0

Vent’anni di governi: Valutazione della performance economica

_Vent’anni-di-governi-Berlusconi-Amato-Ciampi-D'Alema-Monti

In occasione della campagna elettorale per le elezioni politiche, il cui prossimo turno ha luogo in Italia il 24-25 febbraio 2013, potrebbe essere utile per i cittadini considerare le precedenti performance che i partiti hanno espresso in passate esperienze di governo.

Questa valutazione può essere importante in particolare nel caso in cui i leader in campo hanno già partecipato ai governi passati. Questo è proprio il caso italiano, dove 2 dei 3 principali leader sono stati primo ministro (Berlusconi e Monti), oppure ministro di più governi (Bersani).

La valutazione che si intende effettuare verte esclusivamente all’ambito economico, ed in particolare su due temi, che costituiscono il principale terreno di confronto tra le forze politiche: la finanza pubblica (con i conseguenti aspetti della spesa pubblica e del fisco), e la crescita economica.

È bene precisare (per i lettori meno esperti delle questioni economiche) che il Governo ha un elevato controllo sulla finanza pubblica, potendo decidere il livello delle entrate e delle spese, mentre ha un potere molto limitato di influenzare l’andamento del Pil, dipendendo questo dalla capacità del sistema produttivo nazionale di vendere i beni e servizi realizzati, ai clienti nazionali ed esteri. Per evidenziare quest’ultimo concetto, si ricorda, a titolo di esempio, che se i cittadini italiani continuano a comprare auto estere, e se i consumatori di altri paesi preferiscono vini non italiani, il Governo potrà fare ben poco per far incrementare il Pil italiano.

Eppure, buona parte dei messaggi politici verte proprio sulle maggiori opportunità di crescita economica, oppure di occupazione (che, come è noto, dipende dall’andamento dell’economia), che si avrebbero votando il partito di appartenenza del politico.

In uno studio condotto da chi scrive, e scaricabile in formato Pdf (le tabelle sono in fondo a questo articolo), si è esaminata la performance dei 13 governi che si sono succeduti nei 20 anni compresi tra il 1992 ed il 2012, sulla base dei dati raccolti nei siti di Banca d’Italia, Istat, ed Eurostat, relativi a 5 parametri:

1) l’incremento del debito pubblico nominale (Tabella I);

2) l’incremento del debito pubblico reale (Tabella II);

3) l’andamento del rapporto debito/Pil annuale (Tabella III);

4) l’andamento del rapporto deficit/Pil annuale (Tabella IV);

5) l’andamento del tasso di crescita reale del Pil (Tabella V).

Risultati della valutazione della performance economica dei Governi italiani del periodo 1992-2012

Rinviando per gli aspetti metodologici allo studio completo, in questa sede ci si propone semplicemente di richiamare i principali risultati che derivano dall’osservazione dei dati contenuti nelle 5 tabelle dello studio, che si invita caldamente di guardare nel Pdf allegato.

Un primo risultato che emerge è che i governi di centrosinistra hanno contribuito in misura minore alla crescita del debito pubblico italiano, e questo non solo in termini assoluti, ma anche considerando il tasso di crescita media mensile del debito.

Se si considerano i dati del debito pubblico espressi in termini reali, ossia rivalutati al valore dell’euro di fine 2012 (Tabella II), i risultati sono infatti i seguenti:

a) governi tecnici: 6 mld euro/mese, pari a 301 mld di euro in 50,5 mesi, che rappresenta il 43,7% del debito reale accumulato tra fine 1991 e fine 2012 (percentuale maggiore di quella relativa alla durata degli esecutivi rispetto al periodo considerato, pari a 20,7%);

b) governi di centrosinistra: 0,9 mld euro/mese, pari a 77 mld di euro in 84,5 mesi, ossia l’11,2% di tale debito (pur avendo governato per il 34,6% del periodo considerato);

c) governi di centrodestra: 2,8 mld euro/mese, pari a 310 mld di euro in 109 mesi, ovvero il 45,1% (percentuale analoga a quella relativa alla durata: 44,7%).

Se poteva essere scontata la migliore performance dei governi di centrosinistra rispetto a quelli del centrodestra (sebbene la differenza sia pari ad un rapporto di 1 a 3), risultano invece sorprendenti i cattivi risultati dei governi tecnici (Amato I, Ciampi, Dini, Monti), che nel complesso non sembrano essere risultati particolarmente vantaggiosi per quanto concerne la limitazione della crescita del debito pubblico. È però giusto evidenziare che per questi 4 governi vi sono state le seguenti importanti limitazioni:

a) la breve durata dei governi tecnici (in media poco più di un anno);

b) l’intervento in periodi di grave crisi di finanza pubblica, già conclamata, con la conseguente impossibilità di invertire drasticamente i trend in breve tempo.

Va poi considerato il fatto che i dati di finanza pubblica dell’anno x sono determinati in buona misura dalle decisioni prese nell’anno x-1, in occasione dell’approvazione della legge di stabilità (un tempo legge finanziaria) e del bilancio, sebbene l’esperienza abbia dimostrato che sono possibili anche manovre correttive in corso d’anno, con effetti immediati sul fabbisogno e sulle entrate, iniziativa che costituisce una possibile scelta di politica economica.

Passando ora alla valutazione delle performance dei governi in funzione dei cosiddetti parametri di Maastricht, utilizzati anche come riferimento delle procedure comunitarie di sorveglianza delle posizioni di bilancio (Patto di Stabilità e Fiscal compact), l’esame dei dati della tabella IV porta a rilevare che la media del rapporto deficit/pil è stata per i 3 gruppi di governi la seguente:

a) governi tecnici: 7,9% (media nell’arco di 4 anni), tenendo però presente che il valore del rapporto deficit/pil per il 2012 è ancora una stima;

b) governi di centrosinistra: 2,9% (media nell’arco di 7 anni);

c) governi di centrodestra: 4,3% (media nell’arco di 10 anni).

Questi risultati vanno però letti alla luce anche delle seguenti circostanze:

1) negli anni 1996-2000, governati dal centrosinistra, tutti i paesi europei hanno sperimentato un analogo trend di miglioramento, che in alcuni paesi (Germania, Gran Bretagna) è stato tale da portare il bilancio in attivo;

2) negli anni 2008-2011, governati dal centrodestra, il peggioramento del rapporto deficit/pil italiano è stato inferiore rispetto a quello degli altri paesi europei (con l’eccezione della Germania);

3) 3 dei 4 governi tecnici (Amato I, Ciampi, Monti) hanno gestito le finanze pubbliche nel corso di un periodo particolarmente critico.

L’esame dell’ultima tabella, la V, relativa ai tassi di crescita del Pil reale, porta a constatare per i 3 gruppi di governo queste performance:

a) governi tecnici: tasso di crescita media del Pil reale pari allo 0,1% l’anno (media nell’arco di 4 anni);

b) governi di centrosinistra: 1,9% (media nell’arco di 7 anni);

c) governi di centrodestra: 0,3% (media nell’arco di 10 anni);

Riconosciuto che i governi hanno una limitata capacità di influenzare l’andamento del Pil, non si può però tralasciare la circostanza che la propaganda di alcune forze politiche sono state centrate sulla promessa di sviluppo economico, ed in alcuni casi addirittura di un “nuovo miracolo italiano”.

È dunque corretto esaminare anche questo parametro di crescita del Pil reale, se non altro per verificare il livello di “fortuna” che i vari governi hanno avuto nel raggiungere questo obiettivo, visto che è difficile ritenere che la crescita sia un merito dell’esecutivo (e viceversa, la crisi economica una colpa del governo).

Conclusioni

I dati contenuti nelle 5 tabelle allegate consentono di affermare che i governi di centrosinistra che si sono succeduti negli ultimi 20 anni in Italia hanno registrato nel complesso performance migliori rispetto ai risultati sia dei governi di centrodestra, sia dei governi tecnici. Tale affermazione trova riscontro in tutti i dati di finanza pubblica e di crescita del Pil reale considerati. Detto questo, altro discorso è la valutazione del merito dell’attività di governo. Si è ricordato che nel caso dei governi tecnici vi sono stati degli importanti fattori che hanno sicuramente inciso sulla capacità di esprimere buone performance (breve durata media degli esecutivi, e intervento in situazioni di crisi già conclamata). Allo stesso modo i governi di centrodestra hanno avuto la sfortuna di iniziare spesso la loro azione in corrispondenza dell’avvio di periodi di crisi internazionale, come è stato il caso del 2001 (II governo Berlusconi), con gli attacchi terroristici, e del 2008 (IV governo Berlusconi), dove la crisi finanziaria si è rapidamente estesa all’economia reale a livello globale. Va però detto che se la sfortuna non è un demerito (anche se Napoleone la pensava diversamente in relazione ai propri generali), diventa un demerito promettere scenari che non sono nel controllo di chi governa, come l’evoluzione del nostro paese degli ultimi 20 anni dimostra.

Una seconda conclusione che si può trarre dallo studio è il livello modesto di risultati economici ottenuti dai nostri governi negli ultimi 20 anni. In effetti un rapporto debito/pil non lontano dal 130%, che costituisce un record storico, un valore assoluto del debito superiore a 2.000 mld di euro (circa 4 milioni di miliardi delle vecchie lire), e una crescita economica media negli ultimi 21 anni dello 0,8% (16,7 punti percentuali di crescita reale in 21 anni), difficilmente potrebbero configurarsi come risultati positivi. Relativamente alla crescita economica è il caso di segnalare che tutti gli altri principali paesi europei sono cresciuti più dei 16,7 punti percentuali registrati dall’Italia: 48,1 la Gran Bretagna, 47,8 punti la Spagna, 33,8 punti la Francia, 28,4 la Germania. In altre parole, negli ultimi 20 anni la Spagna e la Gran Bretagna hanno avuto una crescita tripla (300%) rispetto alla nostra, la Francia una crescita doppia (200%), e la Germania una crescita superiore del 50%. Ma l’elemento di maggiore preoccupazione è probabilmente offerto dalla circostanza che nei media, e nei dibattiti politici sono quasi sempre assenti valutazioni parametrate a dati oggettivi, quali quelli richiamati in questa nota.

Schermata_04_02_13_15_52

2

3

4

5

(Fonte sbilanciamoci.info – Massimiliano Di Pace)

Condividi:
0

Spread: Tutto quello che vorreste sapere e non avete mai osato chiedere

Spread

1. Cosa è lo spread
Riproduco la prima definizione dello spread che mi capita a tiro su Google – dal sito di Pierferdinando Casini – «lo spread è la differenza tra il tasso di interesse pagato dallo stato italiano e quello pagato dallo stato tedesco (reputato uno degli investimenti più sicuri). Supponiamo che abbiamo un tasso pari a 6%, se quello tedesco è del 2%, allora lo spread è del 4% (6-2=4)».

Questa definizione è condivisibile e generalmente accettata.

La ragione per cui si prende come riferimento lo spread con i titoli del debito tedesco per valutare l’andamento dei titoli del nostro debito pubblico sarebbe, citando sempre dalla stessa fonte, la seguente: «Lo spread è il differenziale tra il nostro tasso di interesse (che lo stato paga sui Btp) e un tasso di interesse preso come “pietra di paragone” e che generalmente è pagato dagli investimenti ritenuti “sicuri”. In pratica, più rischioso è l’investimento, maggiore è l’interesse che vuole chi presta il denaro. Se la cosa vi sembra eticamente discutibile, provate a riflettere: voi prestereste denaro ad una persona inaffidabile con il rischio di non averlo restituito? E se prestate questo denaro, è chiaro che maggiore è il rischio, maggiore è il guadagno che chiedete per compensare il rischio corso. Allo stesso modo dobbiamo ragionare con lo spread e il nostro debito pubblico.».
La ricetta è dunque facilmente intuitiva sulla base di una semplice analogia – forse troppo semplice – tra lo Stato ed un qualsiasi privato debitore. Lo Stato italiano, se vuole pagare meno interessi sul debito deve divenire più affidabile – risanando i conti e dando stabilità al Governo del Paese come la Germania presa come “pietra di paragone”. Insomma se lo spread con la Germania scende è il segnale che l’Italia si sta comportando bene avvicinandosi alla pietra di paragone, se sale invece il segnale sarebbe negativo.

In questa accezione comunemente accolta, lo spread dunque è un monito, ci richiama l’esempio del rigore e del buon governo per uscire dalla crisi. In sintesi indebitarsi ai tedeschi costa meno di quanto costi a noi, perché il loro Stato è ritenuto più affidabile del nostro. Questa è la facile, quanto ovvia conclusione. Ma non è così o, per meglio dire, non è questo l’aspetto principale sul quale concentrare l’attenzione.

2. Perché lo spread è un parametro (utilizzato in modo) fuorviante
L’affermazione che il debito tedesco costi meno per l’affidabilità della Germania è al contempo vera e falsa. È vero che la maggiore solvibilità della Germania rende meno oneroso il debito tedesco, ma non è vero che sia lo spread tra il nostro debito e quello tedesco l’indicatore principale cui fare riferimento per valutare il costo del nostro debito pubblico che, invece, dipende essenzialmente da un altro fattore e cioè dal cambio tra dollaro e euro. Per capirci.
Quando ci occupiamo del costo del debito, ci dovrebbe interessare in realtà – e concretamente – non tanto il differenziale con il debito tedesco ma quali costi sosteniamo per prendere in prestito le risorse di cui abbiamo bisogno per finanziare il bilancio dello stato, cioè il costo effettivo del nostro debito pubblico. Tanto per esemplificare, se lo spread tra Bpt e Bund fosse bassissimo, poniamo al 2%, ma il tasso di interesse dei Btp fosse all’8% per noi non andrebbe certo bene, e sarebbe una ben magra consolazione il fatto che la Germania paghi sui Bund il 6%. Dunque lo spread come parametro è fuorviante per valutare l’andamento del debito, ci dà solo un differenziale, stabilisce una correlazione tra due variabili ma non ci spiega da cosa in definitiva entrambe le variabili sono influenzate.

Anzi, in questa prospettiva, l’andamento del tasso di interesse del debito, proprio per la prevalenza accordata allo spread, rimane velato dal quotidiano reiterato bombardamento mediatico che costringe e restringe la nostra comprensione alla contemplazione di quell’unico indice.

Allora è da chiederci perché, invece di occuparci e preoccuparci effettivamente delle cause che determinano le variazioni del tasso di interesse in quanto tale, e cioè del costo effettivo del nostro debito, si puntano sempre e solo i riflettori sullo spread. Il fatto è che dallo spread tra i due titoli si fa discendere un giudizio politico ed economico e, conseguentemente, una valutazione politica sull’azione del Governo nazionale.

Cito sempre dallo stesso sito su Google «Da queste considerazioni discende che se uno Stato, come ad esempio l’Italia, diventa sempre più inaffidabile a causa dell’andamento dell’economia o perché i governanti non fanno le riforme o si dimostrano incapaci, chiaramente il tasso di interesse che paga salirà e quindi salirà anche lo spread».

Si suppone, dunque, in uno stretto sillogismo: “chiaramente” che se ci si allontana dallo Stato tedesco quale “pietra di paragone” della virtù finanziaria, il nostro debito necessariamente peggiora. Le cause dell’aumento o della diminuzione dello spread con il tasso di interesse tedesco sarebbero quindi da ricondursi all’“andamento della economia italiana”, e anche questa, per unanime convinzione, dovrebbe essere verificata secondo tre ordini di fattori: la credibilità del Governo e la sua capacità di “fare le riforme”; il tasso di crescita del debito; il rapporto tra Pil e debito pubblico. In sintesi, sarebbe quindi l’azione del Governo italiano che può determinare, incidendo sui tre fattori critici, una riduzione dello spread e, quindi, un miglioramento del tasso di interesse che paghiamo sul debito pubblico.

In conclusione il costo del debito scende se il Paese è in grado di mandare segnali rassicuranti ai mercati finanziari su quei tre fronti. La risposta dei mercati ai questi segnali sarebbe invece data dalle oscillazioni dello spread.

3. Il tasso di interesse del debito pubblico dipende principalmente dal cambio dollaro/euro

Di conseguenza la convinzione che la riduzione o l’aumento dello spread sia dipeso e dipenda principalmente dall’azione del Governo italiano è fortemente radicata nell’opinione pubblica ed è sostenuta di un pensiero finanziario unico.

Afferma al riguardo lo stesso Presidente M. Monti – ma anche questa è solo una autorevole citazione tra le tante – : «Dal primo luglio (2011) la crisi dello spread è entrata nel vivo: 185 punti. La salita è stata inarrestata fino al massimo di 558 del 9 novembre (2011). Quel giorno Napolitano mi ha annunciato la nomina. Da lì è sceso a 410 del 6 dicembre, dopo il nostro decreto legge …». Il discorso, anche se il Presidente Monti non lo dice espressamente, sembra lasciare intendere che sia stato il decreto legge cd. “Salva Italia” ad invertire la tendenza, appunto, come dice il nome, innescando il processo di salvezza. Nella stessa prospettiva anche la Banca d’Italia allorché afferma – cito fonti giornalistiche – che il differenziale corretto dovrebbe essere intorno ai 200 punti.

Il ragionamento sembra muoversi nella stessa linea interpretativa: dati i fattori strutturali di base delle due economie, se viene eliminato il fattore anomalo del divario di credibilità politica, lo spread con la Germania dovrebbe attestarsi all’incirca di quell’ordine di riferimento.

Ancora ultimante sulla stampa quotidiana e sempre su internet è dato leggere «Il premier uscente (Monti) aveva indicato come obiettivo quota 287, ossia la metà di quei 574 punti ereditati dal governo Berlusconi a novembre 2011…». Insomma la correlazione tra l’azione politica del Governo e l’andamento dello spread appare così ovvia a tutti da non necessitare di particolari spiegazioni. È stata l’azione del Governo attuale che, divenendo maggiormente credibile rispetto a quello precedente, ha consentito di raggiungere l’obbiettivo dando il segnale di controtendenza per un allentamento della speculazione contro il nostro debito pubblico.

E quando nella giornata del 2 gennaio 2013 lo spread è sceso a 287 punti, raggiungendo per la prima volta la soglia obiettivo del Premier dimissionario, il Presidente Monti soddisfatto afferma su Twitter: «Finalmente…»
«Finalmente …». Va bene … “obiettivo” raggiunto.

Ma è veramente così ?
C’è da chiedersi: come è possibile che lo spread sia sceso e che stia continuando a scendere – siamo ora intorno a 260 punti – nonostante il Governo Monti sia dimissionario e mentre sulla sponda del Reno si affaccia una Merkel trionfante, un Governo in forte recupero di consensi con un debito pubblico in effettivo contenimento.

Lo spread starebbe dunque scendendo nonostante i tre fattori critici girino da noi – a differenza di quanto avviene in Germania – in senso negativo: l’affidabilità del Governo italiano vacilla in uno scontro politico-elettorale in cui la nostra classe politica da il “meglio di sé”; il debito pubblico è aumentato di circa 100 Mld di euro durante l’ultimo Governo (seppure con un tasso di crescita inferiore rispetto a quello del precedente esecutivo); ed anche il rapporto tra Pil e debito pubblico ha segnato un ulteriormente peggioramento.

Ciononostante lo spread è sceso, e sta ancora scendendo.

Si potrebbe gridare al miracolo?
Il fatto è che lo spread, tra Italia e Germania, a questo punto dovrebbe essere chiaro, ha – di per sé – poco a che vedere con l’andamento del tasso di interesse sul debito. Non è l’indicatore sintomatico delle cause di modifica del tasso di interesse ma semmai ne è una sua conseguenza. C’è un inversione dell’ordine della causalità sul quale è necessario riflettere. È sul tasso di interesse in quanto tale che, invece, si dovrebbe concentrare l’attenzione e posare lo sguardo purché si riesca a staccarlo dalle ossessive icone mediatiche e dai diagrammi dello spread. Se si considera il problema delle oscillazioni dei tassi in modo oggettivo è difficile non convenire sul fatto che il tasso di interesse dipende essenzialmente dalla domanda di titoli del debito pubblico. Se la richiesta dei titoli cresce il prezzo del collocamento di converso scende e, dunque, il tasso di interesse si abbassa. La domanda di titoli dipende, a sua volta, essenzialmente dalla quantità di moneta offerta a certe ipotesi di costo e rendimento dei titoli.
Se le cose stanno in questo modo, allora la domanda giusta da porsi è la seguente: cosa è che, in questo momento, spinge la liquidità monetaria verso (anche) i nostri Btp, facendo salire la domanda di titoli di stato italiani in modo tale da abbatterne il costo, in misura più che proporzionale rispetto alla riduzione del costo del debito tedesco, determinando di conseguenza anche la diminuzione dello spread tra Bund e i buoni del tesoro italiano, nonostante il peggioramento dei fattori “critici” cui in precedenza si è fatto cenno?
La risposta a tale quesito, prescinde completamente dalla forzata correlazione dei debiti tra Italia e Germania, ed è la seguente: La domanda dei titoli di debito pubblico espressi in euro (quindi di tutti gli Stati dell’Eurozona) dipende essenzialmente, in prima battuta, dal tasso di cambio tra il dollaro e l’euro.

Se il cambio del dollaro scende rispetto all’euro – come in questo periodo sta scendendo con una certa continuità – si innesca una aspettativa negativa sul dollaro che, a sua volta, riattiva il carry trade su quella moneta. In altri termini la speculazione finanziaria, con un dollaro che perde al cambio con l’euro, ha convenienza ad indebitarsi in dollari per investire in euro, dato il bassissimo tasso di interesse praticato dalla FED, lucrando così sul differenziale del cambio e sul tasso di interesse dei titoli di stato (anche più elevato dei titoli americani). Si ripete quello che è già avvenuto nel periodo tra il 2007 ed il 2010, con un deprezzamento del 10% del cambio del dollaro sull’euro e con la FED come acquirente di prima ed ultima istanza dei titoli del Tesoro americano. Il che, a sua volta, ha contribuito a deprezzare ulteriormente il cambio del dollaro. Il carry trade fermato con “l’attacco all’euro” e con “il colpo di coda dollaro-centrico” nel 2011, 12 Per capire la difficoltà da parte della FED di controllare il carry trade sul dollaro bisogna avere una idea della dimensione della massa monetaria espressa in dollari. Essa rappresenta circa i 2/3 della si sta manifestando nuovamente . liquidità monetaria mondiale e i suoi detentori – altro punto critico – sono più al di fuori che dentro 23 gli USA ed i global players del “meta mercato finanziario sono dei battitori liberi” .

4. La difesa del valore dell’euro

La percezione dello stabilizzarsi di un trend negativo sul cambio del dollaro fa perciò inclinare il piano di questa ondeggiante massa monetaria verso l’investimento in altre valute ed, in particolare, verso l’euro orientando ed alimentando le aspettative della speculazione “contro” la moneta americana.

Nella scelta dell’investimento, che si allontana da un dollaro percepito in indebolimento, gli investimenti in euro si rafforzano in generale (ed è così che anche le quotazioni del mercato azionario risalgono anche nell’Eurozona). In allontanamento dal dollaro i detentori globali di liquidità vedono occasioni di investimento anche sui titoli del debito pubblico in euro. L’investimento speculativo guarda ovviamente e principalmente al rendimento delle diverse emissioni in euro, cioè al tasso di interesse corrisposto e alla scadenza del titolo. Ovviamente anche la qualità dello stato emittente, cioè la percezione della solvibilità dei singoli stati nel medio lungo periodo, gioca un ruolo importante. Essa spiega appunto i differenziali tra i tassi interni all’Eurozona, ma non spiega invece la tendenza di fondo che influenza prioritariamente i tassi stessi, e che dipende invece dall’andamento del cambio tra dollaro e euro.

Gli afflussi monetari in entrata accrescono le riserve in dollari e creano un surplus monetario nell’Eurozona. La BCE è in grado intervenire con maggiore facilità e, a questo punto, dopo le dichiarazioni del suo Presidente M. Draghi – che sono state una specie di contro bluff vincente – sulla intenzione della Banca Centrale di fare «tutto il necessario per proteggere l’euro», scommettere al ribasso sull’euro diventa più rischioso per la speculazione, che non ama perdere e corre invece in soccorso al vincitore.

Se, dunque, non vengono percepiti rischi di insolvenza nei titoli dell’Eurozona e l’euro in rafforzamento ne allontana sempre di più la prospettiva, le emissioni di titoli di Stato in tale valuta, anche quelle degli stati con i rating più bassi (ed in barba alle stesse valutazioni delle agenzie specializzate) divengono “appetibili” in quanto corrispondono interessi più elevati.

In questo modo i tassi di interesse del debito pubblico dell’Eurozona diminuiscono in modo generalizzato sebbene differenziato. Così, in questo contesto pro-ciclico per l’euro, i rendimenti dei titoli del debito pubblico di Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia si riducono in misura proporzionalmente maggiore rispetto a quelli più sicuri. Conseguentemente anche il differenziale con i titoli tedeschi si riduce, perché questi ultimi, già in precedenza bassi, non possono scendere “ulteriormente” senza correre il rischio che un rendimento eccessivamente basso – se non addirittura negativo – ne ostacoli il collocamento.

Il miracolo si spiega dunque semplicemente con la legge della domanda e dell’offerta.
Per una verifica di questa correlazione tra andamento dei tassi di interesse e andamento del cambio euro/dollaro, basta ripercorrere i grafici del cambio tra dollaro ed euro negli ultimi cinque anni per accertarsi come, alla perdita di valore del dollaro nei confronti dell’euro (2007-2010) si accompagni una correlata riduzione del costo del debito pubblico comunque espresso in euro e viceversa come il costo del debito pubblico nell’Eurozona cresca progressivamente anche se non allo stesso modo, per tutti, se il cambio dell’euro sul dollaro si deprezza. Con l’inversione di quel rapporto di cambio che nel terzo trimestre del 2012 inclina a favore dell’euro, l’abbattimento del costo dei debiti pubblici espressi in euro riprende e si riduce anche lo spread tra Btp e Bund.

Quale ricetta allora ?

Se vogliamo tenere basso il tasso di interesse sul debito pubblico in euro è necessario, in primo luogo ed essenzialmente, difendere il valore dell’euro ed impedire che sia affossato rispetto al dollaro che si svaluta da emissioni monetarie inflattive come tutta l’anglosfera finanziaria invece auspica .

In questo senso, si può allora convenire con la Merkel nel ritenere essenziale e prioritario l’obiettivo della difesa del valore dell’euro. Quanto detto, ovviamente, non toglie che, per il nostro Paese, sia altrettanto essenziale riqualificare la spesa, eliminare gli sprechi e le malversazioni del settore pubblico riducendo le imposte spostando il peso fiscale sulle rendite monopolistiche delle attività riservate . Questo va fatto non per corrispondere alle aspettative di quella specie di idolo irato che è il mercato finanziario nella rappresentazioni dominanti, ma per risanare la nostra economia e liberarla dal peso dei sovrastanti parassitismi. Ma la prima cosa da fare per ridurre il debito pubblico rimane comunque quella di impedirne la crescita per effetto dell’aumento degli oneri del suo finanziamento e questa prima linea difensiva può essere assicurata solo dalla stabilità del cambio dell’euro. Piuttosto, ci sarebbe da indagare più approfonditamente le ragioni per cui si continua a prestare eccessiva (se non a tratti ossessiva) attenzione alla sceneggiata corale sullo spread, sceneggiata le cui dinamiche di funzionamento sembrano ripercorrere lo schema – altrove indicato e diffusamente analizzato – del “reality della globalizzazione finanziaria”.

(Tratto dal sito www.amministrazioneincammino.luiss.it”- Giuseppe Di Gaspare)

Condividi:
0

Mose’ Monti

agenda-Monti-Mose'-Mario-Monti

Mose’ salì sul monte Sinai e ne usci’ tutto “sculturato” come fosse entrato in un “coiffeur pour dames”. Chi ha visto i dieci comandamenti faccia mente locale . Durante le feste natalizie lo ripresentano sempre in tv. Non mi perdo mai la scena. Hahaha….

Poi la VOCIONA di Dio e lui che esce dalla “Maison Sinai”, con due grandi accessori in pietra, le tavole della legge. I dieci comandamenti.

Mose’ doveva comunicare. L’ex premier Monti, sale sul monte Colle e il suo “Dio Napolitano” gli dà una piccola agenda . I “nuovi” comandamenti politici da divulgare a casaccio.

Primo: NON AVRAI ALTRI MONTI AL DI FUORI DI ME.

Secondo: NON NOMINARE IL NOME DI BERLUSCONI INVANO.

Terzo: FAI RUBARE ALLE BANCHE.

Quarto: NON DESIDERARE LE DONNE DI ARCORE.

Quinto: AMMAZZA PURE I MALATI DI SLA.

Gli altri due comandamenti dell’agenda Monti li lascio ad un vostro pensiero scritto. Grillo sparla sul blog, Monti scrive su Twitter, Bersani gli risponde su YouTube, Vendola su Facebook. Aspettiamo che Berlusconi risponda su YouPorn……

Orlando Portento

Segui Orlando Portento su Facebook e su Twitter.

Condividi:
0

The end

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha stasera ricevuto al Quirinale il Presidente del Consiglio dei Ministri, Senatore Mario Monti.

Il Presidente della Repubblica ha prospettato al Presidente del Consiglio l’esito dei colloqui avuti con i rappresentanti delle forze politiche che avevano dall’inizio sostenuto il Governo e con i Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati.

Il Presidente del Consiglio ha dal canto suo rilevato che la successiva dichiarazione resa ieri in Parlamento dal Segretario del PdL on. Angelino Alfano costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo e della sua linea di azione.

Il Presidente del Consiglio non ritiene pertanto possibile l’ulteriore espletamento del suo mandato e ha di conseguenza manifestato il suo intento di rassegnare le dimissioni. Il Presidente del Consiglio accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l’esercizio provvisorio – rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo – siano pronte a concorrere all’approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e di bilancio. Subito dopo il Presidente del Consiglio provvederà, sentito il Consiglio dei Ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica.

Condividi:
1

Chi è il dittatore?

L’Italia è un Paese democratico, il Venezuela è un regime. Ma siamo sicuri? Chi fa gli interessi del Popolo? Chávez o Monti?

La dittatura: è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato. In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l’autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa. La dittatura è considerata il contrario della democrazia. Va inoltre detto che il dittatore può giungere al potere anche democraticamente e senza violenza (valga l’esempio di Adolf Hitler, eletto dal popolo tedesco). La salita al potere di una dittatura è favorita da situazioni di grave crisi economica – per esempio dopo una guerra – sociali – lotte di classi – politiche – instabilità del regime precedentemente esistente.(Da Wikipedia)

Hugo Chávez: il suo è stato il primo governo a usare le risorse del petrolio per risolvere i problemi sociali e preoccuparsi dei poveri. Salute, scuole, case, alimentazione, salario minimo, leggi sul lavoro. Paese pericoloso, sì, ma anche quello in cui la mortalità infantile è stata dimezzata, quello (dati Onu) con il minor livello di diseguaglianza dell’America latina e in cui la povertà urbana è passata dal 49% del ’99 al 29% del 2010, quello che ha usato il petrolio (magari con metodi spicci) come strumento di sostegno ad altri paesi latino-americani (Cuba ma non solo Cuba) e leva all’integrazione regionale, quello che ha cercato di rompere il vecchio schema nord-sud con l’altro sudsud (con Cina, Iran, India, Russia, Sudafrica…). E, last but not least , quello che ha cercato di contrastare la (nefasta) presa Usa in America latina. Hugo Chávez, con il suo stile flamboyant e con tutti i suoi limiti, è stato l’uomo che ha dato (dato, non ridato) il diritto di cittadinanza e i «diritti politici» (che non si esauriscono nel diritto di voto) a chi non li aveva mai avuti in Venezuela.(da “il manifesto”)

Democrazia: Il termine democrazia deriva dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere, ed etimologicamente significa governo del popolo. E’ una concezione politica fondata sui principi della sovranità popolare, dell’uguaglianza giuridica dei cittadini, dell’attribuzione di diritti e doveri sanciti dalla costituzione, della separazione e indipendenza dei poteri, in cui la sovranità è esercitata direttamente dal popolo.

“La democrazia è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare” (Schumpeter, 1954).

“La democrazia è un regime politico caratterizzato dalla continua capacità di risposta (responsiveness) del governo alle preferenze dei suoi cittadini, considerati politicamente eguali” (Dahl 1971).

Il presupposto della costituzione democratica è la libertà, tanto che si dice che solo con questa costituzione è possibile godere della libertà, che si afferma essere il fine di ogni democrazia. Una delle caratteristiche della libertà è che le stesse persone in parte siano comandate e in parte comandino.  […]Questi dunque sono i caratteri comuni a tutte le democrazie, e da quella che unanimemente si concorda essere la giustizia secondo i canoni democratici (cioè che tutti abbiano lo stesso secondo il numero) deriva quella che più di ogni altra sembra essere democrazia e governo di popolo. L’uguaglianza consiste nel fatto che non comandino più i poveri dei ricchi, che non siano sovrani i primi soltanto, ma tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza. E questo sarebbe l’unico modo per ritenere realizzate l’uguaglianza e la libertà nella costituzione.(Aristotele, Politica, in C. A. Viano (a cura di), Politica e Costituzione di Atene di Aristotele, U.T.E.T., Torino, 1992, pp. 273-274)

Chi è il dittatore? 

Condividi: