La Cia ti spia attraverso telefoni e smart tv

WikiLeaks, la piattaforma di Julian Assange, pubblica 8.761 documenti e file che svelano i segreti della Central Intelligence Agency statunitense e di come l’Agenzia può tranquillamente entrare nelle nostre vite, trasformando anche un innocuo televisore in un sistema che capta ogni conversazione nel salotto di casa nostra.

Materiali che nel complesso vanno dal 2013 al 2016: “la prima parte è stata ottenuta di recente e copre tutto il 2016”. Per l’organizzazione si tratta della “maggiore fuga di dati di intelligence della storia”. Continue Reading


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Panama Papers, la maxi-inchiesta che fa tremare i potenti del mondo

L’inchiesta Panama Papers, pubblicata ieri dalla Süddeutsche Zeitung in collaborazione con l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), è destinata a segnare un punto di svolta per il giornalismo contemporaneo. Per via del suo impatto e la portata dei suoi contenuti, è inevitabile che questo scoop, come già quelli di WikiLeaks di sei anni fa e lo scandalo NSA del 2013, rimarrà nell’immaginario collettivo dell’informazione, diventando uno studio di caso irrinunciabile per capire in che direzione sta andando il giornalismo investigativo in questa fase storica.

Questo avverrà anche al di là dei contenuti stessi dell’inchiesta, su cui ha lavorato un team di oltre 400 giornalisti in tutto il mondo, ma anche per via delle modalità in cui i Panama Papers sono arrivati in superficie. Di sicuro questo nuovo progetto è in continuità con il modello collaborativo-crossborder che negli ultimi anni ha consentito la realizzazione di iniziative importanti come Swiss LeaksLuxembourg Leaks e già, prima, il lavoro nato da WikiLeaks e proseguito con le testate di mezzo mondo attorno ai file del Cablegate forniti da Chelsea Manning. Eppure, i Panama Papers sembrano spingere l’asticella ancora più in alto. Ecco come: Continue Reading

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La vera storia del debito greco, costretta a comprare armi da Germania e Francia

Angela-Merkel-Grecia-spese-militari

“In un dibattito in Parlamento, il leader della coalizione di estrema sinistra (Syriza) Alavanos (Alekos, ndr) ha proposto che le spese militari fossero tagliate del 50%. Karamanlis (Kostas, ex primo ministro greco, ndr) ha rifiutato questa proposta”. Siamo nel 2009. A parlare è Daniel Speckhard, ambasciatore statunitense in Grecia. E a rivelare queste parole è Wikileaks, in un cablo non classificato, nemmeno oggi. Insomma, tra i tanti sorvegliati speciali dai servizi segreti americani, c’era anche la Grecia che, già nel 2009, stava pensando di ridurre le spese per far quadrare i conti. Alla fine, come detto, la proposta non passò: la spesa militare nel tempo è rimasta alta, anche per l’opposizione di vari organi internazionali, quegli stessi organi che oggi chiedono ad Alexis Tsipras (e ai governi precedenti) di tagliare altri capitoli di spesa.

IL DOCUMENTO
A riprova di quanto detto, un dossier pubblicato proprio in questi giorni dalla Nato e di cui La Notizia è venuto in possesso: la spesa militare greca nel 2014 ha assorbito il 2,2% del Pil (pari circa a 4 miliardi di euro). Esattamente come nel 2013. Certo, come ci dice Francesco Vignarca della “Rete per il disarmo”, “un taglio c’è stato. Si è passati dai 6 miliardi del 2009 ai 4 di oggi. Il punto però è il paragone con altri settori dove il taglio è stato più drastico, più importante. Il taglio sulla spesa militare non lo è stato. La Germania, che da cinque anni bastona sui conti greci, non ha mai chiesto di tagliare la spesa militare”. Non solo. Circa due settimane, era stata la Commissione europea ad avanzare la proposta di una risistemazione dei conti greci che prevedeva un taglio della spesa militare. Ma a bocciare la proposta ci hanno pensato prima il Fondo Monetario Internazionale e poi la stessa Nato, per bocca direttamente del segretario generale Jens Stoltenberg. Ma non è finita qui. Nella controproposta presentata ieri all’Europa da Tsipras, c’era un altro riferimento diretto alla spesa militare: taglio – questa l’intenzione del governo ellenico – di 200 milioni quest’anno e 400 milioni l’anno prossimo. Niente da fare: noi, ha detto Jean-Claude Juncker, non trattiamo più. Perlomeno fino al referendum. Insomma, continua Vignarca, “ci sono diverse istituzioni, nazionali e internazionali, che obbligano a non tagliare la spesa militare. E magari sono le stesse che dicono: tagliamo le pensioni, il welfare e via dicendo”.

IL RAPPORTO
Ma non è finita qui. È curioso, infatti, andare anche ad esaminare il rapporto pubblicato dalla Nato. Se infatti, in termini assoluti, ci sono Paesi la cui spesa militare è decisamente più alta rispetto a quella ellenica, è il rapporto con il Pil che lascia senza parole. Pochi, infatti, sono gli Stati che spendono, in relazione al prodotto interno lordo, più della Grecia. L’Italia si ferma intorno all’1%, per dire. La stessa Germania ha speso in armamenti l’1,2% del Pil nel 2014, la Francia l’1,8. Nessuno, insomma, investe (e spende) come la Grecia. Anzi, la spesa preventivata dai governi precedenti a quello di Tsipras aveva previsto, come detto, anche un ulteriore aumento per il 2015: il budget avrebbe toccato quota 4,2 miliardi, raggiungendo il 2,3%. La domanda, allora, è perché mai la spesa militare si mantenga così alta, nonostante la volontà greca di tagliare la spesa.

LA GERMANIA FA AFFARI
Proviamo a dare una risposta. Chi sono, chiediamoci ad esempio, i maggiori Paesi che fanno affari militari con la Grecia? Secondo i dati del ministero della difesa greco, tra gli altri, proprio la Germania. Strano? Forse no, se si pensa allo scandalo scoppiato tempo fa secondo cui al ministero della difesa greco venivano pagate mazzette (per 18 milioni) per “incoraggiare” l’acquisto di sottomarini Poseidon, carri armati Leopard 2A6 Hel, missili Stinger e i caccia F-15. Chi li produce? La Krauss-Maffei Wegmann. Tedesca, manco a dirlo.

(Fonte lanotiziagiornale)

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La Wikileaks dei grandi evasori fiscali

La Wikileaks degli evasori

Pubblico l’appello dell’avvocato di Hervé Falciani, William Bourdon, del direttore del giornale online Edwy Plenel e del direttore del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi Gerard Ryle per la creazione di una piattaforma informatica che raccolga e protegga le denunce che ‘lanciatori di allerta’ in tutto il mondo forniscono per lottare contro l’evasione di capitali. Intervento pubblicato in Italia dal Fatto Quotidiano, in Francia da Le Monde e prossimamente in Spagna da El País.

Il marchio di fabbrica del dispositivo per attentare alla vita privata in nome della lotta contro il super-terrorismo o per dissimulare i profitti ottenuti attraverso operazioni fraudolente od opache, è il segreto. Edward Snowden ha fatto cadere la maschera sul meccanismo universale che le tecnologie più sofisticate permettono (controllate dagli americani) e che hanno permesso agli Usa di ascoltare simultaneamente e in tempo reale miliardi di conversazioni telefoniche ed elettroniche. La cupidigia del settore bancario ha portato alcuni personaggi a ottenere, spesso in modo diabolico, l’impunità di chi considera che la logica dell’arricchimento giustifichi l’aggiramento di leggi e principi. In contrappasso è la coscienza sempre più viva dei cittadini di tutto il mondo che non ammettono più che chi è responsabile dell’interesse generale li sacrifichino per vantaggi personali. È questa convinzione che ha portato i cittadini a sentirsi ovunque nel mondo avvocati, a divenire scudo dell’interesse generale quando si rendono conto che sono minacciati. Nelle grandi società europee scandali hanno colpito diverse personalità coinvolte in casi di conflitto di interesse, clientelismo e che hanno fallito nella missione della difesa dell’interesse pubblico. Certo, in Francia, come altrove, sono state varate leggi per proteggere i lanciatori di allerta contro i rischi di rappresaglia. Ed è pur vero che si è sviluppato un movimento che ha portato i cittadini a uscire dall’ombra per opporsi all’idea, favorita spesso anche dai media, che giustifica la trasgressione alle regole per la difesa dell’interesse comune. Per quante leggi si possan votare, sappiamo che i meccanismi del potere espongono sempre a rischi chi vuole denunciare comportamenti o procedure che nuocciono all’interesse generale. Il possibile arbitrio dei dirigenti contro i dipendenti che vogliono divulgare informazioni su storture e magagne di un’azienda o di un’amministrazione non può essere impedito soltanto da un pur efficace codice del lavoro. Molti potenziali lanciatori d’allerta vivono in paesi senza traccia di leggi che li tutelino. Anche in luoghi come il Lussemburgo vige la legge dell’omertà che si rivela più forte di quella della giustizia. E nei paesi poveri o emergenti non c’è alcun meccanismo giuridico che difenda chi denuncia, con l’aggravante del rischio della persecuzione anche politica. Sappiamo che è soprattutto nelle cleptocrazie che i militanti anti-corruzione sono talvolta minacciati allo stesso modo di coloro che si ergono contro tiranni sanguinari. E ricordiamoci che è nei paradisi fiscali che l’ingegneria finanziaria, garantita da consulenti e legulei, raggiunge il suo apogeo. È lì che si nascondono in un intreccio di società paravento, talvolta occultate su Internet, i patrimoni di coloro che continuano a imbrogliare il fisco. Crediamo dunque che i lanciatori di allerta debbano beneficiare di un orecchio, di un ascolto qualificato e competente che gli fornirà una via d’uscita, che permetta di rendere pubblica l’informazione in loro possesso o, meglio, aiutarli a prevenire i rischi e sfuggire alle possibili rappresaglie. Abbiamo dunque deciso di creare una piattaforma di protezione dei lanciatori di allerta. Permetterà, attraverso un gruppo di giuristi e giornalisti, di fornire in qualsiasi momento consigli a beneficio di chi, sensibile per un mondo migliore, o nauseato per quel che gli viene richiesto di fare, si vorrà opporre alla disumanizzazione di coloro che ci controllano. Se da una parte nessun consiglio o condivisione d’informazioni potrà essere usata inizialmente perché legata a rivelazioni anonime, d’altro canto si dovrà anche garantire la sicurezza di chi vorrà uscire dall’ombra. La piattaforma funzionerà in collegamento con le ong che vorranno contribuire a creare questo strumento indispensabile per rivelare i buchi neri dei mercati e degli Stati, avvelenatori del bene pubblico.

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