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Diritti umani, Amnesty International: Un 2014 devastante

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Per Amnesty International, la più grande organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, il 2014 sarà ricordato come un anno catastrofico per milioni di persone intrappolate nella violenza di stati e gruppi armati. Nel consueto rapporto annuale della Ong è stata analizzata la situazione politico umanitaria in 160 Paesi. La comunità internazionale è rimasta assente e incapace di proteggere i diritti e la sicurezza dei civili. I governi internazionali hanno ripetutamente dimostrato che alle parole non riescono a far seguire i fatti. In Italia a preoccupare maggiormente Amnesty International, oltre ai diritti di rifugiati e migranti, restano l’assenza del reato di tortura nella legislazione nazionale, la discriminazione nei confronti delle comunità rom, la situazione nelle carceri e nei centri di detenzione per migranti irregolari e il mancato accertamento delle responsabilità per le morti in custodia. A parlare è Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Il diritto internazionale umanitario, ovvero la legislazione che regolamenta la condotta nelle operazioni belliche, non potrebbe essere più chiaro. Gli attacchi non devono mai essere diretti contro i civili. Il principio di distinzione tra civili e combattenti è una salvaguardia fondamentale per le persone travolte dagli orrori della guerra. E tuttavia, più e più volte, nei conflitti sono stati proprio i civili a essere maggiormente colpiti. Nell’anno della ricorrenza del 20° anniversario del genocidio ruandese, i politici hanno ripetutamente calpestato le regole che proteggono i civili o hanno abbassato lo sguardo di fronte alle fatali violazioni di queste regole da parte di altri. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è intervenuto ad affrontare la crisi siriana negli anni precedenti, quando ancora sarebbe stato possibile salvare innumerevoli vite umane. Tale fallimento è proseguito anche nel 2014.

Negli ultimi quattro anni, sono morte 200.000 persone, la stragrande maggioranza civili, principalmente in attacchi compiuti dalle forze governative. Circa quattro milioni di persone in fuga dalla Siria hanno trovato rifugio in altri paesi. Più di 7,6 milioni sono sfollate in territorio siriano. La crisi in Siria è intrecciata con quella del vicino Iraq.

Il gruppo armato che si autodefinisce Stato islamico (Islamic State – Is, noto in precedenza come Isis), che in Siria si è reso responsabile di crimini di guerra, nel nord dell’Iraq ha compiuto rapimenti, uccisioni sommarie assimilabili a esecuzione e una pulizia etnica di proporzioni enormi. Parallelamente, le milizie sciite irachene hanno rapito e ucciso decine di civili sunniti, con il tacito sostegno del governo iracheno. L’assalto condotto a luglio su Gaza dalle forze israeliane è costato la vita a 2000 palestinesi. E ancora una volta, la stragrande maggioranza di questi, almeno 1500, erano civili. Come ha dimostrato Amnesty International in una dettagliata analisi, la linea adottata da Israele si è distinta per la sua spietata indifferenza e ha implicato crimini di guerra. Anche Hamas ha compiuto crimini di guerra, sparando indiscriminatamente razzi verso Israele e causando sei morti.

In Nigeria, il conflitto in corso nel nord del paese tra le forze governative e il gruppo armato Boko haram è finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo a causa del rapimento, da parte di Boko haram, di 276 studentesse nella città di Chibok, uno degli innumerevoli crimini commessi dal gruppo. Quasi inosservati sono passati gli orrendi crimini commessi dalle forze di sicurezza nigeriane, e da altri che hanno agito per conto loro, contro persone ritenute appartenere o sostenere Boko haram; alcuni di questi crimini, rivelati da Amnesty International ad agosto, erano stati ripresi in un video che mostrava le vittime assassinate e gettate in una fossa comune.

Nella Repubblica Centrafricana, oltre 5000 persone sono morte a causa della violenza settaria, nonostante la presenza sul campo dei contingenti internazionali. Tortura, stupri e uccisioni di massa hanno a stento raggiunto le prime pagine dei giornali a livello mondiale. Ancora una volta, la maggior parte delle vittime erano civili. E in Sud Sudan, lo stato più recente del mondo, decine di migliaia di civili sono stati uccisi e due milioni sono fuggiti dalle loro case, nel contesto del conflitto armato tra le forze governative e quelle dell’opposizione. Entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Questo breve elenco non rappresenta che una parte del problema. Qualcuno potrebbe sostenere che di fronte a tutto questo non è possibile fare nulla, che da sempre la guerra viene fatta alle spese della popolazione civile e che niente potrà mai cambiare. Ma si sbaglia. È essenziale affrontare la questione delle violazioni contro i civili, oltre che assicurarne alla giustizia i responsabili. C’è una misura evidente e concreta che attende solo di essere adottata: Amnesty International ha accolto con favore la proposta, attualmente appoggiata da circa 40 governi, di dotare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di un codice di condotta che preveda l’astensione volontaria dal ricorso al veto in situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, per non bloccare l’azione del Consiglio di sicurezza. Sarebbe un primo passo importante e potrebbe già salvare molte vite.

I fallimenti tuttavia non hanno riguardato soltanto l’incapacità d’impedire le atrocità di massa. È stata anche negata l’assistenza diretta ai milioni di persone in fuga dalla violenza che inghiottiva villaggi e città. Quei governi, tanto pronti a denunciare a gran voce i fallimenti degli altri governi, si sono poi dimostrati essi stessi riluttanti a farsi avanti e fornire gli aiuti essenziali di cui avevano bisogno i rifugiati, sia in termini di aiuti economici, sia di opportunità di reinsediamento. A fine anno, i rifugiati della Siria reinsediati erano meno del due per cento, una cifra che dovrà almeno triplicarsi nel 2015. Nel frattempo, un numero enorme di rifugiati e migranti continua a perdere la vita nel Mar Mediterraneo, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. La mancanza di supporto da parte di alcuni stati membri dell’Eu nelle operazioni di ricerca e soccorso ha contribuito allo sconvolgente tributo in termini di vite umane. Una misura che potrebbe essere adottata per proteggere i civili nei conflitti è limitare ulteriormente l’impiego di armi esplosive nelle aree popolate.

Ciò avrebbe permesso di salvare molte vite in Ucraina, dove sia i separatisti appoggiati dalla Russia (che seppur in maniera poco convincente ha più volte negato un suo coinvolgimento) sia le forze pro-Kiev hanno colpito quartieri abitati da civili. L’esistenza di regole sulla protezione dei civili è importante in quanto implica un concreto accertamento delle responsabilità e l’ottenimento della giustizia, laddove tali regole siano violate. In questa prospettiva, Amnesty International ha accolto con favore la decisione assunta dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, di avviare un’inchiesta internazionale in merito alle accuse di violazioni dei diritti umani e di abusi commessi durante il conflitto in Sri Lanka, dove, negli ultimi mesi di combattimenti nel 2009, furono uccise decine di migliaia di civili. Amnesty International si è molto impegnata negli ultimi cinque anni affinché fosse istituita quest’inchiesta. Senza un tale accertamento delle responsabilità non sarà possibile compiere alcun passo avanti. Ma anche altri aspetti inerenti la difesa dei diritti umani devono essere migliorati.

In Messico, la sparizione forzata di 43 studenti, avvenuta a settembre, è andata tragicamente ad aggiungersi alle vicende di oltre 22.000 persone scomparse finora o delle quali si sono perse le tracce dal 2006; si ritiene che la maggior parte di queste siano state rapite da bande criminali ma in molti casi le informazioni raccolte lasciano intendere che siano state sottoposte a sparizione forzata per mano di poliziotti o militari, i quali avrebbero agito in alcuni casi in collusione proprio con le bande criminali. Le poche vittime i cui resti sono stati ritrovati mostravano segni di tortura e altro maltrattamento. Le autorità federali e statali non hanno provveduto a condurre indagini su questi crimini per stabilire l’eventuale coinvolgimento di agenti dello stato e garantire un rimedio legale efficace per le vittime, compresi i loro familiari. Oltre a non aver dato una risposta, il governo ha tentato di nascondere la crisi dei diritti umani, in un contesto di elevati livelli d’impunità, corruzione e progressiva militarizzazione.

Nel 2014, i governi di molte parti del mondo hanno continuato a reprimere le Ngo e la società civile, una sorta di perverso riconoscimento dell’importanza del loro ruolo. La Russia ha accresciuto la sua stretta micidiale con l’introduzione di una spaventosa “legge sugli agenti stranieri”, un linguaggio degno della guerra fredda. In Egitto, le Ngo sono state al centro di un grave giro di vite, con l’utilizzo della legge sulle associazioni risalante all’era Mubarak, per mandare il chiaro messaggio che il governo non intendeva tollerare alcun tipo di dissenso. Organizzazioni per i diritti umani di rilievo hanno dovuto ritirarsi dall’Esame periodico universale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Egitto, per timore di rappresaglie nei loro confronti. Come già accaduto in varie occasioni in precedenza, i manifestanti hanno dimostrato il loro coraggio malgrado le minacce e la violenza contro di loro. A Hong Kong, a decine di migliaia hanno sfidato le minacce delle autorità e affrontato un uso eccessivo e arbitrario della forza da parte della polizia, in quello che è diventato il “movimento degli ombrelli”, esercitando i loro diritti fondamentali alle libertà d’espressione e di riunione.

Le organizzazioni per i diritti umani sono talvolta accusate di essere troppo ambiziose nei loro sogni di dar vita a un cambiamento. Dobbiamo comunque ricordare che i traguardi straordinari sono raggiungibili. Il 24 dicembre, è entrato in vigore il Trattato internazionale sul commercio di armi, dopo che tre mesi prima era stata superata la soglia delle 50 ratifiche. Amnesty International, tra gli altri, si è impegnata a favore del trattato per 20 anni. Più volte ci era stato detto che non saremmo mai arrivati a ottenerlo. Ebbene, il trattato adesso esiste e servirà a proibire la vendita di armi a quanti potrebbero utilizzarle per commettere atrocità. Potrà pertanto svolgere un ruolo decisivo negli anni a venire, quando la questione della sua implementazione sarà cruciale.

Nel 2014 ricorrevano anche i 30 anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, un’altra convenzione per la quale Amnesty International si è battuta per molti anni e una delle motivazioni per le quali le fu conferito il premio Nobel per la pace nel 1977. Questo anniversario è, sotto un certo punto di vista, un momento da celebrare ma è anche l’occasione per sottolineare come la tortura sia ancora dilagante in molte parti del mondo, motivo per cui Amnesty International, proprio quest’anno, ha lanciato la sua campagna globale “Stop alla tortura”. Questo messaggio conto la tortura ha avuto una particolare risonanza in seguito alla pubblicazione a dicembre di un rapporto del senato statunitense, che ha dimostrato la facilità con cui era stato tollerato l’uso della tortura negli anni successivi agli attacchi agli Usa dell’11 settembre 2001. È sconcertante come alcuni dei responsabili per quegli atti criminali di tortura sembrassero ancora convinti di non avere alcun motivo di cui vergognarsi. Da Washington a Damasco, da Abuja a Colombo, i leader di governo hanno giustificato orrende violazioni dei diritti umani sostenendo che era necessario commetterle in nome della sicurezza. In realtà, è semmai vero il contrario. Questo tipo di violazioni sono uno dei motivi principali per i quali oggi viviamo in un mondo tanto pericoloso. Non può esserci sicurezza senza rispetto dei diritti umani. Abbiamo ripetutamente visto che, anche nei momenti più bui per i diritti umani, e forse in special modo in tempi come questi, è possibile dar vita a un cambiamento straordinario. Dobbiamo solo sperare che, quando negli anni a venire guarderemo indietro al 2014, ciò che abbiamo vissuto in quest’anno ci sembrerà il fondo, l’ultimo punto più basso da cui siamo risaliti e abbiamo creato un futuro migliore”.


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Terza Guerra Mondiale? Una manna per gli speculatori di Wall Street

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Verso metà mattina di venerdì 15 agosto è arrivata la notizia che l’Ucraina aveva “distrutto parte di un convoglio russo”. Immediatamente  il mercato azionario ha perso quasi 200 punti, i Buoni del Tesoro sono stati offerti a 10 punti di meno, il petrolio è aumentato e l’oro, che aveva perso oltre 20 dollari, è tornato subito al prezzo precedente.

Voglio ricordare che la vendita”, che ha fatto scendere il prezzo dell’oro era una vendita del valore di due miliardi di dollari di futures COMEX.  Diciamo che DUE MILIARDI DI DOLLARI equivalgono alla produzione di poco più di una settimana delle miniere d’oro di tutto il mondo.

Anche in questo casochi” dovrebbe mai vendere il proprio prodotto in questo modo e, tra l’altro, piazzandolo al prezzo peggiore della settimanaQuello che farebbe ridere veramente è che non hanno venduto “oro“, ma soltanto Futures COMEX.

Comunque questo giochetto finirà presto, appena cioè, il prezzo di scambio di Shanghai si riallineerà al 100% del prezzo dell’oro reale. La Cina ha diversi precedenti in questo tipo di gioco duro e dovrei dire con le sanzioni “fisiche” per aver commesso reati finanziari, per aver ” venduto qualcosa che non esiste”. Su quest’ultima osservazione di “vendite nude a breve termine”, oggi però non ho voglia di scrivere niente.

L “annuncio” della distruzione di un convoglio russo aveva tutta l’aria di essere la scintilla per la Terza Guerra Mondiale.  Appena ho sentito la  “notizia” e ho visto la reazione dei mercati, il mio primo pensiero è stato “questo è l’inizio”.  Se fosse stato vero, la situazione avrebbe già fatto una escalation in qualsiasi campo. L’ escalation sarebbe certamente stata militare ma anche finanziaria.  Che cosa è successo veramente? Siamo arrivati a qualche giorno dopo e che cosa sappiamo veramente ?

Il convoglio russo è stato distrutto o no? Almeno c’era un convoglio russo in terra ucraina o no? E’ stata distrutta qualcosa o no? 

Secondo  The Telegraph del 14 agosto, il titolo diceva  chiaro: “L’ Ucraina distrugge parte di un convoglio russo” e due giornalisti inglesi hanno “visto di persona” che il convoglio militare attraversava il confine.

C’è qualche fotografia ? Quei giornalisti non avevano nemmeno una macchina fotografica ? E’ possibile ma non è probabile, ma certamente dovevano avere dei telefonini, ovvio ? E allora dove sono le foto?

Non ho visto nemmeno una foto che mostra che i veicoli siano stati distrutti alla luce del sole, dopo il preteso attacco.  La Russia nega, sia di aver mandato dei veicoli sul suolo ucraino, sia che qualche suo veicolo sia stato  distrutto.  Eppure perfino il Presidente dell’Ucraina giura che il fatto è successo!

Cosa è successo davvero, se è successo?  Zerohedge è arrivato al punto di speculare che l’Ucraina possa avere perfino sparato alle proprie unità.

Ancora una volta devo chiedermi, proprio come feci dopo l’abbattimento dell’aereo di linea della Malesia caduto il mese scorsodove sono le immagini dei satelliti? La Russia dice di non averle perchénon ce ne sonola Casa Bianca ha twittato che non può confermare che il convoglio sia stato distrutto“. Chi è che deve presentare le prove, in un modo o nell’ altro, di quello che è successoErasolo un’altra false flag che doveva servire per far cominciare la guerra ma che è andata storta e che non ha funzionato?

Spero che sia chiaro quanto tutto ciò sia grave.

Purtroppoio posso dare solo il mio parere su quanto sta accadendo”. A mio parereWashington sta facendo tutto e tutto il possibile per far cominciare una guerraQuesta guerra, naturalmente,finirà per andare contro gli interessi di Cina e RussiaMa questa guerra “si può vincere“?

No, non si può vincere, e il pericolo maggiore è che finiremo per infilarci in un conflitto nucleareMa perché?  Perché diavolo sembra che gli USA vogliano infilarsi in una guerra?

Ci sono diversi motivi  e tutti si ricollegano sempre al dollaro e alla potenza che deriva dal poter emettere una “valuta di riserva”. Per prima cosa, è mia opinione che Washington abbia capito che il gioco sta per finire. L’economia non ha modo e non può essere spinta a ripartire perché è aggravata da un debito troppo alto. Credo anche che siamo arrivati al capolinea dove non è più possibile tenere oro e argento nascosti sotto un cappello, e credo che il metallo che servirebbe a copertura sia quasi esaurito. Credo anche nella consapevolezza di tutti che ci sia rimasto molto poco per dare sufficienti garanzie, con una nave che è quasi affondata. Nemmeno le bugie più eclatanti sui numeri dell’economia riescono più ad essere appoggiate da qualcuno. Dobbiamo ricordarci che solo la “fiducia” può riuscire a mantenere alto il valore del “Fiat money” .  E’ solo questa mancanza di fiducia che Washington sta cercando di nascondere o di sviare dalla nostra attenzione.

E’ mia opinione che dovremo arrivare al punto in cui servirà un capro espiatorio e dovremo nascondere tutte le tracce di sporco del passato. Il sistema del dollaro è uno “schema Ponzi” che non può andare avanti da solo senza che ci sia qualcosa su cui poggiare, che giustifichi una “causa”. Tutto il processo di cui parliamo, sono sicuro è basato sul fatto che se cominciassimo una guerra e “we win- se vincessimo noi”, il dollaro potrebbe essere “imposto” a forza su tutto il mondo.

E  “If we lose?- se perdessimo-noi?”

Allora si darà tutta la colpa al caos dell’economia, ai mercati che sono crollati, alla banca che ha chiuso e al valore dei soldi è svanito nel baratro del potere d’acquistoNon avrà più nessuna importanza il fatto che finora abbiamo creato dei deficit selvaggi, che abbiamo stampato denaro e che abbiamo fatto quanto la storia ci sempre mostrato che sarebbe stato imprudente esconsideratoUna guerra servirebbe (così sperano lorocome una distrazione dal caos finanziario. Io credo che loro pensino che la gente sarà tanto presa dai propri problemi da non aver nemmeno tempo di cercare di capire chi è stato ad aver ideato questa grande truffa. Se questa storia funzionasse/funzionerà o meno è tutta un’altra questione.

E’ mia opinione che tutto il mondo conosca tutto quello di cui abbiamo parlato e che, per questo, stia per lasciare soli gli Stati Uniti. Quello che abbiamo fatto per far cominciare una guerra ha eroso tutta la fiducia nella nostra moneta.

“La fiducia” era tutto quello che era rimasto e con cui abbiamo potuto vivere per anniSembra che più ne perdiamo, più “facciamo di tutto” per credere di poterla mantenere con quelle tattiche dibullismo che sono servite solo per allontanare ancora di più la poca fiducia che era rimastaCome ho scritto la scorsa settimanastiamo “buttano all’aria il tavolo a calci” perché non abbiamo più altre scelte. Cominciare una guerra non sarà nient’altro.

Quanto sopra è stato scritto nel fine settimana. Ora siamo arrivati a lunedi mattina [18 agosto] e non è successo ancora niente”. Non è successo niente quindi possiamo dimenticarci tranquillamente di tutto quello che ho scritto e non pensarci più! Infatti anche le notizie di venerdì scorso ormai sono state dimenticateQuello che nessuno  deve dimenticare è il fatto che venerdì scorso sono state  date delle “notizie completamente false”. A che cosa dovremmo credere la prossima volta”? Perché ci sarà una prossima volta, possiamo contarci e sfortunatamente continuerà ad esserci una “ prossima volta” fino a quando si raggiungerà quello che vogliono, che poi sarebbe la guerra, come era scritto nel copione.

(Fonte comedonchisciotte – traduzione Bosque Primario)

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La Terza Guerra Mondiale per l’energia

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“Iraq, Siria, Nigeria, Sud Sudan, Ucraina, Mar della Cina a oriente e meridione: dovunque si guardi, il mondo è infiammato da nuovi conflitti o guerre che si intensificano. A prima vista appaiono eventi indipendenti l’uno dall’altro, fondati su circostanze specifiche. Ma osservando la questione più da vicino si comprende come abbiano in comune caratteristiche fondamentali. In ciascuno di questi conflitti emergono antagonismi atavici fra tribù, sette e popolazioni vicine. Ma guardate più da vicino e vedrete che ognuno di questi conflitti è, in fondo, una guerra di energia.

In Iraq e Siria ci sono attriti profondi tra sciiti, sunniti, curdi, turkmeni e altri ancora; in Nigeria tra musulmani e cristiani e gruppi tribali; in Sud Sudan tra Dinka e Nuer; in Ucraina tra ucraini lealisti e allineati filorussi; nel Mar della Cina a oriente e a sud tra cinesi, giapponesi, vietnamiti, filippini e altri ancora. Sarebbe facile attribuire tutto ad attriti e odi di lunga data, come suggerito da molti analisti; ma questi conflitti in realtà sono alimentati da impulsi ben più attuali e moderni, cioè la volontà di controllare i giacimenti di petrolio e gas naturale. Non cadiamo nell’errore: le guerre del ventunesimo secolo sono le guerre per l’energia.

Nessuno dovrebbe sorprendersi a fronte del ruolo che l’energia gioca in queste guerre. Dopo tutto il petrolio e il gas naturale sono la fonte maggiore di introiti per governi e grandi società quando ne controllano produzione e distribuzione. E i governi di Iraq, Siria, Nigeria, Sud Sudan e Russia ottengono enormi profitti dalla vendita del petrolio, mentre le grandi aziende dell’energia (molte di proprietà degli Stati) esercitano un potere immenso nelle nazioni coinvolte. Chiunque possa controllare questi Stati, e le aree al loro interno dove si estraggono petrolio e gas naturale, controlla anche la collocazione e l’allocazione di risorse cruciali. Nonostante la patina di inimicizie storiche, molti di questi conflitti, poi, sono davvero lotte per il controllo della principale fonte di reddito nazionale. Inoltre, viviamo in un mondo energetico-centrico in cui il controllo sulle risorse petrolifere e di gas (e dei loro vettori) si traduce in peso geopolitico per alcuni e vulnerabilità economica per gli altri.

La battaglia per le risorse energetiche è stata un fattore importante in molti recenti guerre, come la guerra Iran-Iraq tra il 1980 e 1988, la guerra del Golfo nel 1990 e la guerra civile sudanese tra il 1983 e il 2005. Magari, a prima vista, nei conflitti più recenti questo aspetto può apparire meno evidente, ma è sempre per quello. Le divisioni etniche e religiose possono fornire il carburante politico e ideologico, ma è la caccia al profitto che tiene viva la battaglia. In un mondo ancora fondato sui carburanti fossili, controllare petrolio e gas è una fattore essenziale dei poteri nazionali.

Senza la promessa di tali risorse, molti di questi conflitti finirebbero per mancanza di fondi per comprare armi e pagare le truppe. Finché il petrolio continua a scorrere, però, gli eserciti hanno sia i mezzi che gli incentivi per continuare a combattere.

In un mondo di combustibili fossili, il controllo sulle riserve di petrolio e gas è una componente essenziale del potere nazionale. “Il petrolio fa muovere automobili e aerei, alimenta il potere militare e la politica internazionale”, afferma Robert Ebel del Center for Strategic and International Studies, “è un fattore determinante per il nostro benessere, di sicurezza nazionale, e di potenza internazionale per coloro che possiedono questa risorsa vitale, e il contrario per coloro che non la possiede”.

Un giorno, forse, lo sviluppo delle energie rinnovabili cambierà tutto ciò, ma oggi se vedete una guerra scoppiare, è una guerra per l’energia”. Michael T. Klare

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Le 50 verità di Putin sulla Crimea

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Il 18 Marzo 2014, dal Cremlino, il presidente Vladimir Putin ha pronunciato un discorso storico, a seguito del referendum tenutosi in Crimea. I media occidentali hanno scelto di ignorare il punto di vista russo sulla crisi ucraina. 

  1. La Crimea è parte della storia russa e questa realtà è radicata nei cuori e nella mente dei suoi abitanti. Lì fu battezzato il Gran Principe Vladimir I. Sempre in questo territorio si trovano molte tombe dei soldati russi che permisero l’integrazione della Crimea all’Impero russo.
  2. Sebastopoli è la culla della Flotta russa del Mar Nero.
  3. Dopo la Rivoluzione del 1917 i bolscevichi aggregarono arbitrariamente una gran parte del sud storico della Russia all’Ucraina. Questo venne fatto senza tener conto della composizione etnica della popolazione, e oggi queste zone formano il sud-est dell’Ucraina.
  4. Nell’aprile del 1954 la Crimea venne ceduta all’Ucraina così come Sebastopoli, anche se era una città federale. Fu un’iniziativa personale dell’allora capo del Partito Comunista Nikita Krusciov.
  5. Quella decisione venne presa violando totalmente le norme vigenti in quell’epoca, senza chiedere  l’opinione degli abitanti della Crimea e di Sebastopoli. Se ne resero conto a giochi fatti.
  6. In quell’epoca Ucraina e Russia erano parte di un unico Stato, l’URSS, neanche si poteva immaginare che un giorno si sarebbero separati.
  7. A seguito del crollo dell’Urss la gente delle vecchie repubbliche sovietiche sperava che la nuova Comunità di Stati Indipendenti diventasse la nuova forma dello Stato. I dirigenti poi promisero una moneta unica, uno spazio economico unico e una forza armata congiunta. Ma così non fu.
  8. Poi saccheggiarono la Crimea alla Russia.
  9. Col crollo dell’Unione Sovietica milioni di persone “si addormentarono in un paese e si svegliarono in un altro, diventando da un giorno all’altro minoranze etniche nelle ex Repubbliche dell’URSS, mentre la Russia è diventato uno dei più grandi, forse il più grande, gruppo etnico al mondo diviso dalle frontiere”.
  10. Nel 1991 i residenti di Crimea e Sebastopoli furono abbandonati al loro destino. E’ il sentimento generale condiviso dagli abitanti di questa regione.
  11. Per il quieto vivere e per un buon vicinato la Russia non ha rivendicato la Crimea e Sebastopoli che gli sarebbero, tra l’altro, appartenuti di diritto.
  12. Nel 2000, dopo una trattativa col Presidente ucraino Leonid Kuchma, la Russia ha riconosciuto che la Crimea era de facto e de jure territorio ucraino.
  13. La Russia sperava che l’Ucraina mantenesse un’amicizia reciproca e che i cittadini russi, e i russofoni, in particolare nel sud-est della Turchia e in Crimea, venissero protetti e potessero godere dei loro diritti.
  14. Tuttavia russi e russofoni negli anni sono stati sottoposti a sempre maggiori tentativi di assimilazione forzata e di “privazione” della loro memoria storica.
  15. Le attuali aspettative del popolo ucraino per un miglioramento della vita sono legittime.
  16. La Russia era “vicina” ai manifestanti di piazza Maidan che rifiutavano la corruzione, il mal governare dello Stato e la povertà. Erano tutte rivendicazioni legittime secondo Mosca.
  17. Nel 2013 tre milioni di ucraini sono emigrati in Russia per lavoro, le loro entrate furono di 20 milioni di dollari, circa il 12% del PIL dell’Ucraina.
  18. Tuttavia il 21 febbraio del 2014 i cospiratori hanno rovesciato un governo legittimo, preso illegalmente il potere ricorrendo al terrore, agli omicidi e ai saccheggi. Alcuni nazionalisti, neonazisti nemici dei russi e antisemiti hanno eseguito questo golpe e ora sono al comando.
  19. Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale sono complici in questo colpo di stato e riconoscono ufficialmente le nuove autorità.
  20. Il nuovo Governo de facto ha immediatamente presentato una proposta di legge di revisione della politica linguistica, una diretta violazione dei diritti delle minoranze etniche, con l’obiettivo, tra l’altro, di proibire la lingua russa.
  21. Oggi non vi è nessuna autorità esecutiva legittima in Ucraina.
  22. I sostenitori dell’autorità legittima sono stati repressi, a partire dalla Crimea.
  23. Di fronte a questi avvenimenti gli abitanti di Crimea e Sebastopoli si sono rivolti alla Russia per essere aiutati a difendere i loro diritti e le loro vite e per prevenire la diffusione degli eventi di Kiev, Donetsk, Kharkov e di altre città ucraine.
  24. La Russia aveva il dovere di rispondere alla chiamata degli abitanti di Crimea che si sentivano in pericolo.
  25. In nessun momento la Russia ha violato i diritti internazionali. Le forze armate russe non sono mai entrate in Crimea poiché si trovavano già li.
  26. Gli accordi militari prevedono una presenza di 25.000 soldati russi in Crimea e mai si è superato questo limite.
  27. Il Consiglio Supremo della Crimea, prevedendo che le nuove autorità golpiste non avrebbero garantito i diritti della regione, ha preso come riferimento la Carta delle Nazioni Unite e più precisamente il diritto dei popoli all’autodeterminazione per dichiarare la sua indipendenza e organizzare un referendum.
  28. Il 16 marzo 2014 l’82% degli elettori ha partecipato alla consultazione e il 96% dei votanti si è pronunciato a favore della riunificazione con la Russia.
  29. L’Ucraina nel ’91 adottò lo stesso procedimento quando decise di separarsi dall’URSS. L’Ucraina ha approfittato di questo diritto e ora lo nega agli abitanti della Crimea. Perché?
  30. La popolazione della Crimea è di 2,2 milioni di persone tra cui 1,5 milioni di russi, 350mila ucraini madrelingua russa e 300mila tartari.
  31. Le autorità della Crimea hanno usato esattamente lo stesso procedimento del Kosovo quando decise di separarsi dalla Serbia, con l’appoggio dei paesi occidentali, senza chiedere autorizzazioni alle autorità centrali.
  32. Sulla base dell’Art.2 del Capitolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, la Corte Internazionale dell’ONU ha approvato tale decisione. “Nessun divieto generale può essere dedotto dai precedenti del Consiglio di Sicurezza per quanto riguarda le dichiarazioni d’indipendenza. Il diritto generale internazionale non prevede alcun divieto contro le dichiarazioni d’indipendenza”.
  33. Il 17 aprile del 2009, per quanto riguarda il Kosovo, gli Stati Uniti hanno sottoposto alla Corte Internazionale delle Nazioni Unite il seguente testo: “Le dichiarazioni d’indipendenza possono, ed è questo il caso, violare le leggi nazionali. Tuttavia ciò non costituisce una violazione del diritto internazionale”.
  34. I principi validi per il Kosovo devono esserlo anche per la Crimea.
  35. L’esercito russo non ha sparato nemmeno una volta e non ha causato alcuna vittima.
  36. La situazione Ucraina riflette il mondo di oggi. I paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, preferiscono la forza delle armi a quella dei diritti e pensano di poter decidere autonomamente il destino del mondo. Usano la forza con gli stati sovrani, creano coalizioni basandosi sul seguente principio: “Se non siete con noi siete contro di noi”.
  37. “Per dare un’apparenza di legittimità alle sue aggressioni obbligano le organizzazioni internazionali ad adottare le necessarie contromisure, e se per un qualsiasi motivo non funziona ignorano semplicemente il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e le Nazioni Unite intere”.
  38. Un esempio è la Yugoslavia nel 1999 quando Belgrado fu bombardata per settimane senza alcuna risoluzione dell’ONU. Stessa cosa per Afghanistan e Iraq. In quanto alla Libia si è violata la risoluzione del Consiglio di Sicurezza perché invece di imporre una no fly-zone hanno cominciato a bombardarla.
  39. Il colpo di Stato in Ucraina, organizzato dai paesi occidentali, ha l’obiettivo di impedire l’integrazione eurasiatica.
  40. L’espansione della NATO verso Est e il dispiegamento di strutture militari, come i sistemi di difesa antimissile, alle porte della Russia, sono le prove lampanti di questo.
  41. In Ucraina le nazioni occidentali hanno passato la “linea rossa”.
  42. Milioni di russi vivono in Ucraina e in Crimea, bisogna mancare d’istinto politico per non prevedere le conseguenze di tali atti.
  43. “La Russia si è trovata in una posizione dalla quale non poteva ritirarsi. Se si comprime al massimo una molla un giorno questa libererà una gran forza. Si dovrebbe sapere questo”.
  44. La Russia è un partecipante indipendente e attivo negli affari internazionali, come altri paesi ha i propri interessi nazionali da prendere in considerazione e rispettare. Soprattutto con la prospettiva che l’Ucraina si integri alla NATO.
  45. Il popolo russo aspira a ristabilire l’unità del suo territorio, del quale fa parte la Crimea.
  46. Il rispetto per i diritti dei russi e degli abitanti di lingua russa in Ucraina sono “la garanzia di stabilità dello stato ucraino e della sua integrità territoriale”.
  47. La Russia vuole mantenere relazioni amichevoli con l’Ucraina.
  48. Secondo indagini condotte in Russia, il 92% dei cittadini è a favore della riunificazione della Crimea con la Russia.
  49. La Crimea in futuro avrà tre lingue nazionali tutte sullo stesso piano d’importanza: russo, ucraino e tartaro.
  50. La crisi ucraina si deve risolvere attraverso la politica e la diplomazia secondo la costituzione del paese. Il linguaggio della forza, coercizione o minaccia non avrà nessun effetto sulla Russia.

(Fonte traduzione articolo rebelion)

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In Ucraina prove tecniche di guerra globale termonucleare

guerra globale termonucleare

Le nazioni occidentali, guidate dall’Unione Europea e dall’amministrazione Obama, sostengono un tentativo di golpe apertamente neonazista in Ucraina. Se riusciranno nell’intento, le conseguenze andranno ben oltre i confini dell’Ucraina e degli stati limitrofi. Per la Russia, tale colpo di stato costituisce un casus belli, in quanto esso avviene nel contesto dell’espansione della difesa antimissile della NATO in Europa centrale e dell’evoluzione della dottrina USA e NATO del “Prompt Global Strike,” secondo cui gli Stati Uniti possono lanciare un primo attacco nucleare preventivo contro Russia e Cina e sopravvivere ad una rappresaglia.

Gli avvenimenti in Ucraina costituiscono la potenziale miccia di una guerra globale che potrebbe rapidamente degenerare in un olocausto termonucleare. Alla conferenza sulla Sicurezza Europea che si è tenuta a Monaco di Baviera i primi di febbraio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha avuto un vivace scambio di battute con il Segretario Generale della NATO Generale Anders Fogh Rasmussen, dopo che quest’ultimo aveva accusato la Russia di “retorica bellicosa”. Lavrov ha risposto citando il programma europeo di difesa antimissile come un tentativo di garantire un potenziale di primo colpo nucleare contro la Russia. Nel suo intervento a Monaco ed una settimana prima al World Economic Forum a Davos, in Svizzera, Lavrov ha accusato i governi occidentali di sostenere organizzazioni terroristiche neonaziste nel loro tentativo di porre l’Ucraina sotto il controllo dell’Unione Europea e della Troika rafforzando così l’accerchiamento della NATO intorno alla Russia. Ma lungi dall’esagerare, Lavrov ha forse sminuito il problema.

I nazisti prendono la guida delle manifestazioni. Da quando il Presidente Janukovič ha annunciato che l’Ucraina non avrebbe accettato l’accordo associativo con l’Unione Europea, il 21 novembre 2013, organizzazioni di reduci di guerra e collaborazionisti nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN-B) ed i loro successori, sostenute dall’occidente, hanno lanciato una campagna di provocazioni mirante non solo a far cadere il governo del Primo Ministro Mykola Azarov, ma anche a rovesciare il Presidente Janukovič, democraticamente eletto. Il Partenariato Orientale dell’UE fu avviato nel dicembre 2008 da Carl Bildt e Radek Sikorski, ministri degli Esteri di Svezia e Polonia, sull’onda dello scontro militare tra Georgia e Russia nel Sud Ossezia. Il Partenariato prese di mira sei ex repubbliche sovietiche: tre nella regione del Caucaso (Armenia, Azerbaijan, Georgia) e tre in Europa Centro Orientale (Bielorussia, Moldavia, Ucraina). L’idea era non di invitarle ad entrare a far parte dell’UE, ma di sottoporle ugualmente alla morsa di quest’ultima tramite cosiddetti accordi associativi, ciascuno incentrato su un Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA, ampio accordo di libero scambio). Il principale bersaglio era l’Ucraina. Con l’accordo associativo negoziato ma non firmato, l’economia industriale dell’Ucraina sarebbe stata smantellata, riducendo drasticamente l’interscambio con la Russia (che avrebbe messo fine al proprio accordo di libero scambio con l’Ucraina per impedire l’invasione di articoli europei sui suoi mercati tramite), ed i mercati europei avrebbero preso il controllo delle esportazioni ucraine di prodotti agricoli e materie prime. Lo stesso regime mortale di austerità imposto dalla Troika alla Grecia ed altri paesi del Mediterraneo sarebbe stato imposto anche all’Ucraina. Inoltre l’accordo associativo imponeva anche una “convergenza” sulle questioni di sicurezza e l’integrazione nel sistema di difesa europeo. Secondo tale accordo, l’Ucraina avrebbe dovuto recedere dai trattati a lungo termine che concedono a Mosca l’uso dei porti del Mar Nero, cruciale per la Marina Militare russa, dando alla NATO una base avanzata sul confine con la Russia. Anche se i media occidentali hanno raccontato che le manifestazioni in piazza dell’Indipendenza a Kiev (Maidan Nezalezhnesti, o Euromaidan come viene chiamata adesso) fossero inizialmente pacifiche, sta di fatto che fin dall’inizio le proteste includevano un nocciolo duro di estrema destra e neonazisti, hooligans e reduci delle guerre in Afghanistan, Cecenia e Georgia. Stando al parlamentare ucraino Oleg Tsariov, trecentocinquanta ucraini sono tornati dalla Siria nel gennaio 2014, dopo aver combattuto insieme ai ribelli siriani, inclusi gruppi terroristici legati ad al-Qaeda quali il Fronte al-Nusra e lo Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS). Già nel weekend del 30 novembre – 1 dicembre i rivoltosi gettavano cocktail Molotov ed hanno occupato il Municipio di Kiev dichiarandolo “quartier generale rivoluzionario”. I manifestanti del partito di opposizione Svoboda, che prima si chiamava nazionalsocialista, hanno marciato dietro la bandiera rossonera dell’ Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera (OUN-B), ovvero i collaboratori nazisti che durante la seconda guerra mondiale sterminarono ebrei e polacchi per conto della macchina da guerra hitleriana, ispirati dall’ideologia della razza pura. Lo slogan del partito Svoboda, “l’Ucraina agli ucraini”, era il grido di battaglia di Bandera durante la collaborazione tra l’OUN-B ed Hitler dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica. Sotto quello slogan i combattenti fascisti di Bandera commisero esecuzioni di massa e pulizie etniche. Fonti ucraine riferiscono che già nell’estate del 2013, mesi prima che il Presidente Janukovič decidesse di rifiutare l’accordo associativo con l’UE, il partito Svoboda teneva dei campi di addestramento paramilitare. Il carattere neonazista, razzista ed antisemita di Svoboda non ha impedito però ai diplomatici occidentali, inclusa Victoria Nuland, la vice di Kerry per gli affari europei ed asiatici, di incontrare pubblicamente il leader del partito Oleg Tjaghnìbok, che nel 2004 era stato buttato fuori dal movimento La Nostra Ucraina per i suoi discorsi contro “moscoviti ed ebrei” in cui usava termini offensivi e insulti per entrambi. Il revival fascista di Bandera è evidente fin dalla Rivoluzione Arancione del 2004, quando Viktor Juščenko fu installato come Presidente dell’Ucraina con una campagna sostenuta dall’estero e finanziata dall’International Renaissance Foundation di George Soros e da oltre 2.000 ONG da Europa ed America, dopo aver perso ufficialmente le elezioni presidenziali contro Viktor Janukovič. Il 22 gennaio 2010, uno degli ultimi anni di Juščenko come Presidente, dopo la vittoria presidenziale di Janukovič con un ampio margine, fu quella di nominare Stepan Bandera un Eroe dell’Ucraina, che è il massimo onore di stato. Stando a notizie di stampa, la seconda moglie di Juščenko, Katerina Čumačenko, era anche lei membro del gruppo giovanile banderista OUN-B nella sua città di nascita, Chicago. Negli anni Ottanta, la Čumačenko presiedeva gli uffici di Washington dell’Ukrainian Congress Committee of America (su cui aveva grande influsso l’OUN-B, stando al Canadian Institute of Ukrainian Studies dell’Università di Alberta) e presiedeva anche il National Captive Nations Committee, prima di passare all’Ufficio del Dipartimento di Stato per i Diritti Umani. Nel gennaio 2011, il Presidente Janukovič revocò a Bandera l’onorificenza di Eroe dell’Ucraina.

L’OUN-B: un po’ di storia. Il retaggio dell’OUN-B è cruciale per comprendere la natura dell’insurrezione armata attualmente in corso in Ucraina. L’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini fu fondata nel 1929 e nel giro di quattro anni Bandera ne divenne il capo. Nel 1934 Bandera ed altri leader dell’OUN furono arrestati per l’assassinio di Bronislaw Pieracki, Ministro dell’Interno polacco. Bandera fu scarcerato nel 1939 ed avviò subito i contatti con il Quartier Generale dell’Occupazione tedesca, ricevendo fondi e organizzando l’addestramento nella Abwehr per 800 guastatori delle sue truppe. Quando ci fu l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941, le forze di Bandera consistevano in almeno settemila combattenti organizzati in “gruppi mobili” coordinati con le forze tedesche. Bandera ricevette 2,5 milioni di marchi per condurre operazioni sovversive all’interno dell’Unione Sovietica. Dopo aver dichiarato lo stato indipendente ucraino sotto la sua direzione nel 1941, Bandera fu arrestato e mandato a Berlino. Ma mantenne i contatti coi nazisti che continuarono a finanziarlo, ed i suoi “gruppi mobili” ricevettero copertura aerea dai tedeschi per tutta la durata della guerra. Nel 1943, l’OUN-B di Bandera iniziò una campagna di sterminio di massa di polacchi ed ebrei, uccidendo qualcosa come 70.000 civili solo durante l’estate di quell’anno. Anche se Bandera guidava ancora le attività dell’OUN-B da Berlino, la pulizia etnica veniva guidata da Mykola Lebed, capo del Sluzhba Bespeki, la polizia segreta dell’OUN-B. Nel maggio 1941, ad una sessione plenaria dell’OUN a Cracovia, l’organizzazione pubblicò un documento, “La lotta e l’azione dell’OUN durante la guerra” che dichiarava, tra l’altro, che “moscoviti, polacchi e ebrei ci sono ostili e vanno sterminati in questa lotta” (usando per moscoviti il nomignolo derogatorio “Moskal”). Con la sconfitta dei nazisti, Bandera e molti leader dell’OUN-B furono mandati in vari campi di prigionia in Germania ed Europa centrale. Stando a Stephen Dorrill ed alla sua autorevole storia del servizio segreto inglese MI6, MI6: Inside the Covert World of Her Majesty’s Secret Intelligence Service, Bandera fu reclutato dall’MI6 nell’aprile 1948. Il collegamento coi britannici fu stabilito da Gerhard von Mende, un gerarca nazista che aveva diretto la Divisione Caucasica del Ministero del Reich per i Territori Orientali occupati (Ostministerium). Von Mende reclutò musulmani dal Caucaso e dall’Asia Centrale per farli combattere insieme ai nazisti durante l’invasione dell’Unione Sovietica. Alla fine della seconda guerra mondiale, lavorò per i britannici tramite una società di copertura, la Research Service on Eastern Europe, che era in realtà un ente di reclutamento per gli insorti musulmani all’interno dell’Unione Sovietica. Von Mende fu strumentale nel creare covi della Fratellanza Musulmana a Monaco di Baviera e Ginevra. Tramite von Mende, l’MI6 addestrò agenti dell’OUN-B e li infiltrò in Unione Sovietica per condurre operazioni di sabotaggio ed assassinio tra il 1949 ed il 1950. Un rapporto dell’MI6 del 1956 loda Bandera come “un agente clandestino professionista con un background terroristico e spregiudicato nelle regole del gioco”. Nel marzo 1956, Bandera andò a lavorare con l’equivalente tedesco della CIA, il BND, allora diretto dal Gen. Reinhardt Gehlen, capo dei servizi segreti militari sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale. Ancora una volta, von Mende fu uno dei suoi sponsor e protettori. Nel 1959, Bandera fu assassinato dal KGB in Germania occidentale. Il principale sicario di Bandera, Mykola Lebed, comandante della polizia segreta dell’OUN-B, fece una carriera più lunga. Alla fine della seconda guerra mondiale fu reclutato dai Corpi di Counterintelligence dell’esercito americano e nel 1948 era sulla busta paga della CIA. Lebed reclutò gli agenti dell’OUN-B che non erano andati con Bandera e l’MI6, e partecipò ad un programma di sabotaggio dietro la Cortina di Ferro, che incluse la “Operation Cartel” e la “Operation Aerodynamics.” Lebed fu quindi trasferito a New York, dove diede vita ad una società di facciata della CIA, la Prolog Research Corporation, ed operò sotto il controllo di Frank Wisner, che era a capo del Direttorato per la Pianificazione della CIA negli anni Cinquanta. La Prolog continuò ad operare fino alla fine degli Anni Novanta, quando fu promossa e sostenuta da Zbigniew Brzezinski, consigliere del Presidente Jimmy Carter per la sicurezza nazionale. Nel 1985, il Dipartimento di Giustizia USA lanciò un’inchiesta sul ruolo di Lebed nel genocidio in Polonia ed Ucraina occidentale durante la guerra, ma la CIA la bloccò e l’inchiesta fu abbandonata. Ciononostante, nel 2010, dopo la pubblicazione di migliaia di pagine di documenti di guerra, gli Archivi Nazionali pubblicarono un rapporto, Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S. Intelligence, and the Cold War (l’ombra di Hitler: criminali di guerra nazisti, intelligence USA e guerra fredda), scritto da Richard Breitman e Norman Goda, che includeva un resoconto dettagliato sulla collisione tra Bandera, Lebed ed i nazisti e sul loro coinvolgimento nelle esecuzioni di massa di ebrei e polacchi. Questo retaggio Bandera-Lebed e le reti intessute nel dopoguerra sono al centro degli avvenimenti attuali in Ucraina.

La denuncia dei leader ucraini. Il 25 gennaio ventinove partiti e organizzazioni politiche in Ucraina hanno lanciato un appello al Segretario Generale dell’ONU, alla dirigenza dell’UE ed agli Stati Uniti affinché prendano misure per “fermare i saccheggi da parte dei guerriglieri, l’incitamento alla guerra civile, un colpo di stato e la disintegrazione del paese”. L’appello fornisce dettagli cruciali sulla natura neo-coloniale ed anti-russa dell’accordo di associazione con l’UE, che l’attuale governo ucraino ha congelato, ma anche sulle organizzazioni neofasciste che prendono parte alle proteste. Una dei firmatari è l’economista Natalia Vitrenko, leader del Partito Socialista Progressista Ucraino, che più di un anno fa aveva messo in guardia da questi gruppi che, con l’incoraggiamento ed i fondi delle cosiddette ONG “per la democrazia” provenienti dall’occidente, avrebbero posto una minaccia al governo ucraino. La dichiarazione esordisce: “La crisi politica ucraina peggiora di giorno in giorno, portando il paese verso una guerra civile fratricida, la perdita della sovranità e la disintegrazione dello stato. Si tratta di un progetto straniero per prendere il controllo dell’Ucraina. Viene attuato contro gli interessi e le esigenze del nostro popolo. Viene portato avanti violando la Costituzione e le norme e princìpi internazionali, basati sull’azione pacifica, sulle libere elezioni, la libertà di parola ed il rispetto dei diritti umani. Giacché i media internazionali riportano informazioni deliberatamente distorte sull’Ucraina, diffuse da politici e funzionari dell’UE e degli Stati Uniti, e queste vengono usate a sostegno di azioni illegali di guerriglia, ci vediamo costretti a lanciare il seguente appello”. Quanto all’ideologia ed ai simboli neonazisti e neofascisti dell’Euromaidan, i firmatari si rivolgono direttamente ai leader occidentali: “Dovreste capire che, sostenendo le azioni di guerriglia in Ucraina, accordando loro lo status di ‘attivisti Euromaidan’ che prendono parte a presunte azioni pacifiche, state di fatto proteggendo, incitando ed istigando i neonazisti e i neofascisti ucraini”. “Nessun leader dell’opposizione (Iatseniuk, Klitsčko e Tjaghnìbok) nasconde il fatto di continuare l’ideologia e le pratiche dell’OUN-UPA…. Ovunque vadano i teppisti di Euromaidan disseminano gli slogan citati prima e simboli nazisti (…) A conferma della natura neonazista di Euromaidan c’è l’uso costante di ritratti dei carnefici del nostro popolo, Bandera e Šukhevič—agenti dell’Abwehr.” Solo alla fine di gennaio, quando le scene delle violenze di massa e dei manifestanti armati hanno finalmente spezzato la cortina fumogena dei media, i media occidentali hanno parlato del carattere neonazista della destabilizzazione in corso. La rivista Time, il 28 gennaio, ha titolato su Kiev “banditi di estrema destra prendono il controllo delle rivolte liberali in Ucraina”, pubblicando il profilo di un gruppo di nazisti detto Spilna Sprava (“Causa comune” ma la sigla è “SS”), al centro delle proteste. Il giorno dopo il Guardian ha titolato: “In Ucraina, fascisti, oligarchi e l’espansione occidentale sono al centro della crisi” col sottotitolo: “La storia che ci viene raccontata sulle proteste a Kiev ha un rapporto molto lontano con la realtà”. L’inviato del Guardian Seumas Milne scrive onestamente: “Dagli articoli pubblicati finora non si sa che nazionalisti di estrema destra e fascisti erano al centro delle proteste e degli attacchi contro gli edifici del governo. Uno dei tre partiti di opposizione alla guida della campagna è il partito di estrema destra ed antisemitico Svoboda, il cui leader Oleg Tjaghnìbok sostiene che una ‘mafia moscovita ed ebraica’ controlli l’Ucraina. Il partito, che ora controlla la città di Leopoli, ha guidato una fiaccolata di 15.000 persone all’inizio del mese in memoria del leader fascista ucraino Stepan Bandera, le cui milizie combatterono coi nazisti nella seconda guerra mondiale, e che prese parte alle stragi di ebrei.” Anche Counterpunch ha pubblicato il 29 gennaio un articolo di Eric Draitser, “L’Ucraina e la rinascita del Fascismo”, che inizia con il monito: “La violenza nelle strade dell’Ucraina è più di un’espressione di rabbia popolare contro il governo. Anzi, è solo l’ultimo esempio dell’ascesa della forma più insidiosa di fascismo che l’Europa abbia mai visto dalla caduta del Terzo Reich… nel tentativo di strappare l’Ucraina dalla sfera di influenza russa, Stati Uniti, UE e NATO si sono alleati, per la prima volta, con dei fascisti.”

*Traduzione del dossier prodotto dal gruppo di ricerca dell’Executive Intelligence Review di Washington

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