Stop al trasporto di animali vivi su lunga distanza!

trasporto animali vivi

Sono centinaia di migliaia gli animali che, ogni giorno, devono affrontare viaggi interminabili, frequentemente per migliaia di chilometri, in condizioni strazianti. Ore ed ore, prima di raggiungere la loro destinazione finale, senza cibo o acqua sotto un caldo soffocante, ammassati gli uni agli altri, costretti a calpestarsi o addirittura a sdraiarsi sopra altri animali morti a causa delle ferite e delle sofferenze. Cavalli crollano a terra sfiniti, pecore muoiono lentamente di sete, maiali muoiono per il troppo caldo ed il troppo freddo. È un abuso di portata mondiale. Continue Reading

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Mangiare meno carne fa bene alla salute, agli animali e al mondo

consumo di carne

Molte organizzazioni nel mondo, tra cui Slow Food, teorizzano da anni che la diminuzione dei consumi di carne è una strada obbligata, non solo per la salute umana ma anche per quella delle risorse naturali che per la sua produzione vengono utilizzate (o meglio sovrautilizzate). E questo va a braccetto con la qualità della carne che finisce sulle nostre tavole. Qualità in termini di sicurezza e qualità in termini di impatto ambientale. Come afferma Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, lo studio che è uscito in questi giorni deve “porgerci il destro per affermare ancora una volta che sobrietà, diversificazione e consapevolezza devono essere il nostro faro per approcciare il cibo in maniera matura, informata e rispettosa”. Limitare il consumo di carne fa bene all’ambiente, fa bene alla nostra salute, fa bene agli animali, fa bene a tutti!

Fa bene all’ambiente

L’impatto ambientale di un allevamento convenzionale può essere molto pesante. Principalmente si tratta di allevamenti industriali standard, ma anche gli allevamenti di piccola scala possono avere una ricaduta negativa sull’ambiente. Se non è utilizzato come concime, il letame prodotto dagli animali è tanto abbondante da provocare problemi di inquinamento e il mangime arriva da coltivazioni intensive, che impiegano pesticidi e fertilizzanti dannosi per l’ambiente e spesso distano migliaia di chilometri dalle zone di allevamento. Gli allevamenti industriali inquinano acqua, suolo e aria e contribuiscono in maniera significativa alle emissioni di gas serra, al cambiamento climatico e all’abbattimento di foreste per fare spazio ai pascoli e alle monocolture da cui ottenere mangimi. L’allevamento industriale inoltre, ha favorito il ricorso all’impiego di razze e di ibridi più produttivi e adatti alla stabulazione fissa, contribuendo in misura rilevante alla scomparsa o all’abbandono di molte razze animali autoctone, le cui caratteristiche sono legate a un territorio più o meno vasto in cui si sono sviluppate o si sono naturalmente adattate nel corso del tempo. Le razze autoctone sono più adatte alle condizioni climatiche, geografiche e socioeconomiche del territorio e, anche in ambienti estremi, hanno bisogno di meno cure e meno cibo. Per queste ragioni, la Fao ritiene il settore zootecnico quale maggiore responsabile della perdita di biodiversità complessiva del nostro pianeta.

Gli allevamenti tradizionali di piccola scala, invece, possono essere gestiti in modo più sostenibile: l’erba e il fieno possono dal territorio sul quale gli animali sono allevati, così come i cereali e leguminose necessari per nutrirli, il che permette di farli crescere a densità minori e di impiegare il loro letame come fertilizzante per i campi.

Diamo i numeri…

Il settore zootecnico è uno dei principali responsabili della produzione di gas serra. L’allevamento di animali genera, secondo la Fao, il 18% delle emissioni totali di gas serra nell’atmosfera. Una percentuale molto alta se paragonata alle emissioni dovute ai trasporti, responsabili del 13% delle emissioni, e alla produzione di energia, responsabile del 26%. Secondo il World Watch Institute, invece, l’incidenza dell’allevamento è addirittura del 51%, perché occorre tenere conto nelle valutazioni dell’ossigeno necessario agli animali per vivere, del mancato impiego del terreno per produrre cibo per gli esseri umani o per ospitare le foreste. Il calcolo del WWI tiene conto anche dell’energia usata per cucinare la carne, per la produzione, la distribuzione e il packaging dei prodotti di origine animale e dell’energia necessaria per produrre medicinali veterinari. In termini di impronta idrica, si calcola che in un allevamento convenzionale siano necessari circa 15.500 litri di acqua per ottenere un chilo di carne di manzo (calcolando quanta ne serve per allevare gli animali e irrigare i campi in cui si coltivano i mangimi), 3920 per un chilo di pollo. Circa 3,5 miliardi di ettari di terra (ossia il 70% della terra coltivabile del pianeta) sono destinati alla produzione animale. Di questi, 470 milioni sono riservati alla coltivazione di cereali e leguminose per la produzione di mangimi. L’allevamento del bestiame, insieme all’industria del legname, è una delle cause principali della deforestazione nella regione amazzonica.

Fa bene alla nostra salute

Di proteine e grassi animali, nei Paesi sviluppati, ne mangiamo troppi, tanto da ammalarci. Il consumo eccessivo di carne è associato – insieme ad altri fattori – a un aumento dell’obesità, alla comparsa di disturbi cardiovascolari e di alcune forme di cancro. Diete particolarmente ricche di grassi saturi sono collegate allo sviluppo di diabete di tipo 2 e ad alti livelli di colesterolo nel sangue.

L’uso eccessivo di antibiotici. Inoltre, negli allevamenti intensivi si somministrano antibiotici agli animali per prevenire le malattie, frequenti a causa degli ambienti angusti. Ma i batteri nel tempo sviluppano resistenze e gli antibiotici non riescono più a sopprimerli; possono trovarsi nel letame e di lì penetrare nel suolo per poi contaminare fiumi e laghi. Se non ci sono controlli adeguati sulla carne processata negli abbattitori questi batteri viaggiano, insieme alla carne, che percorre spesso tragitti lunghissimi prima di arrivare al nostro piatto… Salmonella, Escherichia coli e tanti altri batteri sono i globe trotters del nostro tempo. Ma non solo, gli antibiotici che sono presenti nella carne che consumiamo sono assimilati dagli esseri umani e per la medicina è sempre più complicato combattere anche una normale influenza. Nei piccoli allevamenti tradizionali non sono necessarie cure preventive pesanti come in quelli industriali e, in generale, gli animali si ammalano di meno. I prodotti di origine animale derivati da animali nutriti prevalentemente con erba o foraggio, invece che con mangimi industriali, sono più sani e gustosi.

Per prevenire l’insorgenza di queste malattie, sono due le mosse vincenti:

  • ridurre il consumo di carne, con particolare riguardo per le carni rosse, e quello di carni conservate di produzione industriale (carni in scatola, salumi, prosciutti, wurstel) che contengono conservanti e additivi nocivi. Prediligere la carne di piccoli allevamenti dove gli animali siano nutriti con erba e foraggio e non sono sottoposti a trattamenti antibiotici. In questo modo, anche il piacere gastronomico è assicurato, perché la qualità della carne è una diretta conseguenza dell’alimentazione degli animali.
  • aumentare nella propria alimentazione i cibi di provenienza vegetale: cereali non raffinati industrialmente, legumi e un’ampia varietà di verdure non amidacee e di frutta che, se ben bilanciati, possono fornire tutti i nutrienti necessari al nostro organismo.

Diamo i numeri…

Secondo la Fao, nei paesi sviluppati ciascuno consuma mediamente 79,3 chili di carne all’anno –ogni cittadino degli Stati Uniti ne consuma mediamente 125, mentre ogni europeo ne mangia circa 74. Nei paesi in via di sviluppo, invece, ci si attesta su un consumo annuale medio di 33,3 chili, ma il trend è in crescita. Si calcola che in Cina ogni anno 100.000 tonnellate di antibiotici siano somministrate agli animali di allevamento. Negli Stati Uniti l’80% dei vaccini prodotti è destinato al settore dell’allevamento.

Fa bene agli animali

Nel 2007 il Trattato di Lisbona sottoscritto dai paesi dell’Unione Europea ha ufficialmente riconosciuto agli animali lo status di esseri senzienti che, in quanto tali, acquisiscono diritti e tutele, ed equiparando di fatto il benessere animale ad altri princìpi etici come la parità tra sessi, la tutela della salute umana e la protezione sociale… Eppure, nel sistema attuale gli animali continuano a pagare un prezzo elevato.

Gli allevamenti convenzionali riducono gli animali a mere macchine, a merci: essi sono costretti in gabbie strettissime o confinati in spazi ridotti dove trascorrono una vita breve quanto dolorosa. Nel corso della loro esistenza, gli animali subiscono varie mutilazioni: viene spuntato loro il becco, viene mozzata loro la coda o le ali, sono spesso castrati senza anestesia, decornificati a 5-6 settimane di vita poiché lo stress prodotto dalla reclusione e dalla condanna a uno stile di vita innaturale non li induca a ferire gli altri animali. Infine, il trasporto al macello richiede spesso molte ore di viaggio in condizioni di grande sofferenza. Strappati al loro ambiente abituale, e affidati a operatori spesso impreparati, gli animali accusano stress e tensioni di ogni genere.

Il benessere animale è sempre più importante per i consumatori, tanto da renderli disponibili a modificare le proprie abitudini alimentari, privilegiando cibi prodotti con maggiore rispetto degli animali. In Europa, il 62% dei consumatori lo ha dichiarato in un’indagine effettuata dalla Commissione Europea, mentre in un sondaggio effettuato da Slow Food fra i propri soci europei la percentuale è stata anche maggiore: l’87%.

Diamo i numeri…

La Tyson Food è la prima compagnia mondiale per la produzione di carne e la seconda nella lavorazione di carni avicole, suine. Settimanalmente l’azienda macella 42 milioni di polli, 170.000 bovini e 350.000 suini. Nei Paesi asiatici, dal 2005 al 2010, il numero di polli macellati è passato da 5,3 a 7,3 miliardi. E il loro allevamento si sta sempre di più concentrando nei grandi allevamenti. Nel 1998 le aziende con meno di 2000 capi producevano il 62% dei polli; nel 2009 la percentuale era scesa al 30%. Nel mondo, ben più del 95% della carne sul mercato proviene da allevamenti industriali, mentre in Europa la percentuale si aggira intorno all’80%.

Fa bene a tutti!

Secondo la Fao, i prezzi del cibo nel 2010 hanno raggiunto i livelli più alti mai registrati dagli anni Novanta. È assodato che l’aumento del consumo di carne è uno dei motivi principali delle recenti crisi alimentari. La crescita della domanda di beni agricoli, infatti, è dovuta non solo alla crescita demografica, ma anche all’uso di questi per fini diversi dall’alimentazione umana (foraggio e biocarburante), alla svalutazione del dollaro, all’aumento del costo del petrolio e alle speculazioni finanziarie. Nel Sud del mondo, il consumo di carne è un lusso e la fame è la prima causa di morte. La fame non è una catastrofe naturale, ma la conseguenza di politiche ingiuste, di egoismi, sfruttamenti e indifferenza. Moderando i nostri comportamenti, nel mondo ci sarebbe carne sufficiente (e dunque territorio, acqua e aria) per le esigenze di tutti.

Diamo i numeri…

Al mondo siamo più di sette miliardi e la produzione attuale basta a sfamarne dieci. Tuttavia oltre un miliardo di persone non ha accesso al cibo o è denutrita.

(Fonte: slowfood)

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L’allevamento intensivo distrugge il pianeta

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Ogni anno 70 miliardi di animali sono uccisi per soddisfare il nostro bisogno di proteine, e circa i due terzi sono allevati in sistemi intensivi. Numeri destinati a crescere. Se ne prevedono 120 miliardi entro il 2050, quando la popolazione mondiale avrà raggiunto i 9 miliardi di individui, un dato, questo, che si sommerà ai regimi alimentari attuali, sempre più ricchi di carne. Il 40% dei cereali coltivati a livello globale e il 97% della soia sono utilizzati per alimentare il bestiame e l’Unep (United Nations Environment Programme) ha calcolato che, continuando su questa strada, i quantitativi di cereali che si prevede saranno destinati al bestiame nel 2050 potrebbero invece sfamare 3,5 miliardi di persone.

  • Ogni anno vengono allevati circa 70 miliardi di animali.
  • Nel mondo, due animali su tre vengono allevati intensivamente. Tenuti sempre al chiuso, in gabbia, stipati o in spazi ristretti. Trattati come macchine da produzione invece che da esseri senzienti quali sono.
  • A livello globale il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina, il 60% delle uova, vengono prodotti in allevamenti intensivi. In Italia 85% dei polli sono allevati intensivamente, oltre il 95% dei suini vivino in allevamenti intensivi, quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo.
  • L’allevamento intensivo spezza il legame fra la terra e gli animali: toglie gli animali dal pascolo e li ammassa invece in capannoni e recinti fangosi.
  • L’allevamento intensivo è la più grande causa di maltrattamento animale sul pianeta.
  • Gli animali allevati industrialmente vengono in genere nutriti con alimenti commestibili come cereali, soia o pesce che potrebbero nutrire invece gli esseri umani.
  • Su una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, circa 1 miliardo di esse soffre la fame. Si prevede che la popolazione globale crescerà fino a 9 miliardi entro il 2050.
  • Se piantassimo in un campo tutte le coltivazioni utilizzate per alimentare gli animali da allevamento, arriveremmo a coprire l’intera superficie dell’Unione Europea, o la metà degli Stati Uniti.
  • Un terzo della raccolta mondiale di cereali viene utilizzato per alimentare il bestiame industriale; se fosse utilizzato direttamente per il consumo umano sfamerebbe circa 3 miliardi di persone.
  • Quasi tutta la produzione mondiale di soia viene data come mangime agli animali allevati industrialmente sotto forma di farina di soia. Se data invece alle persone, ne nutrirebbe un miliardo.
  • Gli allevamenti industriali non producono cibo, lo sprecano. Per ogni 100 calorie di cereali commestibili utilizzati come mangime per il bestiame, otteniamo solo 30 calorie sotto forma di carne o latte; una perdita del 70%. Il Report sulla Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite riconosce che i “sistemi intensivi..riducono l’equilibrio nella produzione di cibo” a livello mondiale.
  • L’allevamento intensivo fa crescere i prezzi del cibo aumentando la domanda di alimenti di base come i cereali in un periodo in cui la capacità mondiale di approvvigionamento si sta riducendo.
  • Almeno un terzo del pescato complessivo mondiale non raggiunge mai una bocca umana; una larga parte di esso viene destinata ad alimentare pesci allevati, suini e pollame.
  • Nel mondo, circa il 40% di tutto il pesce consumato dalle persone è oramai allevato e non è incluso nel summenzionato dato di 70 miliardi di animali.
  • Servono 2-5 tonnellate di pesce selvaggio per produrre 1 tonnellata di pesci carnivori da allevamento come salmone, trota e halibut.
  • Le Nazioni Unite stimano che nel mondo un terzo del cibo venga sprecato. Questo cibo costituisce il 28% dei terreni agricoli, per un valore di 750 miliardi di dollari, l’equivalente del PIL della Svizzera.
  • La sola Gran Bretagna spreca ogni anno in carne l’ equivalente di 110 milioni di animali allevati, per un valore di 2.4 miliardi di sterline.
  • Globalmente, si spreca ogni anno una quantità di carne corrispondente a 12 miliardi di animali allevati, per un valore di 486 miliardi di dollari. Questo dato include 59 milioni di bovini, 270 milioni di suini e più di 11 miliardi di polli.
  • Ogni anno viene abbattuta un’area di foresta pari alla metà della Gran Bretagna,prevalentemente per coltivare mangime per animali e allevare bestiame.
  • A livello mondiale l’industria del bestiame contribuisce al 14.5% delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo – più di tutte le nostre macchine, gli aerei, i treni messi assieme. Con l’allevamento intensivo come traino, il numero degli animali allevati è destinato a raddoppiare entro il 2050.

Malattie e salute

  • Le malattie originate dagli allevamenti intensivi costituiscono una minaccia quotidiana alla salute pubblica – si è riscontrato che le forme gravi di Salmonella, il batterio che causa intossicazione alimentare, hanno sei volte in più la probabilità di verificarsi negli allevamenti in batteria piuttosto che in allevamenti non in gabbia nel Regno Unito.
  • Due terzi dei polli in vendita in Gran Bretagna sono risultati positivi alla contaminazione da Campylobacter, una causa crescente di intossicazione alimentare. I polli, causa dell’80% delle infezioni in Gran Bretagna, sono più vulnerabili se stressati con diete povere e da condizioni tipicamente riscontrate negli allevamenti intensivi.
  • Metà degli antibiotici utilizzati nel mondo e circa l’80% di quelli usati negli Stati Uniti vengono somministrati agli animali da allevamento, principalmente per tenere lontane malattie altrimenti inevitabili negli allevamenti industriali. Questa pratica contribuisce a creare l’emergenza dei superbatteri resistenti agli antibiotici. La Direzione Generale di Medicina Veterinaria mostra che circa il 95% degli antimicrobici utilizzati negli allevamenti del Regno Unito è destinato a suini e pollame, le due specie più allevate con metodi intensivi.
  • Tenere gli animali in condizioni di intenso sovraffollamento crea un ambiente paragonabile ad una pentola a pressione per la diffusione di malattie come l’influenza aviaria altamente patogena. La FAO ha dichiarato che “globalmente, si ritiene che la maggior parte dei casi di HPAI (Influenza Aviaria Altamente Patogena) siano stati originati dalla mutazione di un virus a bassa patogenicità, derivato dagli uccelli acquatici, in un virus altamente patogeno di HPAI, attraverso il passaggio nei polli domestici. L’intensificazione della produzione di pollame, specialmente se non accompagnata da appropriate misure di biosicurezza, può favorire questo processo perché produce un grande numero di animali, vulnerabili, altamente concentrati, in cui il virus dell’influenza aviaria si apre un varco, una volta che è entrato nell’allevamento”.
  • Gli animali allevati intensivamente e alimentati a grano producono carne con una concentrazione maggiore dei poco salutari grassi saturi, con meno proteine e nutrizionalmente più povera di quella degli animali che possono pascolare.
  • Attualmente un tipico pollo da supermercato allevato intensivamente contiene circa il triplo di grassi e un terzo in meno di proteine di 40 anni fa.
  • Incentivate dall’accesso a carne di basso valore e scarsa qualità, le persone nel mondo occidentale stanno mangiando eccessive quantità di carne e la loro salute ne sta risentendo. La dieta occidentale, insieme all’allevamento intensivo, viene esportata in tutto il mondo, portando ad un’epidemia mondiale di disturbi legati all’obesità.

Risorse

  • L’allevamento di bestiame necessita di enormi quantità d’acqua – 22 vasche da bagno per un chilo di polli, 27 vasche per un chilo di suini e 90 per un chilo di manzo.
  • Fino a 2 miliardi di persone al momento stanno soffrendo per la scarsità di risorse idriche ed è probabile che questo numero cresca a 4-7 miliardi entro il 2050, ovvero più della metà della popolazione mondiale.
  • Una tonnellata di mais prodotto con l’agricoltura estensiva (alimento base per il bestiame degli allevamenti intensivi) richiede l’equivalente di un barile di petrolio per essere prodotto. L’agricoltura biologica è più efficiente energeticamente dell’agricoltura convenzionale in praticamente tutti i casi.

Ambiente e Inquinamento

  • L’impatto dell’allevamento intensivo va molto al di là dei confini del capannone in cui sono allevati gli animali; un enorme superficie di terreno è dedicata alle monocolture chimiche di cereali e soia per il mangime degli animali.
  • Alcuni dei nostri uccelli più amati sono scomparsi, specie una volta comuni nella campagna inglese come l’allodola, la tortora e, la pavoncella sono diminuite sensibilmente. Questo a causa dell’allevamento intensivo e dei cereali.
  • L’industria scozzese di allevamento intensivo di pesce ha prodotto emissioni di azoto paragonabili alla produzione di liquami di 3.2 milioni di persone. La popolazione della Scozia è di poco superiore a 5 milioni di persone.

In conclusione, si ha un allevamento intensivo laddove gli animali vengono trattati come macchine produttive piuttosto che come esseri senzienti con necessità di benessere quali sono. Comprende modalità di allevamento caratterizzate dall’uso di sistemi di restrizione (gabbie) o capannoni sovraffollati, o recinti esterni senza alcun arricchimento dove gli animali hanno la tendenza a contrarre malattie causate da questo tipo di produzione.

L’allevamento intensivo è energivoro; utilizza mangimi concentrati, intensa meccanizzazione e bassi standard lavorativi.

(Fonte ciwf)

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Mangiare insetti sarà la nuova tendenza

mangiare insetti

Gli insetti saranno il cibo del futuro? Pochi, nel mondo occidentale e soprattutto in Italia, accettano di considerare questi come potenziale componente della loro dieta. Eppure le ragioni che porterebbero a farlo sono numerose. Di fatto gli insetti sono l’alimento proteico più sostenibile, nutriente, ricco di proteine e amminoacidi essenziali, di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, fibre, di minerali e vitamine, poveri di grassi e di colesterolo. E per il momento sono alimenti non monetizzabili.

A quanto pare, l’‪‎Expo‬ di Milano sarà l’occasione giusta per promuovere, anche in Italia, il consumo di insetti. La ‪Ue‬, dal 2012, ha stanziato un fondo di 3 Milioni di ‪Euro‬ per ogni Paese della comunità europea che incentivi l’‪‎entomofagia‬ (ovvero il consumo di insetti da parte dell’uomo).

L’entomofagia, secondo un rapporto Fao, è praticata in molti paesi del mondo e soprattutto in alcune parti dell’Asia, Africa ed America Latina. Gli insetti integrano la dieta di circa 2 miliardi di persone ed hanno sempre fatto parte dell’alimentazione umana. Tra le specie che già vengono consumate ci sono coleotteri, bruchi, api, vespe e formiche, ma anche cavallette, locuste e grilli. In totale si contano circa 2000 specie commestibili.

Crescita della popolazione, l’urbanizzazione e l’incremento delle classi medie hanno aumentato la domanda globale di cibo, ed in particolare di fonti di proteine animali. Nel 2030 dovranno essere nutrite più di 9 miliardi di persone, assieme ai miliardi di animali allevati annualmente per l’alimentazione o per fini ricreativi come gli animali da compagnia.

Secondo gli esperti della Fao, uno dei modi per affrontare il problema della sicurezza alimentare e dei mangimi passa attraverso l’allevamento di insetti. Gli insetti vivono ovunque e si riproducono velocemente, presentano un alto tasso di crescita e di conversione alimentare e un basso impatto ambientale durante tutto il loro ciclo di vita. Al contrario la produzione di carne contribuisce per il 14-22% alle emissioni annuali di gas con effetto serra, più di industria e trasporti insieme. Una bistecca di 220 g costa, in termini di emissioni di gas serra, quanto fare circa 16 km con un’auto da 11 km/l, mentre gli stessi quantitativi di patata, mela, pollo e maiale costano rispettivamente 280 m, 320 m, 1,2 km e 4 km. Per non parlare dei quantitativi d’acqua necessari alla produzione di carne e dell’immisione di nitrati.

Gli insetti sono nutrienti, con contenuti molto alti di proteine, grassi e minerali. Possono essere allevati su scarti alimentari. Inoltre possono essere consumati interi o ridotti in polveri o paste ed incorporati in altri tipi di cibo. L’uso su larga scala degli insetti come ingredienti per cibi è tecnicamente praticabile e industrie presenti in varie parti del mondo sono già impegnate in questa produzione. Per esempio, l’uso di insetti come mangime per l’acquacoltura e l’alimentazione di pollame diverrà sempre più comune nei prossimi dieci anni.

Ma l’‪‎entomofagia‬  è pericolosa? Non ci sono casi conosciuti di trasmissione all’uomo di malattie o parassiti causati dal consumo di insetti (a condizione che gli insetti siano trattati nelle stesse condizioni sanitarie di qualsiasi altro cibo). Sono state segnalate reazioni allergiche che sono tuttavia comparabili a quelle nei confronti di crostacei, che sono sempre degli Artropodi. In confronto a mammiferi ed uccelli, gli insetti possono presentare meno rischi di trasmettere zoonosi all’uomo e al bestiame, sebbene questo richieda ulteriori ricerche.

La Commissione di 75 tecnici ed esperti istruita per valutare il potenziale degli insetti per la produzione di alimenti e mangimi ha indicato le seguenti aree chiave per sviluppare ed automatizzare:

1) un tipo di allevamento degli insetti vantaggioso, efficiente dal punto di vista energetico e microbiologicamente sicuro;
2) tecnologie per la loro raccolta e trattamento;
3) opportune procedure sanitarie che assicurino la sicurezza degli alimenti e dei mangimi e portino alla produzione di prodotti ad un prezzo ragionevole ed a scala industriale, in confronto alla produzione di carne tradizionale.

La proposta della Fao ha sicuramente una sua utilità ma serve anche a nascondere un fatto ineccepibile: le istituzioni deputate a combattere la fame nel mondo, che esistono da cinquanta o sessant’anni, hanno clamorosamente fallito.

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No al pignoramento degli animali domestici #giulezampe

#giulezampe

Con l’aggravarsi della crisi sono oltre 5000 mila i pignoramenti nel nostro Paese ed è già accaduto che tra i “beni” per pagare i creditori siano finiti anche animali domestici come cani e gatti. Se l’art. 514 del codice di procedura civile vieta il pignoramento dei beni che hanno valore affettivo, come la fede nuziale, per evitare forme di pressione psicologica sul debitore, non si vede come si possa invece ritenere pignorabile un animale domestico che da anni vive insieme al suo proprietario. Il pignoramento deve colpire il patrimonio del debitore e non i suoi sentimenti! In questo caso, poi, alla violenza psicologica che si opera sul proprietario si aggiunge le sofferenza che si infligge all’animale, che si sradica dal suo ambiente per destinarlo, peraltro, a non si sa quali strutture in attesa di una improbabile vendita all’asta. Solo un intervento normativo può correggere l’anomalia tutta italiana che considera gli animali d’affezione come cose, e come tali pignorabili.

“Gli animali domestici sono veri e propri membri della famiglia. Le loro esigenze e l’affetto che li lega ai loro padroni devono essere rispettati. Nel nostro ordinamento è possibile che gli animali domestici possano essere pignorati e messi all’asta. I nostri amici a quattro zampe rischiano, così, di finire nelle mani di chiunque, esattamente come succede per l’auto, la casa o qualunque altro oggetto. Con la petizione #giulezampe su change.org chiediamo al Governo italiano e ai legislatori di riconsiderare il valore degli animali domestici nel contesto del codice civile e penale con specifiche leggi che li distinguano chiaramente dalle proprietà sequestrabili e pignorabili. Un concetto di civiltà che Paesi come l’Austria e la Germania hanno già fatto proprio, affermando con legge, testualmente che gli animali non sono cose e che dunque non sono pignorabili. Ritroviamo coerenza nella legge: sia messo ben in chiaro che gli animali non sono beni! Vogliamo per una volta riconoscere il loro status esplicitamente? Almeno diamo un peso all’affetto che ci lega a loro! Un affetto che dubito nessuno che abbia un compagno di vita a 4 zampe si sentirebbe di quantificare. Rimettiamo le cose a posto: firmate la petizione“. Tessa Gelisio – ambientalista, blogger, volto di Pianeta Mare e di Cotto e Mangiato


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