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L’Antitrust chiede trasparenza alle multinazionali dei vaccini

Antitrust-vaccini

L’Antitrust in un’indagine su “I mercati dei vaccini a uso umano” presentata il 25 maggio a Roma, denuncia opacità sui prezzi dei vaccini e poca concorrenza ed invita le autorità mediche ad assumere posizioni più chiare, trasparenti e indipendenti sulle vaccinazioni da includere nel nuovo piano nazionale di prevenzione (approvato a novembre dalla Conferenza Stato-Regioni e ora al vaglio del ministero dell’Economia) e sui profili di equivalenza terapeutica tra vaccini indicati per la stessa malattia.

L’industria dei vaccini muove una spesa annua di 300 milioni di euro, a carico del Sistema Sanitario Nazionale, destinata a raddoppiare con l’approvazione del nuovo piano di prevenzione vaccinale. Un mercato mondiale di oltre 20 miliardi di euro, con una stima di crescita di oltre 35 miliardi di euro entro il 2020, dominato da un oligopolio di quattro imprese multinazionali, che da sole controllano l’80% delle vendite: GlaxoSmithKline, Sanofi Pasteul, MerkSharpDohme e Pfizer. Continue Reading

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Il business del succo d’arancia

succo arancia


Le arance utilizzate per produrre i succhi che si consumano in Europa provengono per l’80 per cento dal Brasile e dagli USA. Da lì il succo viene esportato in forma liofilizzata per essere poi allungato con l’acqua nel paese di destinazione. Dietro alla catena di produzione e fornitura c’è una manciata di multinazionali che ne detiene il controllo a livello globale e fa in modo di tenere il più possibile sotto silenzio le condizioni di lavoro, il massiccio uso di pesticidi e l’impatto ambientale che deriva dalla produzione. Una campagna europea ha condotto una ricerca in Europa e in Brasile per far luce su quel che i supermercati sono soliti occultare. Ecco i risultati.

I risultati della ricerca Exprimidos – Lo que hay detrás del negocio del zumo de naranja [Quel che c’è dietro l’affare del succo d’arancia], realizzata dalla campagna europea Supply Cha!nge della quale fa parte la rete di attivisti Col•lectiu RETS e che è stata condotta in Brasile e in Europa, fanno luce su qualcosa che i supermercati di generi alimentari sono soliti occultare: la dipendenza e lo sfruttamento dei lavoratori nelle aziende e nelle piantagioni, così come la distruzione dell’ambiente, in particolare attraverso il massiccio utilizzo di pesticidi.

Negli ultimi 30 anni si è avuto un enorme incremento della produttività del succo di arancia, anche a seguito dell’aumento della densità delle piantagioni. Dovendo sopravvivere in un mercato altamente competitivo, si è verificato un processo di concentrazione in tutti i settori della catena di produzione del succo di arancia.

Oggi, le imprese Sucocítrico Cutrale Ltda (Cutrale) [1], Citrosuco S/A (Citrosuco) [2] e Louis Dreyfus Commodities Agroindustrial S/A (LDC) controllano in Brasile tutta l’attività di produzione ed esportazione del succo d’arancia. Queste tre società controllano in maniera effettiva il mercato globale, fornendo alle più grandi aziende di imbottigliamento più del 50 per cento del succo prodotto. Continue Reading

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La classifica mondiale delle 25 multinazionali dove si lavora meglio

google

Google è la migliore azienda del mondo in cui lavorare. Sul podio finiscono anche Sas Institute (Ict) e WL Gore (tessile). Nella lista stilata, dalla società “Great Place to Work“, su 25 aziende non figura nessuna italiana. La ricerca è stata realizzata intervistando più di 6.600 aziende (che contano in totale 12 milioni di dipendenti) in tutto il mondo dalla fine del 2014 alla metà del 2015. Il 91% dei quasi due milioni di lavoratori rappresentati sostiene di essere orgoglioso di dire agli altri che lavora per la sua azienda, l’89% è felice di cosa riesce a creare lavorando e l’88% sente di contribuire al benessere delle comunità circostanti mentre l’87% ritiene di lavorare in un ottimo posto.

“Purtroppo”, spiega l’ad di Great place to work Italia Alessandro Zollo, “analizzare il clima aziendale non è ancora pienamente nella cultura delle imprese italiane. Lo è invece nelle sedi italiane delle multinazionali estere, infatti 8 delle 25 in classifica lo sono anche per la loro sede italiana. Il problema è racchiudibile in due concetti: meritocrazia e leadership. Se non riusciamo a mettere in campo credibili processi di selezione, valutazione e promozione dei più meritevoli e finché non formiamo i nostri manager per gestire il business senza ricorrere all’autorità e alla verifica del tempo trascorso in ufficio, ma piuttosto insegnando loro a diventare un punto di riferimento per i propri collaboratori, non entreremo mai in questa speciale classifica”.

  • 1. Google

    Google56,040 employees
    www.google.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Argentina, Brazil, Canada, India, Japan, Switzerland, United States

  • 2. SAS Institute

    SAS Institute13,741 employees
    www.sas.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Australia, Belgium, Germany, Italy, Mexico, Portugal, Spain, Netherlands, United States

  • 3. W. L. Gore & Associates

    W.L. Gore & Associates10,000 employees
    www.gore.com
    Industry: Manufacturing & Production | Textiles and textile products
    Listed in: China, France, Germany, Italy, Spain, United Kingdom, United States

  • 4. NetApp

    NetApp12,810 employees
    www.netapp.com
    Industry: Information Technology | Storage/Data Management
    Listed in: Australia, Canada, China, France, Germany, India, Japan, Switzerland, Netherlands, United Kingdom, United States

  • 5. Telefónica

    Telefónica123,700 employees
    www.telefonica.com
    Industry: Telecommunications
    Listed in: Argentina (2), Central America (One Operation), Chile, Colombia, Ecuador, Mexico, Peru (3), Venezuela

  • 6. EMC

    EMC70,000 employees
    www.emc.com
    Industry: Information Technology | Storage/Data Management
    Listed in: Australia, Austria, Brazil, China, Denmark, France, Germany, India, Ireland, Italy, Korea, Saudi Arabia, Mexico, Poland, Spain, Switzerland, The Netherlands, Turkey, United Arab Emirates, United Kingdom

  • 7. Microsoft

    Microsoft128,000 employees
    www.microsoft.com
    Industry: Financial Services & Insurance
    Listed in: Argentina, Canada, Chile, Colombia, Denmark, Germany, Greece, India, Italy, Japan, Mexico, Norway, Peru, Poland, Portugal, Spain, Turkey, United Kingdom

  • 8. BBVA

    BBVA108,000 employees
    www.bbva.com
    Industry: Information Technology | Software
    Listed in: Argentina, Chile, Mexico (2), Paraguay, Peru, Venezuela

  • 9. Monsanto

    Monsanto22,400 employees
    www.monsanto.com
    Industry: Biotechnology & Pharmaceuticals | Biotechnology
    Listed in: Argentina, Belgium, Brazil, Canada, China, Costa Rica, France, Guatemala , India, Italy, Mexico, Spain

  • 10. American Express

    American Express53,500 employees
    www.americanexpress.com
    Industry: Financial Services & Insurance | Banking/Credit Services
    Listed in: Argentina, India, Japan, Mexico, United States

  • 11. Marriott

    Marriott182,972 employees
    www.marriott.com
    Industry: Hospitality | Hotel/Resort
    Listed in: Brazil (2), India, Mexico (4), Peru, United Arab Emirates, United States

  • 12. Belcorp

    Belcorp10,185 employees
    www.belcorp.biz
    Industry: Retail
    Listed in: Bolivia, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Mexico, Peru

  • 13. Scotiabank

    Scotiabank86,932 employees
    www.scotiabank.com
    Industry: Financial Services & Insurance | Banking/Credit Services
    Listed in: Canada, Chile, Costa Rica, Dominican Republic, El Salvador, Mexico (3), Panama, Peru, Puerto Rico

  • 14. Autodesk

    Autodesk8,823 employees
    www.autodesk.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Australia, Canada, China, Germany, United Kingdom, United States

  • 15. Cisco

    Cisco70,112 employees
    www.cisco.com
    Industry: Information Technology
    Listed in: Brazil, Chile, Costa Rica, Italy, Saudi Arabia, Mexico, Norway, Poland, Portugal, Spain, United Kingdom, United Kingdom

  • 16. Atento

    Atento150,000 employees
    www.atento.com
    Industry: Professional Services | Telephone Support/Sales Centers
    Listed in: Argentina, Brazil, Colombia, El Salvador, Guatemala, Mexico, Peru, Puerto Rico, Uruguay

  • 17. Diageo

    Diageo28,000 employees
    www.diageo.com
    Industry: Manufacturing & Production | Beverages
    Listed in: Brazil, Canada, Central America & Caribbean, Chile, Ireland, Mexico

  • 18. Accor

    Accor142,896 employees
    www.accor.com
    Industry: Hospitality | Hotel/Resort
    Listed in: Argentina, Brazil, Chile, India, Mexico, Peru, United Kingdom

  • 19. Hyatt

    Hyatt97,000 employees
    www.hyatt.com
    Industry: Hospitality
    Listed in: China, Germany, India, United Arab Emirates, United Kingdom, United States

  • 20. Mars

    Mars74,141 employees
    www.mars.com
    Industry: Manufacturing & Production | Food Products
    Listed in: Australia, Austria, Belgium, Brazil, Central America & Caribbean, Chile, China, Denmark, France, Greece, Ireland, Italy (2), Japan, Korea, Poland, Portugal, Spain, Sweden, Switzerland, United States

  • 21. Cadence

    Cadence6,405 employees
    www.cadence.com
    Industry: Information Technology | Software
    Listed in: Canada, India, Korea, United Kingdom, United States

  • 22. Hilti

    Hilti22,000 employees
    www.hilti.com
    Industry: Manufacturing & Production
    Listed in: Canada, Denmark, Germany, Mexico, Poland, Sweden, Switzerland, Turkey, United States

  • 23. EY

    EY193,295 employees
    www.ey.com
    Industry: Professional Services
    Listed in: Canada, Costa Rica, Dominican Republic, Guatemala, Mexico, Panama, United States

  • 24. H&M

    H&M132,000 employees
    www.hm.com
    Industry: Retail | Clothing
    Listed in: Austria, Canada, China, Denmark, Finland, Netherlands, Turkey

  • 25. Novo Nordisk

    Novo Nordisk39,062 employees
    www.novonordisk.com
    Industry: Biotechnology & Pharmaceuticals | Pharmaceuticals
    Listed in: Finland, Greece, Mexico, Netherlands, United States

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Verso un mondo multipolare

mondo-multipolare

Sulla base di numerosi indicatori e dati utilizzati all’interno del rapporto intitolato “The End of Globalization or a More Multipolar World” (La fine della globalizzazione o un mondo più multipolare), Credit Suisse ha creato un “orologio della globalizzazione“, che presenta lo sviluppo della globalizzazione e del multipolarismo in forma graduata rispetto ai valori medi di lungo termine.

The Credit Suisse Globalization ClockLa figura a lato evidenzia che nei primi anni Novanta la globalizzazione era dominata dagli USA e dai paesi europei, mentre nel periodo 2000- 2005 vi è stata una fase più fiacca di globalizzazione e di multipolarismo, trainata dalla crescita delle tecnologie dell’informazione e dal consolidamento del potere militare di importanti paesi avanzati durante i conflitti in Iraq e Afghanistan. Da allora il mondo si è spostato nel primo quadrante dell’orologio, una posizione ottimale, ed è diventato più globalizzato e più multipolare al tempo stesso: una tendenza accentuata dall’indebolimento economico dei mercati sviluppati e dalla crescita delle economie emergenti. Il PIL mondiale si sta spostando verso est. Ad esempio, in futuro tra le 50 città più importanti figureranno Delhi, Shanghai, Mumbai e Pechino. Un segno dei tempi di cambiamento che stiamo vivendo, nei quali i paesi emergenti dimostrano d’avere il titolo e il diritto di contribuire alle grandi scelte mondiali. Piaccia o no, è quello in cui viviamo.

Questo rapporto mostra i tre scenari seguenti: quello di una “globalizzazione prospera”, dell'”emergenza di un mondo multipolare a livello economico, politico e sociale” e lo scenario più drammatico della “fine della globalizzazione”.

Scenario 1: la globalizzazione prosegue. Il primo scenario è quello in cui prosegue la globalizzazione. Ciò significa che il dollaro continua ad assumere un ruolo di primus inter pares nel mondo delle divise, che in generale le multinazionali occidentali dominano il panorama commerciale globale, e che il tessuto giuridico e istituzionale internazionale è ancora di natura occidentale. In termini economici, la volatilità macroeconomica è bassa, il commercio è in crescita con qualche battuta d’arresto dovuta a interventi protezionistici, e l’economia di Internet cresce oltre i confini nazionali. Sul piano socio-politico, un’evoluzione significativa è rappresentata dal miglioramento dello sviluppo umano, con società più aperte.

Scenario 2: un mondo multipolare. Il secondo scenario si basa sull’ascesa dei paesi asiatici e su una stabilizzazione nell’eurozona: in termini generali, l’economia poggia su tre pilastri – Americhe, Europa e Asia (guidata dalla Cina). In particolare, in questo scenario prevediamo lo sviluppo di nuove istituzioni internazionali che si sostituiranno a organismi quali la Banca mondiale, la nascita della “democrazia controllata” e una versione più regionale dello Stato di diritto, fenomeni migratori più regionali tra zone rurali e urbane piuttosto che oltre i confini nazionali, l’aumento di centri finanziari regionali e nuovi sviluppi nel settore bancario e finanziario. Per quanto riguarda le imprese, il cambiamento significativo sarebbe l’ascesa di campioni regionali, che in molti casi si sostituirebbero alle multinazionali globali. Vi potrebbero inoltre essere miglioramenti non omogenei sul fronte dello sviluppo umano, che porterebbero a economie locali più stabili e più ricche, sulla scia di un ininterrotto trend dei consumi nei mercati emergenti. In Europa, l’UE limita la propria crescita espansiva e prospera, mentre il processo di ristrutturazione bancaria e aziendale consente di snellire l’economia.

Scenario 3: la fine della globalizzazione. Il nostro terzo scenario è più negativo, pur se meno probabile, e ricorda il crollo della globalizzazione nel 1913 e il conseguente scoppio della Prima guerra mondiale. Nonostante il mondo sia stato colpito dalla crisi finanziaria globale e dagli attacchi terroristici negli ultimi anni, questi sviluppi hanno probabilmente accresciuto anziché ridotto la cooperazione tra le nazioni. Vi sono comunque rischi per la globalizzazione. Fra le tendenze e gli sviluppi vi sono il rallentamento della crescita economica e degli scambi commerciali con in più la possibilità di uno shock macroeconomico (per indebitamento, disparità e immigrazione), un aumento del protezionismo, uno scontro geopolitico/militare tra grandi potenze, guerre valutarie, eventi climatici, l’ascesa di movimenti politici antiglobalizzazione ad ampia base e l’opposizione alle multinazionali, oppure un’inversione di tendenza nei processi di transizione alla democrazia.

Lo sviluppo della globalizzazione, così come si è caratterizzato negli ultimi decenni, si fondava sull’assunto della superiorità del mercato rispetto alle istituzioni. Con la globalizzazione è stato creato un mercato mondiale non governato, dove la concorrenza e la ricerca del massimo profitto hanno avuto piena libertà d’azione. Se guardiamo al passato, scopriremo che il mondo multipolare, un Ordine basato su un principio multipolare, non è mai esistito. Il multipolarismo è dunque un progetto, un piano, un’idea di futuro, non una mera inerzia o un’insulsa resistenza alla globalizzazione. Il multipolarismo osserva il futuro ma lo vede in maniera radicalmente diversa dai sostenitori del globalismo e si sforza di dare vita alla sua visione. La filosofia multipolare conviene sul fatto che il presente ordine mondiale sia imperfetto e richieda una profonda trasformazione. Nei prossimi decenni l’ordine economico internazionale sarà caratterizzato dalla competizione fra grandi mercati interni “governati”, cioè da sistemi continentali capaci di perseguire un proprio progetto economico e sociale. L’uomo può tornare a essere il centro dei processi, non più la sola ricerca del profitto.

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Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura

Mentre viene celebrato l’Expo come una grande occasione per rilanciare il Made in Italy, intere filiere agricole sopravvivono grazie allo sfruttamento del lavoro. Dal sud della Spagna alla Grecia, fino in Puglia, Sicilia e Calabria, tutta l’Europa mediterranea produce in condizioni di grave sfruttamento i prodotti ortofrutticoli destinati in gran parte ai mercati del Nord.

Il modello si estende e non risparmia regioni un tempo immuni come ad esempio il Piemonte. Quella che a prima vista appare come un’emergenza umanitaria – ghetto di Rignano (Foggia), baraccopoli-tendopoli di Rosarno (Reggio Calabria), area di Saluzzo (Cuneo) etc. – è in realtà il frutto di un vero e proprio sistema di produzione che in tutta l’Europa del Sud ha le stesse caratteristiche e che si nutre dello sfruttamento.

Che fine fanno le arance raccolte sfruttando il lavoro dei migranti? E quali sono le responsabilità delle multinazionali, dei commercianti e dei produttori? A queste domande cerca di rispondere il rapporto “#FilieraSporca. Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura nell’anno di Expo“, realizzato dalle associazioni “daSud”, “Terra! Onlus”, “Terrelibere”. Un percorso lungo la filiera, dal campo allo scaffale, per stanare i veri invisibili dello sfruttamento del lavoro in agricoltura: la grande distribuzione e le multinazionali.

Quando lo sfruttamento è strutturale, è inutile riferirsi all’emergenza, perché è il prodotto di una filiera malata che scarica costi e disagi sul soggetto più debole, i braccianti, spesso migranti di origine africana o dell’Est Europa.

Il rapporto nasce con l’idea di offrire una prospettiva nuova al problema complesso dello sfruttamento del lavoro in agricoltura. Perché se è vero che ci sono migliaia di persone costrette a subire lo sfruttamento e a paghe da fame, è altrettanto vero che esiste una filiera che si nutre dello sfruttamento come terreno di coltura su cui svilupparsi. Ed è proprio la filiera a dover essere indagata se vogliamo rintracciare le cause e offrire possibili soluzioni.

Quanti sono i consumatori che sarebbero disposti a comprare un’arancia, un pomodoro, una bottiglia di vino, un succo, una conserva, sapendo che vengono dallo sfruttamento e dalla schiavitù? Probabilmente nessuno. Ma nessuno al momento è in grado di sapere se quello che sta mangiando è frutto di questo sfruttamento, se è sporco. Quella che il rapporto ricostruisce è una filiera lunga, troppo lunga, composta da troppi passaggi per portare un’arancia dall’albero al supermercato. Passaggi in cui ogni singolo anello deve guadagnare, fino a far lievitare il costo di un kg di arance a 2.10€ in un supermercato di Roma, e di cui solo 0,03/0,06€ vanno al bracciante agricolo.

Come funziona il caporalato. La raccolta è l’unico elemento visibile di un meccanismo complesso. Il basso salario e il caporalato producono condizioni abitative degradanti. I ghetti sono “fotografabili”, creano immaginario e diventano la spia di un sistema malato. Il caporalato deriva dalla necessità di forza lavoro molto flessibile, specie quando il prodotto è deperibile (pomodoro, frutta, etc.). Allora è necessario organizzare la manodopera in squadre e capisquadra, che diventano gli interlocutori unici per pagamenti e dispiegamento dei lavoratori nei campi. Per un padrone, ovviamente, è molto più semplice parlare con un caporale che con dieci o venti braccianti. I caporali possono affiancare o sostituire cooperative formalmente legali che però finiscono per svolgere una funzione analoga. Mentre i medi produttori ricorrono direttamente ai caporali, le realtà più grandi preferiscono rivolgersi a strutture formalmente legali come le “cooperative senza terra”. Sono formate sia da italiani che stranieri, non producono ma offrono servizi come la potatura e raccolta. Spesso sono aziende serie, altre volte forme di caporalato mascherato. Dietro un contratto formale con l’azienda committente, infatti, possono nascondersi lavoro nero, decurtazione delle buste paga, evasione contributiva.

Soluzioni? Puntare sulla trasparenza, dare il giusto a chi lavora eliminando gli intermediari inutili che sfruttano la manodopera, permetterebbe di abbassare il prezzo finale e porre fine a questa schiavitù.

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