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L’euro è un morto che cammina

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LA CRISI DELLA LIRA 1964

Per capire perché l’euro non è ancora morto, è utile guardare alla storia dei regimi monetari. Vi sono differenze notevoli tra questi: il vecchio gold standard non era uguale al regime di Bretton Woods, né questo allo SME, né lo SME all’Euro. A noi però interessa guardare ad una caratteristica particolare che sarà chiara in seguito.

Fino al 1971 l’Italia faceva parte dell’accordo di cambio noto come regime di Bretton Woods. Le monete dei paesi occidentali mantenevano un tasso di cambio fisso – ma eventualmente aggiustabile – con il dollaro americano, e questo a sua volta aveva un valore in oro.

Nel 1963-64 la lira italiana fu vittima di un attacco speculativo. L’Italia del boom economico aveva raggiunto la piena occupazione (il tasso di disoccupazione era sceso al di sotto del 4%), i sindacati erano particolarmente forti e riuscivano ad ottenere forti aumenti salariali, superiori alla produttività. Questo produsse un deficit di partite correnti notevole e i mercati si aspettavano per questo una svalutazione della lira.

Fonte: Report FMI 1963-64

Ma la svalutazione non avvenne. Già da maggio 1963 governo e Banca d’Italia avevano incominciato ad attuare politiche monetarie e fiscali restrittive, che causarono una caduta della produzione industriale e dell’occupazione a partire dagli inizi del 1964. Eppure la fase più acuta della crisi valutaria si ha proprio mentre l’Italia inizia l’ “aggiustamento”.

A questo punto interviene un fatto nuovo. Il governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, si reca a Washington. L’incontro doveva rimanere segreto, ma così non fu. I giorni dal 1° al 13 marzo furono i più drammatici per la moneta italiana e la Banca d’Italia bruciò duecento milioni di dollari per mantenere il cambio. Ma Carli, contrario alla svalutazione, ottiene dal Tesoro americano e da altri enti prestiti per complessivi 800 milioni di dollari. A questi si aggiungono prestiti più piccoli della Bundesbank, della Banca d’Inghilterra e del FMI, coinvolti dallo stesso Tesoro americano, per un totale di 1275 milioni di dollari. Un’enormità. Che – è bene sottolinearlo – non fu utilizzata. Bastò infatti l’annuncio della concessione del prestito a calmare i mercati.

Pochi giorni dopo l’annuncio, la crisi valutaria era solo un ricordo. La lira non si svalutò e l’aggiustamento fu più che sufficiente a riportare in avanzo la bilancia commerciale. Già nell’ultimo trimestre 1964 iniziò la ripresa.

LA CRISI DEL 1992

Nel 1992 si produsse una situazione simile a quella del 1964. Anche in questo caso eravamo di fronte ad una crisi di bilancia dei pagamenti, dopo aver prodotto dal 1987 crescenti disavanzi delle partite correnti, in un sistema di cambi fissi (il Sistema Monetario Europeo, SME), sebbene con qualche margine possibile di aggiustamento. Come nel 1964, la lira (insieme alla sterlina britannica, al franco francese e alla peseta spagnola) fu attaccata dalla speculazione. L’occasione fu la bocciatura del Trattato di Maastricht da parte degli elettori danesi e il rischio, poi non concretizzatosi per pochi voti, di un eguale giudizio negativo dei francesi, chiamati alle urne nel settembre del 1992. Protagonista della vicenda, come è noto, fu George Soros. Questa volta però tanto la lira quanto la sterlina, dopo tentativi simili a quelli del 1964, furono costrette ad abbandonare lo SME, bruciando peraltro le riserve valutarie della Banca d’Italia. Eppure non sarebbe dovuto accadere. Il Sistema Monetario Europeo, infatti, prevedeva il sostegno delle banche centrali degli altri paesi in caso di attacco ad una valuta. La responsabilità maggiore ricadeva sulla Bundesbank, la banca centrale tedesca, poiché il marco era di fatto la valuta di riferimento del sistema. Ma questa collaborazione non vi fu né attraverso il sostegno alle valute attaccate né con una la rivalutazione pilotata del marco (come avvenuto in passato), anche perché all’epoca la Germania era in deficit di partite correnti e non voleva aggravarlo. L’aggiustamento doveva essere interamente a carico dei paesi “deboli”. Dopo un’iniziale svalutazione il 13 settembre 1992, il governo Amato decide l’uscita dallo SME il 17 settembre, all’indomani dell’uscita della sterlina. Anche la Francia subì l’attacco speculativo, ma alla fine la Bundebank si mosse in soccorso del Franco. Pochi mesi dopo l’Italia ratificherà il Trattato di Maastricht. Una coincidenza storica notevole fece in modo che una delle firme italiane sul Trattato fosse proprio quella di Guido Carli, ministro del Tesoro nel governo precedente (Andreotti VII).

E INFINE L’EURO

Come è noto l’idea dell’euro non è tedesca, ma francese. Con la creazione della moneta unica la Francia sperava di sottrarre alla Germania la propria egemonia monetaria. A distanza di 22 anni dal Trattato di Maastricht si può dire che l’esperimento è riuscito solo in parte. Del sostanziale fallimento dell’euro abbiamo parlato diffusamente, ma qui ci interessa invece capire perché esso è sopravvissuto finora.

Nell’eurozona non esistono più le monete nazionali, ma i tassi di interesse sui titoli di stato ci danno una misura del rischio di cambio  percepito dai mercati finanziari. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, i tassi di interesse incominciano a divergere e si manifesta il famoso “spread“. Ma è dal 2010, con la crisi greca, che i differenziali finiscono fuori controllo.

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Verso la fine dell’estate del 2011, poi, l‘interbancario si blocca definitivamente. Il sistema delle banche centrali dell’eurozona, tramite il sistema Target2, interviene in automatico a finanziare i deficit esteri dei paesi in disavanzo di partite correnti, con grande disappunto dei tedeschi (Hans-Werner Sinn in testa, che oggi pretende di pareggiare in oro!), mentre i capitali vengono rimpatriati. Questo contribuisce ad evitare un crollo disordinato dell’eurozona e rappresenta una novità rispetto alle consuete crisi di bilancia dei pagamenti.

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Ma il motivo fondamentale per il quale l’Euro sopravvive è l’intervento discrezionale della Banca centrale europea che, il 2 agosto 2012, annuncia il programma OMT, dopo il famoso discorso londinese di Mario Draghi (26 luglio 2012).

Quando si parla di fragilità dell’euro, di fragilità crescente dell’euro, e forse di crisi dell’euro, molto spesso gli stati o i leader che non fanno parte dell’eurozona sottovalutano l’entità del capitale politico che viene investito nell’euro. E invece noi lo vediamo, e non credo che siamo osservatori parziali, e pensiamo che l’euro è irreversibile. E non è una parola vuota, perché ho appena detto esattamente quali azioni sono state fatte, e vengono fatte per renderlo irreversibile. Ma c’è un altra cosa che voglio dirvi. All’interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto quanto è necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza.(Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough).

l programma OMT consiste nell’acquisto “illimitato” di titoli di stato da parte della BCE, dopo aver accettato un programma di “salvataggio”,  per quei paesi che dovessero essere vittime della speculazione sul debito sovrano. Ne beneficia soprattutto l’Italia, paese che non ha chiesto “aiuti”, ma che vede il suo “spread” con i titoli di stato tedeschi ridursi da oltre 500 punti di allora ai circa 150 di oggi.

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E’ importante notare che anche in questo caso lo strumento non è stato in realtà mai utilizzato. A calmare i mercati è cioè bastato l’annuncio, da parte della Banca Centrale, della sua disponibilità a fungere da prestatore “senza limiti” di ultima istanza (sebbene sotto condizioni). Coperti dalla BCE, anche i titoli di un paese considerato sull’orlo del default diventano affidabili.

LA CRISI PUÒ TORNARE

La crisi dell’euro però non è finita. A rinfocolarla nei prossimi mesi potrebbe essere la deflazione e il costante aumento delle sofferenze bancarie causato dall’austerità. L’esito relativamente positivo degli stress test condotti dalla BCE, infatti, non deve trarre in inganno perché non contempla lo scenario deflattivo. D’altro canto la BCE non ha molti strumenti per invertire la tendenza. Il piccolo Quantitative Easing non può di per sé creare inflazione, se non in misura limitata, attraverso la svalutazione dell’euro. L’unica maniera affidabile per creare inflazione è aumentare i salari, come ha ammesso la Banca centrale giapponese e addirittura la Bundesbank. Pertanto la soluzione non è in mano alla BCE. A ciò si aggiunge il fatto che gli strumenti finora messi in campo per affrontare una crisi bancaria su larga scala (unione bancaria ed ESM) potrebbero essere insufficienti in caso di una crisi sistemica.

WHATEVER IT TAKES WHITIN OUR MANDATE. WHAT MANDATE?

L’esperienza dell’Italia del 1964, messa a contrasto con quella del 1992 e in analogia a quella del luglio 2012, deve indurre alla cautela quando si parla di esisto scontato della crisi dell’euro. Il punto è se la BCE farà – se potrà fare, se le sarà concesso di fare – davvero “tutto quanto è necessario” per preservare l’euro. Questo potrebbe includere l’acquisto illimitato di titoli di stato dei paesi meridionali, al fine di consentire il salvataggio del loro sistema bancario e contenere lo spread. Il programma OMT è già stato sfidato davanti alla Corte costituzionale tedesca. Ora si attende il giudizio da parte della Corte di giustizia europea, il cui esisto sarà determinante, sebbene pochi scommettano su una bocciatura.

Ma al di là dell’OMT, tutto sta nel risolvere questo dilemma: i trattati e lo statuto della BCE, se da un lato proibiscono il finanziamento monetario dei deficit, dall’altro danno alla BCE un mandato implicito nella sua stessa esistenza e nella vigenza dei trattati: preservare l’euro. E, all’interno di questo, “promuovere il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento“. La situazione è paradossale, ma non è raro che una legge o un trattato siano internamente contraddittori. E’ su questa lama di rasoio che si giocherà la partita nei prossimi mesi.

(Fonte keynesblog)

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La Lituania è il diciannovesimo Stato della zona euro

Il design delle monete euro lituane

Il design delle monete euro lituane

Il Parlamento europeo si è dichiarato favorevole all’adesione della Lituania alla zona euro dal 1° gennaio 2015. In precedenza, avevano dato la propria approvazione la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Consiglio dei Ministri dell’Economia e delle Finanze della UE, i rappresentanti dei Paesi della UE. La moneta del paese è legata all’euro dal 2002 ma la valuta utilizzata in Lituania è il litas. La raccomandazione del Parlamento è stata approvata con 545 voti in favore, 116 voti contrari e 34 astensioni.

Nonostante una fetta importante della popolazione del piccolo paese continui ad avere sentimenti contrastanti nei confronti della moneta unica, il ministro delle Finanze lituano, Rimantas Sadzius, ha spiegato che “Non possiamo permetterci di rimanere fuori dalla zona euro. L’Estonia è membro dal 2011, la Lettonia lo diventerà nel 2014. Gli investitori guardano alla regione baltica come a un solo paese. Rimanendo fuori dall’unione monetaria rischiamo di essere penalizzati da un punto di vista degli investimenti stranieri”. Il ministro lituano è convinto che i benefici di lungo termine dell’adesione all’euro supereranno di gran lunga gli svantaggi di breve periodo.

Attualmente il debito della Lituania è al 39,4% del prodotto interno lordo nel 2012 (tra i sei più bassi dell’intera Unione europea). L’economia dopo la recessione del 2009 che ha ridotto il Pil del 14,8% ha subito una drammatica cura dimagrante. Nel 2012 la crescita è stata del 3,7%. Negli ultimi 12 mesi l’inflazione del paese è stata in media di 0,6% e il suo rapporto tra deficit e Pil è al 2,1%. Bruxelles ha quindi valutato soddisfacenti tutti i requisiti richiesti dall’esecutivo Ue come previsto dai trattati. Un debito pubblico inferiore a 60% del Pil, un deficit entro la soglia di 3%, inflazione e tassi di interessi moderati e un cambio stabile contro euro.

L’approvazione definitiva per la Lituania dovrebbe avvenire il 23 luglio dal Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea per gli Affari Generali. Dal 1 gennaio 2015, quindi, il numero di paesi che condividono la moneta unica salirà a 19: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna (1999), Grecia (2001), Slovenia (2007), Cipro e Malta (2008), Slovacchia (2009), Estonia (2011), Lettonia (1 gennaio 2014) e dal prossimo anno Lituania. Al di fuori della zona euro restano ancora: Danimarca, Regno Unito, Bulgaria, Croazia, Polonia, Repubblica ceca, Romania, Svezia e Ungheria.

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Il Mondo è in depressione e non ci sarà nessuna ripresa economica

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“Se pensavate che io fossi pessimista sullo stato dell’economia globale, provate a sentire Steen Jakobsen di Saxo Bank. “Non ci sarà nessun’altra ripresa. La fase buona di questo ciclo è già passata. D’ora in poi, o tra molto poco, sarà tutta una caduta.”

L’aumento dei tassi medi a 1 anno da 1,5% a 1,95% verificatosi nelle economie del G10 nell’ultimo anno è già stato sufficiente a spingere di nuovo l’intero fragile edificio verso il limite – anche se con un certo ritardo. “Il mondo è in depressione. Non può sopravvivere in nessun modo a dei tassi più elevati” ha dichiarato Steen Jakobsen. I rendimenti dei buoni del tesoro degli Stati Uniti a 10 anni presto inizieranno a scendere lentamente ai minimi di tutti i tempi, sotto 1,50%, verso la metà del 2015. L’indice S&P 500 di Wall Street perderà tutto quanto guadagnato durante il QE3, crollando a 1,400 punti in un anno di mercato in ribasso. Il cosiddetto “margin debt” USA, ovvero l’ammontare di denaro che viene preso in prestito dai vari operatori di mercato per acquistare attività finanziarie, sta segnalando pericolosamente gli stessi picchi visti poco prima del crash “dotcom” e della crisi Lehman.

Il signor Jakobsen, che è uno banchieri più potenti d’Europa, consiglia i propri clienti di rifugiarsi nel reddito fisso. “Non ci sarà altro posto ove rivolgersi,” dice. L’apprezzamento attuale dell’euro a quasi 1,40 sul dollaro farà naufragare la debolissima ripresa europea – sempre che la si possa definire ripresa – e spingerà anche la Germania sull’orlo della recessione entro la fine dell’anno.

Una tempesta perfetta in campo valutario è in arrivo, con l’Europa e gli USA che spingono in direzioni opposte, con la BCE che apre le porte al QE mentre la Fed sta chiudendo il rubinetto della liquidità. “Abbiamo il più forte segnale di vendita per l’euro dall’inizio dell’unione monetaria”, ha detto ancora Jakobsen e il target dell’euro è 1,25 sul dollaro entro l’inizio del 2015. Questa volta non ci sarà nessun rapido salvataggio dalla Federal Reserve. I falchi sono determinati a continuare il “tapering”. La pretesa che non si tratta di una stretta monetaria difficilmente riuscirà a tenere buoni i mercati ancora a lungo. Janet Yellen sarà anche una colomba, ma non ci fraintendiamo. Il signor Jakobsen sostiene che la sua avversione alla crescente disuguaglianza predomina su tutto. Anche la Jellen avversa le bolle favorite dal QE, che concentrano ulteriormente la ricchezza.

Se e quando la bolla esplode, potremmo accorgerci che l’ondata deflazionistica è diventata ancora più grande e si schianterà sulle nostre teste con una ferocia ancora maggiore. Potete trarre da soli le vostre conclusioni.

Come molti altri – in particolare l’ex capo della FSA (Lord) Adair Turner – mi sono chiesto negli ultimi due anni se il QE non dovesse essere attuato in maniera completamente diversa nel caso in cui ne avessimo ancora bisogno, questa volta per combattere una deflazione cronica strutturale. Anziché acquistare obbligazioni o asset, le banche centrali potrebbero finanziare la costruzione di strade, case, centrali elettriche, o anche la ricerca scientifica. Takahashi Korekiyo costrinse la banca del Giappone a finanziare direttamente la spesa pubblica negli anni ’30, fino a quando l’economia reale – non il mercato azionario – non avesse raggiunto la “velocità di fuga” e si fosse liberato dalla crisi. Naturalmente le banche centrali odiano questo approccio. Esso viene condannato come “fiscal dominance”. Ma questa è una polemica per un’altra volta.” Evans Pritchard sul Telegraph – tradotto da Voci dall’estero

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Troika sempre più fuorilegge

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Il caso monta tra Germania e Austria, e potrebbe essere decisivo nella corsa a due, Ppe-Pse, per la maggioranza dei seggi nel prossimo Parlamento europeo e di conseguenza per un possibile cambiamento dirotta politica della Commissione per il quinquennio 2014-2019. Sul voto del 25 maggio piomba il dossier firmato Andreas Fischer Lescano, docente allo Zerp (Centre of european law and politics) dell’Università di Brema, autore di uno studio commissionato da Ces, Etui, Ogb (sindacato austriaco) e Camera federale austriaca del lavoro.

Secondo Fischer Lescano, la partecipazione della Commissione e della Bce alla troika insieme al Fondo monetario internazionale che ha scritto e imposto le misure di austerità a Paesi come Irlanda, Cipro, Portogallo e Grecia, rappresenta una violazione fondamentale del diritto primario dell’Unione europea. Con il Trattato di Lisbona, osserva il docente tedesco, il diritto primario include la Carta dei diritti fondamentali, che sono stati sistematicamente violati nel momento in cui gli Stati membri hanno approvato il protocollo d’accordo del Consiglio Ue sul cosiddetto Meccanismo europeo di stabilità (Esm). Non c’è alcuno stato di urgenza, spiega la consulenza legale di Fischer Lescano (“Human rights in times of austerity policy”, Diritti umani nelle politiche di austerità), che possa giustificare la sospensione del diritto comunitario, come invece è puntualmente avvenuto con le misure volute da Bce, Fmi e Commissione europea, e questo è particolarmente vero per Commissione e Bce, tenute all’obbligo del rispetto delle leggi Ue.

E’ la loro partecipazione al Meccanismo europeo di stabilità, rileva il dossier, “all’origine delle misure che hanno pesantemente indebolito le leggi nazionali sul lavoro e i sistemi sociali, che comprendono il diritto fondamentale alla contrattazione collettiva, il diritto al lavoro, all’alloggio e alla sicurezza sociale, alla sanità e alla proprietà”. Anche le convenzioni Onu relative ai diritti dell’infanzia e ai diritti dei portatori di handicap, si nota, sono stati ignorati o disattesi. Il punto fondamentale sottolineato da Fischer Lescano è sul vero e proprio diktat sull’Esm imposto ai quattro Paesi sotto programma, che non ha di fatto lasciato alternative ai governi nazionali, chiamati a ridurre i salari minimi, tagliare la spesa sanitaria e gli alloggi pubblici, spostare la contrattazione dal livello collettivo a quello aziendale: interventi, guarda caso, che non sono coperti dalla legislazione Ue. In parallelo, il dossier registra il “cortocircuito” del Parlamento europeo, tenuto praticamente a margine della partita Ue-Stati Membri sull’Esm. Cosa fare, allora?

Si può contestare la violazione dei diritti umani menzionati presso la Corte europea di giustizia, ma esistono altre possibilità, spiega Fischer Lescano. Il ricorso alla Corte di giustizia Ue può essere presentato sia contro la violazione dei diritti umani ma anche per il mancato rispetto delle competenze fondamentali dell’Unione europea. L’Ue, come tale, invece non può essere perseguita dalla Corte europea dei diritti umani (Cedh), ma possono essere invece denunciati i singoli Paesi per aver violato i diritti umani per l’adesione all’Esm. Stesso discorso per l’Ilo o l’Onu: impossibile procedere contro l’Ue presso le due organizzazioni, che possono essere chiamate in causa per denunciare singolarmente uno Stato membro, mentre la Corte internazionale di giustizia può essere avocata per le questioni legate al rispetto dei diritti umani.

“L’articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea è sistematicamente violata quando istituzioni dell’Ue interferiscono nell’ambito del diritto alla salute e alle cure mediche, e in particolare quando impediscono l’accesso alle infrastrutture sanitarie fornite dagli Stati membri”, afferma Fischer Lescano al termine di un incontro organizzato dall’Ogb. “Il dovere di protezione – continua – costituisce un elemento significativo e sistematico dei diritti fondamentali, ed è quindi una responsabilità che impone il dovere da parte delle istituzioni europee di impedire la violazione dei diritti fondamentali quando esse collaborano con istituzioni terze, com’è avvenuto nel caso del Fondo monetario internazionale“. Sono quindi le stesse istituzioni europee, scandisce Fischer Lescano, “da considerarsi responsabili per non aver creato il quadro legale entro cui il Fmi, insieme a Bce e Commissione, avrebbe potuto e dovuto agire senza danneggiare i diritti fondamentali”.

(Fonte conquistedellavoro)

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L’orco della deflazione

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Fino all’altro ieri l’orco cattivo che minacciava la stabilità della nostra economia si chiamava “spread“, ovvero la differenza tra il rendimento dei titoli obbligazionari di un paese e quelli dell’imbattibile Germania. Era temuto perché poneva a rischio la sostembilità del debito pubblico nazionale. Oggi quell’orco è stato messo in gabbia e non fa più paura. Lo ha però sostituito un altro mostro, dall’aspetto apparentemente benevolo, ma persino più complicato da neutralizzare: la deflazione. Ovvero una lenta discesa di prezzi e salari che, spingendo i consumatori a rimandare le decisioni di acquisto di beni durevoli – dall’automobile alla casa – nell’aspettativa di affari sempre più vantaggiosi, finisce per dare il colpo di grazia alle economie più deboli, scarsamente produttive e altamente indebitate. Il timore è che l’Italia, proprio per i suoi squilibri strutturali, sarà potenzialmente una delle prede più facili. A lanciare l’allarme questo mese è stata Christine Lagarde, capo del Fondo monetario internazionale, che ha invitato la Banca centrale europea “a combattere con decisione l’orco della deflazione”, una frase che equivale all’invito a mantenere i tassi di interesse a livelli prossimi o equivalenti allo zero per facilitare l’immissione di liquidità sul mercato, incentivare gli scarsissimi investimenti ed evitare che oltre a quella greca altre economie dell’eurozona entrino davvero nella spirale deflattiva. Al momento il tasso di inflazione dell’Unione monetaria è sceso allo 0,8 per cento in dicembre, un record al ribasso. Tra i Pigs, Spagna, Portogallo e Manda hanno registrato una crescita dei prezzi compresa tra lo 0,2 e lo 0,3 per cento, l’Italia dello 0,7 per cento. Su base annuale la nostra inflazione è scivolata dal 3 per cento del 2012 all’1,2 del 2013.

La diminuzione dei prezzi non sempre è un male. Anzi, per molti aspetti è stata invocata a più riprese dalla Troika (Ue, Frm, Bce) nella forma di una “svalutazione interna” che aiuti i paesi dell’euro economicamente deboli (Pigs) a ritrovare competitivita rispetto ai forti del Nord Europa. E per i consumatori (con ancora un lavoro) segnala anche un felice ritrovamento del potere di acquisto eroso dalla crisi. Il problema però si pone quando il fenomeno si prolunga e le esportazioni non bastano a far riprendere la crescita del prodotto interno lordo. In questo caso il rischio è quello di finire m un circolo vizioso per cui prezzi sempre più bassi scoraggiano investimenti e produzione, i salari calano aiutati da una disoccupazione galoppante, la domanda interna diminuisce e molte aziende sono costrette a chiudere, causando licenziamenti e ulteriori ribassi salariali. Le cose si complicano se a tutto ciò si aggiunge la gestione di un gigantesco debito pubblico, come quello dell’Italia. Se l’inflazione si riduce, anche in presenza di tassi d’interesse bassi, il rimborso delle rate e il pagamento delle cedole diventano più onerosi. Tra gli effetti di un’inflazione “benefica” – quella, per dirla con Alan Greenspan, di cui non ci accorgiamo nel prendere le decisioni – c’era infatti quello di aiutare a diminuire il valore reale del debito e dei suoi interessi. Infine, a rendere particolarmente affilate le unghie all’orco deflattivo nel lungo periodo è un ulteriore elemento spesso dimenticato (ma determinante per un paese come il nostro): la mancanza, di riforme strutturali volte a rilanciare la competitivita.

A ricordare l’importanza dell’ultimo dettaglio è il Giappone, l’unico Paese sviluppato ad avere sofferto di deflazione nel Dopoguerra e quindi il solo benchmark a disposizione dei moderni economisti. Nonostante l’interventismo della sua banca centrale, per oltre un ventennio il paese del Sol Levante è rimasto intrappolato in una spirale deflattiva (prezzi scesi del 12 per cento in due decadi) soprattutto perché incapace di ricapitalizzare il sistema bancario m modo modo tale da fare arrivare liquidità alle imprese e non vederla cristallizzata in obbligazioni di Stato; di riformare un mercato del lavoro rigido per evitare il dannoso dualismo di una popolazione anziana con contratti permanenti e una più giovane precaria; di aumentare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro potenziando anche l’assistenza all’infanzia e, soprattutto, di dare un taglio decisivo ai privilegi delle varie caste. Lezione per il resto del mondo: qualsiasi politica monetaria espansiva che una banca centrale possa adottare perde efficacia in un contesto poco propenso ad adattarsi ai cambiamenti. Mentre Manda, Spagna e Portogallo hanno adottato misure per risolvere questi problemi strutturali, l’Italia di Enrico Letta non ha ancora trovato la forza per sconfiggere le lobby di potere che impediscono le riforme ed è sempre più a rischio “giapponesizzazione”. “Gli studi dimostrano che un periodo di bassa crescita e bassa inflazione può durare anche dieci anni”, conferma Francesco Daveri, docente di Economia all’Università Bocconi: “Magari, grazie agli interventi della Bce, non entreremo in deflazione ma avremo un periodo di bassa inflazione e bassa crescita, con le banche e le aziende che, per liberarsi del debito accumulato in passato, affievoliranno gli effetti positivi di una politica monetaria espansionistica”.

In soli tre mesi, tra ottobre e gennaio, la società di ricerche economiche Prometeia ha abbassato la previsione del tasso di inflazione italiano per il 2014 dall’1,8 allo 0,9 per cento, riscontrando l’ininfluenza del recente aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento sui prezzi finali. Ha poi confermato un ritorno in positivo del reddito disponibile allo 0,8 per cento e ha previsto una ripresa del Pil dello 0,8 per cento (il Fmi ha appena abbassato la previsione allo 0,6).

A differenza degli Usa, dove la Fed ha potuto negli ultimi cinque anni aiutare la ripresa economica con un’iniezione di liquidità talmente massiccia da far raggiungere record storici al mercato azionario (tanto che si parla di bolla mobiliare), l’Europa rende la vita decisionale del capo della Bce Mario Draghi molto più complicata. Non solo perché i Paesi a rischio deflazione sono anche quelli maggiormente indebitati (dunque più difficili da curare) ma anche perché a contrastare il bisogno di tassi pari a zero dei paesi del Sud c’è una Germania con un’inflazione più sostenuta della media (intorno all’1,5 per cento) che di tassi bassi non vuole sentire parlare: limano i guadagni di banche e compagnie assicurative, riducono il ritorno sugli investimenti dei risparmiatori teutonici e li incentivano a cercare alternative come il mattone. Solo negli ultimi cinque anni in Germania i possessori di casa sono aumentati del 30 per cento. “Si tratta di un vero esproprio per i risparmiatori tedeschi”, ha sintetizzato Georg Fahrenschon, presidente delle Casse di risparmio tedesche. Se il commento di Daveri (“I tedeschi sono fortunati ad avere questo genere di problemi”) riassume il pensiero della maggioranza degli Europei, rimane il dato che, a differenza della Fed, la Bce sarà costretta a dosare con attenzione i suoi interventi nei prossimi mesi, forse i più cruciali per capire davvero dimensioni e effetti della diminuzione dei prezzi nel nuovo scenario globale. Navighiamo in acque inesplorate. È infatti la prima volta nella storia economica moderna che l’orco della deflazione rialza la testa in un contesto globale in cui produzione, livello salariale della forza lavoro e scambi commerciali rispondono anche a logiche extranazionali che limitano le scelte economiche di banche centrali e governi nazionali.

(Fonte l’Espresso)

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