: il primo ministro indiano Narendra Modi (15esimo), il fondatore di Alibaba, nonché l’uomo più ricco della Cina Jack Ma (30esimo) e Abu Bakr Al-Baghdadi, colui che si è auto-proclamato califfo dello Stato Islamico (54esimo).

“Al Baghdadi” si legge nelle motivazioni “può sembrare il più debole dei nuovi potenti della nostra classifica, specialmente se si considera la sua probabile aspettativa di vita. Ma in un periodo notevolmente breve, i combattenti dell’Isis hanno conquistato significative parti della Siria orientale dell’Iraq occidentale, hanno attirato l’attenzione del mondo con una serie di barbariche decapitazioni e hanno ottenuto una quantità di denaro non trascurabile”.

L’elenco include 72 personalità mondiali (uno ogni 100 milioni di persone sul pianeta) e prende in considerazione fortuna economica, impatto delle decisioni e area d’influenza. La lista di quest’anno comprende 17 capi di stato, 39 amministratori delegati e 14 imprenditori.

Il più anziano della classifica è il re Abdullah d’Arabia Saudita con 90 anni, mentre i più giovani sono il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg (30 anni) e il presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un (di 31 anni). In totale, dieci dei 72 sono di età inferiore ai 50. Mario Draghi è il solo italiano presente.

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Terra, casa e lavoro, sono diritti sacri

Papa Francesco-povertà

Estratto del discorso del Papa all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari dei cinque continenti riuniti in Vaticano dal 27 al 29 ottobre. Oltre cento delegati da tutto il mondo si sono confrontati sulle questioni legate alla terra, al lavoro e alla casa. Il capitalismo finanziario, le banche e le grandi multinazionali sono i nemici del popolo. Nessuna famiglia senza casa, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità che dà il lavoro.

Grazie per aver accettato questo invito per dibattere i tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo di oggi, voi che vivete sulla vostra pelle la disuguaglianza e l’esclusione. Grazie al Cardinale Turkson per la sua accoglienza, grazie, Eminenza, per il suo lavoro e le sue parole.

Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!

Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare.

Solidarietà è una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma una parola è molto più di alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro: i dislocamenti forzati, le emigrazioni dolorose, la tratta di persone, la droga, la guerra, la violenza e tutte quelle realtà che molti di voi subiscono e che tutti siamo chiamati a trasformare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari.

Questo nostro incontro non risponde a un’ideologia. Voi non lavorate con idee, lavorate con realtà come quelle che ho menzionato e molte altre che mi avete raccontato. Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea, è un mio progetto.

Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali: Gesù le definirebbe ipocrite. Che bello invece quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore. Che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio.

Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: terra, casa e lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa. Mi soffermo un po’ su ognuno di essi perché li avete scelti come parola d’ordine per questo incontro.

Terra. All’inizio della creazione, Dio creò l’uomo custode della sua opera, affidandogli l’incarico di coltivarla e di proteggerla. Vedo che qui ci sono decine di contadini e di contadine e voglio felicitarmi con loro perché custodiscono la terra, la coltivano e lo fanno in comunità. Mi preoccupa lo sradicamento di tanti fratelli contadini che soffrono per questo motivo e non per guerre o disastri naturali. L’accaparramento di terre, la deforestazione, l’appropriazione dell’acqua, i pesticidi inadeguati, sono alcuni dei mali che strappano l’uomo dalla sua terra natale. Questa dolorosa separazione non è solo fisica ma anche esistenziale e spirituale, perché esiste una relazione con la terra che sta mettendo la comunità rurale e il suo peculiare stile di vita in palese decadenza e addirittura a rischio di estinzione.

L’altra dimensione del processo già globale è la fame. Quando la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti trattandoli come una merce qualsiasi, milioni di persone soffrono e muoiono di fame. Dall’altra parte si scartano tonnellate di alimenti. Ciò costituisce un vero scandalo. La fame è criminale, l’alimentazione è un diritto inalienabile. Per favore, continuate a lottare per la dignità della famiglia rurale, per l’acqua, per la vita e affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra.

Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi. Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà.

Lavoro. Non esiste peggiore povertà materiale — mi preme sottolinearlo — di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro. La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti lavorativi non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i benefici al di sopra dell’uomo, se il beneficio è economico, al di sopra dell’umanità o al di sopra dell’uomo, sono effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano di per sé come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare. Oggi al fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione si somma una nuova dimensione, una sfumatura grafica e dura dell’ingiustizia sociale; quelli che non si possono integrare, gli esclusi sono scarti, “eccedenze”. Questa è la cultura dello scarto, e su questo punto vorrei aggiungere qualcosa che non ho qui scritto, ma che mi è venuta in mente ora. Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il denominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori.

E per illustrarlo ricordo qui un insegnamento dell’anno 1200 circa. Un rabbino ebreo spiegava ai suoi fedeli la storia della torre di Babele e allora raccontava come, per costruire quella torre di Babele, bisognava fare un grande sforzo, bisognava fabbricare i mattoni, e per fabbricare i mattoni bisognava fare il fango e portare la paglia, e mescolare il fango con la paglia, poi tagliarlo in quadrati, poi farlo seccare, poi cuocerlo, e quando i mattoni erano cotti e freddi, portarli su per costruire la torre. Se cadeva un mattone — era costato tanto con tutto quel lavoro —, era quasi una tragedia nazionale. Colui che l’aveva lasciato cadere veniva punito o cacciato, o non so che cosa gli facevano, ma se cadeva un operaio non succedeva nulla. Questo accade quando la persona è al servizio del dio denaro; e lo raccontava un rabbino ebreo nell’anno 1200, spiegando queste cose orribili.

Per quanto riguarda lo scarto dobbiamo anche essere un po’ attenti a quanto accade nella nostra società. Sto ripetendo cose che ho detto e che stanno nella Evangelii gaudium. Oggi si scartano i bambini perché il tasso di natalità in molti paesi della terra è diminuito o si scartano i bambini per mancanza di cibo o perché vengono uccisi prima di nascere; scarto di bambini.

Si scartano gli anziani perché non servono, non producono; né bambini né anziani producono, allora con sistemi più o meno sofisticati li si abbandona lentamente, e ora, poiché in questa crisi occorre recuperare un certo equilibrio, stiamo assistendo a un terzo scarto molto doloroso: lo scarto dei giovani. Milioni di giovani — non dico la cifra perché non la conosco esattamente e quella che ho letto mi sembra un po’ esagerata — milioni di giovani sono scartati dal lavoro, disoccupati.

Nei paesi europei, e queste sì sono statistiche molto chiare, qui in Italia, i giovani disoccupati sono un po’ più del quaranta per cento; sapete cosa significa quaranta per cento di giovani, un’intera generazione, annullare un’intera generazione per mantenere l’equilibrio. In un altro paese europeo sta superando il cinquanta per cento, e in quello stesso paese del cinquanta per cento, nel sud è il sessanta per cento. Sono cifre chiare, ossia dello scarto. Scarto di bambini, scarto di anziani, che non producono, e dobbiamo sacrificare una generazione di giovani, scarto di giovani, per poter mantenere e riequilibrare un sistema nel quale al centro c’è il dio denaro e non la persona umana.

Nonostante questa cultura dello scarto, questa cultura delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato ma voi con la vostra abilità artigianale, che vi ha dato Dio, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti e ci state riuscendo… E, lasciatemelo dire, questo, oltre che lavoro, è poesia! Grazie.

Già ora, ogni lavoratore, faccia parte o meno del sistema formale del lavoro stipendiato, ha diritto a una remunerazione degna, alla sicurezza sociale e a una copertura pensionistica. Qui ci sono cartoneros, riciclatori, venditori ambulanti, sarti, artigiani, pescatori, contadini, muratori, minatori, operai di imprese recuperate, membri di cooperative di ogni tipo e persone che svolgono mestieri più comuni, che sono esclusi dai diritti dei lavoratori, ai quali viene negata la possibilità di avere un sindacato, che non hanno un’entrata adeguata e stabile. Oggi voglio unire la mia voce alla loro e accompagnarli nella lotta.

Poco fa ho detto, e lo ripeto, che stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a pezzi. Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate. Quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, care sorelle e cari fratelli, si leva in ogni parte della terra, in ogni popolo, in ogni cuore e nei movimenti popolari, il grido della pace: Mai più la guerra!

Un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura, saccheggiare la natura per sostenere il ritmo frenetico di consumo che gli è proprio. Il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la deforestazione stanno già mostrando i loro effetti devastanti nelle grandi catastrofi a cui assistiamo, e a soffrire di più siete voi, gli umili, voi che vivete vicino alle coste in abitazioni precarie o che siete tanto vulnerabili economicamente da perdere tutto di fronte a un disastro naturale. Fratelli e sorelle: il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con rispetto e gratitudine.

Parliamo di terra, di lavoro, di casa. Parliamo di lavorare per la pace e di prendersi cura della natura. Ma perché allora ci abituiamo a vedere come si distrugge il lavoro dignitoso, si sfrattano tante famiglie, si cacciano i contadini, si fa la guerra e si abusa della natura? Perché in questo sistema l’uomo, la persona umana è stata tolta dal centro ed è stata sostituita da un’altra cosa. Perché si rende un culto idolatrico al denaro. Perché si è globalizzata l’indifferenza! Si è globalizzata l’indifferenza: cosa importa a me di quello che succede agli altri finché difendo ciò che è mio? Perché il mondo si è dimenticato di Dio, che è Padre; è diventato orfano perché ha accantonato Dio.

Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia.

So che tra di voi ci sono persone di diverse religioni, mestieri, idee, culture, paesi e continenti. Oggi state praticando qui la cultura dell’incontro, così diversa dalla xenofobia, dalla discriminazione e dall’intolleranza che tanto spesso vediamo. Tra gli esclusi si produce questo incontro di culture dove l’insieme non annulla la particolarità, l’insieme non annulla la particolarità. Perciò a me piace l’immagine del poliedro, una figura geometrica con molte facce diverse. Il poliedro riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità. Nulla si dissolve, nulla si distrugge, nulla si domina, tutto si integra, tutto si integra. Oggi state anche cercando la sintesi tra il locale e il globale. So che lavorate ogni giorno in cose vicine, concrete, nel vostro territorio, nel vostro quartiere, nel vostro posto di lavoro: vi invito anche a continuare a cercare questa prospettiva più ampia; che i vostri sogni volino alto e abbraccino il tutto!

Perciò mi sembra importante la proposta, di cui alcuni di voi mi hanno parlato, che questi movimenti, queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino, come avete fatto voi in questi giorni. Attenzione, non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide, perciò ho detto incontrarsi, e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo; i movimenti liberi hanno una propria dinamica, ma sì, dobbiamo cercare di camminare insieme. Siamo in questa sala, che è l’aula del Sinodo vecchio, ora ce n’è una nuova, e sinodo vuol dire proprio “camminare insieme”: che questo sia un simbolo del processo che avete iniziato e che state portando avanti!

I movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie, tante volte dirottate da innumerevoli fattori. È impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature ci chiede di superare l’assistenzialismo paternalista, esige da noi che creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune. E ciò con animo costruttivo, senza risentimento, con amore.

Cari fratelli e sorelle: continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi. È come una benedizione di umanità.

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Videomessaggio: Gli operai di Porto Marghera chiedono aiuto a Papa Francesco


“Papa Francesco ha detto in Sardegna che senza lavoro non c’è dignità“, afferma Nicoletta Zago, che tante volte in passato è salita sulla torcia dello stabilimento, a 150 metri d’altezza, o sul campanile di San Marco. ”Sono le stesse parole che noi operai della Vinyls abbiamo ripetuto a tutti, istituzioni comprese, per quattro anni. Quattro anni di lotta, in questo limbo. Quattro anni di vertenza che ci stanno logorando”. La conclusione di Nicoletta è amara: “Abbiamo capito che ormai, a forza di ripetere queste parole, abbiamo dato fastidio a tutti e per questo ci vogliono dimenticare”.

I lavoratori che da 7 giorni e 7 notti occupano la torcia dello stabilimento, a 150 metri di altezza, hanno deciso di girare con il loro telefonino un video per Papa Francesco. “Da 8 mesi non riceviamo lo stipendio e a casa abbiamo molti problemi economici, solo noi che siamo qui facciamo 12 figli tutti assieme”.

“Siamo in cinque quassù sulla torcia e ci confortiamo l’un l’altro. Chiediamo che qualcuno ci ascolti, che qualcuno ci faccia uscire da questa vicenda della quale siamo prigionieri da più di quattro anni”.

Speriamo che questo messaggio, registrato nei cieli di Porto Marghera, arrivi nelle mani del buon Papa Francesco. Dateci una mano a diffonderlo in Rete!

(Fonte isoladeicassintegrati)

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Per i criminali meglio profughi che migranti

profughi e migranti

Dal primo gennaio al 30 giugno 2013, sulla scorta di quanto annotato dalle forze di sicurezza presenti a Lampedusa, ben 41 sbarchi di migranti, sul totale dei 47 salpati dalla Libia, hanno interessato noti e circoscritti punti di partenza da quel paese. Si è trattato, in gran parte, di spiagge nei pressi di Tripoli (24), di Sabratah (6), Tajioura (3), Zuvarah(3), Gasr Garabulli (2), Homes (2) e Zawia (1). Resta un mistero di come sia possibile che, nonostante lo scambio di informazioni di polizia tra i due paesi e le consistenti dotazioni di mezzi per controllare le loro frontiere marittine e terrestri (imbarcazioni, decine di fuoristrada e minibus, quadricicli, equipaggiamenti vari ecc..) donate dall’Italia alle autorità libiche negli ultimi anni (e altre ancora in distribuzione), non riescano ad impedire ai trafficanti di svolgere questi “servizi” (di norma nelle ore serali e notturne) e nessuno venga assicurato alla giustizia libica. Ingenti risorse, dunque, di un impegno globale preso agli inizi del 2011 dal governo Berlusconi con quello libico e che sfiora i 180 milioni di euro ai quali si sono aggiunti, negli ultimi due anni, altre decine di milioni di euro anche per addestrare la polizia libica, per riparare le imbarcazioni, per ristrutturare vecchi e sconquassati centri per i migranti. I 10.062 migranti sbarcati su tutte le nostre coste al 12 luglio 2013 (più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2012),sono in prevalenza “profughi” giunti in Italia per chiedere asilo e salpati, soprattutto, dalla Libia. I cosiddetti “migranti economici” sono stati soltanto 1.787.

Il prevalente arrivo di profughi emerge anche dalle nazionalità ( dichiarate al momento dello sbarco) delle persone provenienti, per la maggior parte, da Eritrea (2.635), Somalia (1.532), Egitto (1.168), Pakistan (894), Siria (755), Gambia (634), Mali (438), Afghanistan (376), Nigeria (316), Tunisia (297). Si tratta di paesi, come noto, dove ci sono guerre e conflitti, anche etnici, o caratterizzati da regimi che puniscono con la pena di morte certi reati. Va anche ricordato che in questi primi mesi dell’anno sono state “intercettate” in mare (termine di conio ministeriale, molto generico) ben  2.551 migranti diretti verso le coste italiane “ripresi” (come?) dalla Libia (986), da Malta (973)dalla Grecia (449) e dalla Tunisia (143). Le forze di polizia italiane, per gli aspetti criminali del fenomeno migratorio, fanno quel che possono e l’arresto, al 12 luglio 2013, di 56 persone tra scafisti, organizzatori e basisti con il sequestro di 57 natanti, testimonia tale impegno. Occorrerà più tempo, un buon lavoro di intelligence, molta pazienza nelle richieste di collaborazione inoltrate ad altri paesi, l’azione indispensabile della magistratura, per cercare di innalzare il livello di repressione su tali organizzazioni criminali che hanno ormai “fiutato” il business dei profughi non ritenendo più “conveniente” trafficare con i migranti economici in ragione del loro quasi certo rimpatrio a distanza di pochi giorni dall’approdo.

In effetti, poi, dalle indagini è emerso che sono gli stessi criminali che, prima della traversata, forniscono ai migranti satellitari e numeri telefonici di soccorso italiani per consentire il contatto una volta partiti dalle coste libiche. A questi dettagli si aggiungono le “assicurazioni” rivolte ai migranti sul particolare, non trascurabile, che il Comando delle Capitanerie di Porto italiano dispone sollecitamente le operazioni per il loro soccorso assicurando, comunque, un approdo italiano anche se il salvataggio dovesse avvenire in prossimità delle coste di un altro paese. Le attuali favorevoli condizioni meteo-marine nel canale di Sicilia e lungo le coste calabro-pugliesi, la perdurante situazione di gravissima crisi in Egitto, Siria e Libia, con episodi sempre più cruenti, alimenteranno sicuramente i flussi migratori via mare ma anche alla frontiere terrestri. Si pensi che nel corso del 2013, alla data del 5 luglio, al confine italo sloveno, gli stranieri “respinti” sono stati 3.841 (3.086 nello stesso periodo del 2012). Sulle altre frontiere (interne) terrestri il fenomeno non è facilmente riscontrabile poiché i controlli sono soppressi e vengono fatti a campione.

Il dramma dei migranti marini, dunque, continuerà e andrà ad aggiungersi all’altro dramma quando, tra qualche giorno o, al più tardi tra qualche settimana, le “coscienze” di gran parte della classe politica dirigente italiana (e di quella europea), “scosse” da quella storica visita di papa Francesco a Lampedusa, si saranno di nuovo “riaddormentate”. Fino alla prossima puntata, dopo altre morti di migranti.

(Fonte liberainformazione)

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Gli scheletri nell’armadio di Papa Francesco

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Un’interessante e dettagliata inchiesta di Claudia Fanti sugli scheletri nell’armadio di Papa Francesco. Le connivenze del nuovo Papa con il regime militare argentino (1976-1983) e la sua ombra nel rapimento dei figli dei desaparecidos.

Bergoglio ci ha provato a difendere la propria immagine, respingendo, nel libro El Jesuita. Conversaciones con el cardenal Jorge Bergoglio, di Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, le accuse dei sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jalics, sequestrati il 23 maggio del 1976 e torturati per cinque mesi, secondo i quali l’allora provinciale della Compagnia di Gesù (tra il 1973 e il 1979) li avrebbe di fatto consegnati ai militari (v. Adista n. 37/10). In base alla versione esposta nel libro, uscito nel 2010, il futuro arcivescovo di Buenos Aires, di fronte alle voci di un imminente colpo di Stato, avrebbe raccomandato ai gesuiti Yorio e Jalics, accusati di sovvertire l’ordine sociale per il loro impegno tra i più poveri nella baraccopoli di Bajo Flores, «di fare molta attenzione», proponendo loro anche di venire a vivere nella casa provinciale della Compagnia. Yorio e Jalics, tuttavia, non si erano voluti trasferire, finendo per essere sequestrati durante un rastrellamento (sarebbero stati liberati sei mesi più tardi grazie all’intervento del Vaticano). Nel libro, Bergoglio sostiene di non aver mai creduto che i due sacerdoti fossero coinvolti in attività sovversive, ma che «per la loro relazione con alcuni preti delle villas de emergencia (baraccopoli, ndr), erano facili vittime della paranoica caccia alle streghe». Dopo il sequestro, in ogni caso, egli avrebbe cercato di localizzarli e di ottenerne la libertà, come aveva fatto per altri perseguitati.

Gli scheletri nell’armadio
La versione offerta dal libro, tuttavia, è stata smentita in maniera netta dal noto giornalista Horacio Verbitsky, il quale, già nel suo libro El Silencio (edito in Italia, con il titolo L’isola del silenzio, per i tipi della Fandango Libri; v. Adista n. 77/06), denunciava le responsabilità di Bergoglio nel sequestro di Yorio e Jalics. Sulla base di documenti inediti e di nuove testimonianze, Verbitsky era tornato poi sulla questione in due articoli apparsi sul quotidiano argentino Página 12 (l’11 e il 18 aprile 2010), richiamandosi tra l’altro a una lettera inviata nel 1977 all’assistente generale della Compagnia di Gesù, p. Moura, in cui Yorio raccontava che Jalics aveva parlato almeno due volte con l’allora provinciale gesuita, il quale, a parole, si era impegnato a bloccare le critiche che circolavano contro di loro nella Compagnia di Gesù, garantendone l’innocenza presso i membri delle forze armate, ma poi nei fatti remava decisamente contro. Come quando Bergoglio raccomandò loro di rivolgersi al vescovo di Morón, Miguel Raspanti, nella cui diocesi avrebbero potuto trovare rifugio, impegnandosi ad inviare un rapporto favorevole perché venissero accettati: successivamente, Yorio e Jalics vennero a sapere dal vicario e da alcuni sacerdoti della diocesi di Morón che la lettera del provinciale a Raspanti conteneva accuse «tali da impedirci di esercitare ancora il sacerdozio». E sarebbero state sempre le accuse del provinciale a negare ai due sacerdoti la possibilità di integrarsi nell’équipe di “pastoral villera” (il lavoro pastorale condotto nelle villas de emergencia) dell’arcidiocesi di Buenos Aires o di venire incardinati nell’arcidiocesi di Santa Fe.
Dopo la loro liberazione, Yorio si recò a Roma, dove il gesuita colombiano Cándido Gaviña lo informò che, secondo quanto riferitogli dall’ambasciatore argentino presso la Santa Sede, il governo sosteneva che lui e Jalics erano stati catturati dalle forze armate perché i loro superiori ecclesiastici avevano comunicato che almeno uno di loro era guerrigliero: «Gaviña gli chiese di confermarlo per iscritto, e l’ambasciatore lo fece».
Jalics si rifugiò invece negli Stati Uniti e poi in Germania. Nel 1990, durante una delle sue visite in Argentina, disse ad Emilio Mignone (fondatore del Centro di Studi Legali e Sociali e autore, nel 1986, del libro Iglesia y dictadura, dove per la prima volta si punta l’indice contro il cardinale) che «Bergoglio si era opposto al fatto che, una volta rimesso in libertà, restasse in Argentina e aveva parlato con tutti i vescovi perché non lo accettassero nelle loro diocesi nel caso si ritirasse dalla Compagnia di Gesù». Non contento, Bergoglio aveva raccomandato pure ad Anselmo Orcoyen, direttore nazionale del Culto cattolico, di respingere la richiesta di rinnovo del passaporto avanzata da Jalics quando si trovava in Germania, come inequivocabilmente dimostra una nota di Orcoyen pubblicata da Verbitsky nel suo libro El silencio.

Amen
Ma gli scheletri nell’armadio del nuovo papa Francesco non si limiterebbero al caso di Yorio e Jalics. Un altro durissimo colpo alla sua immagine è venuto nel 2011 dal processo sul sistematico piano di sottrazione dei figli di desaparecidos, in cui Bergoglio è stato citato come testimone a partire dalla deposizione di Estela de la Cuadra, figlia di una delle fondatrici delle Nonne di Plaza de Mayo e sorella e zia di due delle vittime di questo piano (v. Adista nn. 50 e 59/11). Secondo Estela de la Cuadra, infatti, il cardinale avrebbe mentito nel dichiarare, durante il megaprocesso della Esma (la scuola della Marina militare nei cui locali sono stati torturati, anche a morte, innumerevoli desaparecidos argentini), di aver saputo della scomparsa di bambini dopo la fine della dittatura: già nel 1979, infatti, egli era al corrente del caso di sua sorella Elena, sequestrata nel 1977 mentre era incinta, avendo ricevuto suo padre e avendogli consegnato un documento per il vescovo ausiliare di La Plata, Mario Picchi, il quale, proprio su richiesta di Bergoglio, aveva verificato che Elena aveva dato alla luce una bambina, poi affidata a un’altra famiglia («Una buona famiglia e non c’è modo di tornare indietro», aveva spiegato Picchi ai De la Cuadra). Bergoglio, tuttavia, al processo non ha voluto farsi vedere, preferendo rilasciare la sua testimonianza per iscritto, riparandosi dietro all’art. 250 del Codice processuale penale, che riconosce tale possibilità agli alti dignitari della Chiesa.
Respinge le accuse, su Radio Vaticana, il portavoce della Sala Stampa p. Federico Lombardi, secondo cui la «matrice anticlericale» della campagna contro Bergoglio «è nota ed evidente»: «Non vi è mai stata un’accusa concreta credibile nei suoi confronti. La Giustizia argentina lo ha interrogato una volta come persona informata sui fatti, ma non gli ha mai imputato nulla. Egli ha negato in modo documentato le accuse. Vi sono invece moltissime dichiarazioni che dimostrano quanto Bergoglio fece per proteggere molte persone nel tempo della dittatura militare».
E una difesa del nuovo papa viene anche dal Premio Nobel per la Pace argentino Adolfo Pérez Esquivel, che, intervistato da vari mezzi di comunicazione, nega, a sorpresa, che l’allora provinciale dei gesuiti avesse vincoli con il regime militare, sottolineando anzi (su Repubblica, 15/3) come egli avesse «cercato di aiutare le vittime della dittatura». Più articolato, invece, il giudizio espresso sul suo sito il 14/3: «È indiscutibile che ci furono complicità di buona parte della gerarchia ecclesiale con il genocidio perpetrato contro il popolo argentino, e se molti, con “eccesso di prudenza”, hanno compiuto gesti silenziosi per liberare i perseguitati, pochi sono stati i pastori che con coraggio e decisione hanno assunto la nostra lotta in difesa dei diritti umani contro la dittatura militare. Non ritengo Jorge Bergoglio complice della dittatura, ma credo che gli mancò il coraggio di accompagnare la nostra lotta nei momenti più difficili».
«Sarebbe bellissimo – ha commentato invece Roberto Saviano – se il primo gesto del papa fosse invitare a Roma le Madri di Plaza de Mayo» (ma alla domanda su cosa pensasse del nuovo papa, la presidente dell’associazione Hebe de Bonafini ha pronunciato appena un lapidario «Amen»).

Riconciliazione sempre e comunque
Proprio la non rimarginabile ferita della dittatura militare è stata la causa degli aspri contrasti che il cardinale ha avuto con il presidente argentino Néstor Kirchner, trovandosi, i due, schierati sui versanti opposti dell’oblio e della memoria, della riconciliazione (a prescindere dalla giustizia) e della giustizia (prima della riconciliazione). Se Kirchner ha sempre respinto con forza l’equazione tra il «giudicare i crimini del passato» e il «creare divisione tra gli argentini», dichiarando di voler fare tutto il possibile per garantire la giustizia, Bergoglio, in sintonia con gran parte dell’episcopato, ha sempre posto l’esigenza della riconciliazione al di sopra di tutto (affermando per esempio che «ciò che vi è stato in termini di peccato e di ingiustizia deve essere benedetto con il perdono, il pentimento e la riparazione»; v. Adista n. 47/07). E si è assunto, insieme agli altri vescovi (e, dal 2005 al 2011, anche in qualità di presidente della Conferenza episcopale), la responsabilità di dichiarazioni e documenti assai lacunosi quanto a ricostruzione storica degli anni della dittatura, assai indulgenti rispetto alla condotta dell’episcopato durante il regime militare, e assai timidi nella richiesta di perdono alle vittime.
L’ultima polemica riguarda il documento intitolato La fede in Gesù Cristo ci muove alla verità, la giustizia e la pace emesso dalla Conferenza episcopale argentina il 9 novembre 2012 (v. Adista n. 43/12), in reazione alle affermazioni del dittatore Jorge Rafael Videla – contenute nel libro-intervista Disposizioni finali. La confessione di Videla sui desaparecidos – riguardo ai buoni rapporti da lui intrattenuti con la gerarchia ecclesiastica («La mia relazione con la Chiesa – ha assicurato tra molte altre cose – è stata eccellente, molto cordiale, sincera e aperta. Non si dimentichi che avevamo ad assisterci anche dei cappellani militari»). Nel loro documento, i vescovi – che finiscono anche, come di consueto, per equiparare il terrorismo di Stato con la violenza guerrigliera, secondo la classica teoria “dei due demoni” – ritengono che quanti allora guidavano l’episcopato «tentarono di fare il possibile per il bene di tutti, secondo la loro coscienza e il loro giudizio prudenziale», aggiungendo tuttavia di non voler «eludere la responsabilità di avanzare nella conoscenza di questa verità dolorosa», impegnandosi a completare uno studio tardo ma necessario (studio che in realtà è stato già abbondantemente realizzato) e ribadendo la loro richiesta di perdono «a quanti abbiamo turbato o non accompagnato come dovevamo». Dichiarazioni, quelle sui vescovi, aspramente contestate dal gruppo di “Preti per l’opzione per i poveri”, secondo cui nessun sacerdote potrebbe mai accettare «una confessione tanto generica, senza riconoscimento concreto delle mancanze e dei delitti commessi», da quello relativo alla giustificazione pubblica della tortura come un male minore fino a quello del silenzio sul tema dei cappellani militari e della loro complicità con il genocidio.

Lacrime di vittime
Così, mentre tanti argentini festeggiano per l’elevazione al soglio pontificio di un proprio concittadino, c’è chi, guardando il volto del nuovo papa, rivive l’incubo delle violenze subite. «Non posso crederci», commenta in una email inviata a Verbitsky – di cui il giornalista riferisce nell’articolo uscito su Página 12 del 14 marzo – Graciela Yorio, la sorella di Orlando (mai ripresosi pienamente dalle torture e morto nel 2000 in Uruguay): «Mi sento così angosciata e stravolta che non so che fare. Ha ottenuto quello che voleva. Rivedo Orlando nel soggiorno di casa, alcuni anni fa, dire di lui “vuole diventare papa”. È la persona adatta per coprire il marcio. È esperto nel coprire. Il telefono non smette di squillare, Fito (Adolfo Yorio, ndr) mi ha chiamato in lacrime».
«Non sono sicuro che Bergoglio sia stato eletto per coprire il marcio che ha ridotto Joseph Ratzinger all’impotenza», commenta Verbitsky, assicurando che non si sentirebbe sorpreso se il nuovo papa lanciasse «una crociata moralizzatrice per sbiancare i sepolcri apostolici», ma dicendosi certo «che il nuovo vescovo di Roma sarà un ersatz, parola tedesca di difficile traduzione che indica un surrogato di bassa qualità». Il suo profilo, continua senza fare sconti, è quello «di un populista conservatore come lo sono stati Pio XII e Giovanni Paolo II: inflessibili nelle questioni dottrinarie, ma con un’apertura verso il mondo, e, soprattutto, verso i settori diseredati». Motivo per cui, secondo il giornalista, non mancherà chi vedrà in lui il protagonista dell’«anelato rinnovamento ecclesiale», dimenticando come nei suoi 15 anni alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires egli abbia «cercato di unificare l’opposizione contro il primo governo che in molti anni ha adottato una politica favorevole a tali settori».

(Fonte Adista online)

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