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Gli angeli dell’Ebola

infermieri Ebola Time

Ogni fine anno la rivista Time incorona la personalità dell’anno attraverso l’omaggio di un’apposita copertina. Ad aggiudicarsi la dedica del settimanale americano in questo 2014, ormai agli sgoccioli, sono gli infermieri che stanno combattendo contro la minaccia rappresentata dal virus Ebola nelle zone funestate dall’epidemia nell’Africa sub-sahariana e che, più di ogni singolo politico o esponente dello star system, identificano con il loro sacrificio uno spirito umano che, mai come in questo periodo, necessita di eroi e di esempi positivi. La testimonianza degli enormi sacrifici compiuti dagli infermieri che stanno combattendo una battaglia “non con armi scintillanti, ma con il cuore degli eroi”, di  Alessia, infemiera di Medici Senza Frontiere, di ritorno dalla Liberia.

Ebola… Ebola con la E maiuscola… il solo nome porta subito alla mente pensieri eIl rischio, la paura, la speranza. immagini che richiamano morte, sofferenza, dolore, tanta paura… anzi… terrore.

Per me che lavoro e mi muovo da anni tra le malattie infettive, come infermiera, Ebola è una malattia di cui si sa poco, Ebola è un virus che causa una febbre emorragica, Ebola è Africa. Medici senza Frontiere mi fa sapere che quella è la mia destinazione: Africa occidentale e per la precisione Monrovia, la capitale della Liberia.

La prima emozione è l’eccitazione per la partenza. Finalmente torno in missione, è un anno e mezzo che sono ferma a Roma e torno nel paese da dove ho cominciato la “carriera” come operatrice di MSF. Era il 2011. Poi, siccome da mesi leggo, m’informo e seguo l’andamento dell’epidemia, comincio a realizzare che stavolta sarà diverso; troverò un’altra Liberia ad aspettarmi.

Le due settimane prima della partenza le passo tra dati, reportage, articoli scientifici e notizie sull’arrivo dell’Ebola nel mondo occidentale. I numeri che leggo su Monrovia non mi invogliano certo a partire: migliaia di casi, morti e un contagio che non si riesce a controllare. Un mio collega, Roberto, appena tornato, mi racconta che la situazione nel nostro centro di trattamento è disastrosa: la gente muore fuori dai cancelli perché non ci sono più posti.

E allora la paura per il rischio di contagiarmi comincia a insinuarsi tra le pieghe della mia pelle, ma la tengo a bada, cosciente del fatto che un po’ di paura a volte è sana e ti aiuta a conservare una sorta d’istinto di sopravvivenza. Il 15 ottobre parto da Roma, Fiumicino, con il mio zaino pieno di parmigiano, tarallucci, cioccolata, tanti calzini (scoprirò sul campo la loro utilità), blocchi di carta da disegno e tanti colori per i bambini ricoverati.

Monrovia, Elwa 3 e Chimo

Atterraggio senza problemi. Sono le 2 di notte, Monrovia dorme. Il giorno dopo, stanca per il lungo viaggio e disorientata da tutto ciò che di nuovo mi circonda, metto finalmente piede nel più grande centro per il trattamento dell’Ebola mai costruito: Elwa 3. È una struttura enorme, 240 posti letto tra qualche settimana; per ora ne utilizziamo 120 che sono tutti occupati al mio arrivo. Sono un’infermiera, ma qui il mio ruolo è quello di supervisionare lo staff liberiano che lavora con noi (più di 1000 persone) e fornirgli una formazione continua affinché i nostri pazienti possano ricevere un’assistenza di qualità. Cerco di trovare una mia dimensione tra le migliaia di persone che si muovono tra gli ingranaggi di questa “macchina” e cerco di scolpire nella mia mente due concetti  base, che da questo momento ripeterò a me stessa un’infinità di volte: “Stay safe and wash your hands”. Qui è necessario sentire i nostri limiti sia fisici sia psicologici: se non si è in grado di farlo si rischia il contagio o si rischia il burn out. Ed è con Chimo che sperimento i miei di limiti.

Chimo è uno dei tanti orfani che l’Ebola ha “messo al mondo”.  Lo ricoveriamo nella zona dei confermati, dove ci sono i pazienti risultati positivi al test per l’Ebola. Il suo letto si trova sotto una tenda che diventa una fornace quando il sole è allo zenit e qui siamo all’Equatore. Mi preparo a entrare nella “zona ad alto rischio”, di contagio naturalmente, indossando un tutone giallo, due mascherine, il cappuccio, il pesante grembiule di plastica, due paia di guanti e gli occhialoni simili a una maschera da sub. Il caldo estremo, i movimenti, la visuale limitata e il rischio non ci rendono la vita facile. Entro con due medici e un’infermiera liberiani e con il mio collega statunitense. Ci dirigiamo prima dai pazienti più gravi, quelli che manifestano i sintomi più pesanti della malattia: vomito, diarrea a volte misti a sangue. Chimo fa parte di questa schiera di pazienti. Quando ci fermiamo davanti al suo materasso sta dormendo, ma non è il sonno sereno di uno bambino; è un sonno inquieto, indotto dall’estrema fatica che l’Ebola ti trasmette. Respira male, Chimo.

Io e Dan, il mio collega, ci avviciniamo a lui. Vogliamo vedere se reagisce: cominciamo a chiamarlo per nome. Non si muove. Con difficoltà, dovuta al nostro “bizzarro” abbigliamento, ci chiniamo su di lui e proviamo a farlo sedere sul suo lettino. È infastidito, ma accenna un’apertura degli occhi. Spaventatissimo davanti alla visione di “marziani” gialli si dimena ma in fondo è un buon segno, significa che ha ancora delle energie. Chiedo all’infermiera liberiana di tranquillizzarlo, parlandogli con il suo accento (il mio inglese con accento fortemente italiano probabilmente sarebbe stato incomprensibile).

La disidratazione gli ha creato tanti piccoli tagli sanguinanti sulle labbra. Chimo deve bere, altrimenti come tanti altri non ce la farà. Nel frattempo ci accorgiamo che si è sporcato la tuta. Con tante precauzioni e dolcezza nei movimenti, perché Chimo prova dolore, lo puliamo. Ci sono tanti pazienti, ma lui è tra i più gravi ed è un bambino. Il nostro obiettivo è farlo bere, di continuo. Riuniamo tutto il nostro staff e spieghiamo chiaramente che tutti gli operatori che a turno entreranno dentro la zona ad alto rischio per le diverse attività, dovranno provare in tutti i modi possibili e immaginabili a dare acqua e sali minerali a Chimo. Chiediamo anche agli altri pazienti di aiutarlo, ma nella tenda, accanto a lui, ci sono troppi pazienti critici che non hanno nemmeno la forza di badare a se stessi. Comincio a provare un grande senso di frustrazione, perché il piccolo non beve abbastanza. Chimo non fa che peggiorare.

Mohamed, 16 anni

Dalla zona dei sospetti mi chiedono di trovare un posto nella zona dei confermati per un ragazzino di 16 anni, positivo al test: Mohamed. Il letto vicino a Chimo è libero. Mohamed cammina con le sue gambe, ha febbre, ma per ora non sembra stare così male come molti altri. Chimo dorme sempre. Non mangia. Mohamed ci dice che Chimo vive nel suo stesso villaggio. Questa coincidenza ci spinge a chiedergli di aiutarlo in nostra assenza e di avvertirci nel caso veda qualche peggioramento. Una mattina entro nella tenda di entrambi e trovo Chimo seduto. Mohamed è vicino a lui, indossa un paio di guanti e lo aiuta.  Il piccolo ha ancora brutti sintomi, ma si è mosso finalmente dal suo letto. Ringrazio Mohamed e gli spiego dove dovrà buttare i guanti e poi dove e come lavarsi le mani. Mi chiedo se non sia la vicinanza di Mohamed, una persona conosciuta, che stia aiutando il nostro piccolo paziente. La conferma di questa mia supposizione ce l’ho i giorni seguenti. Chimo riesce a stare seduto sul letto, da solo. Beve, da solo. Inizia a mangiare la zuppa. Si fida di Mohamed che lo accudisce come un fratello e lo fa molto meglio di noi operatori. La mia frustrazione viene domata da queste immagini.

Passano più di 2 settimane e cominciamo a vedere ogni giorno Chimo e Mohamed fuori dalla tenda, seduta su delle sedie, a godersi i pochi centimetri di ombra.

Decidiamo di ripetere il test dell’Ebola a Mohamed, poiché le sue condizioni cliniche sono ottime. Il pomeriggio il risultato arriva: NEGATIVO. Facciamo a gara tra di noi per dare la bella notizia al nostro paziente. Sembra contento. Gli diciamo che il giorno dopo potrà tornare a casa, nel suo villaggio; ci occuperemo noi di contattare qualcuno della sua famiglia. Il suo sorriso, però, sembra accennare una smorfia di disappunto: “Non me ne vado finché Chimo non guarisce. Torneremo insieme al nostro villaggio”. Il silenzio che cala tra noi medici e infermieri esprime tutta la commozione e il rispetto per Mohamed che in fondo non è che un bambino; un bambino coraggioso e generoso.

Il ritorno a casa

Passano altri giorni. Le gambe smagrite di Chimo riescono a tenerlo in piedi. Lui e Mohamed sono sempre insieme. Non hanno legato molto con gli altri bambini, ma sono riusciti a farsi forza a vicenda e gli altri pazienti lo sanno e sono proprio le grida di gioia dei pazienti e le loro danze impazzite a dare l’addio ai nostri due amici: anche Chimo è guarito. Si torna a casa insieme, anche se ad attendere Chimo nel suo villaggio non ci sarà più la sua famiglia d’origine.

L’uscita dalla zona ad alto rischio avviene attraverso la procedura della doccia. Questa è il passaggio che unisce due mondi e due tempi. Attraverso la doccia non solo si torna a casa, ma si torna alla vita, “si rinasce”, dicono alcuni pazienti.

Io e il mio staff medico ci prepariamo ad accogliere i nostri amici e per farlo organizziamo una platea di sedie di fronte alla doccia. Il primo a uscire è Mohamed. Dopo qualche minuto Chimo, che rimane attonito, stordito e incapace di accennare alcun sorriso di fronte a una folla festante e gioiosa. Gli regaliamo un pinguino di peluche; ne è spaventato all’inizio, ma poi comincia a tenerlo stretto sotto il suo braccio come fosse il suo migliore amico. La dimissione prevede un rituale finale, che è uno dei momenti più simbolici per il nostro centro e per MSF: tutti i pazienti guariti devono immergere la loro mano in un secchio di vernice e lasciare la loro impronta su un muro costruito all’entrata.

Le mani colorate di Mohamed e di Chimo sono ancora lì a ricordarci ogni giorno la loro storia, la loro forza, la loro solidarietà e la loro voglia di tornare a casa….insieme.


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Emergenza Ebola: Ogni governo deve fare la sua parte

Distribuzione geografica dei nuovi casi e casi totali in Guinea, Liberia e Sierra Leone



Nonostante tutti gli annunci, 9 stati membri del G20, che sono tra le maggiori economie mondiali, non hanno ancora dato un “giusto contributo” in termini di fondi e supporto medico alle popolazioni colpite da Ebola: non nella misura che ci si aspetterebbe da paesi di questa estensione e ricchezza. E tra queste anche l’Italia.

Nella classifica di generosità per la lotta all’Ebola il governo italiano è penultimo tra quelli del G8, davanti solo alla Russia che non ha stanziato nulla. A fare i conti in tasca ai governi è l’Onu, che settimanalmente aggiorna i dati delle donazioni e li suddivide per Paese. In cima ai “top-contributor” ci sono gli Usa con 377 milioni, seguiti da Regno Unito (95), Canada (51). Alla lista delle superpotenze manca la Cina, il primo partner commerciale del continente africano, che dopo avere preceduto tutti nell’invio di aiuti con 41 milioni ora si è fermata.

Del miliardo e 140 milioni di dollari raccolti finora solo 2,2 milioni sono arrivati dal governo italiano: lo 0,2% del totale, quanto l’Austria o le Filippine. Davanti alla Spagna, ma doppiati dal Venezuela e surclassati dalla Danimarca. In realtà, l’Italia nelle settimane scorse ha annunciato un contributo di 50 milioni di dollari in risposta all’appello dell’Onu. Si tratta di un impegno generoso, già confermato con uno stanziamento iniziale di circa 6 milioni di dollari, ma che deve essere ancora mantenuto completamente nei fatti.

Le Nazioni Unite avvertono che gli staff medici stanno facendo di tutto per rallentare e bloccare l’epidemia di Ebola, che ha già ucciso 4.818 persone su 13.042 casi segnalati nell’Africa occidentale, ma che è necessario agire in fretta per dare una risposta alla diffusione del virus.

In Africa occidentale: aumentano i prezzi, cresce la povertà e mancano le strutture per fronteggiare l’epidemia. In Guinea il tasso di crescita si è quasi dimezzato, e lo stesso è avvenuto in Liberia. Il reddito è sceso di 105 milioni di dollari e le spese sono aumentate di 100 milioni. Le entrate familiari sono diminuite di oltre il 12%. In Liberia e in Sierra Leone particolarmente colpiti i settori di turismo, agricoltura e industria mineraria. L’inflazione è aumentata e c’è una forte carenza di beni essenziali, incluso in cibo. In soli sei mesi il reddito familiare è diminuito del 35% in Liberia e del 30% in Sierra Leone. Colpito è anche il turismo di paesi vicini come Gambia e Senegal.

Senza risorse, il prezzo da pagare in termini di vite umane e denaro, sarà altissimo. La Banca Mondiale stima che, se il virus si diffonderà nei paesi vicini, il costo economico potrebbe variare da 27 a 32 miliardi di dollari entro la fine dell’anno. Oxfam, al lavoro per fermare la diffusione del virus, chiede che tutti i paesi del G20 si prendano la responsabilità di gestire almeno un centro di trattamento ognuno, cosa che richiede un staff medico dalle 25 alle 35 persone. Ogni governo deve fare la sua parte, senza nascondersi dietro la generosità altrui.

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Virus Ebola, un po’ di giusta informazione

Ebola-mappa

L’Ebola è un virus che causa una febbre emorragica. Il primo ceppo di tale virus fu scoperto nel 1976, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire). Finora sono stati isolati quattro ceppi del virus, di cui tre letali per l’uomo. Pur considerando l’alto tasso di letalità, la rapidità del decesso, la localizzazione geografica delle infezioni (frequentemente in regioni isolate), il potenziale epidemiologico tuttavia è considerato di basso livello.

Dal mese di dicembre 2013 è in corso la prima epidemia documentata di malattia da virus Ebola (Evd) in Africa occidentale. Si tratta della più grande epidemia di Ebola mai riscontrata, sia per il numero di focolai attivi di infezione che per il numero di casi e di decessi riportati. È anche la prima volta che Evd si trasmette in aree urbane densamente popolate, tra cui città capitali come Freetown, Conakry e Monrovia.

Questo evento non è del tutto inatteso in quanto la Guinea condivide un ecosistema già associato con epidemie da Evd e infezioni umane da virus Ebola sono state in passato sierologicamente documentate in questo Paese.

Schermata 2014-09-15 alle 14.53.45I primi casi segnalati di Evd si sono verificati nella regione boschiva della Guinea sud-orientale vicino al confine con la Liberia e la Sierra Leone. L’eziologia è stata confermata il 22 marzo 2014. In seguito, l’epidemia si è estesa e – al 6 settembre 2014 – sono stati segnalati casi sospetti e/o confermati di Evd in Guinea, Liberia, Serra Leone, Nigeria e Senegal.

L’origine dell’epidemia non è nota, tuttavia si sospetta che i casi primari possano essere stati esposti a cacciagione locale infetta (bush meat). La maggior parte dei casi secondari ha partecipato a cerimonie funebri, entrando in contatto con pazienti deceduti e/o persone infette. Per questo si ritiene che la trasmissione interumana diretta costituisca la principale via di trasmissione. Sono stati individuati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) tre fattori che contribuiscono a favorire la trasmissione dell’infezione:

  1. credenze e pratiche tradizionali nei paesi colpiti che contrastano con le azioni di prevenzione individuale e di sanità pubblica raccomandate. Questo contrasto genera un clima di sfiducia, apprensione e resistenza.
  2. la mobilità della popolazione all’interno dei singoli paesi e transfrontaliera favorita dalla presenza di comunità omogenee insediate lungo i confini che condividono attività socio-culturali.
  3. la difficoltà di realizzare in modo capillare misure di contenimento efficaci data l’eccezionale estensione dell’epidemia.

Schermata 2014-09-15 alle 14.57.22I Paesi colpiti hanno intensificato le attività di sorveglianza e identificazione attiva dei casi, il controllo delle infezioni nosocomiali e le misure di prevenzione individuali e di salute pubblica con il supporto di organizzazioni internazionali, governative nazionali e Ong. Il 28 agosto 2014, l’Oms ha prodotto una “Ebola response roadmap” per la gestione della risposta all’epidemia ed ha iniziato a produrre rapporti periodici sulla sua attuazione che includono aggiornamenti epidemiologici ed un monitoraggio delle misure di controllo in atto.

L’Oms non raccomanda restrizioni a viaggi o a rotte commerciali tranne per:

  • individui con Evd sospetta o confermata, e
  • individui che abbiano avuto contatti con casi di Evd (gli operatori sanitari e il personale di laboratorio se adeguatamente protetti non vengono considerati contatti).

Emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale

L’8 agosto 2014, il Direttore generale dell’Oms, ha dichiarato questa epidemia un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (come sancito nel Regolamento sanitario internazionale).

La decisione è stata presa dopo una valutazione effettuata dal Comitato di emergenza riunitosi appositamente il 6 e 7 di agosto 2014. Questa è la terza volta nella storia dell’Oms (dopo la pandemia influenzale 2009-10 e la dichiarazione di emergenza sanitaria in relazione alla diffusione del virus Polio nel 2014) che viene dichiarato questo tipo di emergenza.

Tra le difficoltà nel contrastare l’epidemia di Evd negli Stati colpiti, il Comitato di emergenza ha sottolineato: la fragilità dei sistemi sanitari, l’inesperienza nel fronteggiare Evd, la presenza di diverse generazioni di trasmissione nelle città capitali della Guinea, Liberia e Sierra Leone e l’alto numero di infezioni registrate tra il personale sanitario che mette in evidenza l’inadeguatezza delle misure di controllo delle infezioni in ambito nosocomiale.

Le raccomandazioni temporanee emanate per la gestione dell’epidemia di Evd in Africa occidentale individuano azioni di prevenzione e controllo distinte in tre categorie: misure rivolte a Stati in cui è presente la trasmissione di virus ebola, misure rivolte a Stati con casi potenziali o confermati di Evd/Stati non affetti dall’epidemia ma confinanti con Stati affetti, e misure rivolte a tutti gli altri Stati.

Per maggiori informazioni sulla dichiarazione di emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale consulta il comunicato stampa del ministero della Salute, la circolare “Malattia da virus Ebola, Africa Occidentale – Aggiornamento 8 agosto 2014 – misure di profilassi internazionale – raccomandazioni per viaggiatori” del ministero della Salute e il commento pubblicato sul New England Journal of Medicine il 20 agosto 2014.

Aggiornamento epidemiologico

La distribuzione dei casi di Evd segnalati al 6 settembre 2014 è illustrata nella mappa inclusa nel “Situation report update – 8 September 2014”  prodotto dall’Oms.

Paesi con diffusa ed intensa trasmissione di Evd

Dall’inizio dell’epidemia al 6 settembre 2014 sono stati segnalati all’Oms dai ministeri della Salute di Guinea, Liberia, e Sierra Leone, 4269 casi clinici (sospetti, probabili e confermati) di Evd e 2288 decessi.

La letalità complessiva osservata in questi tre paesi dall’Oms al 29 agosto 2014 era del 51%.

L’epidemia si sta espandendo. Il 49% dei casi clinici di Evd sono stati segnalati dai ministeri della Salute di Guinea, Liberia, e Sierra Leone tra la metà di agosto e il 5 settembre 2014. Per maggiori informazioni sul numero di casi di Evd e decessi notificati all’Oms per paese consulta il “Situation report update – 8 September 2014” prodotto dall’Oms.

Al 5 settembre 2014, Oms segnalava che la maggior parte dei casi di Evd notificati era concentrata in poche località (l’80% dei casi si erano infatti verificati in 9 dei 42 distretti coinvolti dall’epidemia in Guinea, Liberia e Sierra Leone). Tuttavia per la prima volta, la maggioranza dei casi (55,3%) era stata segnalata al di fuori delle località maggiormente colpite (Gueckedou e Macenta – Guinea; Lofa – Liberia; Kenema e Kailahun – Sierra Leone). Per maggiori informazioni consulta il “Situation report update – 5 September 2014” prodotto dall’Oms.

Paesi con un caso/i iniziale/i o con trasmissione localizzata di Evd

Il 25 luglio 2014 è deceduto nella capitale della Nigeria un cittadino liberiano risultato positivo ad Evd ad un esame preliminare di laboratorio. La vittima era giunta in aereo il 20 luglio dalla Liberia nella città di Lagos viaggiando via Lomé (Togo) e Accra (Ghana). Al 6 settembre 2014, erano stati segnalati all’Oms dal ministero della Salute della Nigeria 21 casi clinici di Evd e 8 decessi.

Il 27 agosto Evd è stata confermata in un medico nella città di Port Harcourt, nella zona del Delta del Niger. Il medico, deceduto il 22 agosto, aveva assistito un paziente fuggito da Lagos dove era in quarantena in quanto era stato a stretto contatto con il cittadino liberiano deceduto. Le indagini epidemiologiche hanno evidenziato multiple opportunità di esposizione ad alto rischio nella città di Port Harcourt e, al 5 settembre 2014, sono stati notificati all’Oms 4 casi di trasmissione nel contesto questo focolaio. Per maggiori informazioni leggi il rapporto Oms “Ebola situation in Port Harcourt, Nigeria” del 3 settembre 2014 e il “Situation report update – 5 September 2014” prodotto dall’Oms.

Al 6 settembre 2014, erano stati segnalati all’Oms dal ministero della Salute del Senegal tre casi clinici di Evd, di cui uno confermato, e nessun decesso. Il caso confermato di Evd a Dakar è stato segnalato il 30 agosto 2014 . Si tratta di un uomo di 21 anni originario della Guinea che aveva raggiunto la capitale Senegalese il 20 agosto via terra.

Per maggiori informazioni sul numero di casi di Evd e decessi notificati all’Oms per paese consulta il “Situation report update – 8 September 2014”  prodotto dall’Oms.

Epidemia da Evd nella Repubblica Democratica del Congo

Contemporaneamente è in corso una epidemia di malattia da virus Ebola (Evd) nella provincia di Equateur, Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Dall’inizio del mese di agosto al 4 settembre 2014 sono stati segnalati 72 casi di malattia e 48 decessi. Le indagini epidemiologiche e la caratterizzazione del virus hanno permesso all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) di stabilire che questa epidemia è un evento indipendente e non correlato alla concomitante epidemia di Evd in africa occidentale. Per maggiori informazioni consulta la dichiarazione dell’Oms “Virological analysis: no link between Ebola outbreaks in west Africa and Democratic Republic of Congo” del 2 settembre 2014 e il Rapid Risk Assessment “Outbreak of Ebola virus disease in Equateur province, Democratic Republic of the Congo” del 9 settembre 2014 pubblicato dal centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc).

Per maggiori informazioni sull’epidemiologia dell’epidemia Evd in Africa occidentale leggi i rapporti periodici prodotti dall’Oms e “Epidemiological update: Outbreak of Ebola virus disease in west Africa and Democratic Republic of the Congo” del 5 settembre prodotto dal centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc).

Il rischio per l’Europa e le misure di prevenzione e controllo in Italia

Ecdc ha rilasciato l’8 aprile un Rapid Risk Assessment “Outbreak of Ebola virus disease in West Africa” per valutare se questo evento possa costituire un rischio di introduzione e trasmissione di virus Ebola nell’Unione europea (Eu). Aggiornamenti del Rapid Risk Assessment sono stati pubblicati il 1 agosto 2014 e il 3 settembre 2014 e forniscono informazioni aggiornate, ulteriori dettagli sul rischio di infezione nei paesi affetti e sul rischio di importazione in Ue, e indicazioni su procedure di prevenzione e controllo appropriate.

Il rischio di infezione per turisti, visitatori o residenti nelle aree affette è considerato molto basso se viene evitato il contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di persone infette (vive o decedute). In aggiunta si raccomandano precauzioni generali come evitare il contatto con animali selvatici vivi e/o morti e il consumo di cacciagione locale. Si raccomanda inoltre il regolare lavaggio delle mani, di consumare frutta e verdura solo se precedentemente lavata e sbucciata e di evitare rapporti sessuali a rischio. La tabella riportata di seguito, elaborata sulla base del Rapid Risk Assessment dell’Ecdc, fornisce ulteriori dettagli sull’analisi del rischio.

Tabella 1 – Sintesi schematica dell’analisi del rischio di introduzione e trasmissione di ebolavirus nell’Unione Europea (Eu) condotta da Ecdc, aprile 2014.

Tratto da: Rapid Risk AssessmentOutbreak of Ebola virus disease in West Africa

Situazione analizzata

Analisi del rischio

Rischio che un turista si infetti durante un viaggio in un Paese affetto e sviluppi la patologia una volta rientrato in Eu.

Il rischio è considerato estremamente basso, anche nel caso in cui il viaggio avvenga in località in cui si sono verificati i casi primari. Il contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di soggetti/ animali infetti (vivi o morti) è considerato improbabile per un turista medio.

Rischio che un viaggiatore si infetti durante una visita ad amici e familiari nei Paesi affetti.

Il rischio è considerato basso a meno che non vi sia un contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di soggetti/ animali infetti (vivi o morti). In questo caso, la ricerca attiva dei contatti dovrebbe consentire l’identificazione dell’esposizione e prevenire l’ulteriore diffusione dell’infezione.

Rischi per cittadini europei residenti in Paesi affetti

Il rischio è considerato molto basso, tranne nel caso di un contatto diretto con organi e secrezioni biologiche di soggetti/ animali infetti (vivi o morti). Esiste un rischio di trasmissione in caso di rapporti sessuali non protetti con un paziente Evd in fase di convalescenza.

Rischio per gli operatori sanitari in Paesi affetti

Esiste un rischio specifico per gli operatori sanitari e volontari che operino presso servizi sanitari nei paesi affetti, in particolare se coinvolti nell’assistenza a pazienti affetti da Evd. L’applicazione delle precauzioni raccomandate dovrebbe efficacemente prevenire la trasmissione.

Campioni inviati a laboratori Ue

Esiste un rischio teorico in caso di mancata applicazione dei regolamenti e delle precauzioni perviste per il trasporto di campioni possibilmente infetti.

Per maggiori informazioni consulta il Rapid Risk Assessment Ecdc “Outbreak of Ebola virus disease in West Africa” dell’8 aprile 2014 e successivi aggiornamenti del 1 agosto 2014 e del 3 settembre 2014.

Leggi anche la definizione di caso per la notifica di Evd in Eu pubblicata il 10 settembre 2014 da Ecdc.

In Italia, dal mese di aprile 2014, il ministero della Salute ha emanato circolari per rafforzare la sorveglianza ai punti di ingresso internazionali, la segnalazione e la gestione di eventuali casi sospetti di Evd. Sono state inoltre emanate raccomandazioni per viaggiatori internazionali. Negli ultimi due mesi, casi sospetti di Evd sono stati segnalati da diverse Regioni italiane, che hanno attivato le procedure previste dalle circolari suddette, recepite a livello regionale. Tutti questi casi sono poi risultati negativi ai test di laboratorio per virus Ebola. Per maggiori informazioni consulta il comunicato stampa del ministero della salute del 10 settembre 2014, la circolare del ministero della salute “Malattia da virus Ebola in Africa Occidentale: Misure di sorveglianza ai punti di ingresso internazionali in Italia” del 4 aprile 2014 e suo aggiornamento dell’8 aprile 2014; la circolare del ministero della Salute “Segnalazione e gestione di eventuali casi sospetti di Malattia da Virus Ebola (Mve).” del 13 agosto 2014 e la circolare del ministero della Salute “Malattia da virus Ebola, Africa Occidentale – Aggiornamento 8 agosto 2014 – misure di profilassi internazionale – raccomandazioni per viaggiatori”.

Leggi anche la scheda informativa per i viaggiatori, pubblicata in italiano dall’Ecdc ed i materiali informativi rivolti a viaggiatori internazionali prodotti dal ministero della Salute.

Consultazione Oms su potenziali terapie e vaccini contro il virus Ebola

Al momento non vi sono medicinali autorizzati all’uso umano per trattare o prevenire Evd. Ricerche sono state condotte con risultati promettenti in laboratorio e su modelli animali negli ultimi dieci anni. Tuttavia le molecole studiate non sono state valutate sull’uomo per la sicurezza e l’efficacia nel trattamento o nella prevenzione di Evd.

Il 4 e 5 settembre 2014 si è svolta una ampia consultazione dell’Oms volta ad accelerare la valutazione di potenziali terapie e vaccini contro il virus Ebola. Gli esperti hanno concluso che l’uso di terapie con sangue intero e con sieri da soggetti convalescenti debba essere considerato prioritario. Studi di sicurezza verranno iniziati nel mese di settembre 2014 negli Stati Uniti, in Europa e in Africa su due vaccini candidati. Per maggiori informazioni consulta il comunicato stampa dell’Oms “Statement on the WHO Consultation on potential Ebola therapies and vaccines” del 5 settembre 2014 e la nota “Istituzioni Regolatorie: una collaborazione internazionale per fronteggiare l’Ebola” del 5 settembre 2014 dell’Agenzia italiana del farmaco.

*Fonte Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute

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Ebola epidemia creata a tavolino?

epidemia-ebola

Tutti sanno che quando si impara ad andare in bici non lo si dimentica più; è una questione di “memoria procedurale”. Identico meccanismo si adatta benissimo per smascherare gli sporchi affari di Big Pharma: una volta imparata la tecnica di diffusione della malattia, per commercializzare il relativo prodotto, non la si dimentica più. E questo vale anche per l’attuale epidemia di Ebola.

Per decenni gli scienziati hanno pensato che non esistessero anticorpi efficaci contro il virus, ma nel 2012 la ricerca della US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases ha dimostrato che una combinazione di anticorpi è in grado di fermare il virus. Così, in contemporanea, altri laboratori di tutto il mondo sono stati chiamati a testare identico cocktail di anticorpi.

Il messaggio evidenziato appare chiaro e inequivocabile sul sito web The Scripps Research Institute, una delle più grandi organizzazioni di ricerca del mondo, privata, senza scopo di lucro [dicono loro], impegnata nella scienza biomedica di base, segmento fondamentale della ricerca medica che cerca di comprendere i processi fondamentali della vita.

Già …. e tra i processi fondamentali della vita, così insegnano nelle Università di Medicina, c’è anche la morte ….. la morte di poveri cristi, deboli e analfabeti, sui quali si è deciso di testare farmaci contro Ebola, mai verificati sull’essere umano, a tal punto da scatenare una torrida epidemia che, qualora proseguisse ad espandersi, darebbe origine a una pandemia globale che, per questioni sanitarie internazionali, comporterebbe la soppressione delle più elementari libertà individuali. E’ questo il caso odierno della Liberia, dove la Signora Presidente della nazione ha dichiarato in diretta televisiva che “alcune libertà civili potrebbero dover essere sospese“.

Qui di seguito è possibile apprendere l’elenco di coloro che sono impegnati nel Consorzio guidato dalla Scripps Research Institute

consorzio-scripps-research-institute

Ed ora riteniamo opportuno ricordare ai nostri lettori i passaggi essenziali che non sono diffusi dai media, i quali sono troppo impegnati ad offrire realtà precostruite alle quali bisogna credere senza pensare. Ognuno di voi tragga le proprie conclusioni.

  1. nel 2012 la ricerca della US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases [USAMRIID] ha dimostrato che una combinazione di anticorpi è in grado di fermare il virus;
  2. nel mese di gennaio 2014 ha inizio la Fase 1 delle sperimentazioni cliniche della Tekmira Pharmaceuticals Corporation che dosa per la prima volta nell’essere umano un suo prodotto contro Ebola;
  3. la scheda OMS n. 103, aggiornata a marzo 2014, riporta al secondo capoverso della voce “Signs and symptoms
    “ [….. omissis …..] Virus Ebola è stato isolato, 61 giorni dopo l’insorgenza della malattia, dallo sperma di un uomo che è stato infettato in un laboratorio“.
    In medicina legale questo punto rappresenterebbe la certezza del criterio cronologico e del criterio qualitativo di un’azione dannosa.
  4. coincidenza vuole che, sempre a marzo 2014, il consorzio farmaceutico guidato da Scripps Research Institute ottiene un finanziamento premio di 28 milioni di dollari dal NIH [National Institutes of Health] per trovare e proporre il miglior trattamento per virus Ebola. Di questo consorzio fa parte la Mapp Biopharmaceutical, il cui ruolo nella vicenda sarà descritto a breve, impegnata da un paio d’anni nella ricerca scientifica in merito a virus Ebola.
  5. altra Università presente direttamente sul luogo del delitto è la Tulane University che svolge attività di ricerca in Sierra Leone [epicentro dell’epidemia] sulle armi biologiche, anch’essa per conto della US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases [USAMRIID];
  6. la Tulane University scrive sul proprio sito:
    We’re working on vaccines and medicines for Ebola and other hemorrhagic fevers” ….. “The solutions are coming.”
    Più chiara di così non può essere descritta l’attività di ricerca in essere;
  7. anche la GlaxoSmithKline del Regno Unito è coinvolta nella ricerca sul vaccino Ebola, in Sierra Leone, attraverso la controllata società svizzera Okairos, acquistata nel 2013, giusto in tempo per l’epidemia Ebola, che collabora a sua volta con il Vaccine Research Centre dei National Institutes of Health [NIH] degli Stati Uniti;
  8. i farmaci di sintesi vegetale, negli ultimi dieci anni, hanno generato un sacco di chiacchiere ma hanno avuto poco effetto sulla produzione commerciale, con alcuni successi isolati di farmaci della Pfizer e della Protalix Biotherapeutics approvati dalla FDA nel 2012. L’approccio è stato nuovamente portato alla ribalta proprio questa settimana, quando un farmaco prodotto dalla pianta del tabacco è stato utilizzato per il trattamento di due persone che avevano contratto virus Ebola. Kentucky Bioprocessing, una unità del gigante del tabacco Reynolds American, ha prodotto il farmaco che è stato sviluppato da Mapp Biopharmaceutical. Il processo di produzione è simile ai passaggi per altri farmaci vegetali: i laboratoristi infettano le piante di tabacco con un virus che include il codice genetico; dopo che le piante sono infettate dal virus cominciano a produrre gli anticorpi dai quali sarà estratto il principio attivo. Così è stato prodotto ZMapp, il siero miracoloso che contrasta Ebola, iniettato ai due medici statunitensi che hanno contratto virus Ebola sul luogo dell’epidemia in Africa. Piccolo particolare: anche in questo caso gli effetti del farmaco non sono mai stati valutati sull’essere umano.

A tutto questo manifesto giro d’affari aggiungiamo la notizia odierna che, a nostro avviso, desta maggiore preoccupazione, perché rappresenta l’anticamera di una disposizione sanitaria globale da parte dell’OMS: i centri statunitensi per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione [CDC] hanno emesso una allerta di alto livello per virus Ebola in Africa occidentale.

Una pandemia rappresenterebbe una manna dal cielo per Big Pharma. Sieri miracolosi o vaccini [circa al 2015] che siano, pur non essendo ancora certificati per uso umano, saranno richiesti a gran voce dal grande pubblico. Il che “costringerà” le autorità di controllo a licenziarlo celermente, procedendo a tappe forzate ….. e sarà un bel business ….. sulla nostra pelle.

(Fonte autismovaccini)

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