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Agricoltura vittima e causa del cambiamento climatico

cambiamento climatico

Entro il 2050 la popolazione mondiale si prevede possa aumentare di oltre 2 miliardi di esseri umani rispetto agli oltre 7,3 attualmente presenti (raggiungendo i 9,7 miliardi) (United Nations, 2015). Con ogni probabilità questo incremento potrebbe condurre a un raddoppio della domanda di cibo, come suggerito da diversi studi.

La domanda alimentare si prevede in incremento nei prossimi decenni, a causa di una popolazione mondiale in crescita e dei mutamenti che si verificheranno nella composizione della dieta e nei livelli di consumo associati all’incremento dell’urbanizzazione dei paesi di nuova industrializzazione (dalla Cina all’India, dal Brasile al Sud Africa, ecc.). Tutto questo potrebbe richiedere un aumento nella produzione agricola del 70%.

Ciò determinerà inevitabilmente ulteriore perdita di biodiversità e incremento delle emissioni di gas a effetto serra e inquinamenti di vario tipo. Inoltre l’espansione delle coltivazioni per ottenerne biocarburanti causerà un’ulteriore pressione sui sistemi naturali.

L’agricoltura ha già distrutto o trasformato radicalmente il 70% dei pascoli, il 50% delle savane, il 45% delle foreste decidue temperate e il 25% delle foreste tropicali. Dall’ultima era glaciale, nessun altro fattore sembra aver avuto un impatto tanto distruttivo sugli ecosistemi. L’area occupata dalle attività agricole è pari a 60 volte quella occupata globalmente da strade ed edifici.

Se escludiamo Groenlandia e Antartide, attualmente coltiviamo il 38% delle terre emerse. L’agricoltura è di gran lunga l’attività umana che usa più terreno in assoluto sul Pianeta e la maggior parte di questo 38% include i terreni migliori. Il resto è costituito principalmente da deserti, montagne, tundra, ghiaccio, città, parchi naturali e altre aree non adatte alla coltivazione. Le poche frontiere ancora disponibili si trovano nelle foreste tropicali e nelle savane, che però sono fondamentali per la stabilità degli equilibri dinamici del Pianeta, specialmente come sink di carbonio e riserve di biodiversità. Espandere le coltivazioni in queste aree costituirebbe un grave errore, tuttavia negli ultimi 20 anni sono stati creati tra i 5 e i 10 milioni di ettari di coltivazioni l’anno, di cui una parte significativa nelle zone tropicali. Questo incremento ha però portato a un aumento netto di terreno coltivato pari solo al 3%, a causa delle perdite dovute, per esempio, allo sviluppo delle aree urbane, in particolare nelle zone temperate.

Le attività umane, comprese quelle relative alla produzione, trasformazione, confezionamento, distribuzione, vendita al dettaglio e consumo di cibo, sono in parte responsabili dei cambiamenti climatici in atto a causa delle emissioni di gas serra delle attività agricole e zootecniche e cambiamenti d’uso del suolo. Queste attività stanno contribuendo a modificare anche altri aspetti del cambiamento ambientale globale (Global Environmental Change, GEC), comprese le alterazioni nell’approvvigionamento di acqua dolce, nella qualità dell’aria, nel ciclo dei nutrienti, nella biodiversità, nella copertura del suolo e dei terreni.

Il raggiungimento della sicurezza alimentare per tutta la popolazione mondiale è chiaramente una sfida più complicata del semplice incremento della produzione alimentare; il mondo, infatti, produce un quantitativo di cibo più che sufficiente per tutti, ma – ancora oggi – 795 milioni di persone (vale a dire una su nove) soffrono la fame (FAO, IFAD and WFP, 2015). Nonostante i progressi significativi, diverse regioni e sub-regioni continuano a restare indietro. In Africa sub-sahariana, più di una persona su quattro rimane cronicamente sottoalimentata, mentre l’Asia, la regione più popolosa del mondo, è anche la regione dove si concentra il maggior numero delle persone che soffrono la fame – 526 milioni (FAO, IFAD and WFP, 2015).

La questione fondamentale, però, come sottolineato dalle tre agenzie delle Nazion i Unite, riguarda l’accesso a cibo, piuttosto che la produzione alimentare. Il consumo di carne pro capite, infatti, è in continuo aumento, dal 1995 è incrementato globalmente del 15% come ricorda il Worldwatch Institute. E’ la Cina il paese leader nel consumo di carne a livello mondiale ( nel 2012 ha raggiunto un consumo annuale di 71 milioni di tonnellate, più del doppio di quello degli Stati Uniti) Anche la dieta europea è notevolmente cambiata nel corso degli ultimi 50 anni e molti di questi cambiamenti sono andati nella direzione di una maggiore assunzione di carne. Secondo la FAO, in Italia il consumo di carne è aumentato di oltre il 190% dal 1961 (31 kg pro capite l’anno) al 2011, con 90 kg pro capite l’anno. Numeri che fanno riflettere dato che oggi, nonostante si produca nel mondo un quantitativo di cibo più che sufficiente per tutti, soffrono ancora la fame ben 795 milioni di persone, quasi una su nove di cui oltre la meta’ in Asia.

La lotta contro la fame tornerà indietro di decenni a causa dei cambiamenti climatici se non si interviene urgentemente. Rispetto a un mondo senza cambiamenti climatici, nel 2050 potrebbero esserci 25 milioni in più di bambini malnutriti di età inferiore ai 5 anni, ovvero l’equivalente di tutti i bambini di quell’età di Stati Uniti e Canada (come indica Oxfam). Il Quinto e ultimo Rapporto dell’IPCC mostra che l’impatto del cambiamento su queste problematiche legate alla sicurezza alimentare, alla nutrizione, ai mezzi di sussistenza sarà peggiore di quanto precedentemente stimato e le conseguenze saranno avvertite molto prima, cioè già nei prossimi 20-30 anni. I cambiamenti climatici potrebbe far lievitare il prezzo di mais, frumento e riso del 120-180% come ricorda anche Oxfam. Ad avvalorare la tesi, negli ultimi anni ci sono stati tre picchi dei prezzi degli alimenti a livello globale: nel 2008, nel 2010 e nel 2012. Si ritiene che milioni di persone migreranno da zone sempre più aride a zone più fertili.

mangiare sostenibileLe soluzioni? Passare dai sistemi di produzione alimentare dominanti al livello planetario, ad alto consumo di risorse naturali (come, ad esempio, il terreno fertile), all’agroecologia (con minimo utilizzo di fertilizzanti e pesticidi e input – come il letame e i concimi organici – prodotti localmente) e alla pesca sostenibile. L’85% degli stock ittici mondiali è pienamente sfruttato o sovrasfruttato o esaurito. 160 milioni di tonnellate di pescato, di cui il 44% da acquacoltura, sono volumi non più sostenibili. Occorre incoraggiare i pescatori, i fornitori, i compratori e i venditori a impegnarsi per la certificazione sostenibile del pescato e la tracciabilità della filiera. “L’impatto del cambiamento climatico sulla produzione alimentare e gli effetti di pratiche agricole dannose per il clima sono già una realtà”, ha dichiarato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, “l’obiettivo è quello di creare sistemi alimentari fortemente integrati con la vitalità dei sistemi naturali e della biodiversità (il nostro capitale naturale costituito da suolo, acqua, foreste e specie ecc. ), che producano con il minor danno per l’ambiente e il clima”.

* Report WWF “IL CLIMA NEL PIATTO” diffuso alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Alimentazione che si celebrerà in tutto il mondo venerdì 16 ottobre

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Biodiversity offsetting: Il nuovo trucco della finanza per distruggere la natura

Viene chiamato “biodiversity offsetting” o “ecosystem offsetting”, il nuovo trucco della finanza globale per mettere definitivamente le mani sugli ecosistemi. Il video, realizzato da Gordo, invita i nostri governanti a pensarci  prima di approvare delle legislazioni che metteranno il destino della natura nelle mani del grande capitale, facendo sì che la finanziarizzazione della natura diventi una realtà. Presto ne sentiremo parlare anche in Italia.

L’offsetting della biodiversità è la promessa di sostituire quella parte di natura distrutta da mega progetti, e quindi perduta in un luogo fisico, con uno spazio di natura protetta in un altro luogo. L’introduzione di meccanismi di offsetting fondati sulla biodiversità permette, o addirittura incoraggia, la distruzione di ambienti naturali sulla base della promessa ricreazione dell’habitat in un luogo diverso. Una pratica che va a vantaggio delle aziende che causano il danno, che possono così promuovere il messaggio che loro investono nella protezione dell’ambiente, con conseguente greenwashing dei prodotti e dei servizi che forniscono.

Mettere un prezzo alla natura è l’unico modo per salvarla, ci viene detto da banche, imprese e governi. Solo allora potremo misurare il suo valore e solo ciò che è misurabile può essere protetto. Questa è forse la conseguenza più importante della finanziarizzazione, che prevede solo una visione del mondo per decidere ciò che è e ciò che non è prezioso.

Le compensazioni sulla biodiversità prevedono che si possa distruggere la natura in una località, purché si “sostituisca” altrove, garantendo che non ci sia “nessuna perdita netta di biodiversità”. In base ai precedenti, tale approccio non solo si è dimostrato impraticabile, ma rischia anche di mettere in serio pericolo i mezzi di sostentamento di intere comunità sparse per il pianeta.

I banchieri e gli economisti si stanno rompendo la testa su domande come: qual è il prezzo di una farfalla o di un uccello? E come ricostruire un antico bosco spostandolo centinaia di chilometri più avanti? La natura è unica e complessa ed è impossibile misurarne la biodiversità, allora come e chi stabilisce il valore di un ecosistema? Alcuni ecosistemi hanno impiegato centinaia o migliaia di anni per raggiungere il loro stato attuale: possono essere riproducibili?

Per il Mercato il valore si riduce al prezzo calcolato da discutibili software, come si può vedere in questo sito, che mette a disposizione un “simulatore di calcolo” di soli 3 parametri generici per stimare il valore della biodiversità e trasformarlo in crediti di natura.

Invece di “compensare” sarebbe molto meglio evitare subito i danni inferti alla biodiversità. Le alternative al biodiversity offsetting ci sono e devono partire dal non voler dare per forza un valore di mercato alle risorse naturali, partendo quindi da un approccio completamente inverso, sostengono le realtà della società civile. Le comunità locali che da secoli dipendono dalle aree naturali, o che oppongono resistenza ai grandi progetti infrastrutturali che li scacceranno dalle loro case, sono in gran parte assenti allorché c’è da discutere dei vantaggi e degli svantaggi del cosiddetto biodiversity offsetting.

Chi propone sistemi così ampi di “compensazione ambientale” riduce la natura a merce considerandola come agevolmente manipolabile e da sottomettere a leggi che nulla hanno di naturale. Al confronto, la privatizzazione dell’acqua fa ridere. La natura è un bene comune e il mercato non è lo strumento giusto per proteggerlo.

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Combattere il traffico illegale di piante ed animali selvatici

traffico illegale-piante -animali selvatici

Il traffico illegale di piante ed animali selvatici è una delle principali cause di perdita di biodiversità nel mondo: ogni anno, centinaia di milioni di specie animali e vegetali rare vengono prelevate dal loro ambiente e vendute a peso d’oro sui mercati clandestini. La perdita di biodiversità è una “crisi silenziosa” in tutto il mondo, ma gli economisti hanno calcolato che il 3% l’anno del PIL mondiale viene perduto a causa della distruzione di biodiversità. Per la UE questa perdita ammonta a 450 miliardi di Euro all’anno. Stiamo inoltre assistendo alla decimazione e alla probabile estinzione di alcune specie sia in Europa che in paesi fuori dalla UE.

Secondo i dati forniti dal sistema delle dogane, il commercio illegale di animali e piante è valutato in 7,8-10 miliardi di dollari USA l’anno. La UE resta uno dei mercati più importanti per il traffico illegale di specie selvatiche, sia come mercato di destinazione finale che come zona di transito. L’Europa si è infatti confermata un’importante zona di transito per i corni di rinoceronte e per l’avorio dell’elefante. Questo traffico alimenta sempre più altre attività illegali come il traffico di armi e droga, e finanzia i conflitti regionali e le azioni armate, incluse quelle promosse da organizzazioni terroristiche, destabilizzando così numerosi Paesi in Via di Sviluppo. Per la Banca Mondiale, in alcuni paesi, la quota di disboscamento illegale arriva fino al 90% dell’attività complessiva e genera approssimativamente ogni anno dai 10 ai 15 miliardi di dollari statunitensi in proventi criminali. La UE è tra i maggiori consumatori di legname al mondo e ha la responsabilità morale di assicurare che il suo fabbisogno di legname non ne favorisca lo sfruttamento illegale e la distruzione delle foreste e della fauna selvatica e che non metta a repentaglio il benessere delle comunità locali. Ogni volta che acquistiamo un indumento, un souvenir o un prodotto che potrebbe derivare dal commercio illegale, abbiamo una grande responsabilità.

  • MEDICINE: Molti medicinali sia tradizionali che occidentali sono realizzate con specie vegetali o composti estratti da queste.
  • MANUFATTI: nel commercio di oggetti ornamentali si trovano moltissime parti e derivati animali: figurine di avorio, coralli, carapaci di tartaruga, conchiglie, insetti disseccati come farfalle e coleotteri.
  • ABBIGLIAMENTO: pelli, pellicce, lane e peli di varie specie di mammiferi, rettili e anche pesci sono presenti sul mercato internazionale sotto forma di moltissimi prodotti: articoli di vestiario, scarpe, scialli, portafogli, ciondoli, tappeti, trofei.
  • ANIMALI DA COMPAGNIA: negli ultimi decenni il numero di animali selvatici venduti per questo scopo è cresciuto in modo notevole. Vi è un importante e pericoloso commercio che viene alimentato da collezionisti specializzati nelle specie più rare e particolari: anfibi e rettili, coralli e pesci, scorpioni, ragni, scimmie, pappagalli e tucani.
  • ARREDO: il taglio illegale delle foreste e il contrabbando di legname sono fenomeni sempre più gravi alimentati da una richiesta inesauribile per i legnami più pregiati, come il mogano americano.

”Le creature selvatiche che popolano ancora la Terra, dalla tigre alla farfalla monarca, portano meraviglia e bellezza nella nostra vita, sono l’essenza vitale di foreste, prati, fiumi e oceani e dai servizi eco-sistemici che forniscono dipendono le nostre economie e la nostra società. La fauna selvatica ha bisogno della nostra protezione”, ha dichiarato Jim Leape, direttore generale di Wwf Internazionale.

IL WWF è impegnato con un apposito ufficio TRAFFIC per contrastare il commercio illegale e per garantire un consumo sostenibile di queste risorse. Il network TRAFFIC è un programma svolto in collaborazione con WWF e l’Unione Mondiale per la Conservazione (IUCN). Fin dalla sua fondazione nel 1976 il TRAFFIC ha giocato un ruolo fondamentale nel convincere la comunità mondiale del fatto che il commercio indiscriminato di animali e piante selvatiche può minacciare seriamente la sopravvivenza di queste specie in natura. Prelevare le risorse naturali in modo sostenibile è la soluzione per fare in modo che la natura continui a garantirci quei servizi di cui abbiamo bisogno tutti noi per vivere.

FERMA IL TRAFFICO ILLEGALE! DONA ORA

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Earth Day 2013: Proteggiamo il solo Pianeta sul quale possiamo vivere

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La Terra la si rispetta, ama, osserva e preserva ogni giorno, con piccoli, piccolissimi gesti. Il WWF celebra oggi la giornata mondiale della Terra, il 43mo Earth Day, mostrando i numeri del nostro pianeta, con la sua grandissima ricchezza di vita e di risorse ma anche con le tante minacce che ogni giorno mettono a rischio l’equilibrio tra Uomo e Natura dovute alle nostre crescenti pressioni sui sistemi naturali, dai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità.

Tra i dati che l’associazione ha raccolto si ricorda si ricorda come nel 2011 le emissioni globali sono incrementate del 3%, raggiungendo la cifra più alta delle emissioni annuali antropogeniche sin qui prodotta pari  a  34 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, a gennaio 2013 a una concentrazione di CO2 nell’atmosfera record di 395 parti per milione. Il 2012 inoltre ha fatto registrare la massima riduzione della superficie della banchisa estiva artica dal 1979. La perdita netta annuale di aree forestali tra il 2000 ed il 2010 è stata di 5,2 milioni di ettari, un’area pari alle dimensioni del Costa Rica. Circa 5mila tonnellate di pesce viene pescato dagli stati europei ogni anno con metodi di pesca ad elevato impatto per la biodiversità. Preoccupante anche la situazione di molte specie tra cui le tigri, di cui ne sopravvivono in natura solo 3.200, dopo che ne abbiamo ‘perso’ ben il 97%, mentre i 20.000-25.000 individui di orsi polari rimasti sono fortemente minacciati dai cambiamenti climatici.

Il Pianeta in numeri

Cambiamenti climatici

Il cambiamento climatico è una delle più gravi crisi globali che il mondo si trova ad affrontare, sta minacciando in modo sempre più rapido e violento ecosistemi, specie e la vita di milioni di persone ed è dovuto principalmente alle attività umane. Un allarme oggi condiviso non solo dagli ambientalisti ma anche dalla maggior parte della comunità scientifica internazionale e dai grandi organismi internazionali delle Nazioni Unite  (dall’UNEP all’UNESCO, dalla  FAO all’UNDP ecc), la Banca Mondiale, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, L’OCSE, il World Economic Forum. Ecco una sintesi degli ultimi dati della scienza:

SEMPRE PIU’ CALDO: Il 2012 è stato il nono anno più caldo dal 1880. I 10 anni più caldi negli ultimi 132 si sono verificati tutti dal 1998 a oggi. Secondo i dati della NASA la temperatura media nel 2012 è stata pari a 14,6 °C, circa 0,55 °C più alta rispetto alla media del Novecento.  Mediamente, la temperatura della superficie terrestre è aumentata di 0,8 °C dal 1880 ad oggi, e buona parte del cambiamento si è verificato negli ultimi 40 anni.

ARIDA AMAZZONIA: Un’area pari alla superficie della California nella meravigliosa foresta tropicale amazzonica non sembra più capace di riprendersi dagli effetti dei numerosi periodi di siccità subiti negli ultimi anni con sempre maggiore frequenza. Nell’estate del 2005 un’area di oltre 700.000 chilometri quadrati ha subito una siccità molto grave, che ha causato modificazioni nel fogliame, perdita di rami e di alberi interi. Metà di quest’area non e’ riuscita a riprendersi fino al 2010, anno in cui si è verificata un’altra importante siccità. La siccità del 2010 ha causato emissioni calcolate fra 1,2 e 3,4 miliardi di tonnellate di carbonio. Quindi la foresta che normalmente costituisce un serbatoio di carbonio quando è sottoposta a stress termici diventa una fonte di carbonio causando un feedback positivo per l’incremento dell’effetto serra.

BANCHISA ARTICA, SEMPRE DI MENO: Il 2012 ha fatto registrare la massima riduzione della superficie della banchisa estiva artica dal 1979, da quando cioè esistono rilevamenti satellitari. A settembre 2012 la superficie dei ghiacci marini artici è stata di 3.41 milioni di chilometri quadrati, 760.000 kmq in meno del precedente record registrato il 18 settembre del 2007 (un’area grande quanto lo stato del Texas). Il record 2012 registra 3.29 milioni di kmq in meno della media minima del periodo 1979-2000, quasi due volte l’Alaska.

EMISSIONI GLOBALI, SEMPRE DI PIU’: Nel 2011 le emissioni globali sono incrementate del 3%, raggiungendo la cifra più alta delle emissioni annuali antropogeniche sin qui prodotta, pari a ben 34 miliardi di tonnellate. Nel gennaio 2013 la concentrazione di CO2 nell’atmosfera ha raggiunto la cifra record di 395 parti per milione (erano 315.98 ppm nel 1959, il primo anno in cui ebbe luogo una raccolta di dati strumentale durata per l’intero anno; 348.98 ppm nel 1987, l’ultimo anno in cui questa cifra rimase sotto il limite delle 350 ppm raccomandato dai maggiori studiosi; di 363.47 ppm nel 1997 quando fu approvato il Protocollo di Kyoto). L’incremento delle emissioni da combustibili fossili è aumentato del 5.9% nel 2010 per un totale di 9.1 miliardi di tonnellate di carbonio emessi (che costituiscono 33.4 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio). Sono i più alti mai raggiunti nella storia umana e costituiscono il 49% in più rispetto al 1990.

MARE ALTO, RISCHIO + 1 METRO: Un riscaldamento delle temperature medie della superficie globale terrestre di 4°C superiore all’epoca preindustriale provocherebbe un innalzamento del livello dei mari da mezzo metro a un metro e forse più entro il 2100. Limitare l’incremento della temperatura a soli 2°C potrebbe avere come effetto un innalzamento del livello dei mari intorno ai 20 centimetri. Ma con la nostra incapacità di agire stiamo mettendo a rischio la possibilità che i leader di tutto il mondo avevano sottoscritto a Copenaghen nel 2009, di impegnarsi a mantenere sotto i 2° C l’incremento della temperatura.

CLIMA E METEO, LEGAME ESTREMO: Il climatologo Jim Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies (GISS) della NASA, nel suo editoriale sul “Washington Post”, 4 agosto 2012 ha scritto: “Quando ho testimoniato davanti al Senato nella calda estate del 1988, ho dato l’allarme sul tipo di futuro che il cambiamento climatico avrebbe significato per noi e per il nostro pianeta. Ho illustrato le gravi conseguenze dovute a temperature costantemente in aumento, dovute all’utilizzo dei combustibili fossili da parte dell’umanità. Ma vi devo confessare una cosa: sono stato troppo ottimista.” Un suo recente studio sulla correlazione tra eventi meteorologici estremi e cambiamenti climatici documenta che dal 1951 le anomalie delle temperature medie stagionali si sono spostate verso temperature più elevate e la gamma delle anomalie è aumentata. Il caldo estremo, che ha interessato una porzione della superficie terrestre di poco inferiore all’1% nel periodo di riferimento 1951-1981, interessa ora circa il 10% della superficie terrestre.

Le specie simbolo

Elefanti: Oggi due rappresentanti di questi animali antichi sopravvivono e sono l’elefante africano, che rappresenta il più grosso mammifero terrestre e l’elefante asiatico, il suo cugino più piccolo, minacciati dal bracconaggio e dal commercio di avorio. Avorio proveniente da 2.500 elefanti è stato confiscato nel solo 2011. Nel bacino del Congo gli elefanti di foresta stanno precipitando verso l’estinzione : negli ultimi 10 anni il 62% della popolazione è stata massacrata.

Orso polare: Oggi si stimano solo 20.000-25.000 individui fortemente minacciati dai cambiamenti climatici.

Panda gigante: Oggi nel mondo ci sono meno di 1600 panda e di questi 1000 vivono nelle aree protette create dal WWF in collaborazione con il governo cinese.

Rinoceronti: Oggi delle 30 specie ne rimangono 5 che vivono in Asia e Africa. I rinoceronti asiatici sono divise in tre specie diverse: quello indiano, di Giava e di Sumatra. In totale sono 3.200 individui che vivono in piccole aree isolate, di questi quelli di Giava sono solo 60 esemplari e rischiamo l’estinzione. I rinoceronti africani sono di due specie, il rinoceronte nero che) si trova in grave pericolo di estinzione e il rinoceronte bianco, che invece fortunatamente sta sopravvivendo soprattutto nelle aree protette. 60.000 dollari al chilo è il prezzo raggiunto in media per un corno di rinoceronte.

Gorilla: continua in Africa il bracconaggio verso  i grandi primati. Già minacciati dalla distruzione delle foreste, la carne di gorilla è ancora oggi commercializzata in Africa e nel mondo. Come se questo non bastasse gli appetiti delle multinazionali del petrolio stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di luoghi eletti per la conservazione di queste specie, come il Parco nazionale del Virunga dove vivono gli ultimi gorilla di montagna, ne restano al mondo solo 786 . Secondo le stime dell’UNEP se continua il l’attuale tasso di bracconaggio e di distruzione degli habitat  tra 10/15 anni  i gorilla saranno estinti.

Tartarughe marine: Si stima che ogni anno circa 150mila tartarughe marine finiscano catturate negli attrezzi da pesca nel Mediterraneo e che di queste oltre 40.000 muoiano.

Tigre: Oggi abbiamo perso il 97% delle tigri selvatiche, e non sono rimasti che 3.200 esemplari in tutto il mondo.

Foca monaca: se ne contano infatti solo circa 500 esemplari, distribuiti tra la Turchia, la Grecia, il Marocco, Sahara occidentale, Mauritania e le Isole di Madeira.

Orso bruno: la popolazione alpina si stima sia di 45-48 individui e di una trentina la popolazione appenninica di orso bruno marsicano.

Risorse naturali

FORESTE: Le foreste coprono il 31% di tutte le terre emerse. Le foreste forniscono la ‘casa’ per oltre 300 milioni di persone nel mondo. Il commercio mondiale dei prodotti forestali è stato valutato attorno ai 379 miliardi di dollari soltanto nel 2005. Le foreste ospitano l’80% della biodiversità terrestre. La vita di 1.6 miliardi di persone dipende dalle foreste e dai servizi che gli ecosistemi forestali offrono. Le foreste coprono una superficie di quasi 4 miliardi di ettari, oltre il 31% delle terre emerse. Una porzione di natura ineguagliabile, e oggi sempre più a rischio. La perdita netta annuale di aree forestali tra il 2000 ed il 2010 è stata di 5,2 milioni di ettari – un’area pari alle dimensioni del Costa Rica – una cifra inferiore rispetto al decennio precedente, che era stata di 8,3 milioni di ettari l’anno ma pur sempre preoccupante. La zona più colpita è stata il Sudamerica con circa 4,3 milioni di ettari di foreste persi all’anno, seguita dall’Africa che ne ha persi circa 4 milioni di ettari e l’Asia con poco meno di 2,5 milioni di ettari. Secondo l’ultimo rapporto sullo stato delle foreste curato dalla FAO, il Forest Resource Assessment, ogni anno si perdono 13 milioni di ettari di foreste naturali. In un decennio abbiamo perso un’estensione di foreste pari a 940 mila kmq: una foresta grande come l’intero Egitto. Gli scienziati stimano che, dall’inizio del ventesimo secolo, sia stato perduto oltre il 50% dell’estensione originale delle foreste pluviali e ciò che ne rimane sta scomparendo a un ritmo allarmante

MARI: Il 71% della superficie del Pianeta è coperta dagli oceani. Eppure questa enorme distesa d’acqua oggi è in pericolo: pesca eccessiva e inquinamento stanno provocando il crollo delle popolazioni marine ai livelli più bassi della storia e lo scardinamento di delicatissimi ecosistemi marini. Oggi meno dell’1% degli oceani è protetto: uno degli obiettivi principali del WWF è proprio aumentare questa percentuale attraverso l’istituzione di una serie di aree protette. Circa 5mila tonnellate di pesce viene pescato dagli stati europei ogni anno con metodi di pesca ad elevato impatto per la biodiversità

ACQUA DOLCE: Soltanto il 3% di tutta l’acqua della Terra è acqua dolce, e più della metà di questa percentuale si trova congelata nei ghiacciai. A fiumi e laghi non resta che lo 0.3%: una quantità piccolissima, se si pensa che l’atmosfera contiene in tutto 0.04% di acqua. Una risorsa che però oggi è sempre più a rischio: circa 2/3 delle zone umide d’Europa sono scomparse negli ultimi 50 anni, e quelle che rimangono sono minacciate dall’inquinamento diffuso dell’agricoltura o dagli scarichi industriali e civili.

ATMOSFERA: le foreste del Pianeta sono in grado di immagazzinare mille miliardi di tonnellate di carbonio, ovvero il 50% in più della concentrazione di carbonio contenuta nell’atmosfera, contribuendo a garantire l’equilibrio climatico mondiale.

CIBO: delle oltre 7 mila specie che l’uomo ha coltivato attraverso i secoli, oggi SOLO 150 specie di piante compongono la dieta della maggioranza della popolazione del mondo. Di queste solo 12 forniscono oltre il 70% dei prodotti alimentari e 4 specie (riso, mais, frumento e patate) costituiscono oltre il 50% dell’approvvigionamento mondiale di cibo.

MEDICINE: l’80% della popolazione mondiale utilizza prodotti medicinali naturali. Dei 150 farmaci più prescritti negli Stati Uniti, 118 derivano da fonti naturali (74% da piante, 18% da funghi, 5% da batteri, 3% da serpenti).

POPOLAZIONE: Nel 1960, la popolazione mondiale ha raggiunto i tre miliardi. Da allora il ritmo di crescita è andato accelerandosi: siamo cresciuti di un miliardo all’incirca ogni 13 anni fino a toccare la cifra di 7 miliardi alla fine del 2011. Una delle conseguenze di tale incremento demografico è che le necessità umane hanno oltrepassato le capacità di supporto degli ecosistemi, siano foreste, riserve ittiche, pascoli, acquiferi o suoli. Una volta che la domanda supera la capacità di questi sistemi naturali, la parte in eccesso può essere soddisfatta solo erodendo la base della risorsa stessa, ovvero si intacca il capitale e non gli interessi. Eccesso di aratura, sovrappesca, supersfruttamento delle falde, taglio della vegetazione e deforestazione, supersfruttamento dei pascoli. Tutti questi eccessi insieme stanno minando le basi stesse della nostra civiltà. La conseguenza, che non molti di noi, inclusi i leader politici, considerano nella giusta misura, è che con un tasso di crescita demografica annuo del 3%, nel giro di un secolo, avremo una popolazione umana 20 volte superiore a quella attuale. Se la popolazione mondiale manterrà questo tasso di crescita, secondo le Nazioni Unite raggiungerà i 9,3 miliardi entro il 2050, un incremento pari a 2,3 miliardi. Stiamo rapidamente superando la capacità della Terra di sostenere la nostra crescita demografica e la pressione dei nostri consumi.

BIODIVERSITA’: La biodiversità nel mondo ha dei numeri impressionanti. Fino a oggi sono state descritte oltre 1 milione e 700 mila specie, ma in realtà si ipotizza che ne possano esistere dai 5 ai 10 milioni, secondo alcuni molte di più’: moltissime specie quindi aspettano di essere scoperte! Le specie animali sono circa 1.318.000, di cui 1.265.000 invertebrati e 52.500 vertebrati (2.500 pesci, 9.800 uccelli, 8.000 rettili, 4960 anfibi, 4.640 mammiferi). E poi 10.000 specie di batteri, 72.000 specie di funghi, 50.000 specie di protisti (micro organismi unicellulari)  270.000 specie di piante. Tutto questo forma l’alfabeto del meraviglioso linguaggio della biodiversità.

Gianfranco Bologna Direttore scientifico del WWF Italia ricorda “Le giornate celebrative come quella del 22 aprile aiutano a ricordare a tutti la fragilità della Natura e i drammatici effetti della crescente pressione che esercitiamo su di essa e come sia ormai necessario cambiare rotta verso una nuova economia che metta al centro il capitale naturale, senza il quale non può esservi benessere e sviluppo economico per alcuna società umana. Il forte appello che lanciamo, anche in occasione della giornata della Terra, al mondo politico ed economico è che è giunto il momento di modificare profondamente i nostri modelli economici: senza la natura e la ricchezza della vita sul Pianeta la civiltà umana non ha futuro.

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semi-biologici

Vandana Shiva, nota attivista e ambientalista indiana, accusa le grandi imprese multinazionali di tentare di assumere il controllo della produzione mondiale di semi attraverso l’ingegneria genetica.

Vandana Shiva non mostra segni di fatica malgrado una intera notte di volo da Delhi e un’ora di audienza dal Principe Carlo; arrivata nella redazione del Guardian  presenta con chiarezza estrema le sue idee sull’agricoltura, il cibo, la biodiversità e la «libertà dei semi».

La fondatrice indiana della Navdanya, che ha organizzato una campagna per tutelare la biodiversità e contro il controllo delle imprese sugli alimenti e i semi, dice che l’Africa è diventata il campo di battagli tra due approcci molto diversi all’agricoltura. Il primo è l’approccio agro ecologico, basato sull’uso dei semi tradizionali, sulle produzioni differenziate, su alberi e bestiame, con contadini che dispongono di poca terra e con il diritto al cibo come problema principale. L’altro è un sistema industriale basato sulle monoculture, l’uso di fertilizzanti e di organismi geneticamente modificati, gli Ogm e dove imprese comela Monsanto, Dupont, Syngenta, Basf e Dow sono dominanti.

Non si può avere alcun dubbio da quale parte lei sia schierata, in quanto accusa queste imprese gigantesche di voler cercare di conquistare il controllo della produzione e diffusione mondiale dei semi, attraverso l’ingegneria genetica e dei brevetti scrivendo il Trattato sui diritti alla proprietà intellettuale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio, la Wto. Cita un rappresentante della Monsanto che ha detto: «scrivendo questo trattato noi saremo il malato, il medico e il farmacista, tutti in una sola entità».

Shiva non è certo nemmeno una ammiratrice della Fondazione di Bill e Melinda Gates, che accusa di spingere in favore di una visione dell’agricoltura basata sugli Ogm e sull’uso dei fertlzzanti. La fondazione, che sostiene il sito del Guardian, «Sviluppo Globale», è uno degli organismi più attivi in agricoltura.

Gli Stati uniti spenderanno quest’anno un miliardo di dollari lottando contro la fame globale – ma questa cifra comprende anche le fattorie di grandi dimensioni-  e nel 2009, Il dipartimento per lo Sviluppo internazionale del Regno Unuto ha speso circa 20 milioni di sterline. Negli ultimi anni, la fondazione dei Gates ha investito più di due miliardi di dollari cercando di aiutare i contadini con poca terra in Africa e in Asia ad uscire dalla povertà.

In Africa, la fondazione finanzia numerosi enti di ricerca che fanno esperimenti genetici sulle piante e anche Agra, l’Alleanza per una Rivoluzione Verde che ha sede a Nairobi, e che ha come obiettivo di raddoppiare il reddito di 20 milioni di piccoli agricoltori e di dimezzare l’insicurezza alimentare in venti paesi entro il 2020. Anche se i raccolti di piante Ogm sono realizzati soltanto in tre paesi, ciò potrebbe probabilmente cambiare nei prossimi cinque anni.

Tuttavia Shiva è convinta che stia aggredendo la sovranità dell’Africa sui semi. «Agra in se stessa non è molto significativa. Ma a causa dell’abilità di Gates di muovere le leve giuste per ottenere fondi, Agra può avere un impatto notevole» dice Shiva, aggiungendo l’ambasciatore di Agra Kofi Annan sta cercando di ottener fondi perfino dalla Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e l’alimentazione.

Sul suo sito web, Agra insiste a dire che non è soltanto un prolungamento di una grande entità filantropica come la Fondazione Gates, ma di essere una entità indipendente con un proprio comitato direttivo e una sua struttura organizzativa. «I nostri finanziamenti provengono da un gran numero di donatori internazionali, mentre la nostra base, i nostri metodi di lavoro e la nostra direzione sono interamente africani», dice Agra.

Gli argomenti fondamentali di Shiva contro gli Ogm, sono che essi rappresentano un «disco di pietra» concettuale, una macina di pietra al collo che non riesce a tenere conto della complessità del mondo reale. «L’idea che si possa avere tutto all’interno di un gene è troppo rigida per maneggiare un sistema vivente complesso – dice – Non ci si può sottrarre ai sistemi di pensiero. Gli Ogm rappresentano un tentativo di trovare una via di fuga, di pensare solo ad un gene e quindi muovere solo quello».

Vandana Shiva respinge anche il concetto che sia possibile isolare un gene per sviluppare una varietà di pianta in grado di resistere sia al sale che alla siccità. «Esistono 1.500 geni resistenti alle variazioni del clima, mentre noi andiamo alla banca dei semi per individuare i geni resistenti alla siccità e scommettiamo sulle cento varietà che dimostrano di avere le maggiori potenzialità. Però in realtà noi ancora non sappiamo che cosa contribuisce a sviluppare una resistenza alla siccità. Questa non è la via più affidabile per trovare delle varietà resistenti alla siccità. La diversità deve ispirare i metodi di lavoro, non esiste la pallottola magica. La diversità è stata la nostra collaboratrice per sviluppare l’adattamento e la resilienza».

Inoltre, dice Shiva, i contadini in India hanno già sviluppato varietà che sono resistenti alla siccità, comela Nalibakuri, la Kalakaya, la Inkiri, e varietà che tollerano il sale, come la Bhundie, la Kalambank. Nella sua campagna per salvare la diversità dei semi, Shiva spinge perché si organizzino gruppi in tutto il mondo che possano salvaguardare i semi e la sua visita in Inghilterra in febbraio faceva parte di questa linea di azione. Descrive il suo movimento come «semi open source», imitando deliberatamente l’open source del software.

Per Shiva, gli Ogm rappresentano venti anni di promesse non rispettate ed errate, che hanno portato all’emergere di piante super resistenti e di nuove malattie incurabili. In India, il cotone Bt (Bacillus Thuringiensis), venduto con il nome di Bollguard, si supponeva dovesse controllare la malattia dei vermi, ma secondo un rapporto dell’anno scorso del Seed Freedom, «l’imperatore Ogm è senza vestiti», il verme è diventato resistente al cotone Bt. Oltre a tutto ciò, nuove malattie sono apparse, e i contadini sono costretti ad usare più pesticidi.

I cambiamenti climatici, riflette Shiva, rendono la biodiversità ancora più importante. «In un periodo di modifiche del clima, il mondo ha bisogno di un sistema biologicamente diversificato – spiega – Il sistema basato sui semi per le monoculture è sbagliato e inadeguato. Il sistema biologicamente diversificato ha prodotto più cibo, e la biodiversità significa che i semi devono essere nelle mani dei contadini».

(Fonte guardian.co.uk  – traduzione per Comune-info da Alberto Castagnola)

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