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Una “Valigia di Salvataggio” per tutte le donne vittime di violenza

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“Alle loro cose ci pensiamo noi” è il motto di Maria Grazia Passeri, presidente dell’associazione Salvamamme che da anni segue le donne in difficoltà, e ha creato “La Valigia di Salvataggio” per tutte le donne vittime di violenza e stalking. Quelle donne che fuggono e si ritrovano in un pronto soccorso o dai carabinieri senza neanche un paio di mutande.

La “Valigia di Salvataggio” offre un piccolo ma accurato guardaroba, insieme alle informazioni fondamentali salvavita. I trolley potranno essere consegnati, su richiesta, a case rifugio, studi legali, sedi di Polizia di Stato o Carabinieri, o prelevati direttamente dalle interessate presso l’Associazione. Le donazioni vedono il supporto di prestigiosi marchi aderenti. Abiti nuovi prima di tutto. “Perché quella valigia deve essere il primo passo per ricominciare e per farlo serve tutto, dai vestiti, ai trucchi, al profumo, perfino gioielli, perché chi esce da una violenza pensa di non valere nulla, e invece deve tornare a volersi bene“.

La Valigia di Salvataggio vuole essere, come tutti i progetti dell‘Associazione Salvamamme, un aiuto concreto a quelle donne fuggite dalla violenza del compagno, marito, partner o vittime di stalking. Le donne dunque vittime di vere aggressioni, che per scappare non hanno avuto nemmeno il tempo di prendere le loro cose personali, e che magari sono accampate fortunosamente da parenti o, degenti in ospedale, costrette poi a rientrare in casa per recuperare le proprie cose dove il peggio è in agguato o che comunque hanno trovato i propri effetti personali ridotti in pezzi o scomparsi. Proprio per evitare questo spesso chiamano l’Associazione, per qualche capo di biancheria, di vestiario o per un paio di scarpe. La prima valigia sarà donata all’Azienda Ospedaliera S. Camillo Forlanini.

Per maggiori informazioni: [email protected]www.salvamamme.it

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17 miliardi i costi economici e sociali del femminicidio

femminicidio

“Che effetto vi fa sapere che “la violenza domestica” in Italia costa 16.719.540.330 Euro? Più 6.323.028 Euro spesi in interventi per “prevenzione e contrasto”? Che effetto fa avere su un foglio bianco una misurazione, fino ai decimali, del danno economico e sociale che un Paese come l’Italia sopporta ogni anno perché gli uomini umiliano, picchiano, uccidono le donne? La prima reazione è forse di rifiuto. Il principio di giustizia – il dolore davanti alle storie, ai nomi, alle facce della Spoon River nazionale – si impone come una motivazione molto più forte di qualunque ragionamento che abbia carattere economico. Da poco abbiamo imparato a usare, a riconoscere come nostra, la parola “femminicidio” per nominare correttamente la violenza sulle donne in quanto donne. Sappiamo che solo il 18 per cento di chi subisce atti di violenza li considera reati e che solo poco più del 7 per cento li denuncia. C’è ancora così tanta strada da fare per comprendere l’abisso dei costi umani che subiamo. Non è allora troppo presto per valutarne l’impatto economico? Non c’è il rischio che questa ricerca si riveli una distrazione dal cuore di una sofferenza che resta ancora in gran parte invisibile e negata? La nostra risposta è “no”. Non è troppo presto. Bisogna, al contrario, avere il coraggio di imporre subito il calcolo dei costi sociali ed economici della violenza all’attenzione dell’opinione pubblica più vasta. E soprattutto a quella dei politici che finalmente si stanno muovendo. Perché i numeri, che in Italia sono sempre mancati fino agli ultimi mesi, possono offrire una base solida a strategie più efficaci. Perché i numeri possono finalmente alzare un muro contro chi nega che il femminicidio sia un problema strutturale in Italia e non un’emergenza stagionale da contenere con un po’ di fatalismo, come si fa con i fenomeni naturali che arrivano e magari vanno via da sé. Come si fa con la grandine che ogni tanto si abbatte sui campi. Il progetto di Intervita, affidato a un Comitato scientifico presieduto da Anna Maria Fellegara, ha dunque cercato di colmare una lacuna: in un momento di grande attenzione – se non di rivoluzione – rispetto all’inerzia storica con la quale abbiamo sinora guardato alla violenza domestica. Per questo è il momento giusto per un’indagine nazionale. Nel Comitato sono entrati economisti, sociologi, demografi, ricercatori, statistici, sondaggisti che insieme sono approdati a un documento nel quale si incrociano ricerca e denuncia. Un documento che si propone di essere uno strumento a servizio dei Centri Antiviolenza già attivi e una piattaforma per stimolare nuove politiche trasversali a vari soggetti istituzionali. La conoscenza tecnica di tutti gli aspetti del fenomeno non potrà che approfondire la consapevolezza di chi deve agire: coordinare gli interventi, decidere gli investimenti. La comprensione delle conseguenze di quello che non è mai amore, ma violenza mascherata da amore, aiuterà tutti noi a non tornare indietro. A non fermarci nel tentativo comune di rompere il silenzio nelle case, l’omertà nelle strade, la rassegnazione. La violenza contro le donne non è scritta nella pietra o nel nostro Dna, non è ineluttabile nelle relazioni tra persone. È il frutto ripetuto e moltiplicato del non rispetto, della negazione della libertà e della cura reciproche. Ma esiste la possibilità di riflettere e ricostruire, di avere idee e promuovere azioni, di pensare insieme un vivere migliore.” Barbara Stefanelli – Vicedirettore Corriere della Sera

Scarica l’indagine “Quanto Costa il Silenzio?”

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Gli italiani vogliono un Premier donna

Tabella-Eurobarometro

I cittadini europei e italiani messi di fronte ad una scelta di genere riguardo la più alta carica politica del proprio paese non hanno dubbi: donna.La notizia arriva da una recente indagine della Commissione Europea . Su scala da 1 a 10 gli italiani esprimono un voto di 7,8 e la media EU 27 è di 8,6.

Anche il fattore età non è affatto un problema se pensiamo che l’apprezzamento per un under 30 gli italiani (6,7) superano addirittura la media europea (6,3).

L’indagine dimostra che i tempi stanno cambiando e che se nel nostro paese donne e giovani sono ancora troppo spesso lontani dalla stanza dei bottoni in realtà c’è un forte desiderio da parte della popolazione che le cose cambino al più presto. Sembra proprio che la crisi in atto abbia accelerato profondi mutamenti nel sentire comune, che hanno inciso sul recentissimo risultato elettorale e incideranno sugli scenari futuri.

Le discriminazioni stanno poi via via sbiadendo, se pensiamo che il giudizio verso un premier disabile è di 7,7 europei e 7,1 italiani, di religione minoritaria 6,8 e 6,2, un gay, lesbica o bisessuale 6,6 e 5,8: in questo caso l’Italia va sotto la sufficienza.

Sotto la sufficienza l’ipotesi di un over 75enne: italiani 5,6 e europei 5,4.

Per il presidente di Manageritalia Guido Carella “Non vi sono dubbi del forte cambiamento in atto nel vissuto e nei desiderata degli italiani e della accelerazione impressa dalla crisi. Il voto lo conferma e questi risultati, che il nostro centro studi ha scovato in vista della preparazione di un rapporto sulle donne italiane di prossima pubblicazione, lo amplificano e potrebbero anche essere indicativi di una delle possibili soluzioni all’impasse attuale. In ogni caso, la rivoluzione è in atto e noi delle donne e dei giovani non possiamo e dobbiamo più fare a meno, anzi dobbiamo fare di tutto per dar loro supporto e strumenti per prendersi lo spazio che meritano e del quale il Paese ha assoluto bisogno”.

(Fonte manageritalia)

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La storia di Amina Filali: Fermiamo i matrimoni fra vittime e stupratori!

Giorni fa Amina Filali, una 16enne che è stata stuprata, picchiata e poi costretta a sposare il suo aguzzino, si è suicidata: era l’unico modo per sfuggire all’inferno in cui il suo stupratore e la legge l’avevano rinchiusa. Se agiremo ora potremo far sì che questa tragedia inenarrabile non colpisca qualcun altro.

L’articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. E’ dal 2006 che il governo promette di mettere fine a questo orrore e di adottare una legge che vieti la violenza contro le donne, ma finora sono state solo parole al vento.

Centinaia di manifestanti marocchini sono scesi in piazza per chiedere un cambiamento reale, accendendo i riflettori sul Primo ministro e su tutto il governo, e i media internazionali hanno raccontato la notizia. Se riusciremo a fare pressione ora potremo ottenere finalmente un passo in avanti. Firma ora la petizione per una legge forte che fermi la violenza contro le donne e che includa l’abolizione dell’articolo 475. Non appena raggiungeremo 250.000 firme le consegneremo direttamente ai decisori:

http://www.avaaz.org/it/forced_to_marry_her_rapist_b/?vl

Dopo che Amina è stata violentata, la sua famiglia ha sporto denuncia nella città di Larache. Invece di processare lo stupratore, il giudice gli ha offerto la possibilità di sposare la sua vittima, e la famiglia di Amina ha accettato.

A fronte dell’ondata d’indignazione globale, il governo ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che la relazione è stata consensuale, ma non ci sono prove che lo dimostrino. I nostri alleati in Marocco dicono che il governo spesso cerca di colpevolizzare le vittime per insabbiare tutto, mentre la legge è ancora chiusa in un cassetto e ora più che mai dobbiamo ottenere l’abolizione dell’articolo 475. E’ da tempo che le associazioni per i diritti delle donne portano avanti questa battaglia, ed è arrivato il momento per l’ordinamento marocchino di rinunciare a questa tradizione sciagurata e di proteggere finalmente le donne.

Indignati marocchini stanno inondando i social network e le piazze per protesta. Centinaia di donne si sono radunate davanti al tribunale di Larache e al Parlamento. Uniamoci nella loro battaglia perché la legge protegga anziché calpestare le donne:

http://www.avaaz.org/it/forced_to_marry_her_rapist_b/?vl

Giorno dopo giorno i membri di Avaaz hanno usato la loro forza collettiva per mettersi dalla parte delle persone che in tutto il mondo si battono per un mondo migliore, persone che non hanno mai visto né conosciuto. Oggi mettiamoci dalla parte di Amina Filali e facciamo sì che la conclusione della sua storia terribile possa accendere una speranza.

Con quella speranza,

Dalia, Carol, Emma, Rewan, Ricken, Luis, Antonia e il resto del team di Avaaz

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