La classifica dei brand più influenti in Italia

Top brand in Italia

Quali sono i brand più influenti in Italia? La società di ricerche di mercato Ipsos ha presentato i risultati di “The Most Influential Brands”.

Si tratta di uno studio condotto in 19 paesi, e in particolare in Italia, dove è stato intervistato online un campione rappresentativo di 4.000 adulti, per comprendere l’impatto delle marche sulla nostra vita quotidiana. Le categorie coinvolte nell’indagine includono: food, automotive, travel, device, retail, digital-social, sport-fashion, tv & entertainment, telco, banking – insurance, QSR & supermarket, alcoholic drinks, soft drinks, editoria, coffee, utilities e betting. Continue Reading


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Le applicazioni più usate dagli italiani

applicazioni più usate

Sono 27 milioni gli italiani, su 37,5 milioni connessi alla rete, che hanno usato almeno un’applicazione per navigare, con una crescita del 19% rispetto a gennaio 2015, ciò significa che le app sono fondamentali per la crescita di internet in Italia.

L’app più amata è WhatsApp con 18,4 milioni di utenti sempre più inclini a sostituire gli SMS con l’instant messaging (+19% durante gli ultimi 12 mesi). Al secondo posto i servizi di Google, apprezzate da 15,5 milioni di persone.

Tra i servizi di messaggistica si conferma un’affezione ancora alta per Skype, proprietà di Microsoft, che cresce del 17%, conquistando 5,3 milioni di persone. In forte ascesa (+12%) anche l’app di Facebook, scelta da 14,2 milioni di utenti. Sempre più apprezzata Instagram con una crescita del 200%, Twitter del 110% e Facebook dell’80%.

L’app più usata per gli acquisti è quella di Amazon, scelta da 4 milioni di persone (+37%). La sorpresa è sicuramente Libero.it, portale scelto da 3,2 milioni di italiani con un’impennata secca del 43% su base annua.

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Le app di messaggistica più difficili da spiare

encrypted chat

Dopo lo scandalo della Nsa sono nate le chat criptate: utilizzano un sistema end to end che non conserva i messaggi scambiati fra gli utenti. L’ideale per chi deve o vuole nascondersi.

È probabile che le chat criptate vengano usate per attività illecite ma è anche vero che molti utenti le utilizzano per parlare con amici o colleghi perché sono stufi di essere spiati ingiustamente dalle varie organizzazioni oppure perchè non sono liberi di esprimersi a causa delle varie censure.

L’Electronic Frontier Foundation (EFF), un’organizzazione no-profit che difende le libertà civili nel mondo digitale, ha stilato una classifica delle app di messaggistica più difficili da spiare, in base a sette requisiti, che vanno dalla crittografia in tutte le fasi della comunicazione fino alla possibilità di verificare con chi si sta comunicando.

SECURE MESSAGING SCORECARD1. I dati vengono criptati in transit?
2. I dati vengono criptati in modo tale che il service provider non possa leggerli?
3. È possibile identificare la vera identità dei contatti?
4. Il provider mette in pratica quello che è conosciuto come perfect forward secrecy, in italiano “segretezza in avanti” (il che significa che le crypto-chiavi sono temporanee e una chiave rubata non decritterà le comunicazioni esistenti)?
5. Il codice del service provider è open-source e disponibile ad un’analisi pubblica?
6. Le procedure di implementazione crittografiche ed i processi sono documentati?
7. È stato sottoposto ad un audit indipendente negli ultimi 12 mesi?

Oltre a Telegram e Signal, a soddisfare tutti i requisiti ci sono altre chat come CryptoCat, Silent Phone, RedPhone e TextSecure. App come BlackBerry Messenger, Skype o WhatsApp ne soddisfano al massimo due.

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Il futuro dei media e di internet è in Africa

Internet-Africa

L’Africa è una delle realtà più promettenti nel campo dei media grazie a un mercato ricco di opportunità e foriero di innovazioni. Questo argomento è stato un temi dei temi in discussione alll’ottava edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Un miliardo di abitanti e 800 milioni di sim in circolazione. Con il 50% dei cittadini connessi a internet attraverso la rete mobile, usata anche per i pagamenti e trasferimenti di denaro, e una prospettiva di crescita degli investimenti nelle infrastrutture che raggiungeranno i 1,5 miliardi di dollari entro il 2015. Senza dimenticare la radio, ancora primo strumento di informazione in Africa, “tanto che rimane l’applicazione più scaricata sugli smartphone”, secondo Amadou Mahtar Ba (Senegal), fondatore della piattaforma AllAfrica e dell’Africa Media Initiative.

In Kenya, durante le elezioni presidenziali del febbraio 2013, la campagna elettorale si è animata su internet come mai prima di allora. Il primo dibattito in tv tra i candidati è stato un successo anche in rete, dove i cittadini hanno potuto seguirlo in diretta su YouTube e ha affrontato temi che erano stati scelti tra più di cinquemila domande proposte online.

È sicuramente difficile fare un discorso generale su un continente che comprende 54 Stati dalle storie diversissime e con una superficie totale di 30 milioni di chilometri quadrati. Possiamo però individuare alcuni trend comuni nei paesi subsahariani, ieri in coda in ogni classifica sullo sviluppo e oggi tra le economie più vitali al mondo.

La prima parola d’ordine è dunque crescita: l’Africa è un continente sempre più popoloso e per questo sempre più giovane. La popolazione, inoltre, sta diventando sempre più ricca grazie alla maggiore accessibilità delle risorse e alla straordinaria crescita economica di alcuni paesi chiave come il Kenya: nel suo intervento Mark Kaigwa, fondatore di Nendo, sottolinea come la classe media in Africa sia addirittura più ampia che in Cina.

Secondo Justin Arenstein, ex giornalista e ora imprenditore nel campo dei media in Sudafrica, la forza del giornalismo africano sta nella sua vicinanza al pubblico. I media africani, infatti, cercano costantemente un contatto diretto e provano davvero a capire quali siano le paure dei cittadini: l’aspirazione è quella di migliorare concretamente le loro vite fornendo strumenti che aumentino la democrazia e l’accesso alle risorse. Arenstein aggiunge che è “lontano dalla pornografia dei dati che si sviluppano strumenti nuovi”: a fonti inaccessibili e limiti tecnologici, il Ghana risponde con reportage realizzati a partire dalle segnalazioni via sms dei lettori e il team AfricanSkyCAM in Kenya investe in progetti all’avanguardia come l’utilizzo di droni per raccogliere più notizie. Niente di più diverso dal giornalismo tradizionale occidentale, oggi sommerso da un ammasso ingestibile di dati, e in cui il mercato è saturo. In Africa invece, anche se solo il 20% della popolazione è attualmente consumatrice di notizie, i numeri non potranno che aumentare data la continua espansione dell’accesso a Internet nelle case e lo sviluppo tecnologico più in generale.

Protagonista di questo sviluppo tecnologico sono i cellulari: l’Africa ospita un mercato telefonico in grande crescita con circa 800 milioni di sim in circolazione per un miliardo di abitanti. La diffusione di Whatsapp in Africa è, secondo Mark Kaigwa, uno degli aspetti più promettenti nel campo dell’informazione: senza la necessità di iscrizioni o login, come su Facebook e Twitter, quest’app è uno straordinario strumento di comunicazione tra pubblico e redazioni. Uno show televisivo keniano, ad esempio, invita il pubblico a inviare foto di automobilisti che commettono crimini stradali per sbeffeggiarli in onda. Nel 2013, inoltre, le elezioni presidenziali e l’attacco al Westgate hanno dimostrato che il legame tra i media e il loro pubblico è sempre più solido. In entrambi i casi, infatti, il coinvolgimento dei kenioti, che hanno inviato foto, aggiornamenti live o opinioni ha dimostrato che è possibile informare in modo diverso.

La sfida per i media africani, secondo Amadou Ba, CEO dell’African Media Initiative, “è ora quella di puntare non solo sullo sviluppo tecnologico ma anche su una rinnovata etica giornalistica per avere maggiore impatto sul pubblico e garantire qualità”.

Qui il video integrale della discussione.

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