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Le città con il brand più popolare

Los Angeles

La classifica delle città più popolari al mondo vede al primo posto Los Angeles, seguita da New York e al terzo posto Londra. A dirlo è un sondaggio, condotto dal britannico Guardian, sulla città con il brand più popolare, ovvero quella la cui fama non conosce confini. Nonostante i nostri immensi patrimoni artistici, le città italiane non rientrano neppure tra le prime 20 città in classifica. I fattori presi in considerazione per il sondaggio sono stati: le attrazioni turistiche, il clima, le infrastrutture, la sicurezza, l’andamento economico e il buzz, cioè la presenza sui social network più popolari, principalmente Facebook e Twitter e sui media tradizionali. A ciascun aspetto è stato assegnato un punteggio da 1 a 10, che ha dato luogo alla classifica delle città con il brand più popolare.

  1. Los Angeles
  2. New York City
  3. Londra
  4. Parigi
  5. Seoul
  6. Barcellona
  7. Rio de Janeiro
  8. San Francisco
  9. Las Vegas
  10. Dubai
  11. Istanbul
  12. Madrid
  13. Chicago
  14. Singapore
  15. Bangkok
  16. Sydney
  17. Mexico City
  18. Buenos Aires
  19. Mumbai
  20. Sao Paulo
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La profezia della Thatcher, l’egemonia tedesca sull’Europa

 

“Una più strettamente integrata comunità europea sarà più facilmente dominata dai tedeschi che da un più vasto assieme di Stati sovrani”. Che tipo d’Europa sarebbe stata quella dell’unione monetaria a guida tecnocratica Margaret Thatcher l’aveva capito per tempo, tanto da metterlo nero su bianco già nel 1993 nel suo The Downing Street Years, diario della sua navigazione alla guida della Gran Bretagna.

Una lezione che l’attuale premier inglese David Cameron non ha dimenticato quando nel dicembre scorso s’è trattato di decidere sull’adesione al trattato per l’unione di bilancio europea. Con buona pace  dell’irato Sarkozy, Cameron ha chiarito che il suo Paese non avrebbe sottoscritto nessun contratto senza trarne dei vantaggi e soprattutto non avrebbe rinunciato nemmeno a un briciolo della sua sovranità nazionale. Una posizione che deriva da uno sguardo strategico e pragmatico: Londra e’ una piattaforma finanziaria importante mentre il suo assetto industriale e’ inferiore rispetto a quello di Germania e Francia. La Gran Bretagna si e’ insomma tenuta le mani libere per poter continuare a gestire i suoi affari autonomamente e senza controlli. Ma c’è qualcosa di profondo e tenace che sostanzia l’euroscetticismo britannico. La storia anzitutto: quella di un impero che alla fine dell’Ottocento dominava su un territorio sterminato, proiettando il Paese sulla scena mondiale più che su quella europea. La geopolitica: il rapporto speciale con gli Stati Uniti ha sempre fatto parlare di un oceano Atlantico più stretto della Manica. Il carattere nazionale: l’opinione pubblica britannica e sideralmente distante da Bruxelles se non apertamente ostile. Complice una stampa, Financial Times ed Economist in testa, che ha sempre menato fendenti sull’inefficienza e gli sprechi delle istituzioni europee, gli inglesi fanno registrare il più basso livello di fiducia nell’Unione dei 27 Paesi membri.

La mentalità politica: l’aumento del potere europeo e ora la progressiva alienazione di sovranità a organismi sovranazionali viene visto in Gran Bretagna come una minaccia non solo per l’autonomia del governo ma per la stessa sovranità parlamentare. Infine, a sostanziare l’euroscetticismo britannico, c’è lo specifico dell’ideologia inglese, in particolare della cultura conservatrice anglosassone. Costituzionalmente gradualisti i conservatori ritengono, sulla scorta di Burke e delle sue Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, che una politica saggia e’ quella di accettare gli equilibri esistenti che si sono evoluti attraverso l’uso e l’eredità, non quella di metterli a rischio con cambiamenti repentini. Per questo diffidano di questa Unione europea e si tengono strette le prerogative della stato nazionale. Che non e’ l’unica risposta ai problemi dei governi moderni, come dice il filosofo tory Roger Scruton, ma e’ l’unica risposta che e’ stata messa alla prova. “E dato che lo stato nazionale si e’ dimostrato un’istituzione stabile di governo democratico e giurisdizione secolare dovremmo cercare di migliorarla, di aggiustarla, anche di diluirla, non certo di buttala via”

Riccardo Paradisi  Giornalista e studioso di filosofia politica

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