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Le mezze verità della medicina

Pochi giorni fa John F. May, analista demografico in pensione della Banca Mondiale dal 1992 al 2012, ha ammesso che le campagne di diffusione dei vaccini sono parte integrante delle politiche demografiche dalla Banca Mondiale. Ma un altro lato oscuro della medicina occidentale sono gli esperimenti medici sull’uomo, con lo scopo di trarre il massimo profitto da nuovi farmaci o tecnologie mediche. Uno di questi è lo studio del dottor Chester M. Southan, ritenuto responsabile di aver iniettato cellule di cancro vive in pazienti inconsapevoli. L’Istituto Superiore di Sanità, in un recente rapporto, ha analizzato questa storia con lo scopo di trovare le ragioni che oggi fanno ritenere queste ricerche riprovevoli, se non infami, ma che all’epoca furono ritenute giuste e normali. 

Già nel 1952, il dottor Chester M. Southan aveva iniettato in detenuti della prigione di stato dell’Ohio cellule di cancro vive. Nel 1963 ripete la stessa procedura su pazienti donne afroamericane del Brooklyn Jewish Chronic Disease Hospital, per studiarne la risposta immunologica.

Nel 1963 i ricercatori dello Sloan-Kettering Institute for Cancer Research di New York chiesero ai responsabili del Jewish Chronic Disease Hospital di Brooklyn di collaborare ad uno studio che prevedeva l’iniezione sottocutanea di cellule cancerose vive in pazienti con malattie croniche. Il dottor Chester M. Southan, responsabile del gruppo di ricerca, spiegò che lo scopo era quello di stabilire se condizioni debilitanti avrebbero portato a un ritardo dei fenomeni immunologici di rigetto.

Con l’approvazione del direttore sanitario dell’ospedale, tre medici iniettarono cellule cancerose nel braccio o nella coscia di 22 pazienti e seguirono i soggetti per 6 settimane. Durante tale periodo furono presi campioni di sangue per misurare le reazioni immunitarie. I medici non informarono i pazienti dell’esperimento; ossia non rivelarono il contenuto e lo scopo delle iniezioni, si giustificarono dicendo che servivano per test diagnostici. (Nel periodo dello studio era infatti accettato che i medici, potendo decidere quale fosse il miglior interesse dei pazienti, stabilissero di mentire, ad esempio riguardo a un cancro o a un’altra condizione grave o mortale. Quindi omettendo l’informativa, hanno inevitabilmente spacciato come pratica terapeutica il trattamento connesso alla sperimentazione. Ma il ricercatore non può confondere la pratica medica con la ricerca scientifica, perché come medico avrebbe serie difficoltà deontologiche a chiedere a un malato di accettare i rischi della ricerca)

Per un po’ le cellule cancerose crebbero sottopelle producendo piccoli noduli che alla fine sparirono senza lasciare traccia.

Quando il dottor Hyman Strauss, un membro della commissione di vigilanza dell’ospedale venne a conoscenza di questo studio, citò in giudizio l’ospedale. Furono necessari tre ricorsi prima che gli fosse riconosciuto il diritto di poter esaminare le cartelle cliniche dei pazienti.

Il dottor Strauss sospettava che uno degli scopi dello studio fosse quello di indurre il cancro. Il responsabile dello studio dottor Southan negò che questo fosse l’obiettivo. Nel difendere la sua ricerca, sostenne che era del tutto ininfluente che queste cellule fossero o non fossero cancerose, poiché erano estranee al soggetto recipiente e quindi destinate al rigetto. Rilevava un solo aspetto negativo nell’uso delle cellule cancerose che era dato dalla paura irragionevole e dall’ignoranza che circondava la parola “cancro”. Spiegò inoltre che erano state utilizzate linee cellulari cancerose in quanto consentivano la replicabilità dell’esperimento. Studi simili erano già stati condotti in altre istituzioni. (Southam avrebbe potuto rivolgersi a soggetti con elevata cultura medica che avrebbero potuto valutare correttamente i suoi argomenti, e se  riteneva che i pazienti non avrebbero accettato il trattamento con cellule cancerose poteva rinunciare a linee cellulari derivate da tali cellule e utilizzare cellule non cancerose. Peraltro tale rinuncia non avrebbe impedito di verificare l’ipotesi dello studio, in quanto linee cellulari standard come quella utilizzata servivano solo per migliorare la riproducibilità dell’esperimento. Ragioni etiche, in questo caso la consapevolezza dei soggetti di partecipare a una sperimentazione, possono e debbono se necessario condizionare il disegno dello studio)

Riguardo al problema del consenso, il dottor Southan disse: “Mi chiedete se ho ottenuto il permesso dei nostri pazienti prima di intraprendere questi studi. La risposta è no, il motivo è che questo trattamento si può attualmente considerare una routine perché è meno invasivo e pericoloso di altre procedure di routine come il prelievo di midollo o la puntura lombare”. (Un ricercatore non può prendersi la responsabilità di decidere per i soggetti di ricerca in quanto è il paziente e non il ricercatore che ha il diritto di decidere quali fattori siano o non siano rilevanti per il suo consenso, “a prescindere dalla razionalità della sua scelta”)

All’obiezione sul perché non si fosse prestato egli stesso alla sperimentazione, visto oltretutto che le iniezioni non avrebbero trasmesso il cancro, il dottor Southan replicò: “Non avrei esitato se ciò fosse stato realmente necessario, ma mi sembrava un falso eroismo, ossia mi ricordava la vecchia questione se il generale deve marciare dietro o davanti alle sue truppe. Io non mi considero indispensabile, se non avessi fatto io questo studio, l’avrebbe fatto qualcun altro, inoltre non ritenevo l’esperimento pericoloso. Ma per dirla tutta, ci sono relativamente pochi ricercatori esperti sul cancro, e sembrava stupido rischiare anche poco”. (In pratica una persona utile alla collettività (lui) dovrebbe meno di altri esporsi a rischi. A sostegno della sua affermazione circa l’innocuità del trattamento, Southam avrebbe potuto iniettarsi le cellule cancerose. Questo atto avrebbe potuto convincere i pazienti a fornire il loro consenso informato)

A causa di questi esperimenti,  Chester M. Southan perse temporaneamente la sua licenza, ma incredibilmente diventerà poi presidente della American Cancer Society (organizzazione di volontariato statunitense il cui fine è debellare il cancro).

I mercanti della salute. Le scoperte mediche che ci tengono nascoste e che potrebbero migliorarci la vita. Paolo Zamboni con una semplice operazione ha curato la moglie malata di sclerosi multipla e ora vorrebbe avviare un protocollo ufficiale. Per tutta risposta la Società italiana di neurologia ha diffidato i propri membri dall’aderire alla sperimentazione. Franco Verzella ha fatto regredire gravi casi di autismo, Peter Duesberg ha riportato in salute pazienti con AIDS conclamata. I risultati sono evidenti, i dati clinici disponibili per verifiche, eppure medici e scienziati si ostinano a ignorare queste ricerche indipendenti, le riviste non le pubblicano, i finanziamenti non arrivano. Perché? Per non danneggiare Big Pharma, che gestisce il terzo business a livello mondiale, dopo finanza e petrolio. Un giro d’affari che si basa sulla cronicizzazione (curare a lungo significa fare soldi per molto tempo…) e su stretti rapporti clientelari, per mezzo dei quali Big Pharma può controllare il mondo accademico, le testate specialistiche e le istituzioni. Le conseguenze sono manifeste: i medici prescrivono farmaci in abbondanza, i prezzi crescono e gli effetti collaterali sono spesso superiori ai benefici. Marco Pizzuti denuncia con chiarezza i casi più clamorosi in cui la malattia è stata ridotta a una serie di brevetti molto redditizi ed esplora le nuove possibilità aperte dall’epigenetica e dalla fisica, che potrebbero accantonare per sempre i farmaci di sintesi e liberarci dal monopolio di Big Pharma sulla nostra salute.

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Acqua? No grazie, preferisco un bicchiere di arsenico

 

L’acqua dolce sulla terra scarseggia. Più di un quinto dell’acqua consumata sul Pianeta e’ consumata da prodotti destinati all’esportazione. Fiumi, laghi, ghiacciai e acque sotterranee arrivano a coprire a malapena l’uno per cento di quella presente sul Pianeta che e’ quasi tutta salata. E quella potabile, la sola che possiamo bere, e’ negata a un miliardo e 300 milioni di persone nei Paesi più poveri del mondo. A noi basta aprire il rubinetto per dissetarcene. Ma quella che sgorga nelle nostre case e’ sempre buona da bere? E’ veramente come dice la legge “salubre e pulita, senza microrganismi e parassiti, ne’ altre sostanze, in quantità e concentrazioni tali da rappresentare un pericolo per la salute umana”?

A questa risposta risponde Stefano Ciafani, ingegnere ambientale e responsabile scientifico di Legambiente: “Nella stragrande maggioranza dei casi, le nostre sono acque di ottima qualità e sicure. Possiamo riempirci dalla cannella un bicchiere e berlo tranquilli. Eccellente e’ l’acqua a Roma, che per il 90% arriva direttamente dalla sorgente. E i controlli delle autorità sanitarie sono numerosi, efficaci e severi”. E aggiunge “Per circa un milione di italiani che vive in Lombardia, Trentino-Alto Adige, Lazio, Toscana e Umbria, questo non e’ sempre possibile perché nelle abitazioni arriva acqua inquinata di arsenico”. Per questo un anno fa, il 22 marzo 2011, la Commissione europea ha dovuto concedere la terza e ultima deroga possibile all’Italia, in nove anni, per distribuire acqua con concentrazioni superiori al limite di legge previsto di 10 microgrammi per litro. “La nuova deroga prevede un valore massimo di arsenico di 20 microgrammi per litro e abbiamo tempo fino alla fine del 2012 per metterci in regola. Molti comuni lo stanno facendo”, tranquillizza Luca Lucentini, direttore del reparto di Igiene delle acque interne dell’Istituto superiore di sanità. Altrimenti i rubinetti andranno chiusi.

Rischio Arsenico. Nonostante l’eccellenza dell’acqua romana, la regione più colpita da questo inquinante e’ il Lazio con 91 comuni per una popolazione di 851.499 cittadini interessati. In particolare la provincia di Viterbo che presenta situazioni che superano anche i 60 microgrammi di arsenico per litro, sei volte il limite di legge. Ricordiamo che l’acqua che contiene quantità di arsenico tra gli 11 e i 20 microgrammi per litro non può essere usata per cucinare e deidratare cibi, ne bevuta dai bambini sotto i tre anni d’età e dalle donne incinte. Inoltre nemmeno l’industria dovrebbe usarla per produrre alimenti, a meno che non la depuri. Sopra i 21 microgemmi per litro l’acqua diventa “veleno”.

L’Organizzazione mondiale della sanità auspica l’eliminazione dell’arsenico nelle acque potabili. “Bere acqua contaminata d’arsenico, alla lunga, provoca il cancro. L’assunzione cronica di arsenico, attraverso acqua inquinata, e’ responsabile anche di malattie cardiovascolari, neurologiche, diabete di tipo 2, lesioni cutanee. Per non parlare dei rischi sui bambini e donne incinte “, spiega Antonella Litta, medico dell’International society of doctors for the environment di Viterbo.

Oltre il danno la beffa, infatti l’acqua non si può bere, però le bollette dei consumi idrici si pagano ugualmente. Così duemila cittadini con il Condacons hanno presentato ricorso alla magistratura e hanno avuto ragione. I ministeri della Salute e dell’Ambiente sono stati condannati a risarcire gli utenti delle regioni Lazio, Toscana, Trentino-Alto Adige, Lombardia e Umbria per 200mila euro.

Io li avrei condannati al risarcimento e ad un bel bicchiere d’acqua all’arsenico, freschissima purissima Velenosissima!!!

(Fonte Airone)

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