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Aiuti al Nepal, l’Unione europea è poco generosa

Nepal terremoto

In Nepal 1,4 milioni di persone hanno urgente bisogno di cibo mentre acqua e rifugi iniziano a scarseggiare. Circa 70.000 case sono state distrutte dal sisma e 530.000 sono rimaste gravemente danneggiate in 39 dei 75 distretti del Nepal, secondo le stime dell’Onu. Il terremoto in Nepal dovrebbe avere un bilancio finale intorno alle 9mila vittime, con danni agli edifici per circa 3,5 miliardi di dollari.

fondi necessari per soddisfare le esigenze più urgenti

Fondi necessari per soddisfare le esigenze più urgenti

Per questo proprio ieri l’Onu ha lanciato un appello per raccogliere 415 milioni di dollari per la gestione dei 16 campi per rifugiati che si stanno allestendo. Uno dei coordinatori dell’Onu per gli aiuti al Nepal, Jamie McGoldrick ha fatto sapere che ci vorranno almeno 3 mesi per completare le operazioni di soccorso immediato, dopodiché inizierà una lunga e complessa opera di ricostruzione.

Fra i primi a dare il proprio contributo i Paesi vicini: India, Pakistan e Cina. Aiuti inoltre da Stati Uniti, Unione europea, Spagna, Regno Unito, Francia, Israele, Giappone, Venezuela, Panama e Colombia, e le Nazioni unite stanno garantendo il loro appoggio. Il Vaticano donerà 100mila dollari (circa 116mila euro) per fornire aiuti e assistenza, attraverso la Chiesa locale, alla popolazione colpita dal terremoto in Nepal.

Circa 70 milioni di dollari sono state stanziati o promessi al Nepal dagli Stati Uniti, dal Giappone e dal Regno Unito. Ma tanti altri Paesi sono rimasti ai blocchi. Stando ai dati delle Nazioni Unite, i più generosi sono Stati Uniti (10 milioni), Giappone (8,6) e Regno Unito (7,4), paese legato al Nepal dagli antichi vincoli coloniali. Più indietro la Cina (3,4) che però è per prima ha inviato una squadra di medici specializzati e unità cinofile.

Nel gioco delle grandi potenze, l’Unione europea finora fa la parte del nano: gli stanziamenti della Commissione ammontano a 3,25 milioni, la stessa cifra donata dalla Conferenza Episcopale Italiana che, all’emergenza, ha destinato una parte importante dell’8 per mille degli italiani, anche se il numero di cristiani nel paese è inferiore al 2%. Ai 325 mila dollari stanziati dalla Farnesina, ne seguiranno altri 100 mila in generi di soccorso, tra cui un ospedale da campo partito ieri). Pochini.

Le organizzazioni non governative sono l’unica possibilità di sostegno per i sopravvissuti al sisma. Ecco come aiutare la popolazione nepalese attraverso ong nazionali ed internazionali:

– Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa attraverso la CROCE ROSSA ITALIANA: bonifico su conto corrente Bancario Codice IBAN: IT19 P010 0503 3820 0000 0200 208, intestato a: “Croce Rossa Italiana, Via Toscana 12 – 00187 Roma” presso Banca Nazionale del Lavoro – Filiale di Roma Bissolati Tesoreria – Via San Nicola da Tolentino 67 – Roma. Causale “Emergenza terremoto Nepal 2015″(Per donazioni dall’estero codice BIC/SWIFT: BNL II TRR); www.cri.it.

UNICEF e WPF ITALIA hanno lanciato un numero solidale. Chiamando 45596 si può donare un euro da rete mobile e 2 euro da rete fissa; www.unicefitalia.it

AGIRE – E’ possibile donare per gli aiuti alla popolazione nepalese con l’SMS Solidale 45591, donazioni di 1 euro da cellulari e di 2 euro da rete fissa. Sarà attivo fino al 10 maggio.

E’ possibile sostenere AGIRE anche attraverso i seguenti canali:

• Numero Verde 800.132.870
• On-line: con carta di credito, Paypal o PagoInConto (per clienti del gruppo Intesa Sanpaolo) sul sito www.agire.it
• Banca: con bonifico bancario su conto corrente IBAN: IT79 J 03359 01600 100000060696 intestato ad AGIRE onlus, presso Banca Prossima, Causale: “Emergenza Nepal”
• Posta: con bollettino postale sul conto corrente postale n. 85593614 o bonifico postale al seguente IBAN: IT 79 U 07601 03200 000085593614, intestato ad AGIRE onlus, Via Aniene 26/A – 00198 Roma, Causale: “Emergenza Nepal”

CARITAS ITALIANA. Offerte da inviare tramite C/C Postale N. 347013 specificando nella causale: “Asia/Terremoto Nepal”. Disponibili altri canali per le donazioni; www.caritas.it.

SAVE THE CHILDREN. E’ attivo un verde 800988810 per le donazioni; www.savethechildren.it.

– Le donazioni ad ASIA possono avvenire tramite bonifico bancario ad ASIA onlus (IBAN: IT 27 M 01030 72160 000000389350 – SWIFT BIC: PASC IT MM XXX – Causale: NEPAL emergenza terremoto
Banca: Banca Monte dei Paschi di Siena). Questo è invece l riferimento del conto corrente postale in caso di donazione con bollettino postale: ASIA Onlus – Conto corrente postale numero: 89549000


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8 Marzo delle bambine, l’UNICEF contro i matrimoni precoci

Matrimoni-precoci

L’8 marzo e’ una festa per le donne in tutto il mondo, ma difficilmente lo e’ anche per le decine di milioni di bambine e adolescenti che sono state costrette a rinunciare all’infanzia, alla scuola e a gran parte della propria liberta’ per sposarsi.

“matrimoni precoci” sono le unioni (formalizzate o meno) tra minori di 18 anni, una realtà che tocca milioni di giovanissimi nel mondo. Nei Paesi in via di sviluppo (Cina esclusa) circa 70 milioni di ragazze – una su tre fra coloro che oggi hanno un’età compresa tra 20 e 24 anni – si sono sposate in età minorile. A livello globale, quasi 400 milioni di donne di età compresa tra 20 e 49 anni (oltre il 40%, del totale) si sono sposate in minore età. I tassi più elevati di diffusione dei matrimoni precoci si registrano nell’Asia meridionale (46%) e nell’Africa subsahariana, non a caso le medesime regioni del globo in cui sono massimamente diffusi altri fenomeni, come la mortalità materna e infantile, la malnutrizione, l’analfabetismo ecc.

10 Paesi dove è più alta la percentuale di donne tra i 20 e i 24 anni che si sono sposate – o hanno iniziato a convivere – prima dei 18 anni sono: Niger 75%; Repubblica Centrafricana 68%; Ciad 68%; Bangladesh 66%; Guinea 63%; Mozambico 56%; Mali 55%; Burkina Faso 52%; India 47%; Eritrea 47

Sposarsi in età precoce comporta una serie di conseguenze negative per la salute e lo sviluppo. Al matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l’abbandono scolastico e una gravidanza altrettanto precoce, e dunque pericolosa sia per la neo-mamma che per il suo bambino. Le gravidanze precoci provocano ogni anno 70.000 morti fra le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni, e costituiscono una quota rilevante della mortalità materna complessiva. A sua volta, un bambino che nasce da una madre minorenne ha il 60% delle probabilità in più di morire in età neonatale, rispetto a un bambino che nasce da una donna di età superiore a 19 anni. E anche quando sopravvive, sono molto più alte le possibilità che debba soffrire di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici.

Le “spose bambine” sono innanzitutto ragazze alle quali sono negati diritti umani fondamentali: sono più soggette, rispetto alle spose maggiorenni, a violenze, abusi e sfruttamento. Inoltre, esse vengono precocemente sottratte all’ambiente protettivo della famiglia di origine e alla rete di amicizie con i coetanei e con gli altri membri della comunità, con conseguenze pesanti sulla sfera affettiva, sociale e culturale. I matrimoni precoci contravvengono ai principi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che sancisce il diritto, per ogni essere umano sotto i 18 anni, ad esprimere liberamente la propria opinione (art. 12) e il diritto a essere protetti da violenze e sfruttamento (art. 19), e alle disposizioni di altri importanti strumenti del diritto internazionale. Occorre essere consapevoli che le radici di questo fenomeno risiedono in norme culturali e sociali legate sia a pregiudizi di genere che a strategie sociali proprie delle economie di sussistenza, in primo luogo l’esigenza di “liberarsi” prima possibile del peso rappresentato dalle figlie femmine, ritenute meno produttive per l’economia familiare.

Di conseguenza, l‘UNICEF basa le proprie strategie per prevenire i matrimoni precoci sulla sensibilizzazione delle comunità sui diritti delle bambine e delle ragazze, attraverso campagne nazionali e una fitta e paziente attività di dialogo a livello locale, finalizzata a conquistare il consenso dei genitori e dei leader religiosi e comunitari. L’UNICEF affianca anche i governi dei Paesi coinvolti nel fenomeno per migliorare le leggi, le politiche e i servizi sociali. Promuovere una scuola di qualità per tutti i bambini, con particolare attenzione alla parità di genere, è la migliore strategia per proteggere le bambine dai matrimoni precoci, così come dal lavoro minorile e da altre violazioni dei diritti. I risultati finora ottenuti sono promettenti, ma non ancora pienamente soddisfacenti. La percentuale di ragazze (20-24 anni) che si sono sposate in età minorile è del 35%, segno di un decremento del fenomeno rispetto alla generazione precedente (nella fascia di età 45-49 anni la quota di quelle sposate in età minorile è del 48%). Ma nei 5 Paesi in cui questa pratica è maggiormente diffusa, la percentuale arriva ancora al 60%.

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L’acqua potabile è ancora per milioni di persone un miraggio


Dal 26 al 31 Agosto 2012 si è svolta a Stoccolma la “Settimana mondiale dell’acqua” (World Water Week), in occasione della quale l’Unicef  ha reso noto che, nonostante gli enormi progressi compiuti negli ultimi 20 anni sul versante dell’accesso a fonti idriche affidabili per miliardi di persone, portare a compimento l’obiettivo dell’acqua per tutti non sarà cosa facile. 

«Abbiamo registrato miglioramenti eccezionali in ogni regione del globo» afferma Sanjay Wijesekera, a capo dei programmi Acqua e Igiene per l’UNICEF. «Tuttavia, il nostro impegno non cesserà fino a quando ogni singola persona avrà ogni giorno a disposizione acqua da bere a sufficienza e da fonti sicure. Purtroppo la parte più difficile del compito è quella che abbiamo dinanzi.»

Wijesekera fa riferimento al rapporto “Progress on Drinking Water and Sanitation 2012”pubblicato nel marzo scorso da UNICEF e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che rivela come tra 1990 e 2010 oltre due miliardi di abitanti del pianeta abbiano ottenuto l’accesso a fonti migliorate di acqua potabile, quali impianti idrici o pozzi protetti. Il rapporto afferma anche che l’Obiettivo di Sviluppo del Millennio sull’acqua potabile è stato raggiunto a fine 2010con 5 anni di anticipo rispetto alle previsioni (2015), ma che 783 milioni di persone rimangono prive di un accesso all’acqua sicura.

Secondo il rapporto, la popolazione rimasta esclusa è anche quella più difficile da raggiungere, essendo costituita in larga parte da abitanti delle baraccopoli metropolitane o di aree rurali remote. L’UNICEF ritiene che il passo fondamentale da compiere sia affrontare le diseguaglianze che sussistono in tutti i continenti e a tutti i livelli: i più poveri e le donne ne sono le vittime principali. Infatti, laddove l’acqua non arriva direttamente nelle abitazioni, è soprattutto su bambine, ragazze e donne che grava il peso della raccolta dell’acqua per la famiglia. In alcune regioni del mondo questa corvée comporta in media camminare per 6 chilometri al giorno. I Paesi più poveri scontano un grave ritardo rispetto al resto del mondo, con appena l’11% della popolazione nei Paesi meno sviluppati (LDC) che dispone di acqua veicolata da tubazioni rispetto all’oltre 50% della media mondiale.

Campagne assetate

Quasi in ogni Stato permangono disparità tra aree rurali e urbane. Globalmente, la percentuale di popolazione urbana che riceve acqua dai rubinetti si aggira intorno all’80%, rispetto a meno del 30% per le popolazioni rurali. Tale divario è più profondo che mai nell’Africa subsahariana. Nei Paesi meno sviluppati, addirittura 97 abitanti delle campagne su 100 non hanno accesso ad acqua potabile tramite condutture. I principi del “Diritto umano all’acqua” approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nell’ottobre 2010, affermano che l’acqua potabile deve essere accessibile, affidabile, economica e in quantità sufficiente per soddisfare i bisogni di base. Secondo le previsioni dell’UNICEF, di questo passo nel 2015 – termine finale per gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio – ancora 605 milioni di persone nel mondo non vedranno realizzato questo elementare diritto umano.

Le guerre dell’acqua. Nel 1995 il vicepresidente della Banca mondiale espresse una previsione inquietante: “Se le guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. Molti segni fanno pensare che avesse ragione. Le guerre dell’acqua non sono una prospettiva lontana nel futuro. Il conflitto è già in corso, anche se non è sempre visibile. Molti conflitti politici di questo tipo sono infatti celati o repressi: chi controlla il potere preferisce mascherare le guerre dell’acqua travestendole da conflitti etnici e religiosi.
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Il fenomeno del turismo sessuale

Quarantuno milioni di viaggi e 195 milioni di notti sono i tagli che la crisi ha fatto sulle vacanze degli italiani. Il numero medio di residenti che viaggia per vacanza è sceso di quattro milioni e mezzo di unità a trimestre facendo si che il turismo degli italiani tornasse sui livelli di quindici anni fa. Per trovare la stessa propensione a viaggiare per motivi vacanza occorre tornare al 1998. Una riduzione che colpisce trasversalmente le persone di ogni età, sesso e condizione professionale ma che pesa in modo particolare sulle famiglie più giovani. Crisi crisi crisi, non ci sono soldi ed ovviamente non si va in vacanza. Con un ma, infatti nonostante la crisi il drammatico fenomeno del turismo sessuale “tira” ancora (consentitemi il gioco di parole).

Secondo Ecpat (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) sono 80.000 i turisti sessuali di origine italiana. Il 60% sono occasionali, il 35% 16 abituali e il 5% pedofilo. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo il giro d’affari che ruota intorno al turismo sessuale minorile fattura tra gli 80 e i 100 miliardi di dollari annui (stime 2010). Le vittime sono bambini dei Paesi in Via di Sviluppo con un’età compresa tra i 13 e 17 anni.

Il turismo sessuale che colpisce soprattutto i bambini, vittime indifese di uno sfruttamento che spazia dalla pornografia alla prostituzione, passando attraverso la tratta e i matrimoni precoci con il fine ultimo di un facile guadagno. Secondo dati dell’UNICEF, lo sfruttamento sessuale minorile a fini commerciali coinvolge ogni anno circa un milione di bambini. Ma le stime attendibili sono molto difficili da valutare, trattandosi di un mercato clandestino che sfugge a ogni analisi. La Dichiarazione di Stoccolma, adottata in occasione del Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei bambini (1996) definisce il Commercial Sexual Exploitation of Children (CSEC) come “una forma di coercizione e di violenza contro i bambini (che) è pari a lavoro forzato e a una forma contemporanea di schiavitù”. Il carattere della transnazionalità e della globalità degli spostamenti ha contribuito alla diffusione e all’ampliamento di questo fenomeno. Le forme principali e interconnesse di sfruttamento sessuale commerciale sono la prostituzione, la pornografia e la tratta per scopi sessuali. Altre forme di sfruttamento comprendono il turismo sessuale infantile, i matrimoni precoci e quelli forzati.

In Europa le partenze principali dei turisti sessuali si verificano da Germania, Olanda, Regno Unito, Francia, Belgio, Spagna e Italia. Dal Continente americano: Stati Uniti, Canada e Brasile. Le destinazioni prevalenti sono Thailandia, Vietnam, Laos, Cambogia, Filippine, Nepal, Pakistan, Russia, Taiwan, Cina, Sri Lanka, India, Indonesia, Brasile, Repubblica Dominicana, Colombia, Messico, Venezuela, Cuba, Kenya. L’Oriente e l’America Latina sono le principali mete del turismo sessuale minorile, ed è proprio in queste aree che va concentrata tutta l’attenzione nel coinvolgere e spronare il turismo locale a combattere tali forme di schiavitù.

Come combattere il turismo sessuale minorile. Molti alberghi di questi Paesi oggi aderiscono a network internazionali di lotta al turismo sessuale. Una di queste reti è la ChildSafe Network, nata nel 2005 in Cambogia da Friends International e oggi attiva anche in Thailandia, Indonesia e Laos. Il turista, accedendo alle strutture ricettive che espongono tali simboli, può essere certo di trovarsi in un albergo sensibile al problema e di non collaborare all’incremento del mercato sessuale locale. Un passo importante nella lotta contro il turismo sessuale è stato infatti rappresentato in questi ultimi anni dal tentativo di sensibilizzare il settore del turismo (dai tour operators, agli alberghi, alle agenzie di viaggio, fino ad arrivare direttamente al turista), e promuovere buone pratiche per un turismo maggiormente responsabile. Ha fatto scuola in questo senso il “Programma di prevenzione e controllo dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori ai fini commerciali” realizzato una decina di anni fa nella Repubblica Dominicana dalla Cooperazione Italiana insieme all’UNICEF locale e ECPAT-Italia. Si tratta sostanzialmente di far aderire gli operatori turistici a una scelta “etica” che, oltre a creare un consenso diffuso e internazionalmente riconosciuto sulla lotta allo sfruttamento sessuale minorile, porta anche un miglioramento del posizionamento sul mercato e presso l’opinione pubblica. Infine, per quanto riguarda il contributo italiano, la DGCS finanzia e realizza direttamente ormai da diversi anni numerose iniziative per la prevenzione e la lotta a tutte le forme di abuso e di sfruttamento sessuale di bambini e adolescenti. Nel Luglio 2007 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (COE) ha adottato la Convenzione di Lanzarote che ha visto la partecipazione attiva dell’Italia in tutte le fasi della stesura del testo. La DGCS, in particolare, ha contribuito proponendo e ottenendo di includere lo strumento della cooperazione internazionale per assicurare una maggiore capacità dei Paesi aderenti nel prevenire e contrastare i gravi fenomeni oggetto della Convenzione. La Convenzione di Lanzarote risponde alla necessità di elaborare nuovi strumenti vincolanti per gli Stati Parte di contrasto allo sfruttamento e all’abuso sessuale dei minori.

Allo stato attuale, il testo è stato sottoscritto da 43 Stati membri del COE, fra i quali l’Italia. Ad oggi sono 17 gli Stati ad averla ratificata. Per quanto concerne l’Italia, un recente pronunciamento del Capo Dipartimento per le Pari Opportunità, alla presenza del Ministro delegato Fornero, ha annunciato la ripresa dell’iter parlamentare di ratifica della Convenzione, che dovrebbe concludersi in tempi ravvicinati. Proprio al fine di promuovere la ratifica e l’applicazione della Convenzione da parte dei Paesi firmatari è in programma una grande Campagna informativa a cui partecipa la DGCS insieme ad altre importanti istituzioni italiane impegnate sul tema, riunite in un apposito Gruppo di Lavoro di cui fanno parte anche il Consiglio d’Europa, il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Giustizia e l’Istituto degli Innocenti di Firenze.

Pedofilia e sfruttamento sessuale dei minori. Dalla prostituzione minorile alla pedopornografia on-line . L’abuso sessuale dei minori è un problema scottante che periodicamente ritorna alla ribalta dei mass media. I carnefici, spesso persone insospettabili, possono nascondersi dovunque, anche tra le pagine di Internet e dei nuovi social network. Ma chi sono i pedofili? Quali reati sono perseguiti dalla legge penale? Con quali strumenti è possibile sconfiggere questo male?

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Fame, guerra e epidemie. A rischio 1,5 milioni di bambini in Sahel


È nuovamente allarme per la crisi alimentare in Sahel, la fascia dell’Africa sub sahariana che comprende gli interi territori di Ciad, Burkina Faso, Mauritania, Mali e Niger e le regioni settentrionali della Nigeria, Camerun e Senegal. A questi si teme si possa aggiungere il Gambia, dove la situazione di sicurezza alimentare sta divenendo critica. Il Sahel è notoriamente una regione desertica ed è questa la ragione principale della crisi alimentare che sta colpendo da anni una vasta zona del continente. La popolazione del posto è costretta a fare i conti con il problema ogni giorno, anche alla luce del fatto che l’attività maggiormente praticata è l’agricoltura.

Con l’arrivo della “stagione secca”, la più critica dell’anno, 1,1 milioni di bambini sono a rischio di malnutrizione acuta grave e in serio pericolo di vita, con le previsioni peggiori che fanno aumentare tale stima a 1,5 milioni di bambini. Allo stato attuale, altri 3 milioni di bambini sono affetti di malnutrizione moderata. Nella regione, quindici milioni di persone soffrono per un grave stato d’insicurezza alimentare, risultato di una crisi dovuta a insufficienti precipitazioni, scarsi raccolti, aumento dei prezzi alimentari. Dopo le siccità del 2005 e 2010, il Sahel – la fascia di territorio semidesertico che intercorre tra Sahara e Africa tropicale – affronta nel 2012 una crisi analoga e in rapido peggioramento: insieme alla perdita dei mezzi di sussistenza, la situazione è aggravata dalla crisi politico-militare in Mali, all’origine dello sfollamento di popolazioni all’interno del paese e di un flusso di profughi in quelli confinanti. Nei paesi colpiti dall’emergenza la situazione è estremamente grave: i tassi di malnutrizione globale acuta – grave e moderata – sono pari o superiori al 10%; in Ciad e in molte regioni di Niger e Mauritania il tasso ha superato la soglia d’emergenza del 15%. In Niger, il numero di bambini curati nel mese di aprile contro la malnutrizione acuta grave è stato superiore alla somma di quelli curati nello stesso periodo del 2010 e del 2011.

Fonte UNICEF

Nel Sahel, la malnutrizione costituisce il più grave fattore di rischio di mortalità e morbilità tra i bambini piccoli, contribuendo al 35% di tutti i decessi infantili annui nella regione. La malnutrizione acuta (rapida perdita di peso dovuta a cause improvvise), e in particolare la malnutrizione acuta grave, pone seri rischi di mortalità infantile. Ogni anno nel Sahel muoiono 645.000 bambini, 226.000 per cause legate alla malnutrizione: siccità, scarsi raccolti e l’aumento dei prezzi alimentari stanno ora provando duramente comunità già in difficoltà per le siccità degli anni passati, e che si trovano costrette a vendere il bestiame, indebitarsi, ritirare i bambini dalle scuole, ridurre qualità e quantità degli alimenti. Nei paesi colpiti, la malnutrizione dei bambini è effetto non solo della quantità e qualità del cibo disponibile: la maggior parte delle morti infantili è correlata anche alla mancanza di adeguati servizi di assistenza nutrizionale e medica, e di acqua potabile e condizioni igieniche di base. Nella fase attuale, ulteriori rischi sono posti dal pericolo di epidemie di colera, morbillo e meningite, con conseguenze devastanti per bambini già malnutriti.

L’emergenza nutrizionale è aggravata dalla crisi in Mali dopo il colpo di stato di metà marzo, che ha aumentato l’instabilità nella regione e posto ulteriori rischi per le circa 150.000 persone sfollate nel paese e per le altre 190.000 rifugiate nei paesi confinanti (63.913 in Mauritania, 56.817 in Burkina Faso, 39.388 in Niger, 30.000 in Algeria), oltre che per le comunità d’accoglienza presso cui si trovano sfollati e rifugiati. In Mali, situazione politica e condizioni di sicurezza sono in rapido mutamento: il nord del paese è stato dichiarato indipendente dal gruppo ribelle del MLNA; il conflitto armato e l’insicurezza diffusa sta peggiorando le condizioni di sfollati interni e profughi nei paesi limitrofi – oltre la metà dei 190.000 profughi sono bambini – spesso accolti in aree gravemente colpite dalla crisi alimentare e nutrizionale. Allo stato attuale, l’UNICEF ha accesso agli sfollati nel sud del paese e ha inviato assistenza umanitaria nelle 4 regioni del nord. Problemi di sicurezza sussistono anche in Nigeria, Niger e Mauritania, ostacolando l’assistenza alle popolazioni.

Nei singoli paesi, l’UNICEF prevede che nel 2012 sarà necessario curare contro la da malnutrizione acuta grave: 100.000 bambini in Burkina Faso, 55.000 in Camerun, 127.300 in Ciad, 175.000 in Mali, 12.600 in Mauritania, 394.000 in Niger, 208.000 in Nigeria e 20.000 in Senegal. Numeri impressionanti.

Numerose associazioni onlus e nonprofit si impegnano quotidianamente con azioni umanitarie di volontariato e non per portare acqua e cibo in una terra in cui è tanto difficile sopravvivere.

Per il complesso degli interventi necessari nel 2012, l’UNICEF stima occorrano 119,5 milioni di dollari: finora il 66% dei fondi sono stati ricevuti, per un totale di 79,1 milioni di dollari. Per coprire i bisogni immediati e gli interventi più urgenti, l’UNICEF ha stanziato risorse interne e i finora fondi disponibili sono stati utilizzati in via prioritaria per la fornitura di alimenti terapeutici pronti per l’uso e per altri servizi diretti alla cura della malnutrizione acuta grave. Fondi ulteriori risultano ora urgenti per intergare gli interventi nutrizionali con altri per l’acqua e l’igiene, la sanità, la protezione dell’infanzia e l’istruzione, e il totale dei fondi necessari è al momento sottoposto a revisione.

Aiuta a salvare la vita dei bambini con una donazione online al Comitato Italiano per l’UNICEF – ONLUS. 

(Per ulteriori informazioni UNICEF e adozione-a-distanza)

 

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