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The Walker

carcere-sbarre-prigione

Ho ascoltato tutta la notte passi sulla mia testa.
Vengono e vanno. Vengono e vanno ancora per tutta la notte.
Arrivano dall’eternità in quattro passi e ritornano all’eternita’ in
quattro passi, e tra il venire e l’andare c’è
il silenzio e la Notte e l’Infinito.

Poiché infiniti sono i nove piedi di una cella di prigione, incessante e’ la marcia
di colui che cammina tra il giallo muro di mattoni e il rosso
cancello di ferro, pensando cose che non possono essere incatenate e non possono
essere chiuse a chiave, ma che vagano lontano nel luminoso mondo, ognuna
in un selvaggio pellegrinaggio verso una meta stabilita.

Per tutta la notte inquieta ascolto passi sulla mia testa,
chi cammina? Non lo so. E’ lo spettro del carcere, è il
cervello insonne, un uomo, l’uomo, l’Uomo che cammina.
Uno-due-tre-quattro: quattro passi ed il muro.
Uno-due-tre-quattro: quattro passi e il cancello di ferro.

Ha misurato il suo passo, l’ha misurato accuratamente, scrupolosamente,
continuamente, così come il boia misura la corda e il
becchino la bara: tanti piedi, tanti pollici, tante
frazioni di pollice per ognuno dei quattro passi.

Uno-due-tre-quattro. Ogni passo risuona pesante e cupo sul mio
capo, e l’eco di ogni passo suona cupo dentro la mia testa
poiché li conto nell’ansia e nel terrore: quella volta, forse, nel
cammino incessante, ci sarebbero potuti essere cinque passi al posto di quattro
tra il giallo muro di mattoni ed il rosso cancello di ferro.

Ma lui ha misurato lo spazio così accuratamente, cosi’ scrupolosamente, così
minutamente che nulla interrompe il grave ritmo della lenta,
fantastica marcia.

Quando tutti sono addormentati ( E chi tranne me sa quando tutti dormono?) tre
cose sono ancora sveglie nella notte. L’Uomo che cammina, il mio cuore
e il vecchio orologio che ha l’anima di un diavolo – poiché mai,
da quando una rozza mano dai peli rossi fece oscillare per
la prima volta il pendolo nella prigione, il vecchio orologio ticchettò
una intera ora di gioia.

Tuttavia, il vecchio orologio che segna tutto e registra ogni cosa,
e che suona il rintocco della morte, il saggio, vecchio
orologio che conosce ogni cosa, non sa il numero dei
passi dell’Uomo che cammina, né i battiti del mio cuore.
Poiché né per l’Uomo che cammina, né per il mio cuore c’è un secondo, un
minuto, un’ora o qualsiasi altra cosa che sia nel vecchio orologio –non c’è
altro che la notte, l’inquieta notte, la vigile
notte, e passi che vanno, e passi che vengono e i
selvaggi tumultuosi battiti che li seguiranno per sempre.
Tutti i suoni degli esseri viventi e delle cose inanimate, e tutte
le voci e tutti i rumori della notte ho ascoltato nella mia
ansiosa veglia.

Ho ascoltato i lamenti di lui che piange una cosa che è morta
e i sospiri di lui che cerca di soffocare una cosa che non
morirà;
Ho ascoltato i singhiozzi soffocati di uno che piange con la sua testa
sotto le grezze coperte, e i sussurri di uno
che prega con la sua fronte sulla dura, fredda pietra del
pavimento;
Ho ascoltato lui che ride di una acuta sinistra risata di follia verso
l’orrore sfrenato sul giallo muro, e verso gli occhi rossi
dell’incubo che guarda furioso attraverso le barre di ferro;
Ho ascoltato nell’improvviso silenzio di ghiaccio, lui che tossisce di
una tosse secca ed echeggiante, e ho desiderato pazzamente che la sua gola
non avesse rantolato ancora e che non avrebbe sputato sul pavimento, poiché nessun suono
fu più atroce di quello del suo sputo sul pavimento;
Ho sentito lui fare terribili giuramenti, che ho ascoltato con
riverenza e soggezione, poiché essi sono più sacri delle suppliche di una
vergine;
E ho ascoltato, cosa più terribile di tutte, il silenzio di duecento
cervelli, tutti presi da un unico, inesorabile, implacabile,
terribile pensiero.
Tutto questo ho ascoltato nella vigile notte,
e il mormorio del vento al di là dei muri,
e i rintocchi di una lontana campana,
e il doloroso canto funebre della pioggia,
e le più lontane eco della città addolorata,
e i terribili battiti, selvaggi battiti, pazzi battiti di Un
Cuore che e’ il piu’ vicino al mio cuore.

Tutto questo ho ascoltato nella tranquilla notte,
ma niente e’ più alto, più forte, più desolato, più potente o più terribile
dei passi che ho ascoltato sulla mia testa tutta la notte.
Ma paurosi e terribili sono tutti i passi degli uomini sopra questa
terra, poiché essi o discendono o salgono.

Discendono da piccole collinette e alte cime e alte quote,
attraverso strade ampie e angusti sentieri, si posano sulle nobili scale di
marmo e sulle stridenti scale di legno – e alcuni scendono verso
i sotterranei e altri verso la tomba e altri ancora giù verso le fosse della
vergogna e della scelleratezza e ancora vengono verso lo splendore di un
impenetrabile abisso, dove niente c’è all’infuori dei bianchi, fissi, spietati
bulbi oculari del Destino.
E ancora altri passi arrivano. Salgono verso la vita e verso l’amore,
verso la fama, verso il potere, verso la vanità, verso la verità, verso la gloria, verso
il patibolo, verso tutto eccetto che verso la Libertà e l’Ideale.
E tutti salgono le stesse strade e le stesse scale che gli altri
scendono; poiché mai, da quando l’uomo ha iniziato a pensare come vincere
e sorpassare il simile, altre strade e altre scale sono state
trovate.
Scendono e salgono i timorosi passi degli uomini e
alcuni zoppicano, alcuni arrancano, alcuni si affrettano, alcuni trottano, alcuni corrono-
Sono calmi, lenti, rumorosi, vivaci, rapidi, agitati, pazzi e
la loro cadenza è più spaventosa per le orecchie di colui che sta fermo
ancora.
Ma di tutti i passi degli uomini che scendono e salgono, nessuno
di loro è così terribile quanto quelli che vanno sempre diritti
sul morto livello di un pavimento di prigione, da un giallo muro di pietra
ad un rosso cancello di ferro.

Lungo tutta la notte, cammina e pensa. E’ piu’ spaventoso
perché cammina e i suoi passi risuonano vuoti sopra la mia
testa, o perché pensa e non esprime i suoi pensieri?
Ma lui pensa? Perché dovrebbe pensare? E io penso? Io ascolto solo
i passi e li conto. Quattro passi ed il muro. Quattro
passi ed il cancello. Ma al di là? Al di là? dove va lui
al di là del cancello e del muro?

Egli non va al di là. Il suo pensiero si infrange là sul cancello di ferro
forse si infrange come un’onda di collera, forse come un improvviso
fiume di speranza, ma ritorna sempre a colpire il muro come un
cavallone di impotenza e disperazione.
Cammina avanti e indietro dentro l’angusta cavità roteante di questo
pensiero sempre tempestoso e furioso. Solo un pensiero-costante, fisso
immobile, sinistro, senza forza e senza voce.
Un pensiero di pazzia, frenesia, agonia e disperazione, un pensiero
infuso di inferno, poiché è un pensiero naturale. Tutte le cose naturali sono
cose impossibili, mentre ci sono prigioni nel mondo – pane,
lavoro, felicità, pace, amore.
Ma lui non pensa a questo. Mentre cammina pensa alla cosa più sovrumana,
più inaccessibile, più assurda
del mondo:
Pensa ad una piccola chiave di ottone che gira attorno appena per metà e
apre il rosso cancello di ferro.

Questo è tutto ciò che l’Uomo che cammina pensa, mentre cammina per tutta la notte.
E quello è ciò che duecento menti soffocate nell’oscurità e nel
silenzio della notte pensano, e quello è ciò che anche io penso.
Straordinaria è la suprema saggezza del carcere che fa fare a tutti
il medesimo pensiero. Meravigliosa è la provvidenza della legge
che rende tutti uguali anche nella mente e nel sentimento. Caduta è
l’ultima barriera del privilegio, l’aristocrazia dell’intelletto.
La democrazia della ragione ha uniformato tutte le duecento menti
alla comune apparenza dello stesso pensiero.
Io che non ho mai ucciso, penso come l’assassino;
Io che non ho mai rubato, ragiono come il ladro;
Io penso, ragiono, desidero, spero, dubito, aspetto come l’assassino pagato,
come l’appropriatore indebito, il falsario, il contraffattore, l’incestuoso,
lo stupratore, l’ubriacone, la prostituta, il ruffiano, io, io che
sono solito pensare all’amore, alla vita, ai fiori, alla poesia
e alla bellezza e all’ideale.
Una piccola chiave, una piccola chiave, piccola come il mio piccolo dito, una piccola chiave di
scintillante ottone.
Tutte le mie idee, i miei pensieri, i miei sogni sono congelati in una piccola
chiave di scintillante ottone.
Tutto il mio ingegno, tutta la mia anima, tutta quella improvvisamente fluttuante e latente forza
della mia vita più profonda sono nella tasca di un uomo dai capelli bianchi
vestito di blu.

E’ grande, potente, formidabile, l’uomo dai capelli bianchi,
poiché egli ha nella sua tasca il potente talismano che fa
piangere un uomo, un uomo pregare, ed uno ridere e uno
tossire, e uno camminare e tutti restare svegli e ascoltare e pensare
lo stesso pensiero che fa impazzire.
Il più grande di tutti gli uomini, è l’uomo con i capelli bianchi e la piccola
chiave d’ottone, poiché nessun altro uomo nel mondo potrebbe costringere
duecento uomini a pensare così a lungo lo stesso pensiero. Sicuramente
quando la luce si spegne, scriverò un inno in suo onore, che
lo proclamerà più grande Mohammed e Arbues e
Torquemada e Mesmer,e di tutti gli altri maestri degli altri
pensieri dell’uomo. Lo chiamerò Onnipotente, poiché tiene
ogni cosa di tutti e di me in una piccola chiave di ottone nella sua tasca.
Tiene in pugno ogni cosa di me eccetto il ferro marchiante del disprezzo e
il “claymore”di odio per il mostruoso complotto che può
far pensare allo stesso cancello, alla stessa chiave e alla stessa
uscita sulle differenti e assolate autostrade della vita,
l’apostolo, l’assassino, il poeta e il mezzano.
Fratello mio, non camminare più.
E’ sbagliato camminare su una tomba, è un sacrilegio percorrere quattro
passi dalla lapide verso il fondo e quattro passi dal
fondo verso la lapide.
Se smetti di camminare fratello mio, non ancora per molto tempo questa resterà una tomba,
poiché mi restituirai la mia mente, che è incatenata ai tuoi
piedi, e il giusto pensare ai miei propri pensieri.
Ti imploro, fratello mio, perché io sono stanco della lunga veglia, stanco
di contare i tuoi passi, appesantito dal sonno.
Fermati, riposati, dormi, fratello mio, poiché l’alba è davvero vicina e non è
la chiave sola che può aprire il cancello.

Arturo Giovannitti


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Claudio Rossi

“Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più.” Google+

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