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Le multinazionali più grandi del mondo: Quante sono, dove sono e chi sono

multinazionali più grandi

Le multinazionali nel mondo sono 387 (335 industriali, 29 TLC e 23 utilities), fatturano complessivamente 12.206 mld di euro e danno lavoro a quasi 32 milioni di persone.

In proporzione, le nordamericane fatturano di più, ma creano minore occupazione di quelle russo-asiatiche. Le europee hanno mediamente una dimensione maggiore. In un clima di generale stabilità, la Gazprom, per il “gioco dei cambi”, nel 2012 diventa la più grande del mondo superando la Toyota (in testa alla classifica dal 2005), ma questo sorpasso è, appunto, sostanzialmente “fittizio”, perchè essenzialmente motivato dai movimenti valutari: nel 2012 il rublo si è apprezzato del 3,6% rispetto all’euro, mentre lo yen si è deprezzato dell’11,8%. Nelle utilities, l’ENEL entra per la prima volta nei primi tre giganti del mondo, collocandosi dietro alle due francesi (1° EdF, 2° GDF Suez) e davanti a tedesche (E.ON) e spagnole (Iberdrola).

Aspetti economico-patrimoniali delle multinazionali nel periodo 2002-2012

L’Oriente batte l’Occidente per volumi di vendite, stabilità finanziaria e liquidità; l’Occidente, pur se con margini in calo nel 2012, vince ancora per redditività ed efficienza. L’Europa è dietro l’Oriente e il Nord America nei ricavi high tech (che assicurano un maggiore rendimento del capitale), ma sta recuperando terreno investendo soprattutto nella ricerca di alta tecnologia (farmaceutica in primis).

Le multinazionali italiane sono fanalino di coda in Europa

L’Italia scende da 17 nel 2011 a 16 nel 2012. Positivi segnali da tecnologia e occupazione, ma nel complesso ancora troppo deboli e troppo lontane da tedesche e francesi. Restano quindi perdenti nel confronto con Germania e Francia (minore redditività, minore solidità finanziaria, minore produttività e minore capacità di profitto). Il contributo al fatturato aggregato europeo delle multinazionali con sede in Italia è pari al 7%, contro il 26% del Regno Unito, il 21% della Germania e il 15% della Francia.

Le multinazionali italiane

I giganti del petrolio

I ricavi petroliferi hanno progressivamente eroso quote di mercato alla manifattura (hanno resistito solo l’elettronica e la farmaceutica), il che ha aumentato il potere dei governi che controllano il 70% del fatturato petrolifero mondiale. In proporzione, le multinazionali occidentali del petrolio fatturano di più, ma creano minore occupazione di quelle russo-asiatiche. Nel 2012, la più grande società petrolifera mondiale è la Royal Dutch Shell (una delle storiche “sette sorelle”), seguita dalla PetroChina e dalla ExxonMobil. Pur continuando a crescere per dimensione e ricavi, i giganti del petrolio hanno margini ancora lontani dai livelli pre-crisi (anche se superiori a quelli della manifattura) e quelli occidentali nemmeno creano occupazione.

L’Eni, che si colloca al quarto posto per dimensione nel 2012, non sfigura tra i giganti petroliferi europei. In Europa, nell’ultimo decennio, l’Eni guadagna quote di mercato, grazie alla maggiore corsa dei ricavi (essenzialmente all’estero, a causa della contrazione domestica nei consumi di petrolio). In un mercato con margini in calo, l’Eni si distingue nel decennio per maggiore redditività.

In una situazione di stagnazione del lavoro, l’Eni diminuisce l’occupazione home country più della media europea, ma è più dinamica nel creare occupazione all’estero. Rispetto ai suoi maggiori competitor europei, l’Eni nel 2012 è seconda per solidità finanziaria e sesta per liquidità (in entrambe le classifiche sale di quattro posizioni grazie alla cessione della Snam nell’ottobre 2012); è terza per redditività operativa, per competitività e per investimenti nelle attività di esplorazione.

E’ il quinto produttore europeo di idrocarburi con una quota del 12,2% e la produzione avviene per oltre la metà nel continente africano, mentre i maggiori competitor europei sono più orientati all’Asia-Russia. E’ in quarta posizione per riserve di idrocarburi con una stima attuale di 11,5 anni di autonomia, la più lunga dopo la BG Group.

Multinazionali petrolifere europee- riserve di idrocarburi

Tendenze globali nel primo trimestre 2013

In ripresa i ricavi e i margini del Giappone, in frenata Nord America ed Europa, così come l’Italia. Tengono l’alimentare, il cartario e il chimico-farmaceutico, soffrono i materiali da costruzione e l’energetico (in linea con il calo del prezzo del greggio del 4,7% nel primo trimestre 2013/2012). Di contro, migliorano leggermente i risultati patrimoniali delle multinazionali nel mondo, con una generalizzata diminuzione dei DF rispetto al CN; solo le nordamericane rimangono in linea con il 2012. Le italiane: seguono sostanzialmente l’andamento europeo. Solo la Parmalat, che opera nell’alimentare, registra un discreto aumento dei ricavi e dei margini nel 2013. Anche i risultati patrimoniali vedono un generale calo dei DF rispetto al CN, come nel resto dell’Europa.  
*Indagine sulle multinazionali (2002-2013)



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Il marcio sistema italiano

Gruppi-nei-guai-Banche-assicurazioni-aziende-di-Stato-Finmeccanica-Montepaschi-Eni-Saipem

La lista di aziende, Finmeccanica, Montepaschi, Eni-Saipem, ma non solo, e finanzieri alla sbarra è troppo lunga per dare colpa all’accanimento dei pubblici ministeri. Tutto ormai è marcio e corrotto, dalle Banche alle assicurazioni alle aziende di Stato.

Ci vorrebbe troppa fantasia per attribuire il tetro spettacolo di questi mesi (il capitalismo italiano alla sbarra) all’accanimento giudiziario. E non solo perché le due liste – i blasoni industriali e finanziari coinvolti e le Procure che indagano – sono troppo lunghe per far credere a un complotto di toghe. Soprattutto è ormai evidente che arresti e rinvii a giudizio non sono causa delle difficoltà delle nostre maggiori aziende, ma il loro sintomo più sinistro.

Sono finiti i soldi. La grande crisi finanziaria iniziata nell’agosto 2007 ha semplicemente accelerato lo smottamento del decrepito capitalismo di relazione all’italiana, nel quale la forza dei capitali è stata surrogata dalle perversioni di un reticolo di alleanze, amicizie, favori. Ma quando i soldi sono finiti veramente, ecco il ricorso quasi obbligato al reato, come unico strumento di mantenimento del potere. Con i cosiddetti “salotti finanziari” di un tempo che si trasfigurano in decadente oligarchia cleptomane. Partiamo dalla Fiat (noblesse oblige): la Corte d’appello di Torino sta processando per aggiotaggio informativo i due più fidati collaboratori dell’avvocato Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens. Una complicata storia processuale, destinata alla prescrizione, ma piena di significato. Nel settembre 2005 la Fiat non era in grado di pagare i suoi debiti con le maggiori banche italiane, e i debiti si sarebbero convertiti in azioni. L’azienda sarebbe diventata delle banche, e la famiglia Agnelli ne avrebbe perso il controllo. Con un gioco di prestigio ai confini della realtà, condotto a termine mentre la Consob si girava dall’altra parte, Gabetti e Grande Stevens salvarono la situazione, secondo l’accusa ingannando il mercato. Anche se fossero riconosciuti innocenti, rimane il fatto che i due hanno salvato il controllo della Fiat in mano a una famiglia ormai priva dei capitali necessari.

Un tema ricorrente, continuare a comandare senza metterci i soldi. Prendete il caso Fonsai. L’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, è indagato per ostacolo alla vigilanza per il cosiddetto papello, il foglietto con il quale sarebbe stata promessa a Salvatore Ligresti la sontuosa buonuscita di 45 milioni. Anche Ligresti è indagato, come i suoi figli e l’ex presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini. Mettiamo da parte lo specifico giudiziario e guardiamo alla sostanza della storia. Mediobanca è azionista di controllo della prima compagnia di assicurazioni italiana (le Generali) e dunque da sempre vigila sul destino della seconda, Fondiaria-Sai. Dopo il crac Montedison c’era da sistemare la Fondiaria, e Mediobanca la affidò all’amico e protetto di sempre, Ligresti, che la fuse con la sua Sai. Quando le cose sono andate male, Ligresti non aveva capitali per raddrizzare la barca. Per non vedere la concorrente delle Generali finire in mani ostili, Mediobanca ha organizzato prestiti miliardari provenienti da tutto il sistema bancario. Di suo ha dato a Ligresti oltre un miliardo. Il costruttore siciliano è accusato di anche di essersi fatto gli affari suoi a danno dell’azienda, ma i reati sono cominciati quando si è trattato di salvare Fonsai affidandola a nuove mani amiche, quella della a sua volta indebitatissima Unipol.

Comandare con il debito. Guardate Telecom Italia. Il suo peccato originale è la scalata di Roberto Colaninno, che nel 1999 ha lanciato l’Opa (offerta pubblica d’acquisto) attraverso l’Olivetti, che si indebitò per decine di miliardi di euro. I nuovi padroni fusero Telecom con Olivetti, così la società telefonica è rimasta con addosso i debiti fatti per comprarla, e da oltre dieci anni vivacchia, facendo dell’Italia uno dei Paesi più arretrati nelle reti di comunicazione. Quando gli azionisti lavorano più per le proprie tasche che per l’azienda, i manager si adeguano. Ed ecco che ai primi del 2010 il numero uno della potente controllata Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli, viene arrestato con l’accusa di una gigantesca truffa sull’Iva attraverso false fatturazioni. Indagato con lui l’ex amministratore delegato Telecom, Riccardo Ruggiero. Lo scherzo costa al gruppo, in prima approssimazione 500 milioni di euro.

Tutto si tiene, l’oligarchia cleptomane sembra fare riferimento a un drappello di abili ufficiali di collegamento. Per lo scandalo  Per lo scandalo Sparkle viene arrestato Lorenzo Cola, consulente dell’allora capo di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini. Cola risulta in affari con Gennaro Mokbel, e insieme sono accusati di riciclaggio anche per un affare proprio con Finmeccanica, l’operazione Digint. L’inchiesta avanza e acchiappa il sistema degli appalti Enav, l’ente del controllo di volo. Sui radar sembra sia stata intessuta una fitta ragnatela di tangenti: appalti pubblici che passano attraverso un gruppo pubblico (Selex, cioè Finmeccanica) e finiscono alle aziende amiche.

Alla politica solo briciole. Ecco che la delinquenza dell’impresa privata incrocia la politica. Ma attenzione: la politica non è più l’epicentro della ruberia. La politica assiste, lascia fare, agevola, alle volte propizia il malaffare: ma per lei ci sono le briciole, qualche mancia, qualche favore, l’assunzione di un figlio o di un’amante. Lo scandalo Banca Popolare di Milano, che vede pesantemente coinvolto l’ex presidente Massimo Ponzellini, gira soprattutto attorno ai prestiti di favore fatti alle aziende degli amici e degli amici degli amici. Un fenomeno clamorosamente denunciato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco e che riguarda tutto il sistema del credito. I signori delle banche, che sono in gran parte i signori delle Fondazioni, che si nominano tra loro e di nulla rispondono a nessuno, anche se gestiscono miliardi di capitali pubblici, spolpano i loro istituti facendo prestiti apparentemente inspiegabili. Ma lo scandalo Mps è il vero volto del problema: quando nel novembre del 2007 si compra la Banca Antonveneta a 9,3 miliardi dal Santander che l’ha appena pagata 6,6 miliardi, non si può credere che i più potenti banchieri europei abbiano lavorato in perfetta intesa per apparecchiare un tangentone da 2-3 miliardi di euro per qualche politico italiano. È evidente che il grosso del bottino resta a imprenditori e/o manager privati.

Esportare corruzione. E così apprendiamo dalla Procura di Busto Arsizio che Lorenzo Cola è più amico del numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi che del suo predecessore Guarguaglini. E che il malaffare Selex-Enav è la pagliuzza per dare guazza ai politici e ai loro sgarrupati clientes, ma la vera trave è la corruzione internazionale con cui Finmeccanica supporta il proprio business. Orsi è stato arrestato per una tangente che avrebbe oliato la commessa da 563 milioni di euro per 12 elicotteri Agusta-Westland venduti al governo indiano. Contemporaneamente l’azienda italiana più globale, l’Eni, vede il suo amministratore delegato Paolo Scaroni, indagato per corruzione internazionale: avrebbe oliato ministri e boiardi algerini per ottenere commesse per la controllata Saipem. Vent’anni fa Scaroni patteggiò un anno e 4 mesi per uscire dall’inchiesta Mani Pulite, e l’accusa era di pagare tangenti a manager Enel per avere commesse per l’azienda impiantistica che guidava allora, la Techint. Adesso è accusato (ma lui nega tutto) di corrompere l’algerina Sonatrach per avere commesse per l’azienda impiantistica Saipem. Vedete il passaggio? Vent’anni fa scassinavi a colpi di mazzette le casse dello Stato italiano. Adesso i soldi si trovano più ad Algeri che a Roma.

Tentati dal crimine. Sono aziende messe in ginocchio dalla crisi quelle che macchiano il blasone con reati da strada. Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, è indagato per frode fiscale: quando guidava Unicredit si sarebbe reso colpevole, secondo i “gravi indizi” rilevati dalla Cassazione, di “una complessa trama fraudolenta”, con operazioni fittizie su titoli finanziari all’estero, per far pagare alla banca meno tasse: 745 milioni di euro sottratti al fisco, secondo l’accusa. Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera è indagato per un caso simile, riferito a quando guidava Intesa Sanpaolo: il fisco ha lamentato oltre un miliardo di evasione. Nel recente Banchieri & compari. Come malafinanza e cattivo capitalismo si mangiano i soldi dei risparmiatori, Gianni Dragoni calcola tra 4 e 5 miliardi le tasse non pagate dalle banche con questi sistemi: rapinano il fisco per aggiustare i bilanci. O cercano altre scorciatoie per arrotondare: le storie della Seb, controllata lussemburghese di Intesa Sanpaolo, e del Banco Desio, che il Fatto ha raccontato nei giorni scorsi, sono accomunate dalla pratica del riciclaggio, che sembra entrato nel core business delle grandi banche.

Nostalgia per il passato. Al confronto, l’inchiesta sull’azienda di famiglia dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che verte su conti svizzeri dove si sarebbe accumulato per anni un bel po’ di nero, stando alle ipotesi dell’accusa, fa quasi tenerezza. Suscita nostalgia per quel nebuloso passato in cui il gioco sporco era solo vizio laterale del capitalista, e non arma irrinunciabile per essere competitivi.

(Fonte Giorgio Meletti – Il Fatto Quotidiano)


Banchieri & compari

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La politica energetica italiana alla rovescia. E i rigassificatori li paghiamo noi

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Nella storia energetica italiana, compare ogni tanto una “manina” misteriosa che ritocca le leggi per dare una mano alle varie lobby, contro i loro possibili competitori. Basti ricordare l’aggiunta della parola “assimilabili” alla legge sul Cip6 del 1992, che ha portato a sprecare decine di miliardi in aiuti a fonti “finto-rinnovabili” (ma, stranamente, contro quello scandalo non si levarono voci indignate, come accade oggi per gli incentivi alle rinnovabili …), o gli emendamenti conosciuti come “Salva Alcoa” 1 e 2, che hanno favorito un piccolo numero di proprietari di impianti fotovoltaici a danno del resto del settore e dell’interesse comune.
Recentemente si è venuto a sapere di un’altra discutibile iniziativa legislativa del genere che, potenzialmente, ha rischiato di costarci molto, molto salata.

Anche se la cosa non è andata (per ora, almeno) in porto, la storia del “fattore di garanzia” per i rigassificatori è illuminante su come venga fatta la politica energetica in questo Paese. È da una quindicina di anni che in Italia ci si è resi conto di essere troppo dipendenti dal gas naturale (che produce ormai circa il 40% dell’energia italiana, e oltre la metà dell’elettricità), una fonte che, a differenza delle altre, ci lega quasi esclusivamente a determinati fornitori (Olanda, Russia, Libia, Algeria), quelli collegati con gasdotti, rendendo questa fornitura strategica soggetta a improvvise interruzioni per guasti, guerre e contrasti politici.

Come è noto, in attesa che le rinnovabili diminuiscano questa dipendenza, c’è un solo modo per differenziare l’offerta di gas naturale, rendendola un po’ meno a rischio, ed è quello di costruire impianti in grado di ricevere via mare gas naturale liquefatto (GNL), rigassificarlo e immetterlo nella rete. Così i fornitori possono moltiplicarsi (dal Qatar, alla Nigeria e domani, forse, gli Usa del gas da fracking) e si possono comprare partite di metano dal miglior offerente del momento, senza legarsi le mani, come accade con i gasdotti, con contratti di lunga durata a prezzo fisso. Contratti che contengono spesso pure clausole capestro, tipo il take-or-pay, che costringerà l’Eni a pagare (o a farci pagare) 1,5 miliardi di euro per metano prenotato, ma non consumato negli anni scorsi.

Ma di rigassificatori, fino all’apertura nel 2009 di quello galleggiante di fronte al delta del Po, in Italia ne esisteva solo uno, molto piccolo (3,4 milioni di mc/giorno sui quasi 200 milioni consumati in Italia), a Panigaglia, in Liguria. Nonostante l’Italia sia uno dei massimi consumatori di metano al mondo (71,3 miliardi di metri cubi nei 2011, terzi in Europa, di cui solo 7,7 autoprodotti) e nel nostro Paese il gas sia pagato dai clienti finali circa il 20% più della media europea, nessuno sembrava interessato a venire a costruire rigassificatori qui, persino negli anni pre-crisi, quando le previsioni dei consumi futuri di metano erano stratosferiche.

La ragione principale della mancanza di queste infrastrutture in Italia non è tanto, come si pensa, l’opposizione delle popolazioni a questi impianti (quella è relativamente recente, e con trasparenza, garanzie e compensazioni, si può provare a superarla), ma il fatto che la rete di distribuzione del gas è di Snam Rete Gas, cioè dell’Eni, la società che possiede, in quote più o meno ampie, tutti i gasdotti che collegano l’Italia con l’estero, e che quindi ha potenzialmente i mezzi per annullare qualsiasi vantaggio di prezzo del GNL. Non a caso, prima del 2009, l’unico che abbia costruito un rigassificatore in Italia è stata la stessa Snam. Questa commistione fra monopolista della rete e quasi monopolista delle forniture è ormai considerata insostenibile per il peso che fa gravare sui costi dell’energia in Italia, tanto che il governo Monti ha predisposto, attraverso una complessa procedura, il distacco fra i due nei prossimi anni, sperando che ciò favorisca concorrenza e abbassamento dei prezzi.

Nel 2000 però tutto questo era ancora lontano e, nel decreto 164/00, il Governo di allora chiese all’Autorità per Energia e Gas, Aeeg, di predisporre misure, entro il 2001, per agevolare l’installazione di rigassificatori nel nostro Paese, assicurando eque tariffe per trasporto, uso degli stoccaggi strategici e rigassificazione, soprattutto per gli impianti nel Meridione. Sostanzialmente, si chiese all’Aeeg di aprire “a forza” il mercato italiano al GNL e alla libera concorrenza. Risultato? Solo nel 2005, e solo dopo due eventi traumatici, un inverno molto freddo e le dispute Russia-Ucraina, che hanno ridotto per qualche giorno il passaggio del gas verso l’Europa Occidentale, l’Aeeg produce la delibera 178/05, per favorire l’installazione di nuovi rigassificatori.
Ma in questa delibera, l’incentivo consiste essenzialmente in un “fattore di garanzia”, così definito:

13.2 Il fattore correttivo di cui all’articolo 10, comma 10.3, è sostituito da un fattore garanzia, che assicura, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, la copertura di una quota pari all’80% di ricavi di riferimento. Tale copertura è riconosciuta dal sistema tariffario del trasporto e ha durata per un periodo di 20 anni.

In pratica, invece di garantire tariffe eque, in grado di rendere il gas di tutti competitivo, si promette ai gestori dei rigassificatori il rimborso del valore del gas (che poi i consumatori pagheranno in bolletta) fino all’80% (ridotto poi al 71,5% in una delibera del 2008) della capacità massima dell’impianto, nel caso, magari per un calo del mercato o per le troppo alte tariffe di trasporto, non si riuscisse a venderlo. Un guadagno garantito, scaricato sulle bollette di tutti, che sarebbe andato avanti per la bellezza di 20 anni. Sarebbe come se in una città dove l’acquedotto è pieno di buchi e ostruzioni, il Comune pagasse per 20 anni ai cittadini acqua minerale pari all’80% dei loro consumi potenziali, invece di riparare la rete. O, in altre parole, invece di affrontare il problema delle strozzature del mercato del gas, cosa che sarebbe dispiaciuta a poteri molto forti, ci si preparava a scaricarlo sui consumatori.

Forse anche per queste condizioni straordinariamente favorevoli, da quel momento sono in effetti fioccate in Italia le richieste per aprire rigassificatori, arrivando nel 2011 a un massimo di 15 domande per nuovi impianti sparpagliati per tutta la penisola (su un totale di 21 richieste in tutta Europa) che, se realizzati, avrebbero più che raddoppiato la nostra fornitura potenziale di gas, sommandosi anche, oltre che ai 4 gasdotti esistenti, anche al nuovo gasdotto dall’Algeria, il Galsi, in funzione dal 2014, e (forse) al gasdotto South Stream dai Balcani.

Un’alluvione di gas, insomma, che non si capisce come gli italiani avrebbero mai potuto consumare, tanto più che, fra il 2005 e il 2012, per crisi economica e concorrenza di fotovoltaico ed eolico, i consumi di gas in Italia sono passati da 79 a 71 miliardi di mc/anno. E, anche nell’ottica del famoso “hub del gas” in cui alcuni vorrebbero trasformare l’Italia, probabilmente, avremmo anche avuto enormi problemi a esportare altrove questi miliardi di metri cubi, visto che gli altri Paesi si stanno attrezzando autonomamente per avere il gas che gli serve.

Non ci si può non chiedere, quindi, quanto ci sarebbe costato questo favoloso ‘fattore di garanzia’ (e i contratti take-or-pay dell’Eni con la Russia), se tutti i 15 rigassificatori fossero entrati in funzione, destinati, molto probabilmente, a stare fermi o lavorare al minimo per anni e anni. Ma proprio questo boom “virtuale” di rigassificatori, ha portato qualcuno a scoprire e denunciare l’incredibile regalo che ci si preparava a fare.

“Siamo venuti a conoscenza nel 2010 del fattore di garanzia per i rigassificatori – dice Adriano Varrica, portavoce di Sonia Alfano, deputata al Parlamento Europeo, come indipendente nella lista Italia dei Valori – grazie ai rappresentanti del comitato che si oppone al progetto del rigassificatore Enel di Porto Empedocle in Sicilia, che avevano attentamente studiato la delibera Aeeg. Immediatamente abbiamo realizzato che poteva configurarsi come un aiuto di Stato, e Alfano ha fatto domanda per un parere in merito da parte dell’Autorità di Vigilanza sul Mercato della Commissione Europea“. Questa, per qualche anno ha fatto orecchie da mercante, ma dopo tre successive domande sul punto, da parte del gruppo della Alfano, la UE ha deciso a giugno 2012 di aprire un’ inchiesta per possibili aiuti di Stato. E l’Aeeg, il 31 ottobre successivo, con la delibera 451/12, ha deciso di sospendere il fattore di garanzia, citando anche la decisione della UE fra i motivi del provvedimento.

All’Aeeg spiegano quanto accaduto in modo un po’ diverso. “Innanzi tutto – spiega il Direttore Infrastrutture Andrea Oglietti – il fattore di garanzia è stato introdotto nel 2005, in un momento molto critico per la sicurezza del sistema, con ben due emergenze gas in meno di 12 mesi. Erano comunque previste fin dall’origine limitazioni: l’incentivo non era previsto per infrastrutture non aperte a terzi e, in ogni caso, non oltre il raggiungimento di una capacità di rigassificazione di 95 milioni di mc/giorno a livello nazionale (che non sono pochi: la metà dei consumi giornalieri di gas in Italia, ndr). Da allora, lo scenario gas è profondamente cambiato: in vista della definizione del nuovo periodo di regolazione, che inizierà l’1 gennaio 2014, l’Autorità ha pertanto valutato opportuno sospendere quel meccanismo, per ridisegnarlo in coerenza con la Strategia Energetica Nazionale e tener conto dei nuovi scenari in cui si muove oggi il mercato del gas, non solo a livello italiano, ma comunitario e mondiale”.

Quindi l’apertura di un’inchiesta UE sul fattore di garanzia, non c’entra nulla con il ripensamento dell’Autorità e, forse, anche con l’annullamento di gran parte dei progetti di rigassificatori, proposti quando il fattore esisteva? “No, l’Autorità ha deciso la sospensione per i motivi spiegati prima. Le difficoltà di alcuni progetti di rigassificatori mi pare siano da imputare alle mutate condizioni del mercato, inclusa la difficoltà a reperire gas liquefatto a prezzi competitivi, oltre che, in alcuni casi, a difficoltà autorizzative a livello locale”.

Ma non sarebbe stato meglio liberalizzare il mercato del gas per rendere l’Italia appetibile a chi vende gas naturale liquefatto, piuttosto che prevedere di far pagare i difetti del nostro mercato ai consumatori? “Salvo l’ottenimento delle necessarie autorizzazioni, non ci sono impedimenti regolatori alla realizzazione di nuovi rigassificatori che, certamente, possono favorire lo sviluppo della concorrenza nel mercato liberalizzato. Il fattore di garanzia era stato pensato per favorire la realizzazione di impianti anche ad accesso libero, propria di una prospettiva pro-competitiva. Peraltro, mi pare giusto ricordare che, a oggi, il fattore di garanzia non ha comportato alcun costo aggiuntivo per i consumatori italiani”.

Quindi il fattore di garanzia sarà cancellato? “Come detto, l’Autorità sta ripensando i meccanismi di regolazione e incentivazione per i rigassificatori anche nella prospettiva di renderli coerenti con le scelte di strategia energetica nazionale che saranno definite dal Governo. E sia il rigassificatore di Rovigo che quello di Livorno, che dovrebbe entrare in esercizio entro il prossimo autunno, non essendo aperti a terzi, non accedono al fattore di garanzia”.

Resta un’ultima considerazione da fare: spesso i tecnocrati guardano con compatimento e un bel po’ di arroganza ai “Comitati del NO!” che sorgono quando si propongono grandi progetti infrastrutturali. Sicuramente a volte queste proteste sono esagerate e irrazionali, ma bisogna riconoscere che spesso “ci azzeccano”, individuando “istintivamente” problemi che ai supertecnici, dall’alto della loro competenza specialistica, sfuggono. Se in questo caso, come in quello del nucleare o anche del primo progetto TAV, le cose fossero andate in porto come volevano “gli esperti”, ci saremmo trovati con infrastrutture ipertrofiche e talvolta devastanti per l’ambiente, con ricadute di costi spaventosi, a carico non di chi aveva preso le decisioni sbagliate, ma di tutti.

Magari discutere più apertamente dei progetti comuni da portare avanti con i “cittadini incompetenti”, invece di decidere fra tecnici e far poi ingoiare a forza le decisioni al territorio (e scaricare sulla comunità i costi dei progetti), porterebbe non solo a sveltire i tempi di realizzazione, ma anche a migliorare i progetti stessi.

(Fonte energiafelice)

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Land grabbing, gli Arraffa Terre


Da quando l’accaparramento di terre si è palesato nella forma più virulenta e contagiosa, la Banca Mondiale e i suoi alleati, in tandem con il settore privato ed i suoi sponsor pubblici, hanno cominciato a darsi un gran da fare per elaborare articolate architetture semantiche che permettano di confondere le carte in tavola e di evitare di chiamare le cose con il loro nome.

Gli obiettivi per cui la terra viene “presa” sono infatti i più svariati: per coltivarla con cibo o agro-combustibili, per far spazio all’industria mineraria, per piantare foreste, per costruire dighe o altre infrastrutture, per sviluppare turisticamente una zona, per delimitare parchi naturali, per espandere città, per occuparla militarmente con scopi geopolitici o semplicemente per possederla a garanzia di altri rischi. Le conseguenze negative su chi vive sulle (o grazie alle) terre arraffate sono spesso le stesse, a prescindere dalle motivazioni reali, e i danni risultano incalcolabili. Le comunità a cui è impedito l’accesso alla terra vengono sconvolte, le economie locali distrutte, il loro tessuto socio-culturale e la loro stessa identità sono messi a repentaglio, così come l’agricoltura di piccola scala e la relativa produzione per la sussistenza. Le comunità rurali sono private dei loro mezzi di sostentamento, oltre che del diritto di gestire le risorse da cui dipendono.

Accanto a questo si va sviluppando un fenomeno sempre più preoccupante e diffuso, che, attraverso una convergenza tra interessi politici, economici, polizia locale e forze di sicurezza private, criminalizza i movimenti sociali e in generale chiunque si mobiliti per difendere i propri diritti. Questo non è un processo che ha appartenenza geografica, perché avviene sia nel Sud che nel Nord del mondo. Ovunque i beni comuni siano sotto scacco e le comunità locali scelgano di non arrendersi.

L’Italia è, tra i Paesi Europei, uno dei più attivi negli investimenti su terra all’estero, seconda solamente all’Inghilterra, con Germania, Francia, Paesi Scandinavi, Olanda e Belgio a seguire.

Ma quale Italia? Sicuramente l’Italia delle banche, delle imprese assicurative, delle grandi utilities energetiche e dei giganti dell’abbigliamento. Ma anche l’Italia delle piccole e medie imprese che si affrettano a diversificare la produzione se c’è aria di incentivi e facilitazioni. Nomi più o meno conosciuti, da Eni a Maccaferri, da Benetton a Generali fino ai tre big del credito (Unicredit,Intesa e Monte dei Paschi di Siena). Gli “Arraffa Terre” è anche il titolo di una mappatura di dati sul ruolo che l’Italia svolge nell’accaparramento dei terreni agricoli su scala globale, pubblicato da recommon.org.

Sono quasi una trentina le compagnie attive in questo business, dalla Patagonia (dov’è presente Benetton) a tante imprese in Africa, in particolare in Mozambico, Etiopia e Senegal.

Il land grabbing non è sinonimo di investimento, ed è la stessa Banca Mondiale a confermarcelo. Circa l’80 per cento delle acquisizioni globali di terra annunciate negli ultimi anni non sono al momento produttive e molte di esse potrebbero non esserlo mai. In molti casi è sufficiente detenere il controllo sui territori per ricavarne profitto, direttamente o indirettamente. Si capisce il perché le compagnia italiani siano così interessate.

In questo Mondo alla Rovescia la terra non e’ più un bene comune, ma l’ennesimo violenza dei ricchi-potenti sulle comunità locali.

Scarica il rapporto Gli Arraffa Terrehttp://www.recommon.org/gli-arraffa-terre/

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