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La legge che legalizzerà la cannabis

Marijuana

Il testo della legge sulla legalizzazione della cannabis in Italia, redatto a partire dalle proposte del M5S, di Sel e coordinati dal senatore Benedetto Della Vedova, sarà ufficializzato nei prossimi giorni. A sostenerla ci saranno oltre 150 parlamentari di differenti gruppi politici. A tale scopo Della Vedova e i suoi si sono portati avanti: da settimane è pronto per essere messo on line il sito internet dell’Intergruppo, cannabislegale con tanto di account Twitter (@cannabislegale).  Questa la bozza Norme per la legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati”.

Se i pusher di strada sparissero, se le mafie non potessero più dedicarsi al commercio dei derivati della cannabis, gli italiani smetterebbero di spendere qualcosa come 12 miliardi di euro. E sono stime al ribasso, quelle più alte ipotizzano addirittura 24 miliardi. In Italia l’anno scorso sono state immessi sul mercato 3 milioni di kg di cannabis, tra hashish, marijuana e piantine.

Il testo apporta modifiche alla Jervolino-Vassalli, il decreto del Presidente della Repubblica 309 del 1990 tornato in vigore modificato nel 2014 dopo che la Consulta della Corte Costituzionale aveva bocciato la Fini-Giovanardi, e alla legge 907 del 1942 per quanto riguarda il monopolio. Prevede la possibilità, per i cittadini maggiorenni e senza condanne specifiche per droga, di coltivare fino a 5 piante di cannabis di sesso femminile; consente la coltivazione anche in forma associata, ponendo dei limiti e dei vincoli alla cessione a terzi. Rimane comunque punito lo spaccio, inteso come cessione in cambio di denaro, della cannabis e dei suoi derivati, conferendo allo Stato il Monopolio per la commercializzazione.

Modifiche anche per quanto riguarda l’uso medico e terapeutico. Se non è per uso personale, la coltivazione, la  preparazione e la vendita diventa soggetta a monopolio di Stato, che autorizza “all’esercizio dell’attività di produzione, trasformazione e vendita da parte di soggetti terzi”. La commercializzazione prevede inoltre la “tracciabilità del processo produttivo, il divieto di importazione e esportazione di piante di cannabis e prodotti derivati, l’autorizzazione per la vendita al dettaglio solo in esercizi dedicati esclusivamente a tale attività, la vigilanza del ministero della Salute sulle tipologie e le caratteristiche dei prodotti ammessi in commercio e sulle modalità di confezionamento”.

L’acquisto sarà bandito per i minori e solo i maggiorenni potranno concederselo. Vietato utilizzare cannabis negli spazi pubblici, così come nei luoghi di lavoro.

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Dossier choc: Ci facciamo 200 canne a testa

cannabis

In Italia l’anno scorso sono state immessi sul mercato 3 milioni di kg di cannabis, tra hashish, marijuana e piantine. Quantità che soddisfa una domanda di mercato di dimensioni gigantesche. Un picco che appare altamente dimostrativo della sempre più capillare diffusione di questo stupefacente. Tradotto in spinelli, fanno 200 per ciascun italiano (25/50 grammi procapite). Duecento canne a testa, vecchi e bambini compresi. Parliamo dunque di qualcosa come 10 miliardi di dosi, o canne, commercializzate ogni anno nel nostro Paese. E questo, si legge nella relazione annuale 2014 della Direzione nazionale Antimafia, guidata da Franco Roberti, nonostante siano impiegate “enormi risorse umane e materiali” per contrastare il fenomeno.

Nel periodo preso in esame dalla Dna, dal 1.7.2013 al 30.6.2014, si registra un significativo aumento dei sequestri di cannabis, un picco di incremento di oltre il 120%. In particolare: kg 147.132 di cannabis ( di cui 109.000 di hashish, 37.151 di marijuana, 900 di piante). Il quantitativo sequestrato è di almeno 10/20 volte inferiore a quello consumato. Nel nostro Paese, in un anno appena, la quantità di hashish e marijuana che c’è in giro è assai più che raddoppiata.

Nelle oltre 700 pagine, la relazione, ammette il fallimento della repressione del mercato illegale di cannabinoidi e la secca apertura alla depenalizzazione del loro consumo: “con le risorse attuali, non è né pensabile né auspicabile, non solo impegnare ulteriori mezzi ed uomini sul fronte anti-droga inteso in senso globale”. Poi l’ammissione di sostanziale fallimento: “Di fronte a numeri come quelli appena visti, e senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere, che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il totale fallimento dell’azione repressiva”.

legalizzazioneSoluzione? La depenalizzazione: “Davanti a questo quadro, che evidenzia l’oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo, spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo, in quanto parliamo di un mercato oramai unitario anche nel settore degli stupefacenti) sia opportuna una depenalizzazione della materia, tenendo conto del fatto che, nel bilanciamento di contrapposti interessi, si dovranno tenere presenti, da una parte, le modalità e le misure concretamente (e non astrattamente) più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute dei cittadini (specie dei minori) e, dall’altra, le ricadute che la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell’ordine e magistratura per il contrasto di altri fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite”.

A questo punto, cosa si aspetta? In Italia ormai la cannabis è diffusa come il vino, i superalcolici e le sigarette e quindi tanto varrebbe prenderne atto e cambiare strategia. In un sol colpo permetteremmo allo Stato di risparmiare risorse umane e tecnologiche e di controllare la legalità di un prodotto che potrebbe dare un’entrata in imposte di 5 miliardi di euro l’anno.

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Uruguay: L’ombra di Monsanto nel business della marijuana libera

Monsanto-marijuana-José-Mujica

L’immagine del presidente uruguayano Pepe Mujica in Italia si divide tra due opposte e monolitiche narrazioni. Viene attaccato, da destra, con il tipico argomento riservato per anni a Chavez: populista, utopista romantico, rottame di una sinistra ormai tramontata. Fino al killeraggio mediatico dallo scarso spessore analitico e dal molto livore ideologico . Per la sinistra e’ invece una specie di santo socialista.  Ex-guerrigliero Tupamaro, lider pacato di un piccolo paese di 3 milioni scarsi di abitanti, la democrazia piu’  resistente del sudamerica, candidato al nobel per la pace dal quotidiano inglese “The Guardian”. A prima vista il meno attaccabile dei presidenti “progressisti” del continente, oltretutto dedito al pauperismo e quindi facile sponda di varie argomentazioni “anti-casta”. Entrambe le mujica“fazioni” si esercitano spesso nel gioco della spettacolarizzazione dei suoi atti, in un senso o nell’altro (a proposito, la contraffazione di notizie non e’ prerogativa unica del “nemiko imperialista”, come dimostra il falso  diventato virale su internet qualche settimana fa di Mujica che faceva la coda in un ospedale pubblico).

E’ forse piu’ interessante percio’ prendere in considerazione (stando a nostra volta attenti a “non prendere una parte per il tutto”, “buttare il bambino con l’acqua sporca” ecc ecc) le critiche al suo operato che ci vengono dal continente sudamericano, tendenzialmente piu’ imparziali e documentate. E che in questo caso prendono di mira la recente liberalizzazione del consumo e autoproduzione di marijuana in Uruguay.

Un aspetto importantissimo dell’attivita’ dei movimenti sociali sudamericani e infatti il lavoro di ricerca e di opposizione alle attivita’ nel continente della tristemente nota  multinazionale statunitense Monsanto. Mentre in Argentina, dove dal 1996 e’ permessa la coltivazione di soia transgenica, di cui e’ prima esportatrice mondiale, e’ in discussione la nuova “Ley de semillas” che garantirebbe a diverse multinazionali un maggior controllo sulle licenze di semi a discapito dei piccoli coltivatori, l’ombra minacciosa di Monsanto si allunga anche sulla recente legge sulla marijuana approvata in Uruguay. A fine 2013 il paese sudamericano era stato infatti il primo al mondo a legalizzare la produzione e consumo di marijuana, con l’intento dichiarato di mettere fine al narcotraffico e al consumo di erba di pessima qualita’ proveniente dal Paraguay. Oltre a potersi costituire in cooperative di consumo e coltivare fino a 6 piante per persona, gli Uruguyani iscritti ad uno speciale registro potranno da fine 2014 comprare in farmacia marjuana prodotta da aziende private e commecializzata dallo Stato , ad un prezzo del 30% inferiore al mercato illegale, meno di un dollaro a grammo.

Il problema verterebbe pero’ proprio sui soggetti che verranno autorizzati alla produzione destinata alle farmacie. I primi clamori erano stati suscitati da un inconto fra Mujica, Rockefeller e Soros a New York lo scorso settembre , proprio per parlare del processo di approvazione della legge, la cui campagna promozionale e’ stata finanziata al 60% dalla “Open Society Foundation” di Soros . Il multimilionario statunitense, additatto dalle sinistre di mezzo mondo come appendice della strategia della “destabilizzazione” dei governi invisi a Washington attraverso le sue innumerevoli associazioni, ha dichiarato che “l’Uruguay e’ un’esperimento” nell’ambito della sua pluriennale campagna contro il narcotraffico nel continente . Il fatto e’ che Soros e’ anche un importante azionista di Monsanto  e non pochi hanno collegato la presenza della multinazionale nella produzione nazionale di soia e mais, noche’ il suo ingresso nel paese nel 2013 con una nuova tipologia di soia transgenica, al nuovo business della marijuana.

Il timore, insomma, e’ che l’Uruguay sia un pilot-test su larga scala per una sperimentazione sui semi di marijuana che Monsanto starebbe conduncendo da anni, seppur indirettamente, via Olanda e Colombia. Oltretutto Mujica intenderebbe svilupare un codice genetico unico per la qualita’ di marijuana venduta dallo Stato, con lo scopo di di differenziarla da quella proveniente dal narcotraffico.  Un brevetto quindi, che potrebbe facilmente essere una varieta’ sviluppata da Monsanto, non nuova a distribuire semi gratis per poi in seguito rivendicarne la proprieta’, e che potrebbe garantire una pianta “resistente” e adatta a coltivazioni estensive.

Sia il governo Uruguayano che Monsanto negano questo scenario. Anzi, la corporation statunitense arriva ad escludere completamente sia un suo interesse allo sviluppo di marijuana o.g.m. nel mondo sia un qualsiasi collegamento con Soros. Il quale sarebbe invece implicato nella vicenda anche come azionista della azienda di produzione di bocombustibile “America del Sur Adecoagro”.

E non e’ finita qui perche’ l’interesse nordamericano alla sperimentazione uruguayana potrebbe estendersi ad altri imprenditori, intenzionati ad una  commercializzazione della sua marijuana negli Stati Uniti (Colorado e Washington) e Canada. L’Uruguay sarebbe infatti ormai piu’ “affidabile” per l’approvvigionamento di altri paesi ( come il Messico ad esempio), anche se Mujica ha finora escluso che vi sara’ una produzione per l’esportazoione.

La produzione di Marijuana o.g.m. su larga scala aprirebbe inevitabilmente a tutte le problematiche connesse alle coltivazioni transgeniche presenti nel continente: monopolio dei brevetti da parte delle grandi multinazionali, abuso di pesticidi altamente intossicanti per la popolazione,  distruzione della biodiversita’ e della produzione contadina, nonche’ ovviamente delle implicazioni rispetto alla qualita’ del prodotto. Un ulteriore penetrazione di Monsanto renderebbe inoltre il paese ancora piu’ dipendente dagli interessi del capitale “sojero” nazionale e straniero, avezzo a tentativi di destabilizzazione politico-militari come dimostra il non lontano caso di colpo di stato in Paraguay nel 2012.


AGGIORNAMENTO

Nel frattempo la legge sta subendo un ritardo nella applicazione dovuto alla scarsa legislazione in materia presente a livello internazionale. L’erba destinata alle farmacie non e’ ancora stata piantata cosi’ come l’appalto per scegliere le aziende fornitrici non e’ stato ancora svolto.Infobae America riporta un sondaggio per cui il 64% degli uruguayani sarebbe contrario all’applicazione della legge e il 62% favorevole a una sua derogazione parziale. Di sicuro c’e’ che se la coalizione oficialista di Mujica non risultera’ vincente alle elezioni di ottobre (per ora si assesta sul 40% dei consensi) l’opposizione procedera’ a derogarla, almeno nella parte che avoca la coltivazione allo stato, lasciando in piedi solo la possibilita’ di autoprodurla.

(Fonte tanamericana)

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Marijuana legale un business da 2,34 miliardi di dollari

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Forse non è un caso se una delle più grandi bufale del web che è tornata a girare negli ultimi giorni è la messa in produzione delle Marlboro M, lì dove M sta per marijuana purissima. Se il business diventa più reale, niente di più probabile che la più grande multinazionale del tabacco pensi ad investire. Non è così, anche se molti ci sono cascati. Però non è notizia inverosimile per il futuro. La marijuana libera è il business dei prossimi anni.

La sua legalizzazione ai fini terapeutici e non in 21 Stati americani per non parlare dell’America Latina e di alcuni Paesi europei produce un effetto a cascata che rischia di tenere fuori l’Italia, che pure potenzialmente sarebbe tra i Paesi più indicati alla coltivazione per qualità di terreno, dall’affare del secolo. Il mercato solo ad oggi è stato valutato in 2,34 miliardi di dollari, con una crescita esponenziale per il futuro. Parliamo dell’Italia, e per inciso, solo perché proprio perché in questa corsa all’«oro verde» c’è chi si è ricordato di noi. Siamo tra i maggiori produttori di canapa da fibra, le caratteristiche ambientali sono perfette per la coltivazione delle cannabinacee e l’istituto di Rovigo gestito dal Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura e che produce sei varietà di cannabis, ha ricevuto richieste per le varietà da Colorado Arizona, California e Uruguay. Niente da fare però. La nostra legge lo vieta. E anche se il direttore dell’Istituto Gianpaolo Grassi assicura che la loro produzione di marijuana coprirebbe il fabbisogno medico di tutto il Paese a metà del costo a carico delle sanità territoriali che oggi, quando hanno i fondi, spendo 500 euro al mese a paziente per importare il farmaco, non c’è modo di avviare la produzione. Gli americani stanno un passo avanti. Non parliamo dei coffee-shop ma degli investitori che da un pezzo hanno intuito l’onda antiproibizionista e si sono adeguati.

Le stime parlano di un mercato da sei miliardi entro il 2018 e Wall street si è messa al lavoro. La rivista finanziaria Fortune già ne parlava nel marzo dello scorso anno dedicandogli copertina e storie. Prima fra le storie quella di Jason Levin, ingegnere di Berkeley che ha riunito un gruppo di investitori per produrre un vaporizzatore portatile palmare per fumare la cannabis e che ora farà fortuna. Costo sul mercato, circa 300 dollari. Steve DeAngelo, cofondatore di ArcView una società di imprenditori costituita nel 2010 e che puntava sulla liberalizzazione della marijuana. Ha fondato Harborside Health Center, il più grande dispensario di marijuana medica nel mondo, fatturato annuo 30milioni di dollari. Cercate su Google la sua foto e vi troverete l’immagine di un sessantenne hippy, con cappello, orecchini e treccine stile sioux. Antiproibizionista con una storia lunga quarant’anni ed evidentemente tutt’altro che stupido a Fortune diceva: «La realtà è che stiamo assistendo alla nascita di una nuova industria». Aprite ora la pagina del Gruppo ArcView e leggete: «Prevediamo per il 2104 una crescita del 64% dei mercati per la cannabis legale. Il business è il più importante mezzo per i cambiamenti politici e che lo sviluppo dell’industria della cannabis responsabile, remunerativa e politicamente corretta sarà il fattore più importante nell’affrettare il giorno in cui non un solo adulto nel mondo sarà punito per questa pianta». Jamen Shively è un ex manager Microsoft. Ha fondato il primo marchio di vendita al dettaglio di cannabis in America che si chiama «Diego Pellicer». Intervistato dal Seattle Time hadetto: «Diventeremo più ricchi di Microsoft con questa storia». Shively ha iniziato acquistando distributori automatici di marijuana nello Stato di Washington e in Colorado dove da novembre la cannabis è libera anche per uso ricreativo. Come ci è arrivato? Grazie a un collega programmatore di Microsoft. «Mi disse..”Guarda Jamen, ho fatto la ricerca. Sono convinto che entro cinque anni la cannabis diventerà legale. Non era una bugia». Ecco, si è talmente dentro il business che si agita persino lo spettro di un intervento della Monsanto con la sua rete Ogm. Dal sito «Net1 News»: «L’hedge fund Lazarus Investment Partners ha comprato il 15%diAeroGrow International, un’azienda che produce sistemi idroponici che permettono di far crescere le piante senza uso di terra, massimizzando i tempi. Questi strumenti sono ora utilizzati per le colture casalinghe delle verdure, ma il fondo sta preparando una versione più potente che permetta la coltivazione della cannabis. La Terra Tech, che si occupa anch’essa di sistemi idroponici, ha chiesto aiuto a Wall Street per trovare i 2 milioni di dollari necessari per iniziare una coltivazione in grande stile di marijuana nello stato di New Jersey ».

Gli esperti dicono che la liberalizzazione porterà a un risparmio di dieci miliardi di dollari tolti alla lotta allo spaccio. Con le tasse entreranno invece 67 milioni di dollari. Schizzano alle stelle i titoli legati al business della cannabis con crescite fino al 300%. Tale è l’ammontare dell’affare che anche l’Inghilterra sta pensando a legalizzare. Una ricerca del Institute for Social and Economic Research dice che il governo potrebbe guadagnare fino a 1,25 miliardi di sterline all’anno: 300 milioni di sterline risparmiati per caccia allo spaccio e relativi processi, gli altri con tasse governative sulla cannabis.

(Da L’Unità del 7 febbraio 2014)

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Donato Metallo, il sindaco rivoluzionario che vuole produrre la cannabis terapeutica

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La rivoluzione della cannabis terapeutica parte da un piccolo paese del Sud, 10.400 abitanti, 55 metri sul livello del mare. A Racale di Puglia stanno combattendo (e vincendo) la battaglia più importante per tutti i malati che hanno bisogno dei cannabinoidi per curare gli effetti di alcune patologie come la sclerosi multipla. Sì, perché dietro la legge approvata ieri dalla Puglia, quarta regione in Italia a dire sì all’uso terapeutico della marijuana, c’è in realtà un progetto più ambizioso che trova, tra l’altro, il favore di tutte le forze politiche. Ed è creare il primo campo per la coltivazione in proprio della materia prima. Sarebbero i primi in Italia con tutte le autorizzazioni e i certificati ministeriali. Lo scopo, togliere alla criminalità il mercato degli stupefacenti, anche quello per uso medicale. Perché a tutt’oggi, anche se c’è il via libera alla terapia grazie a una legge del 2007 firmata Livia Turco, farmaci o canne, possono essere solo importati dall’estero e con costi elevatissimi e molti pazienti sono costretti all’illegalità. La rivoluzione di Racale ha il nome di Lucia Spiri e Andrea Tresciuoglio, malati di Sclerosi multipla e fondatori del primo “Cannabis social club” che proprio oggi compie un anno. Ma anche quello del sindaco Donato Metallo. Trentadue anni, in carica dal 2012 con la Lista “Io amo Racale”, membro dell’assemblea nazionale Pd, Donato Metallo appena eletto ha portato a casa tre risultati: un progetto per l’abolizione delle barriere architettoniche, il doposcuola gratis per tutti bambini, l’approvazione della legge per l’uso terapeutico della cannabis. Ama De André come si capisce bene dal suo profilo Facebook, e gli piace “la cattiva strada”.

Qualche mese fa ha preso carta e penna e scritto una lettera a tutti i sindaci d’Italia. “Vi spiego perché dovete venire con me sulla cattiva strada. Una scelta scomoda, lo so. Ma è una scelta d’amore”. “Me lo hanno chiesto due amici, Lucia ed Andrea – racconta Metallo ai colleghi – . Vi voglio raccontare di William, compagno fedele di Lucia, vittima inconsapevole della sclerosi multipla. Lucia ha la mia età, ci conosciamo da anni e so da tempo della sua malattia. Ho visto William accompagnare Lucia su di una sedia a rotelle, ho visto Lucia impastare qualche torta alla canapa, confesso di aver seguito la scena prima con il terrore di un bigotto e poi con la tenerezza e la speranza di un amico, ho visto Lucia alzarsi da una sedia con le sue gambe, incerta sui passimafiera nella sua riconquistata stazione eretta, ho sorriso e l’ho abbracciata”. Quella lettera – dice oggi Metallo – è arrivata ai sindaci e conteneva una proposta di legge che però non è mai stata ufficializzata. Qualcuno comunque ha risposto. Il sindaco di Foggia Giovanni Mongelli, qualche assessore del Lazio e tanti piccoli comuni, soprattutto i piccoli comuni, spiega metallo, dalla Sicilia moltissimi.

Qual è il senso della sua battaglia è presto detto: “Si tratta di regalare anche solo un pomeriggio di vita. I tempi del malato non sono quelli della politica. Io li ho visti questi ragazzi, in quest’ultimo anno hanno perso molti amici. Ecco, grazie a quei farmaci possono fare un giro in macchina, alzarsi, passare una giornata normale senza sentire gli effetti devastanti delle loro patologie”. Lucia ha ricominciato a camminare e così Andrea. Si tratta di aprire con tutte le autorizzazioni il primo centro italiano per la coltivazione della Cannabis. Dietro la legge pugliese c’è lui, c’è l’assessore alla Sanità Elena Gentile, c’è il capogruppo di Sel Michele Lo Sappio. C’è anche la presidente onoraria del “Cannabis social club” la radicale Rita Bernardini. Quello che però non tutti sanno è che ci sono state già due riunioni operative, in regione, per mettere a punto il protocollo con Asl e facoltà di Medicina, Agraria e Farmacologia da inviare al ministero della Sanità a Roma. La prossima settimana è prevista l’ultima riunione, poi la richiesta partirà e c’è da scommettere che qualcosa potrebbe accadere nonostante l’ostilità acclarata del ministro Beatrice Lorenzin assolutamente contraria a ogni forma anche mascherata di legalizzazione.

Sono quattro le Regioni che in Italia hanno “detto sì” l’uso della cannabis a scopo terapeutico. E c’è chi vede, pochi in verità, in questa normalizzazione una testa d’ariete attraverso la quale si cercherebbe di far passare la legalizzazione delle droghe leggere. Sono pochi perché lì dove le leggi sono state approvate (Veneto, Liguria, Toscana e Puglia) il via libera è passato quasi all’unanimità e con favore bipartisan. Come dire, la destra, salvo rare eccezioni, non si oppone. C’è l’esempio della Francia che di recente ha dato il via libera alla vendita del primo medicinale a base di cannabis. C’è lo Stato di New York ventunesimo ad assumere una decisione del genere in un’America. Bisogna anche dire che le regioni che stanno regolamentando l’uso terapeutico della cannabis in realtà si stanno solo adeguando e pure con un certo ritardo la loro normativa al decreto Turco del 2007. Per dire, nel Lazio è ancora in discussione, così in Emilia, nelle Marche e in Abruzzo. Il passaggio è essenziale, perché solo con una legge regionale i pazienti possono richiedere il farmaco all’estero e soprattutto accedere ai rimborsi asl. E questo è il passaggio cruciale. Attualmente l’Italia acquista il Bedrocan dall’Olanda con costi molto alti. Nel maggio scorso l’Agenzia del Farmaco ha autorizzato il Sativex ma a condizioni molto restrittive. Tra medici che non prescrivono e cure che non possono essere rimborsate i pazienti che scelgono questa terapia rischiano di ingrassare le narcomafie. Per non parlare dei costi: 5 grammi al giorno per 40 euro al giorno. Attualmente solo a Rovigo c’è un centro autorizzato alla produzione, ma è per l’Uruguay.

Spiega Donato Metallo: “Il nostro sogno è produrre qui il farmaco. I ragazzi del Cannabis social club potrebbero produrre il medicinale e poi venderlo alla Regione con costi molto più bassi. Il ricavato della vendita sarebbe poi investito per la realizzazione di un centro per la riabilitazione”. La Regione Puglia – dice – sembra favorevole.

(Fonte L’Unità del 30 Gennaio 2014)

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