Ceto medio italiano nel mirino delle potentissime lobby finanziarie

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I dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico indicano che i cittadini italiani sono in assoluto tra i meno indebitati del mondo, meno degli Americani, meno dei Francesi e meno dei Britannici.

Il Regno Unito presenta addirittura il record di indebitamento delle famiglie. Contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, la disoccupazione e la precarietà costituiscono un incentivo all’indebitamento. E dove ci sono più disoccupati, cioè tra i giovani, vi è anche meno percezione dei rischi connessi all’uso della carta di credito. Il quotidiano “Il Sole-24 ore” comunica a riguardo un dato sconcertante, secondo il quale almeno il 5% dei giovani utenti inglesi di carte di credito non ha neppure la consapevolezza che il denaro speso vada restituito.  Continue Reading

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Disoccupazione giovanile da record, peggio solo Atene e Madrid

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Nel mese di luglio gli occupati in Italia sono diminuiti dello 0,3%, cioè lavorano 63.000 persone in meno. Gli inattivi sono aumentati dello 0,4% (+53mila) e il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi, è risalito di 2 punti percentuali rispetto a giugno, tornando al 39,2%. Lo rileva l’Istat sottolineando che, rispetto allo stesso mese del 2015, ci sono 266 mila occupati in più (+1,2%).

La disoccupazione italiana (all’11,45%) resta ben oltre la media Ue (8,6%). Fanno peggio solo Cipro, Croazia, Spagna e Grecia. Mentre la disoccupazione giovanile, al 39,2%, è quasi doppia rispetto alla media dell’area euro. Solo Atene e Madrid ci stanno alle spalle. Intanto dalla Germania, per dire, arriva la notizia che il Paese ha registrato un nuovo caldo del numero di disoccupati. Il tasso di disoccupazione è al 6,1%, il livello più basso dai tempi della riunificazione.

Il calo degli occupati è imputabile in gran parte ai 68 mila autonomi che hanno smesso di lavorare (senza conversione in un impiego di diversa natura). Fermi i contratti a tempi indeterminato, sui quali hanno puntato jobs act e defiscalizzazioni: sono 14,85 milioni, inchiodati ai livelli di gennaio.

La notizia negativa conferma un panorama stagnante. Ricapitolando: È il primo calo degli occupati dopo quattro mesi, la disoccupazione giovanile è tornata a crescere e gli inattivi segnano una percentuale da record. L’unico dato “positivo” è il tasso di disoccupazione: -1,3%, che tradotto significa 39mila persone senza lavoro in meno.

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In Italia crolla il salario, tutta colpa del Jobs Act

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Secondo i dati sul costo del lavoro diffusi dal rapporto Eurostat la retribuzione oraria in Italia nel primo trimestre 2016 è diminuita dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2015, segnando l’unico calo in Europa per un grande Paese.

Stando al calcolo di Eurostat il salario orario nell’Ue a 28 è aumentato in media dell’1,7% con differenze significative nei vari Paese e con cali solo in Italia (-1,5%) e a Cipro (-0,3%). Gli aumenti salariali più consistenti si registrano nei Paesi dell’Est (+10,4% in Romania, +7,6% in Bulgaria), paesi nei quali però il costo del lavoro orario complessivo è molto più basso della media (nel 2015 4,1 euro l’ora in Bulgaria, 5 in Romania a fronte dei 25 euro medi in Ue e 43,1 euro in Danimarca). Continue Reading

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Jobs pack, stabilmente precari

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A dicembre 2014 in Italia c’erano 14 milioni 525 mila occupati a tempo indeterminato, a ottobre 2015 sono 14 milioni 527 mila. Da quando è partito il Jobs Act, ovvero a marzo, i lavoratori “stabili” erano 14 milioni 550 mila. Fanno 23 mila in meno. A dicembre 2014 i contratti a tempo determinato erano 2.308 milioni, a marzo 2.296; a ottobre scorso erano 2.486 milioni. Gli autonomi, quelli per cui il governo studia un apposito Jobs Act: tra gennaio e ottobre sono calati di 97 mila unità. E come non parlare delle “false partite Iva” che sono passate da una forma di precariato a un’altra. Occupazione? Il dato peggiore: a ottobre ci sono 29 mila occupati in meno, 84 mila negli ultimi 2 mesi. Soprattutto giovani. Ferma la fascia 24-34 anni, quella 35-49 perde 175 mila occupati, mentre gli over 50 aumentano di 226 mila unità. Riassumendo il tasso di occupazione è fermo al 56,3%, e la disoccupazione giovanile è al 39,8%, nei primi 10 mesi dell’anno ci sono 178 mila lavoratori precari in più rispetto a fine 2014 e 190 mila in più rispetto al mese di esordio del Jobs Act. L’effetto della distruzione dello Statuto dei Lavoratori si è esaurito, o riassorbito, in meno di un anno. Continue Reading

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Pagati con i voucher lavoro, la nuova frontiera dello sfruttamento

Chaplin

Riviera romagnola, estate 2014. Un bagnino di 19 anni racconta al Fatto che, per assistere i bagnanti dalle 8 del mattino alle 8 di sera, sarà pagato con i voucher lavoro. “Faccio orario completo per tre mesi e il datore di lavoro mi paga a fine stagione – racconta –. Mi dà 2 mila euro tutti in voucher. Poi mi richiama l’anno dopo”. Il ragazzo, per riscuoterli, dice che dovrà andare in almeno dieci diverse tabaccherie. O dividersi tra posta, banca e tabaccai. “Altrimenti si insospettiscono – dice –. Non che cambi nulla. Lo sanno tutti come funziona il sistema dei voucher. O mi accontento di questo metodo oppure il capo chiama un altro. Lavorare qui è sempre meglio che stare a casa senza fare niente”. E con il Jobs Act, l’uso dei voucher è destinato ad aumentare.

Secondo i dati dell’Inps, l’Istituto nazionale di previdenza sociale, in totale sono stati venduti 69.183.825 di voucher. Considerando che l’Italia ha 60 milioni abitanti circa, è come se ogni italiano ne avesse utilizzato almeno uno. E il volume economico che producono è pari a circa 70 miliardi di euro. Ad aprile 2012, in circolazione c’erano poco meno di 29 milioni di buoni lavoro. Nel 2013 si era arrivati a 43 milioni. “È la più grande operazione di lavoro nero legalizzato che ci sia nel nostro Paese – spiega Gugliemo Loy, segretario confederale della Uil –. Non si può neanche parlare di vero rapporto di lavoro: i vincoli sull’uso dei voucher sono minimi. Ci sono solo i tetti: il datore di lavoro può elargire al massimo 2 mila euro in voucher per ogni lavoratore, il lavoratore può guadagnare in voucher non più di 5 mila euro all’anno. Ma il datore di lavoro non ha limiti per quanto riguarda il numero di persone che può pagare con i voucher. Quindi potrebbe anche cambiarne uno al giorno e utilizzarne 300 all’anno”.

L’uso dei buoni lavoro è legato al cosiddetto lavoro occasionale accessorio, cioè quello che genera un reddito netto inferiore a 5 mila euro all’anno. Un voucher costa 10 euro e corrisponde al pagamento di un’ora di lavoro: 7,50 euro vanno al lavoratore, 1,30 euro alla gestione separata dell’Inps, 70 centesimi sono destinati all’assicurazione Inail e il resto compensa la gestione del servizio. L’intento con cui furono introdotti, nel 2003, era quello di limitare il lavoro nero e riuscire a tassare alcune attività saltuarie come il giardinaggio, l’assistenza domestica, le ripetizioni private e gli altri tipi di impieghi occasionali indicati nel decreto 276 del 2003. Poi, di legge in legge, di decreto in decreto, di circolare in circolare, le limitazioni sono cadute. Le prestazioni di lavoro accessorio sono stata estese a quasi tutti i settori produttivi e a tutte le categorie di lavoratori. E con il diminuire dei vincoli, è aumentato il ricorso a questo tipo di rapporto di lavoro.

“La formula funziona – spiega Elvira Massimiano, responsabile delle politiche del lavoro di Confesercenti – soprattutto nei casi in cui le imprese non riescono a far fronte al carico di lavoro con il personale fisso”. Per la Massimiano, poi, il tetto di 2 mila euro per le imprese è in alcuni casi troppo stringente. “Se fosse più alto, molte categorie ne beneficerebbero. Penso ai tirocinanti e ai praticanti: potrebbero essere pagati per il lavoro in più che fanno. Si porterebbe alla luce molto lavoro nero. Ed è una formula che il Jobs Act sta incentivando”. Secondo Confesercenti, i voucher lavoro sono utilizzati specie nei casi in cui il datore non riesce a sostenere i carichi di lavoro ricorrendo ai dipendenti regolarmente assunti. “È il caso dei weekend e della stagione estiva per le attività del settore del turismo – dice, ma ammettendo anche che si tratta dell’approdo degli imprenditori in difficoltà per la crisi –. Quando un’azienda non può fare una programmazione a lunga durata sui costi del personale, i voucher sono una salvezza”. Negli anni la vendita più estesa dei buoni lavoro è stata registrata nei settori del commercio, del turismo, dei servizi e di altre attività. Il primo decreto legge prevedeva, negli articoli dal 70 al 73, che il lavoro occasionale accessorio, pagato con i voucher, fosse riservato a “piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa la assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, all’insegnamento privato supplementare, ai piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti, alla realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli, alla collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà”. L’intenzione iniziale, però, è stata tanto snaturata che oggi questi settori rappresentano il minor campo di applicazione per i voucher lavoro. E il Jobs Act prevede proprio l’abrogazione degli articoli dal 70 al 73 del 276 del 2003.

“Quella dei voucher – spiega Corrado Barachetti, responsabile mercato del lavoro della Cgil – è diventata una politica principe di questo governo. Deve essere messa in cima alla scala della precarietà. Il recente abbozzo delle riforme contrattuali, con accento sul lavoro accessorio, rivede le tabelle pre Fornero e, alzando il tetto massimo di guadagno, genera solo un aumento del lavoro precario”. Nel riordino dei contratti previsto nel Jobs Act, infatti, i buoni subiranno un’ulteriore liberalizzazione. La bozza del decreto analizzata in consiglio dei ministri lo scorso 20 febbraio prevede che il limite di guadagno netto annuo per la definizione del lavoro occasionale accessorio passi da 5 mila a 7 mila euro. Secondo i rilievi della Uil i voucher producono 70 milioni di euro di elusione fiscale ogni anno: gli oltre 46 mila lavoratori pagati con i voucher genererebbero un mancato gettito dell’Irpef, l’imposta sul reddito, pari a 57,8 milioni di euro e un mancato gettito dell’Irap, imposta sulle attività produttive, di 12,2 milioni. “Il voucher non è imponibile per l’Irap e il lavoratore è esentasse – dice Loy della Uil – ed è pertanto un sistema che spinge i lavoratori verso il basso. Altro che contratti a tutele crescenti. Le aziende possono accordarsi e scambiarsi i dipendenti e, come se non bastasse, creano un danno alle casse dello Stato”.

Sul sito stranierinitalia, un utente chiede agli esperti: “Al momento ho un permesso di soggiorno per attesa occupazione. Ho trovato una persona che mi prende come baby sitter e mi paga con i buoni lavoro. Posso richiedere il rilascio del permesso di soggiorno con questo lavoro?” La risposta è “no”, nonostante la maggior parte degli stranieri (quella non pagata in nero) sia retribuita proprio con questa forma di pagamento. Il reddito percepito con il lavoro accessorio ha un’utilità esclusivamente integrativa. Con i buoni lavoro, insomma, non si hanno diritti: non si matura il Tfr, il trattamento di fine rapporto, non si maturano ferie, non si ha diritto alle indennità di malattia e di maternità, né agli assegni familiari. “Fino a due anni fa – spiega Isabella Pavolucci, della Filcam di Rimini – avevamo registrato un aumento del lavoro a intermittenza, quello cioè che permette al datore di chiamare il dipendente quando ne ha bisogno. Non era il massimo per il lavoratore, ma perlomeno poteva contare sulle garanzie e le tutele di un contratto. Invece abbiamo notato che parallelamente all’aumento della vendita dei voucher e alla loro graduale liberalizzazione, c’è stata una conseguente diminuzione di questo tipo di contratti”. E con il Jobs Act, dicono tutti, sarà anche peggio.

Per rendere più tracciabili i voucher, sarà introdotto l’obbligo per le aziende di acquistare i buoni solo con modalità telematiche e quello di comunicare alla Direzione territoriale del lavoro il luogo della prestazione e l’arco temporale in cui sarà usato (che non può superare i trenta giorni successivi all’acquisto). “In questo modo l’Inps crede di poter controllare la domanda – spiega Barachetti della Cgil –. Ma in realtà è una stupidaggine. Prima si acquistavano in tabaccheria, ora per via telematica. Forse così si assicura in automatico il contributo all’Inps ma non c’è alcuna operazione di controllo aggiuntiva. Il committente può prendere un voucher e farlo valere per due, tre, quattro prestazioni. Può far lavorare il dipendente 10 ore e pagarlo con soli cinque voucher”. Uno dei maggiori problemi dei voucher lavoro è legato ai controlli. L’ispettore del lavoro non può verificare orario d’inizio e fine del lavoro, limitandosi ad appurare che siano stati pagati i contributi. Inoltre, sempre il Jobs Act prevede la nascita di un’agenzia unica ispettiva del lavoro che dovrà occuparsi di sicurezza, infortuni, contribuzione e rispetto delle norme contrattuali. “Gli ispettori non riusciranno mai ad acquisire competenze complete in tutti e tre i fronti – commenta Barachetti – né a tenere sotto controllo in modo efficiente aziende e imprese. Quest’agenzia, prima di nascere, sembra già essere depotenziata. Inoltre, tutti gli ispettori nominati che avrebbero dovuto entrare in ruolo quest’anno, sono ancora precari. Non è previsto un euro per loro. Già sono sotto organico, figuriamoci se riusciranno a vigilare anche sui voucher”.

(Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano del 15 Aprile 2015)

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