Usura, un giro d’affari da 82 miliardi di euro

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Ammonta a 37,25 miliardi di euro nel 2015 il capitale prestato ad usura a famiglie e imprese che sommato ad almeno 44,7 miliardi di capitale restituito come interesse arriva ad un business totale annuo di quasi 82 miliardi di euro. Per capirci, più di quanto fattura la maggiore azienda italiana, ovvero l’Eni.

Le organizzazioni criminali – spiega Gian Maria FaraPresidente dell’Eurispes – hanno ben compreso che l’usura rappresenta un metodo di straordinaria efficacia: da un lato per riciclare denaro sporco e ottenere facilmente ingenti guadagni, dall’altro per impossessarsi di quelle imprese e attività che non sono in grado di far fronte ai debiti contratti, divenendo dapprima soci e in seguito veri e propri proprietari. Tutto questo con rischi più contenuti rispetto a quelli connessi ad altre attività illecite come ad esempio il traffico di stupefacenti. Continue Reading


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Imprenditori sotto assedio, otto su 100 subiscono intimidazioni

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Nel 2014, otto imprenditori italiani su cento hanno subito minacce o intimidazioni con finalità estorsive, 11 imprenditori su 100 dichiarano di conoscere altre imprese che sono state oggetto di minacce o intimidazioni, ma solo il 3% ha ceduto alle richieste.

Il fenomeno è in aumento rispetto al 2007 e si accentua nel Meridione e nei grandi centri. Sono questi i dati di Confcommercio e Gfk Eurisko, presentati nel corso della giornata di mobilitazione nazionale per la legalità. I rilevamenti evidenziano come nel 59% dei casi, le minacce si limitino a pressioni psicologiche, mentre danneggiamenti alle cose e violenza sulle persone si sono verificate, rispettivamente, nel 35% e nel 7% dei casi. La maggioranza degli imprenditori (53%) dichiara che queste minacce provengono dalla criminalità organizzata.

Al Nord la media è ancora più alta. A Milano sono 12 imprenditori su 100 che dichiarano di aver ricevuto minacce o intimidazioni. Il danneggiamento a cose è l’episodio più ricorrente seguito da minacce con visite o telefonate. E alle azioni violente seguono richieste da soddisfare con denaro, merci, assunzioni o altre modalità. A Roma l’86% delle imprese intervistate ha dichiarato di non avere mai ricevuto minacce o intimidazioni per finalità di estorsione, il 9,6% ha dichiarato di averne ricevute.

La metà delle imprese ha adottato misure di sicurezza per proteggersi dalla criminalità, principalmente con l’utilizzo di telecamere/impianti allarme (34%). Nel 2014 le imprese commerciali, gli alberghi ed i pubblici esercizi hanno perso 26,5 miliardi di euro per illegalità varie: abusivismo, contraffazione, taccheggio, criminalità. Fenomeni che comporatno anche una perdita di reddito per le imprese pari all’8,2%, con oltre 260 mila posti di lavoro regolari a rischio.

Luca Squeri, presidente della Commissione nazionale legalità di Confcommercio, già esponente del Comitato vittime racket e usura al Ministero dell’Interno, sottolinea l’importanza dell’anonimato: Pizzo e usura sono fenomeni difficilmente intercettabili, perché vivono sul terrore che gli aguzzini imprimono alle loro vittime, così non esistono denunce. I risultati mostrano che, mentre il luogo comune era che estorsione e usura fossero caratteristiche del Sud, a Milano, nella capitale dell’economia, vediamo attiva la ‘ndrangheta, che si è insediata come un cancro nel tessuto economico”.

La lotta per la legalità è una battaglia per la sopravvivenza, spiegano, tanto più in un momento di crisi. Dice Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio: “Gli imprenditori del commercio, del turismo, dei servizi alle imprese e alle persone, dei trasporti e della logistica, chiedono più presidio e controllo del territorio. Certezza della pena. Come diceva uno dei padri costituenti di questo Paese, Piero Calamandrei “non vi è legalità senza libertà”. Giusto, giustissimo, ma è vero anche che “senza legalità non vi è libertà”, neanche libertà economica”.

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Banche strozzine: Bankitalia indagata per concorso in reato di usura

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Ad aprile 2010 Adusbef denuncio’ Bankitalia per concorso nel reato di usura. In una circolare, resa nulla da plurime sentenze di cassazione, aveva scorporato commissione di massimo scoperto dai tagli soglia. Una procura sta procedendo su Bankitalia.

La Corte di Cassazione con  sentenza n. 46669/2011 ha smascherato il ruolo  svolto dalla Banca d’Italia nell’affare usura. Recita la sentenza: “Quindi, come peraltro rilevato sia dal Tribunale che dalla Corte territoriale, anche la CMS deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l’utente sopporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.9.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Le circolari e le istruzioni della Banca d’Italia non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi e nella ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d’Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell’elemento oggettivo. Le circolari o direttive, ove illegittime e in violazione di legge, non hanno efficacia vincolante per gli istituti bancari sottoposti alla vigilanza di Bankitalia, neppure quale mezzo di interpretazione, trattandosi di questione nota nell’ambiente del commercio che non presenta in se particolari difficoltà, stante anche la qualificazione soggettiva degli organi bancari e la disponibilità di strumenti di verifica da parte degli istituti di credito”.    La Corte di Cassazione  interpretando correttamente la legge 108/96 aveva riaffermato che indipendentemente da quanto stabilito dai banchieri e dalle norme amministrative di Bankitalia, il  codice penale, ai sensi del quarto comma dell’art. 644 c.p. impone di considerare rilevanti ai fini della fattispecie di usura, tutti gli oneri che un utente sopporti in connessione con il suo uso del credito, e  tra di essi rientra indubbiamente la commissione di massimo scoperto.    Ancor prima di questa definitiva pronuncia ed a seguito della sentenza n.12028 della seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione (relatore Giudice dr. Domenico Gallo),che riprendeva la sentenza n.870 del 18.1.2006 prima Sezione Civile di Cassazione, Adusbef il 23 aprile 2010 presentò denunce penali contro Bankitalia, per concorso nel reato di usura, abuso d’ufficio, favoreggiamento proprio per la famigerata circolare emanata dopo la legge 108/96, in quanto aveva platealmente abusato del suo ruolo nell’escludere dal calcolo dei “tassi soglia” il “pizzo” della CSM.    Per moltissimi anni, imprenditori strozzati dagli alti tassi di interesse imposti dalle banche, non hanno potuto far valere le proprie ragioni in giudizio perché, anche se i tassi rilevati trimestralmente eccedevano i tassi soglia (di ben 7/8 punti  su base annua) stabiliti dal quarto comma dell’art.644 del codice penale, trovavano ostacolo nella circolare di Bankitalia, che impediva il computo della commissione di massimo scoperto a quei corretti conteggi, ribaditi da plurime Sentenza della Suprema Corte.    Adusbef inoltrò numerosi esposti denunce alle Procure della Repubblica, chiamando in causa una Banca d’Italia prona agli esclusivi interessi delle banche, per aver favorito vantaggi usurari illeciti e non dovuti nella determinazione dei tassi sugli impieghi in aperta violazione dell’ art.644 della legge  antiusura 108/96, che non aveva bisogno di interpretazioni.   Alcuni magistrati titolari di processi penali instaurati contro alcune primarie banche per il reato di usura, hanno preso in considerazione la tesi avanzata da Adusbef relativamente al “reato di concorso in usura” determinato dalla Banca d’Italia, e nei prossimi giorni a chiusura delle indagini, procederanno a tutela  di imprenditori strozzati ed usurati dal combinato disposto banche-Bankitalia.

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Liguria: Corruzione, politica e mafia

Cosche Mafiose in Liguria

Le ultime inchieste in Liguria hanno dimostrato che le principali forme mafiose italiane, in primis la ‘ndrangheta hanno stretto rapporti con una parte della classe politica, a prescindere dallo schieramento partitico in base alla utilità per la cosca. A differenza che in altre realtà del centro nord dove questo rapporto è limitato od assente, in Liguria purtroppo il connubio tra mafia e politica è presente in maniera rilevante. Il fatturato mafioso stimato è di circa 10-11 miliardi di euro ed è proporzionato alle stime nazionali oscillanti tra i 140-150 miliardi di euro che salgono a 200 con le mafie straniere ed a 2000 nei 27 paesi del parlamento europeo.

La Liguria non è originariamente una terra che ha dato vita a forme mafiose autoctone di una certa rilevanza e per questo motivo parlare di tale argomento su un territorio considerato “un’isola felice” non è mai stato facile. La banda dei genovesi attiva negli anni ’70 non è mai stata in grado di trasformarsi in forma mafiosa. Un campanello d’allarme comunque in Liguria c’è sempre stato: la presenza del clan dei marsigliesi… Ma provenivano dalla Francia. I marsigliesi erano comunque in affari con gli italiani, come tra l’altro lo sono i loro eredi oggi. Altro campanello d’allarme da non sottovalutare riguarda l’emanazione della prima sentenza che ha dimostrato l’esistenza di cosa nostra in Liguria e che risale a 25 anni fa. La presenza al confino di mafiosi sin dagli anni ’50 tra l’altro ha contribuito all’esportazione di tale fenomeno. Negli anni novanta da altre sentenze fu colpito il mercato delle slot machines in mano sempre ai clan siciliani. I rapporti della DIA sin da quando sono stati redatti si sono occupati delle infiltrazioni mafiose in Liguria. La DIA ligure tra l’altro nel corso del 2011 ha sequestrato beni per circa 20 milioni di euro. Lo stesso dicasi per i rapporti della DNA curati ultimamente dalla Dott.ssa Canepa giovane memoria storica dell’antimafia stimata dal giudice Caponnetto per il suo impegno.

Nei vari rapporti la Liguria è spesso considerata come uno snodo del narcotraffico internazionale, per la posizione geografica di confine con la Francia e per i numerosi porti presenti, quali Genova, Savona, Vado Ligure e La Spezia, rappresenta una manna per le organizzazioni criminali mafiose che infatti sono ben rappresentate. Inoltre essendo una terra che non ha dato origine a forme mafiose è un luogo in cui convivono varie forme di criminalità mafiosa ed organizzata. La regola principale di convivenza è quella del non disturbarsi a vicenda. In molti casi inoltre scattano dei meccanismi collaborativi. È il caso dell’accordo tra i nuovi clan marsigliesi e la ‘ndrangheta per gli affari in comune che transitano sui rispettivi territori. Non bisogna inoltre dimenticare che a Sanremo c’è il casinò e solitamente queste strutture sono considerate appetibili dalle varie mafie.

‘NDRANGHETA. La ‘ndrangheta al momento è la forma mafiosa di cui si parla di più. E’ ben presente in tutto il territorio ligure ed utilizza la regione come testa di ponte per la Francia e per i porti ivi presenti. Attualmente risultano presenti locali a Genova, Ventimiglia, Lavagna, Sarzana e probabilmente anche a Sanremo, Rapallo, Imperia, Savona, Taggia. Per la DIA “la Liguria si conferma essere il territorio di elezione di diverse forme di criminalità organizzate e, tra queste, assume particolare rilievo la presenza di sodalizi riconducibili alla ‘ndrangheta”. Le operazioni condotte contro la ‘ndrangheta sono numerosissime ma quella che più di tutte ha dato un contributo fondamentale a capire gli insediamenti al nord è stata la c.d. “operazione crimine” del 13 luglio 2010 che ha permesso di scoprire la presenza organica della ‘ndrangheta sul territorio ligure con gli effettivi organigrammi. I ROS dei carabinieri quotidianamente contrastano la ‘ndrangheta sul territorio ligure. Dalla relazione della commissione antimafia del 2008 allora diretta da Francesco Forgione emerge la presenza di una camera di compensazione per le cosche liguri e piemontesi per la gestione degli affari ed il ruolo della locale di Ventimiglia per il coordinamento. Il biennio 2010/2011 è stato un periodo molto intenso per la procura di Genova che ha potuto contrastare le cosche con le operazioni “maglio 2” e “maglio 3”.

COSA NOSTRA. La mafia siciliana è storicamente presente in Liguria. Il rapporto della DNA ritiene pacifico come dato giudiziario accertato la presenza in particolare su Genova, ma non solo, di “decine”, diretta emanazione di “famiglie” di cosa nostra. In particolare si registra un’attenzione per il riciclaggio, l’usura, lo sfruttamento della prostituzione, la distribuzione delle bevande, la gestione delle slot machines non solo abusive o clonate ma sempre più ufficiali con tanto di autorizzazione dei Monopoli di Stato. Risultano presenti in particolare i gruppi di Caltanissetta e Gela. Il rapporto della DIA conferma ciò con una maggiore penetrazione in Genova e provincia ma con l’intera regione considerata un terreno appetibile per le organizzazioni criminali per il rifugio ai latitanti ed il riciclaggio in attività lecite. Si segnala inoltre l’attenzione dei clan siciliani per la gestione ufficiale dei rifiuti. I clan di cosa nostra mostrano anch’essi una notevole attenzione per gli investimenti in Francia e Costa Azzurra.

CRIMINALITA’ MAFIOSA CAMPANA. I vari rapporti che si sono succeduti nel corso degli anni, sia della DIA sia della DNA, confermano la presenza in Liguria di soggetti operativi della criminalità mafiosa campana in grado di sviluppare autonome relazioni criminali. La presenza della camorra è stata riscontrata a La Spezia, a San Remo e Ventimiglia. Le ramificazioni hanno privilegiato oltre allo spaccio ed al gioco d’azzardo la contraffazione. Vi sono inoltre elementi di spicco di origine camorristica fuggiti in Francia e che da oltre confine gestiscono affari anche con i francesi.

SACRA CORONA UNITA. Iniziano ad essere presenti anche esponenti della criminalità mafiosa pugliese in Liguria, più precisamente nella zona di Savona in accordo con gruppi di albanesi dediti allo spaccio. L’espansione della SCU non avviene per clan ma per singoli esponenti e lentamente si estende sul territorio regionale.

*Rapporto Fondazione Antonino Caponnetto

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