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Terza Guerra Mondiale? Una manna per gli speculatori di Wall Street

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Verso metà mattina di venerdì 15 agosto è arrivata la notizia che l’Ucraina aveva “distrutto parte di un convoglio russo”. Immediatamente  il mercato azionario ha perso quasi 200 punti, i Buoni del Tesoro sono stati offerti a 10 punti di meno, il petrolio è aumentato e l’oro, che aveva perso oltre 20 dollari, è tornato subito al prezzo precedente.

Voglio ricordare che la vendita”, che ha fatto scendere il prezzo dell’oro era una vendita del valore di due miliardi di dollari di futures COMEX.  Diciamo che DUE MILIARDI DI DOLLARI equivalgono alla produzione di poco più di una settimana delle miniere d’oro di tutto il mondo.

Anche in questo casochi” dovrebbe mai vendere il proprio prodotto in questo modo e, tra l’altro, piazzandolo al prezzo peggiore della settimanaQuello che farebbe ridere veramente è che non hanno venduto “oro“, ma soltanto Futures COMEX.

Comunque questo giochetto finirà presto, appena cioè, il prezzo di scambio di Shanghai si riallineerà al 100% del prezzo dell’oro reale. La Cina ha diversi precedenti in questo tipo di gioco duro e dovrei dire con le sanzioni “fisiche” per aver commesso reati finanziari, per aver ” venduto qualcosa che non esiste”. Su quest’ultima osservazione di “vendite nude a breve termine”, oggi però non ho voglia di scrivere niente.

L “annuncio” della distruzione di un convoglio russo aveva tutta l’aria di essere la scintilla per la Terza Guerra Mondiale.  Appena ho sentito la  “notizia” e ho visto la reazione dei mercati, il mio primo pensiero è stato “questo è l’inizio”.  Se fosse stato vero, la situazione avrebbe già fatto una escalation in qualsiasi campo. L’ escalation sarebbe certamente stata militare ma anche finanziaria.  Che cosa è successo veramente? Siamo arrivati a qualche giorno dopo e che cosa sappiamo veramente ?

Il convoglio russo è stato distrutto o no? Almeno c’era un convoglio russo in terra ucraina o no? E’ stata distrutta qualcosa o no? 

Secondo  The Telegraph del 14 agosto, il titolo diceva  chiaro: “L’ Ucraina distrugge parte di un convoglio russo” e due giornalisti inglesi hanno “visto di persona” che il convoglio militare attraversava il confine.

C’è qualche fotografia ? Quei giornalisti non avevano nemmeno una macchina fotografica ? E’ possibile ma non è probabile, ma certamente dovevano avere dei telefonini, ovvio ? E allora dove sono le foto?

Non ho visto nemmeno una foto che mostra che i veicoli siano stati distrutti alla luce del sole, dopo il preteso attacco.  La Russia nega, sia di aver mandato dei veicoli sul suolo ucraino, sia che qualche suo veicolo sia stato  distrutto.  Eppure perfino il Presidente dell’Ucraina giura che il fatto è successo!

Cosa è successo davvero, se è successo?  Zerohedge è arrivato al punto di speculare che l’Ucraina possa avere perfino sparato alle proprie unità.

Ancora una volta devo chiedermi, proprio come feci dopo l’abbattimento dell’aereo di linea della Malesia caduto il mese scorsodove sono le immagini dei satelliti? La Russia dice di non averle perchénon ce ne sonola Casa Bianca ha twittato che non può confermare che il convoglio sia stato distrutto“. Chi è che deve presentare le prove, in un modo o nell’ altro, di quello che è successoErasolo un’altra false flag che doveva servire per far cominciare la guerra ma che è andata storta e che non ha funzionato?

Spero che sia chiaro quanto tutto ciò sia grave.

Purtroppoio posso dare solo il mio parere su quanto sta accadendo”. A mio parereWashington sta facendo tutto e tutto il possibile per far cominciare una guerraQuesta guerra, naturalmente,finirà per andare contro gli interessi di Cina e RussiaMa questa guerra “si può vincere“?

No, non si può vincere, e il pericolo maggiore è che finiremo per infilarci in un conflitto nucleareMa perché?  Perché diavolo sembra che gli USA vogliano infilarsi in una guerra?

Ci sono diversi motivi  e tutti si ricollegano sempre al dollaro e alla potenza che deriva dal poter emettere una “valuta di riserva”. Per prima cosa, è mia opinione che Washington abbia capito che il gioco sta per finire. L’economia non ha modo e non può essere spinta a ripartire perché è aggravata da un debito troppo alto. Credo anche che siamo arrivati al capolinea dove non è più possibile tenere oro e argento nascosti sotto un cappello, e credo che il metallo che servirebbe a copertura sia quasi esaurito. Credo anche nella consapevolezza di tutti che ci sia rimasto molto poco per dare sufficienti garanzie, con una nave che è quasi affondata. Nemmeno le bugie più eclatanti sui numeri dell’economia riescono più ad essere appoggiate da qualcuno. Dobbiamo ricordarci che solo la “fiducia” può riuscire a mantenere alto il valore del “Fiat money” .  E’ solo questa mancanza di fiducia che Washington sta cercando di nascondere o di sviare dalla nostra attenzione.

E’ mia opinione che dovremo arrivare al punto in cui servirà un capro espiatorio e dovremo nascondere tutte le tracce di sporco del passato. Il sistema del dollaro è uno “schema Ponzi” che non può andare avanti da solo senza che ci sia qualcosa su cui poggiare, che giustifichi una “causa”. Tutto il processo di cui parliamo, sono sicuro è basato sul fatto che se cominciassimo una guerra e “we win- se vincessimo noi”, il dollaro potrebbe essere “imposto” a forza su tutto il mondo.

E  “If we lose?- se perdessimo-noi?”

Allora si darà tutta la colpa al caos dell’economia, ai mercati che sono crollati, alla banca che ha chiuso e al valore dei soldi è svanito nel baratro del potere d’acquistoNon avrà più nessuna importanza il fatto che finora abbiamo creato dei deficit selvaggi, che abbiamo stampato denaro e che abbiamo fatto quanto la storia ci sempre mostrato che sarebbe stato imprudente esconsideratoUna guerra servirebbe (così sperano lorocome una distrazione dal caos finanziario. Io credo che loro pensino che la gente sarà tanto presa dai propri problemi da non aver nemmeno tempo di cercare di capire chi è stato ad aver ideato questa grande truffa. Se questa storia funzionasse/funzionerà o meno è tutta un’altra questione.

E’ mia opinione che tutto il mondo conosca tutto quello di cui abbiamo parlato e che, per questo, stia per lasciare soli gli Stati Uniti. Quello che abbiamo fatto per far cominciare una guerra ha eroso tutta la fiducia nella nostra moneta.

“La fiducia” era tutto quello che era rimasto e con cui abbiamo potuto vivere per anniSembra che più ne perdiamo, più “facciamo di tutto” per credere di poterla mantenere con quelle tattiche dibullismo che sono servite solo per allontanare ancora di più la poca fiducia che era rimastaCome ho scritto la scorsa settimanastiamo “buttano all’aria il tavolo a calci” perché non abbiamo più altre scelte. Cominciare una guerra non sarà nient’altro.

Quanto sopra è stato scritto nel fine settimana. Ora siamo arrivati a lunedi mattina [18 agosto] e non è successo ancora niente”. Non è successo niente quindi possiamo dimenticarci tranquillamente di tutto quello che ho scritto e non pensarci più! Infatti anche le notizie di venerdì scorso ormai sono state dimenticateQuello che nessuno  deve dimenticare è il fatto che venerdì scorso sono state  date delle “notizie completamente false”. A che cosa dovremmo credere la prossima volta”? Perché ci sarà una prossima volta, possiamo contarci e sfortunatamente continuerà ad esserci una “ prossima volta” fino a quando si raggiungerà quello che vogliono, che poi sarebbe la guerra, come era scritto nel copione.

(Fonte comedonchisciotte – traduzione Bosque Primario)


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Ottantatre anni dopo….quante analogie

La data del 24 ottobre 1929, di cui ricorre oggi l’ottantatreesimo anniversario, ai molti apparirà priva di significato. Nessuna nascita o morte eccellente, nessun inizio o fine di conflitto più o meno mondiale e neanche una scoperta o invenzione che avrebbe fatto sussultare il mondo scientifico. Nonostante ciò, quel lontano giovedì d’autunno avrebbe segnato un costante punto di riferimento per chiunque si fosse avvicinato allo studio della storia, dell’economia ed ai complessi meccanismi che sovrintendono alla sfera più specificatamente finanziaria.
La borsa newyorkese di Wall Street, già allora tempio della finanza, quel giorno fu protagonista di uno spettacolare crollo, che investì l’intero sistema economico statunitense, destinato a scolpirsi nella memoria collettiva non solo americana. Molteplici furono gli elementi che concorsero al tonfo della borsa di oltreoceano.
A partire dalla fine del XIX secolo il tessuto socio-economico americano fu oggetto di una rapida trasformazione; nacquero grandi imprese industriali e bancarie, primarie case automobilistiche e, con esse, la classe salariata, che progressivamente si sarebbe affermata a partire dall’inizio del Novecento. La rapidità di tale ascesa, però, conteneva in sé i germi della sua fragilità.
La promozione di questa nuova classe sociale e la sua irruzione nel (fino ad allora) ristretto novero degli investitori finanziari determinò un forte incremento dei volumi borsistici di scambio e dei relativi corsi. L’indice Dow Jones raggiunse il suo massimo storico il 3 settembre 1929 a 381 punti (1926 = 100), con un guadagno del 340% rispetto al 1923. Il biennio 1928-29 fu caratterizzato da una vera e propria febbre speculativa: la borsa, o meglio l’insieme delle negoziazioni che vi si conclusero, aveva perso il contatto con la realtà. Era, quindi, inevitabile che, non appena fosse venuta meno la fiducia nel valore delle azioni, la spirale delle vendite avrebbe preso il sopravvento e, con essa, il crollo dei prezzi. Cosa che puntualmente accadde.
Gli effetti moltiplicativi della recessione, infatti, non furono più fronteggiati, come nel secolo precedente, dal predominio nel mondo della finanza di una classe imprenditoriale insensibile alle fluttuazioni tipiche del settore, ma accentuati dal comportamento emotivo e dalla fragilità psicologica della nuova tipologia di investitori. A questo scenario interno si aggiunsero altri fattori, riconducibili ad equilibri politico-economici internazionali, che contribuirono a determinare la dinamica ribassista: il 13 novembre l’indice Dow Jones cadde a 198 punti e a dicembre il livello medio dell’indice fu pari a 147 punti.
Gli Stati Uniti, che nel 1918 si trasformarono da paese debitore netto in creditore netto in conseguenza del rapido aumento dell’eccedenza delle esportazioni e degli ingenti prestiti concessi agli Alleati, erano divenuti una primaria potenza economica proprio nel momento in cui l’Europa, da poco uscita dall’esiziale primo conflitto mondiale, era ancora alle prese con le sue devastanti conseguenze politiche, sociali ed economiche. La Germania, abbandonata al suo destino dalla miopia delle potenze vincitrici (soprattutto della Francia, che nel 1923 arrivò persino ad occupare la Ruhr), era allo sbando ed in preda ad una spaventosa inflazione che travolse direttamente la sua moneta ed il suo sistema bancario.
In Inghilterra, il 21 settembre 1929 il governo autorizzò la Banca centrale a sospendere i pagamenti in oro e nel 1931 Londra abbandonò il gold standard. Anche altri Paesi europei, come l’Austria, attraversavano anni di forte depressione e di domanda interna molto debole. Nel maggio del ’31, ad esempio, la Creditanstalt di Vienna, una delle banche più grandi ed importanti dell’Europa centrale, sospese i pagamenti.
Il crack del ’29 fu determinato da molteplici cause strutturali e contingenti che si annodarono ed alimentarono reciprocamente e sulle quali, dopo oltre ottant’anni, non c’è generale consenso. Un posto d’onore tra esse spetta tuttavia al politicamente dissennato oltranzismo degli Stati Uniti dimostrato sulla cruciale questione dei debiti vantati verso gli alleati europei e delle proibitive riparazioni in contanti e in natura dei danni di guerra imposte alla Germania dal Trattato di Versailles.

Gli alleati europei, al termine delle ostilità, si aspettavano che i debiti sarebbero stati cancellati, considerando anche il modesto contributo in uomini e in materiali apportato dagli Stati Uniti allo sforzo bellico. Ma gli Americani vedevano nei prestiti una iniziativa commerciale. Se la Germania non avesse pagato le cosiddette riparazioni ai vincitori, questi ultimi, debitori degli Stati Uniti, non avrebbero mai potuto onorare i propri debiti verso Washington. L’insistenza degli statisti americani di trattare ogni posizione isolatamente dalle altre invece di riconoscerne le reciproche relazioni fu uno dei fattori che negli anni Venti determinò le tensioni legate alle compensazioni valutarie tra Stati. Quando nel 1928 banche ed investitori americani limitarono gli acquisti di titoli tedeschi (l’afflusso di fondi dall’America alla Germania era stato il solo modo per favorire la regolarizzazione delle numerose pendenze internazionali) per investire la propria liquidità sul mercato azionario domestico, iniziò una spettacolare ascesa che alimentò la bolla speculativa. Anche segmenti di popolazione di condizioni modeste tentarono l’avventura in borsa. E fu il disastro.
Al grande crollo seguì la grande depressione: una fase che negli Usa non fu superata neanche con il New Deal di Roosevelt e con la legge forse più caratteristica dell’intero periodo, il National Industrial Recovery Act. Il New Deal non fu efficace nell’affrontare la depressione. Il risanamento industriale fu deludente. Nel 1937 l’economia entrò in una nuova fase di recessione e l’obiettivo del pieno impiego fallì.
Gli Stati Uniti, al momento dell’entrata in guerra a fine 1941, contavano oltre sei milioni di disoccupati (benché fossero quindici quando, nel marzo 1933, Franklin Delano Roosevelt entrò in carica come presidente).
Fu necessaria la Seconda Guerra mondiale affinché l’economia statunitense avviasse un persistente circolo virtuoso di alta domanda aggregata, assorbimento della disoccupazione, aumento dei redditi e soprattutto di egemonia del dollaro. Un dominio planetario del biglietto verde sancito nel luglio del 1944 a Bretton Woods dove la tesi del ministro del Tesoro americano Whites (sistema di parità fisse tra monete basato sulla convertibilità del dollaro in oro) ebbe la meglio su quella di Keynes (creazione di una moneta artificiale, il “bancor”, accettata da tutti i membri aderenti all’unione valutaria utilizzabile a saldo dei debiti esteri).
Una difficile posizione – quella di Keynes – che si poneva in coerente linea con le sue predizioni di Versailles e a forte distanza da quelli che furono gli interessi egemonici di Washington sulla vicenda della interrelazione tra debiti e riparazioni di guerra che aveva trascinato le economie di mezzo mondo sull’orlo della bancarotta. E che, proprio per questo, doveva uscire perdente a Bretton Woods.

(Fonte rinascita)

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Video Michael Douglas testimonial contro i reati finanziari

L’Fbi sceglie Michael Douglas come testimonial per la nuova campagna contro i reati finanziari, proprio lui che interpreto Gordon Gekko, nello storico film di Oliver Stone ‘Wall Street’ del 1987,un personaggio della finanza corrotto ed avido che si arricchiva truffando investitori innocenti.

La nostra economia dipende sempre più dal successo e dall’integrità dei mercati finanziari. “Se un affare sembra troppo buono per essere vero, probabilmente lo è” dice Douglas.

Insider trading indica il reato di abuso di informazioni privilegiate, ossia lo sfruttamento di notizie non ancora pubbliche, concernenti, direttamente o indirettamente, uno o più emittenti di strumenti finanziari o uno o più strumenti finanziari, quando tali notizie, se rese pubbliche, avrebbero potuto influire in modo sensibile sul mercato finanziario. Lo sfruttamento di informazioni non ancora disponibili al pubblico consente all’insider negoziazioni che modificano il fattore di rischio che grava sui rimanenti investitori, alterando sia la posizione di parità degli operatori economici, sia la trasparenza dei mercati mobiliari e la fiducia degli investitori quale condizione di crescita economica. Problema attualissimo in Italia e nel Mondo.

Ciao sono Michael Douglas nel film Wall Street interpretavo Gordon Gekko un personaggio della finanza corrotto ed avido che si arricchiva truffando i risparmi di investitori innocenti, il film era fiction, ma il problema è reale. La nostra economia dipende sempre più dal successo e dall’integrità dei mercati finanziari. Se un affare sembra troppo buono per essere vero, probabilmente lo è.

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