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Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono


“Questo non è un appello. Non è una petizione. Non raccogliamo firme, né cerchiamo consensi. Vogliamo solo offrire qualche spunto di riflessione per il dibattito che si sta sviluppando al seguito dei “venti di guerra” che provengono dallo scenario internazionale che oggi ci consegna una sponda del Mediterraneo in fiamme, dalla Siria alla Libia, dall’Egitto al Libano (oltre naturalmente alla Palestina). Sull’altra sponda del Mediterraneo si affacciano i paesi occidentali, compresa l’Italia, impotenti sul piano politico, ma molto attivi sul piano del commercio delle armi, che vanno ad alimentare i massacri. In fondo al Mediterraneo ci sono migliaia di profughi in fuga dalle guerre. Noi possiamo fare poco o niente sul piano immediatamente efficace per impedire il massacro. Nessuna sacrosanta richiesta ai potenti di fermare la guerra ha restituito la pace ai popoli. Non è accaduto a Belgrado, né a Bagdad, né a Kabul e nemmeno a Tripoli. Non accadrà a Damasco. Nè è nostro compito scegliere le parti per le quali parteggiare – tra dittatori di lungo corso, militari golpisti e fondamentalisti jihadisti – laddove la verità è sempre la prima vittima delle guerre e le responsabilità tra oppressori e oppressi non sono separabili con l’accetta. Quel che possiamo e dobbiamo fare nell’immediato è stare dalla parte delle vittime, accogliere e portare soccorso, alleviare le sofferenze, salvare singole vite. E’ già molto, ma non basta. Come non basta condannare l’intervento armato e i suoi mandanti. E’ necessario, ma non basta. La Siria è piombata in una guerra “civile” (si fa per dire) a causa di una ventennale dittatura (accettata, tollerata, sostenuta dalle grandi potenze) che non ha acconsentito ad alcuna riforma, ma ha fatto precipitare il paese in una escalation di violenza. A sua volta, l’opposizione pacifica al regime è stata presto messa ai margini da una preponderante contrapposta violenza armata, anche di matrice fondamentalista jihadista (accettata, tollerata, sostenuta da altre potenze). Gli Stati Uniti con l’Arabia da una parte, la Russia con l’Iran dall’altra, l’Europa, la cosiddetta “comunità internazionale”, sono stati a guardare la mattanza, con efferatezze da entrambe le parti, che ha prodotto finora quasi 100mila morti, sopratutto – come in tutte le guerre – tra i civili inermi: nessun tentativo di mediazione internazionale tra le parti, nessun intervento massiccio di intermediazione civile, nessuna presenza di osservatori internazionali, nessuna richiesta di cessate il fuoco da parte degli alleati di una parte e dell’altra, nessuna interruzione del flusso di armi ad entrambe le parti in guerra. A questo punto un intervento armato esterno, con i bombardamenti dall’alto dei cieli, non solo è completamente privo di senso rispetto alla situazione specifica, non solo – come tutte le guerre – aggiunge crimine a crimine nei confronti della martoriata popolazione civile, non solo è senza alcuna legittimità internazionale, ma è anche – nonostante il dispiegamento di potenti e terrificanti armamenti – un grave di segno di impotenza della comunità internazionale. Del resto, tutti gli interventi militari internazionali in zone di conflitto (spesso avviate con pretesti risultati, a posteriori, costruiti a tavolino) non hanno portato ad alcuna stabilizzazione democratica e pacifica in nessuno scenario – dall’Iraq al Kosovo, dalla Somalia alla Libia, all’Afghanistan – ma hanno ulteriormente disastrato popolazioni e territori, aprendo ulteriori focolai di guerra, odio e terrorismo. Chi è responsabile di una guerra assassina in Afghanistan, con stragi di civili, non può farsi paladino dei diritti umani, nascondersi dietro il paravento di un intervento umanitario per punire l’uso di gas contro altri civili. L’opzione militare in Siria sarebbe destabilizzante per l’intera area, anche se l’obiettivo dichiarato è di un intervento limitato e mirato. Le guerre si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. L’unica vera stabilizzazione al rialzo è sempre quella per i profitti delle multinazionali delle armi, unici soggetti che da tutte le guerra ne escono comunque trionfanti e pronti a ricominciare. Non a caso, esattamente un anno fa, il 31 agosto 2012, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, dichiarava che la spesa militare globale annua, mai così alta nella storia dell’umanità, divisa per i giorni dell’anno, è “di 4,6 miliardi di dollari al giorno, somma che, da sola, è quasi il doppio del bilancio delle Nazioni Unite per un anno intero”. Il meccanismo è, dunque, sempre lo stesso: si impedisce alle Nazioni Unite di agire per la pace con tutti i mezzi diplomatici e operativi possibili e necessari, privandole di quelle risorse che, invece, vanno a gonfiare le spese globali per gli armamenti. Per cui la guerra continua planetaria, che si sposta da uno scenario conflittuale all’altro, è sempre di più una profezia che si autoavvera. Registriamo positivamente che in quest’ultima occasione il governo italiano abbia voluto finalmente prendere una posizione autonoma, diversa dagli alleati della Nato, rivendicando il ruolo delle Nazioni Unite e riconoscendo al Parlamento la sovranità delle scelte di politica estera. Ci vuole anche altro, come l’immediata sospensione della produzione e commercio di armi con i paesi belligeranti (comprese le cosiddette armi leggere), ma sappiamo riconoscere i segnali in controtendenza. A questo punto torna la domanda: ma noi cosa possiamo fare? Oltre ad esprimere la nostra irremovibile contrarietà a questa nuova escalation internazionale della guerra siriana, foriera di imprevedibili effetti a catena su tutto lo scenario mediorientale, non ci dobbiamo stancare di operare e di chiamare tutti alla necessaria opera per la pace e la nonviolenza. Il nostro compito è operare bene e con convinzione, là dove siamo e possiamo, per il disarmo e la riduzione delle spese militari globali e nazionali, per il sostegno alle campagne contro il commercio italiano delle armi usate in tutte le guerre vicine e lontane, per la promozione dei Corpi civili di pace come forze di intervento preventivo nei conflitti, per la difesa civile non armata e nonviolenta attraverso la formazione di giovani volontari civili, per sviluppare politiche culturali ed educative fondate sulla nonviolenza, per incalzare i nostri governi ad operarsi per la riforma e il rilancio delle Nazioni Unite che possano operare davvero con una legale e democratica polizia internazionale, come superamento degli eserciti, per il rispetto del diritto e la difesa degli aggrediti. Contro la guerra e per la pace c’è sempre qualcosa da fare. Con la nonviolenza, tutti i giorni.” Movimento Nonviolento

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Per i criminali meglio profughi che migranti

profughi e migranti

Dal primo gennaio al 30 giugno 2013, sulla scorta di quanto annotato dalle forze di sicurezza presenti a Lampedusa, ben 41 sbarchi di migranti, sul totale dei 47 salpati dalla Libia, hanno interessato noti e circoscritti punti di partenza da quel paese. Si è trattato, in gran parte, di spiagge nei pressi di Tripoli (24), di Sabratah (6), Tajioura (3), Zuvarah(3), Gasr Garabulli (2), Homes (2) e Zawia (1). Resta un mistero di come sia possibile che, nonostante lo scambio di informazioni di polizia tra i due paesi e le consistenti dotazioni di mezzi per controllare le loro frontiere marittine e terrestri (imbarcazioni, decine di fuoristrada e minibus, quadricicli, equipaggiamenti vari ecc..) donate dall’Italia alle autorità libiche negli ultimi anni (e altre ancora in distribuzione), non riescano ad impedire ai trafficanti di svolgere questi “servizi” (di norma nelle ore serali e notturne) e nessuno venga assicurato alla giustizia libica. Ingenti risorse, dunque, di un impegno globale preso agli inizi del 2011 dal governo Berlusconi con quello libico e che sfiora i 180 milioni di euro ai quali si sono aggiunti, negli ultimi due anni, altre decine di milioni di euro anche per addestrare la polizia libica, per riparare le imbarcazioni, per ristrutturare vecchi e sconquassati centri per i migranti. I 10.062 migranti sbarcati su tutte le nostre coste al 12 luglio 2013 (più che raddoppiati rispetto allo stesso periodo del 2012),sono in prevalenza “profughi” giunti in Italia per chiedere asilo e salpati, soprattutto, dalla Libia. I cosiddetti “migranti economici” sono stati soltanto 1.787.

Il prevalente arrivo di profughi emerge anche dalle nazionalità ( dichiarate al momento dello sbarco) delle persone provenienti, per la maggior parte, da Eritrea (2.635), Somalia (1.532), Egitto (1.168), Pakistan (894), Siria (755), Gambia (634), Mali (438), Afghanistan (376), Nigeria (316), Tunisia (297). Si tratta di paesi, come noto, dove ci sono guerre e conflitti, anche etnici, o caratterizzati da regimi che puniscono con la pena di morte certi reati. Va anche ricordato che in questi primi mesi dell’anno sono state “intercettate” in mare (termine di conio ministeriale, molto generico) ben  2.551 migranti diretti verso le coste italiane “ripresi” (come?) dalla Libia (986), da Malta (973)dalla Grecia (449) e dalla Tunisia (143). Le forze di polizia italiane, per gli aspetti criminali del fenomeno migratorio, fanno quel che possono e l’arresto, al 12 luglio 2013, di 56 persone tra scafisti, organizzatori e basisti con il sequestro di 57 natanti, testimonia tale impegno. Occorrerà più tempo, un buon lavoro di intelligence, molta pazienza nelle richieste di collaborazione inoltrate ad altri paesi, l’azione indispensabile della magistratura, per cercare di innalzare il livello di repressione su tali organizzazioni criminali che hanno ormai “fiutato” il business dei profughi non ritenendo più “conveniente” trafficare con i migranti economici in ragione del loro quasi certo rimpatrio a distanza di pochi giorni dall’approdo.

In effetti, poi, dalle indagini è emerso che sono gli stessi criminali che, prima della traversata, forniscono ai migranti satellitari e numeri telefonici di soccorso italiani per consentire il contatto una volta partiti dalle coste libiche. A questi dettagli si aggiungono le “assicurazioni” rivolte ai migranti sul particolare, non trascurabile, che il Comando delle Capitanerie di Porto italiano dispone sollecitamente le operazioni per il loro soccorso assicurando, comunque, un approdo italiano anche se il salvataggio dovesse avvenire in prossimità delle coste di un altro paese. Le attuali favorevoli condizioni meteo-marine nel canale di Sicilia e lungo le coste calabro-pugliesi, la perdurante situazione di gravissima crisi in Egitto, Siria e Libia, con episodi sempre più cruenti, alimenteranno sicuramente i flussi migratori via mare ma anche alla frontiere terrestri. Si pensi che nel corso del 2013, alla data del 5 luglio, al confine italo sloveno, gli stranieri “respinti” sono stati 3.841 (3.086 nello stesso periodo del 2012). Sulle altre frontiere (interne) terrestri il fenomeno non è facilmente riscontrabile poiché i controlli sono soppressi e vengono fatti a campione.

Il dramma dei migranti marini, dunque, continuerà e andrà ad aggiungersi all’altro dramma quando, tra qualche giorno o, al più tardi tra qualche settimana, le “coscienze” di gran parte della classe politica dirigente italiana (e di quella europea), “scosse” da quella storica visita di papa Francesco a Lampedusa, si saranno di nuovo “riaddormentate”. Fino alla prossima puntata, dopo altre morti di migranti.

(Fonte liberainformazione)

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Esplode la violenza nella Libia del dopo Gheddafi

Muammar-Kaddafi-Libia

Il Paese rimane preda di quelle fratture sociali e di quel settarismo tribale che si sono presentati subito dopo la caduta del regime di Gheddafi e che ancora oggi sono un ostacolo per la costruzione di nuove istituzioni stabili. Questo comporta una seria minaccia per la sicurezza del Paese e dell’intera area. Minaccia su cui l’Amministrazione Obama continua a porre una notevole attenzione. A dimostrarlo vi è la decisione di spostare nella base di Sigonella una parte del contingente di reazione rapida dei Marines di stanza in Spagna, nel caso in cui si verifichi l’aggravamento delle condizioni di sicurezza per i cittadini e gli interessi statunitensi, al fine di evitare episodi ed attacchi terroristici come quello dell’11 settembre 2012 a Bengasi in cui perse la vita l’Ambasciatore Chris Stevens.

Il quadro di sicurezza del Paese continua ad essere seriamente compromesso ed impedisce la messa in opera di qualsiasi iniziativa di stabilizzazione. Nonostante, dal punto di vista formale, la Libia disponga di un governo legittimamente eletto e di un embrione di Forze Armate, entrambi non riescono a svolgere le rispettive minime funzioni. Dal punto di vista sostanziale il Congresso Generale Nazionale Libico (CGNL), ossia l’assemblea legislativa del Paese, e l’esecutivo esercitano un’autorità limitata ad alcune aree di Tripoli; lo stesso discorso vale per la Polizia e l’Esercito, impreparati, male equipaggiati e più simili a milizie governative che a vere e proprie Forze Armate strutturate. Le milizie che hanno preso parte alla guerra civile del 2011, nonostante i diversi tentativi del governo di includerle in un piano di smobilitazione ed integrazione nelle FA, non hanno consegnato le armi e, anzi, costituiscono la vera forza territoriale nelle diverse aree di competenza del Paese. Basti pensare che le città di Bengasi e Misurata sono governate da gruppi locali, mentre alcune formazioni della regione orientale della Cirenaica hanno dichiarato unilateralmente la propria autonomia da Tripoli. Infine, nella regione meridionale del Fezzan continuano ad alternarsi scontri tra le forze governative e le ultime bande di lealisti. In questo contesto frammentato ed anarchico, dominato dall’incertezza e dalla povertà, le organizzazioni estremiste di ispirazione qaedista continuano a trovare un terreno fertile per le proprie attività di reclutamento, addestramento e finanziamento. Uno degli avvenimenti che permette di comprendere al meglio quali siano i reali equilibri di potere in Libia è rappresentato dalla genesi della legge 41 sull’ “Isolamento Politico”. Il 7 marzo, alcune milizie e gruppi politici libici, in particolare di Tripoli, avevano sfilato per le vie della capitale chiedendo al governo una legge che sancisse l’ineleggibilità parlamentare e l’interdizione per i pubblici uffici a tutti coloro i quali avessero ricoperto cariche pubbliche durante il regime di Gheddafi. Tuttavia l’esecutivo non aveva accolto tali richieste, ma aveva cercato di congelare il malumore della piazza ed procrastinando l’adozione di un decreto dedicato. A quel punto, il 30 aprile, dopo oltre 40 giorni di inutili sollecitazioni, le milizie di Tripoli hanno circondato ed isolato le sedi dei Ministeri della Giustizia e degli Affari Esteri, sequestrando il personale al loro interno, compresi i ministri Salah Bashir Margani e Mohamed Abdelaziz. L’occupazione dei ministeri è terminata 12 giorni dopo soltanto grazie alla precipitosa approvazione del decreto sull’ “Isolamento Politico”, trasformato in legge il 5 maggio. Il contenuto di tale disposizione sancisce l’esclusione dagli uffici pubblici per almeno cinque anni per chiunque abbia ricoperto incarichi nel periodo tra il 9 settembre 1969 ed il 23 ottobre 2011, considerate rispettivamente data di inizio e di fine della dittatura del Rais. Adottata con 164 voti favorevoli su 200 (con solo 4 voti contrari nel corso di una votazione caratterizzata da altissima tensione) la legge deve però essere ancora ratificata dalla Commissione Giuridica del CGNL, anche se appare difficile, per ragioni di opportunità politica, che quest’ultima sollevi questioni inerenti ai vizi di forma o sostanza della disposizione. Al momento, non essendoci un criterio di discrimine basato sull’attività svolta o sul ruolo ricoperto all’interno del regime di Gheddafi, la legge 41, così formulata, comporterebbe l’allontanamento dalla vita politica di circa 40 membri dell’attuale governo. Tra questi, anche il Primo Ministro, Ali Zeidan, e il Presidente del CGNL, Mohammed Magarief, ambasciatore in India negli anni 80 ma anche esponente di spicco del National Front for the Salvation of Libya (NFSL), il movimento che l’8 maggio 1984 aveva cercato di eliminare l’ex dittatore, attaccando direttamente il quartier generale di Bab al-Aziza a Tripoli. In base a queste ultime considerazioni, al fine di evitare una profonda crisi politica, la disposizione potrebbe essere emendata per risparmiare l’attuale classe dirigente del Paese. L’assedio dei ministeri e la burrascosa approvazione della legge hanno causato le dimissioni, poi ritirate, del Ministro della Difesa Mohamed el-Bargathi. Inoltre, le strade di Tripoli sono state nuovamente invase, questa volta da manifestanti e da miliziani sostenitori del governo, che accusavano i colpevoli dell’assalto ai ministeri di essere espressione di partiti islamici finanziati direttamente dal Qatar. Nonostante l’approvazione del disegno di legge e l’annuncio da parte del Primo Ministro di un imminente rimpasto dell’esecutivo, i miliziani non hanno interrotto immediatamente la protesta, richiedendo le dimissioni del premier prima del 5 giugno, data ultima per l’entrata in vigore del provvedimento. Al di là dell’attacco ai ministeri della Giustizia e degli Affari Esteri, le dimostrazioni di ostilità e gli attentati contro le istituzioni e le forze di polizia sono in continuo aumento e colpiscono i principali centri urbani del Paese. Infatti, negli ultimi tre mesi, il numero degli incidenti è stato significativo. Tripoli è stata colpita il 7 marzo, quando i miliziani hanno assaltato la sede della TV locale, e il 12 maggio, quando oggetto dell’attacco è stata l’Autorità Portuale. Ancor più consistente è stato il numero di attacchi a Bengasi, teatro di assalti agli uffici della polizia il 10, 11 e 12 maggio. Anche la remota città desertica di Sebha, nel sud del Paese, ha visto esplodere la violenza dei miliziani contro le forze di sicurezza; infatti, il 13 aprile è stata attaccata una stazione di polizia, mentre il 30 aprile le milizie hanno preso d’assalto la prigione locale, liberando ben 150 detenuti. Oltre agli attacchi perpetrati dalle milizie, le quali agiscono prevalentemente motivate da rivendicazioni interne, continua a destare grande preoccupazione l’attivismo dei gruppi jihadisti di ispirazione qaedista. Infatti, questi ultimi tendono a colpire obiettivi occidentali, come le rappresentanze diplomatiche e consolari dei governi europei e statunitense. Non a caso, il 23 aprile, l’ambasciata francese a Tripoli è stata oggetto di un attentato tramite autobomba. In quel momento due membri dell’Assemblea nazionale francese erano in visita a Tripoli. Nonostante nessun gruppo abbia rivendicato l’attacco, permangono forti sospetti circa la responsabilità di gruppi terroristici. I legami tra i gruppi salafiti libici, primo fra tutti Ansar al Sharia (omonima del gruppo estremista tunisino), e al-Qaeda sono oggetto di continue indagini da parte sia delle autorità locali sia delle agenzie straniere. Negli ultimi mesi, le investigazioni statunitensi riguardanti l’assalto al consolato di Bengasi del 11 settembre 2012, in cui ha perso la vita il console Chris Stevens, hanno condotto all’identificazione di Sufyan Ben Qumu quale possibile organizzatore dell’attentato. Il libico Sufyan Ben Qumu, ex autista personale di Osama bin Laden, è un miliziano jihadista di lunga data, la cui esperienza è iniziata nel LIFG (Libyan Islamic Fighting Group, Gruppo Islamico Libico di Combattimento, organizzazione jihadista di opposizione a Gheddafi), ed è proseguita attraverso diversi viaggi in Afghanistan e Pakistan tra il 1998 ed il 2002. In quegli anni Qumu è entrato a far parte del network qaedista sino al 5 maggio del 2002, quando, dopo il suo arresto a Peshawar, è stato trasferito nel carcere di Guantanámo. Nel 2007, Qumu era stato trasferito in Libia per finire di scontare la pena nella prigione di Abu Salim ma, nel 2010, era uscito di prigione grazie al programma di de-radicalizzazione promosso da Saif Gheddafi, figlio del Colonnello. Durante la guerra civile libica del 2011, Qumu aveva costituito una sua milizia, prevalentemente formata da combattenti di Dama, la sua città natale, successivamente confluita in Ansar al Sharia. Nelle prime settimane di maggio è stata paventata la possibilità che Qumu fosse rimasto ucciso in uno scontro a fuoco a Dama, ma tale eventualità non è stata ancora confermata. La forte instabilità in cui si trova la Libia suscita inevitabilmente l’interesse della comunità internazionale. Gli Stati Uniti, in particolare, guardano con grande attenzione agli sviluppi della crisi politica libica ed alla degenerazione del quadro di sicurezza. Infatti, Washington ha allertato AFRICOM, il comando responsabile per le operazioni in Africa, e la Forza di reazione rapida dei Marines a Moron (Spagna) allo scopo di poter intervenire tempestivamente in soccorso di cittadini, rappresentanti diplomatici e militari presenti sul territorio libico. A questo proposito, 500 marines di stanza a Moron sono stati trasferiti, quale misura precauzionale, nella base siciliana di Sigonella. Inoltre, a poche settimane dalle esplosioni avvenute nei pressi dell’ambasciata francese, Washington e Londra hanno predisposto il rientro di parte del proprio personale diplomatico, e, insieme alle autorità di Parigi, si sono rivolti al governo libico affinché riesca a trovare una soluzione in tempi rapidi per portare a termine il processo di transizione democratica. Invito ribadito anche dall’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea, Catherine Ashton, che ha espresso il sostegno europeo alle autorità di Tripoli. Occorre sottolineare come, negli ultimi mesi, lo scenario politico ed il quadro di sicurezza libico sia stato influenzato dal cambiamento del contesto regionale. Infatti, l’intervento francese in Mali e la rapida avanzata dei contingenti transalpino e di MISMA (Mission Internationale de Soutien au Mali, Missione Internazionale di Sostegno al Mali) nei territori del nord (regione di Kidal ed altopiano dell’Adrar des Ifoghas) ha costretto molti leader jihadisti a fuggire. Le principali destinazioni dei miliziani qaedisti sono state l’Algeria, la Mauritania, il Niger e, appunto, la Libia. Il contesto di fragilità istituzionale, di malcontento popolare e di scarso controllo da parte delle Forze Armate potrebbero rappresentare una notevole opportunità per i guerriglieri estremisti islamici sia per la costruzione di nuovi campi di addestramento sia per la costituzione di un hub logistico, nel cuore del Maghreb, che sostituisca il nord del Mali.

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