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La Grecia svende tutto per pagare il pizzo alla Troika



La Grecia si vende tutto. Isole, porti, aeroporti, strade e anche acquedotti. Miliardari, è l’ora dei saldi! Il più grande programma di cessione al mondo è partito. Con il 27% di disoccupazione, il 50% di disoccupazione giovanile e il 180% di debito pubblico sul Pil, la Grecia privatizza per fare cassa. Questo è il prezzo per ripagare i 247,5 miliardi che l’Unione Europea avrebbe speso per salvarla dalla bancarotta. Anche l’Italia ha dato il suo contributo ma la cifra versata, chi dice 10 chi 50 miliardi, non è del tutto chiara. Quello che è chiaro e che dalle privatizzazioni devono essere recuperati non meno di 22,3 milioni di euro entro il 2020, due anni fa erano cinquanta i miliardi da incassare entro il 2015 per abbassare il debito pubblico.

La lista dei beni censiti che dovranno essere messi in vendita è lunga: 38 aeroporti, 12 porti, una compagnia del gas e una elettrica, le ferrovie, le poste, ben quattro centri termali, un tratto di autostrada da 700 chilometri, l’Hellenic Petroleum, almeno cento porti turistici, un castello a Corfù e centinaia e centinaia di ettari di terreno sulle spiagge. Lo segnala il quotidiano della sinistra francese Liberation, ma è tutto verificabile consultando il sito dell’Ente ellenico per la valorizzazione delle proprietà dello Stato (Taiped).

La Cina è pronta a comprarsi tutto. Con soli 6,5 miliardi sono stati firmati 19 accordi economici che coprono export, trasporti marittimi, aerei e terrestri, cantieristica navale, addirittura è stata comprata una partecipazione nella quota della società di produzione greca dell’olio di oliva. E pensate che in Grecia sta facendo shopping perfino l’Azerbaigian, che ha investito 400 milioni di euro per l’acquisto del 66% della Desfa, filiale della Depa (società greca del gruppo pubblico produttore di gas), e ha raggiunto un importante accordo per il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) che porterà il gas naturale del giacimento azero di Shah Deniz sino alle coste italiane, attraversando l’Adriatico.

Il paese, grazie a questi sforzi, potrebbe ritornare a crescere nel 2016, profetizzano il Fmi e l’Unione Europea. Il Primo ministro greco Samaras è contento, il popolo con questa svendita obbligata dalla Ue, Bce e dalla Troika, un po’ meno. Ormai i greci dopo migliaia di proteste sono rassegnati. Benvenuti in Grecia, laboratorio europeo del capitalismo del disastro!


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Troika sempre più fuorilegge

Troika-Party

Il caso monta tra Germania e Austria, e potrebbe essere decisivo nella corsa a due, Ppe-Pse, per la maggioranza dei seggi nel prossimo Parlamento europeo e di conseguenza per un possibile cambiamento dirotta politica della Commissione per il quinquennio 2014-2019. Sul voto del 25 maggio piomba il dossier firmato Andreas Fischer Lescano, docente allo Zerp (Centre of european law and politics) dell’Università di Brema, autore di uno studio commissionato da Ces, Etui, Ogb (sindacato austriaco) e Camera federale austriaca del lavoro.

Secondo Fischer Lescano, la partecipazione della Commissione e della Bce alla troika insieme al Fondo monetario internazionale che ha scritto e imposto le misure di austerità a Paesi come Irlanda, Cipro, Portogallo e Grecia, rappresenta una violazione fondamentale del diritto primario dell’Unione europea. Con il Trattato di Lisbona, osserva il docente tedesco, il diritto primario include la Carta dei diritti fondamentali, che sono stati sistematicamente violati nel momento in cui gli Stati membri hanno approvato il protocollo d’accordo del Consiglio Ue sul cosiddetto Meccanismo europeo di stabilità (Esm). Non c’è alcuno stato di urgenza, spiega la consulenza legale di Fischer Lescano (“Human rights in times of austerity policy”, Diritti umani nelle politiche di austerità), che possa giustificare la sospensione del diritto comunitario, come invece è puntualmente avvenuto con le misure volute da Bce, Fmi e Commissione europea, e questo è particolarmente vero per Commissione e Bce, tenute all’obbligo del rispetto delle leggi Ue.

E’ la loro partecipazione al Meccanismo europeo di stabilità, rileva il dossier, “all’origine delle misure che hanno pesantemente indebolito le leggi nazionali sul lavoro e i sistemi sociali, che comprendono il diritto fondamentale alla contrattazione collettiva, il diritto al lavoro, all’alloggio e alla sicurezza sociale, alla sanità e alla proprietà”. Anche le convenzioni Onu relative ai diritti dell’infanzia e ai diritti dei portatori di handicap, si nota, sono stati ignorati o disattesi. Il punto fondamentale sottolineato da Fischer Lescano è sul vero e proprio diktat sull’Esm imposto ai quattro Paesi sotto programma, che non ha di fatto lasciato alternative ai governi nazionali, chiamati a ridurre i salari minimi, tagliare la spesa sanitaria e gli alloggi pubblici, spostare la contrattazione dal livello collettivo a quello aziendale: interventi, guarda caso, che non sono coperti dalla legislazione Ue. In parallelo, il dossier registra il “cortocircuito” del Parlamento europeo, tenuto praticamente a margine della partita Ue-Stati Membri sull’Esm. Cosa fare, allora?

Si può contestare la violazione dei diritti umani menzionati presso la Corte europea di giustizia, ma esistono altre possibilità, spiega Fischer Lescano. Il ricorso alla Corte di giustizia Ue può essere presentato sia contro la violazione dei diritti umani ma anche per il mancato rispetto delle competenze fondamentali dell’Unione europea. L’Ue, come tale, invece non può essere perseguita dalla Corte europea dei diritti umani (Cedh), ma possono essere invece denunciati i singoli Paesi per aver violato i diritti umani per l’adesione all’Esm. Stesso discorso per l’Ilo o l’Onu: impossibile procedere contro l’Ue presso le due organizzazioni, che possono essere chiamate in causa per denunciare singolarmente uno Stato membro, mentre la Corte internazionale di giustizia può essere avocata per le questioni legate al rispetto dei diritti umani.

“L’articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea è sistematicamente violata quando istituzioni dell’Ue interferiscono nell’ambito del diritto alla salute e alle cure mediche, e in particolare quando impediscono l’accesso alle infrastrutture sanitarie fornite dagli Stati membri”, afferma Fischer Lescano al termine di un incontro organizzato dall’Ogb. “Il dovere di protezione – continua – costituisce un elemento significativo e sistematico dei diritti fondamentali, ed è quindi una responsabilità che impone il dovere da parte delle istituzioni europee di impedire la violazione dei diritti fondamentali quando esse collaborano con istituzioni terze, com’è avvenuto nel caso del Fondo monetario internazionale“. Sono quindi le stesse istituzioni europee, scandisce Fischer Lescano, “da considerarsi responsabili per non aver creato il quadro legale entro cui il Fmi, insieme a Bce e Commissione, avrebbe potuto e dovuto agire senza danneggiare i diritti fondamentali”.

(Fonte conquistedellavoro)

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L’orco della deflazione

Euro-Europa-inflazione-deflazione

Fino all’altro ieri l’orco cattivo che minacciava la stabilità della nostra economia si chiamava “spread“, ovvero la differenza tra il rendimento dei titoli obbligazionari di un paese e quelli dell’imbattibile Germania. Era temuto perché poneva a rischio la sostembilità del debito pubblico nazionale. Oggi quell’orco è stato messo in gabbia e non fa più paura. Lo ha però sostituito un altro mostro, dall’aspetto apparentemente benevolo, ma persino più complicato da neutralizzare: la deflazione. Ovvero una lenta discesa di prezzi e salari che, spingendo i consumatori a rimandare le decisioni di acquisto di beni durevoli – dall’automobile alla casa – nell’aspettativa di affari sempre più vantaggiosi, finisce per dare il colpo di grazia alle economie più deboli, scarsamente produttive e altamente indebitate. Il timore è che l’Italia, proprio per i suoi squilibri strutturali, sarà potenzialmente una delle prede più facili. A lanciare l’allarme questo mese è stata Christine Lagarde, capo del Fondo monetario internazionale, che ha invitato la Banca centrale europea “a combattere con decisione l’orco della deflazione”, una frase che equivale all’invito a mantenere i tassi di interesse a livelli prossimi o equivalenti allo zero per facilitare l’immissione di liquidità sul mercato, incentivare gli scarsissimi investimenti ed evitare che oltre a quella greca altre economie dell’eurozona entrino davvero nella spirale deflattiva. Al momento il tasso di inflazione dell’Unione monetaria è sceso allo 0,8 per cento in dicembre, un record al ribasso. Tra i Pigs, Spagna, Portogallo e Manda hanno registrato una crescita dei prezzi compresa tra lo 0,2 e lo 0,3 per cento, l’Italia dello 0,7 per cento. Su base annuale la nostra inflazione è scivolata dal 3 per cento del 2012 all’1,2 del 2013.

La diminuzione dei prezzi non sempre è un male. Anzi, per molti aspetti è stata invocata a più riprese dalla Troika (Ue, Frm, Bce) nella forma di una “svalutazione interna” che aiuti i paesi dell’euro economicamente deboli (Pigs) a ritrovare competitivita rispetto ai forti del Nord Europa. E per i consumatori (con ancora un lavoro) segnala anche un felice ritrovamento del potere di acquisto eroso dalla crisi. Il problema però si pone quando il fenomeno si prolunga e le esportazioni non bastano a far riprendere la crescita del prodotto interno lordo. In questo caso il rischio è quello di finire m un circolo vizioso per cui prezzi sempre più bassi scoraggiano investimenti e produzione, i salari calano aiutati da una disoccupazione galoppante, la domanda interna diminuisce e molte aziende sono costrette a chiudere, causando licenziamenti e ulteriori ribassi salariali. Le cose si complicano se a tutto ciò si aggiunge la gestione di un gigantesco debito pubblico, come quello dell’Italia. Se l’inflazione si riduce, anche in presenza di tassi d’interesse bassi, il rimborso delle rate e il pagamento delle cedole diventano più onerosi. Tra gli effetti di un’inflazione “benefica” – quella, per dirla con Alan Greenspan, di cui non ci accorgiamo nel prendere le decisioni – c’era infatti quello di aiutare a diminuire il valore reale del debito e dei suoi interessi. Infine, a rendere particolarmente affilate le unghie all’orco deflattivo nel lungo periodo è un ulteriore elemento spesso dimenticato (ma determinante per un paese come il nostro): la mancanza, di riforme strutturali volte a rilanciare la competitivita.

A ricordare l’importanza dell’ultimo dettaglio è il Giappone, l’unico Paese sviluppato ad avere sofferto di deflazione nel Dopoguerra e quindi il solo benchmark a disposizione dei moderni economisti. Nonostante l’interventismo della sua banca centrale, per oltre un ventennio il paese del Sol Levante è rimasto intrappolato in una spirale deflattiva (prezzi scesi del 12 per cento in due decadi) soprattutto perché incapace di ricapitalizzare il sistema bancario m modo modo tale da fare arrivare liquidità alle imprese e non vederla cristallizzata in obbligazioni di Stato; di riformare un mercato del lavoro rigido per evitare il dannoso dualismo di una popolazione anziana con contratti permanenti e una più giovane precaria; di aumentare la partecipazione femminile nel mondo del lavoro potenziando anche l’assistenza all’infanzia e, soprattutto, di dare un taglio decisivo ai privilegi delle varie caste. Lezione per il resto del mondo: qualsiasi politica monetaria espansiva che una banca centrale possa adottare perde efficacia in un contesto poco propenso ad adattarsi ai cambiamenti. Mentre Manda, Spagna e Portogallo hanno adottato misure per risolvere questi problemi strutturali, l’Italia di Enrico Letta non ha ancora trovato la forza per sconfiggere le lobby di potere che impediscono le riforme ed è sempre più a rischio “giapponesizzazione”. “Gli studi dimostrano che un periodo di bassa crescita e bassa inflazione può durare anche dieci anni”, conferma Francesco Daveri, docente di Economia all’Università Bocconi: “Magari, grazie agli interventi della Bce, non entreremo in deflazione ma avremo un periodo di bassa inflazione e bassa crescita, con le banche e le aziende che, per liberarsi del debito accumulato in passato, affievoliranno gli effetti positivi di una politica monetaria espansionistica”.

In soli tre mesi, tra ottobre e gennaio, la società di ricerche economiche Prometeia ha abbassato la previsione del tasso di inflazione italiano per il 2014 dall’1,8 allo 0,9 per cento, riscontrando l’ininfluenza del recente aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento sui prezzi finali. Ha poi confermato un ritorno in positivo del reddito disponibile allo 0,8 per cento e ha previsto una ripresa del Pil dello 0,8 per cento (il Fmi ha appena abbassato la previsione allo 0,6).

A differenza degli Usa, dove la Fed ha potuto negli ultimi cinque anni aiutare la ripresa economica con un’iniezione di liquidità talmente massiccia da far raggiungere record storici al mercato azionario (tanto che si parla di bolla mobiliare), l’Europa rende la vita decisionale del capo della Bce Mario Draghi molto più complicata. Non solo perché i Paesi a rischio deflazione sono anche quelli maggiormente indebitati (dunque più difficili da curare) ma anche perché a contrastare il bisogno di tassi pari a zero dei paesi del Sud c’è una Germania con un’inflazione più sostenuta della media (intorno all’1,5 per cento) che di tassi bassi non vuole sentire parlare: limano i guadagni di banche e compagnie assicurative, riducono il ritorno sugli investimenti dei risparmiatori teutonici e li incentivano a cercare alternative come il mattone. Solo negli ultimi cinque anni in Germania i possessori di casa sono aumentati del 30 per cento. “Si tratta di un vero esproprio per i risparmiatori tedeschi”, ha sintetizzato Georg Fahrenschon, presidente delle Casse di risparmio tedesche. Se il commento di Daveri (“I tedeschi sono fortunati ad avere questo genere di problemi”) riassume il pensiero della maggioranza degli Europei, rimane il dato che, a differenza della Fed, la Bce sarà costretta a dosare con attenzione i suoi interventi nei prossimi mesi, forse i più cruciali per capire davvero dimensioni e effetti della diminuzione dei prezzi nel nuovo scenario globale. Navighiamo in acque inesplorate. È infatti la prima volta nella storia economica moderna che l’orco della deflazione rialza la testa in un contesto globale in cui produzione, livello salariale della forza lavoro e scambi commerciali rispondono anche a logiche extranazionali che limitano le scelte economiche di banche centrali e governi nazionali.

(Fonte l’Espresso)

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Il sangue monetario

Banca-governo-cittadini

Pubblichiamo un estratto dell’intervento, tenuto a Brescia il 23 ottobre scorso, del padre gesuita francese Gael Giraud (docente di Economia Matematica all’ Università Sorbonne di Parigi e Direttore di Ricerca al Cnrs), uno dei giovani economisti più influenti in Francia. L’illusione finanziaria di Gael Giraud.

Il mestiere delle banche consiste, in larga misura, nel creare moneta dal nulla. Con le regole in vigore oggi, ogni volta che la banca accorda un prestito, la moneta prestata è per il novanta per cento creata dal nulla, inesistente fino ad un attimo prima. Se è così, la maggior parte dei debiti che dovrebbero giustificare le sofferenze imposte ai popoli del sud Europa non corrisponde a denaro guadagnato con il sudore della fronte dai lavoratori dell’Europa del Nord. Corrisponde, in primo luogo, a qualche linea di codice su un computer. Questo particolare, ignorato nella discussione pubblica, non rende soltanto inaccettabile la distruzione della società greca (e forse tra poco portoghese, spagnola, italiana). Rivela anche una somiglianza apparente tra il lavoro del banchiere e l’azione divina. Creare moneta è come irrigare di sangue il corpo sociale, permettendo al sistema economico di funzionare. Il sangue dona la vita. Ecco perché il Presidente di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, si è potuto permetter di rispondere ad un giornalista dicendo che “si accontentava di fare il lavoro di Dio”. Ma quale Dio? Un dio malvagio che condanna a morte i suoi figli per costringerli a ripagare i debiti? Davvero oggi i mercati sembrano avere alcune caratteristiche delle antiche divinità: bisogna sacrificare a queste divinità i servizi pubblici, le pensioni, i sussidi di disoccupazione, i sistemi di assicurazione sociale, tutto per “placare la loro ira”. E solo due categorie di interlocutori sono autorizzati a superare il limite che separa i laici dai mercati: la banche le quali ricoprono il ruolo che un tempo aveva la tribù di Levi, ed il banchiere centrale, che assume sempre più l’atteggiamento del Gran Sacerdote. Divinità invero misteriose…: chi, nell’opinione pubblica, ha capito che i piani di salvataggio per la Grecia, la Spagna, il Portogallo, Cipro, sono prima di tutto piani per salvare le banche francesi e tedesche? I popoli di questi paesi avrebbero accettato i sacrifici se avessero davvero capito a chi erano destinati i soldi che ricevevano in prestito dall’Europa o dal Fondo Monetario Internazionale? La gran parte del denaro prestato dalla Troika in cambio di pesanti piani di aggiustamenti strutturali è tornato immediatamente nei bilanci delle nostre banche. È dunque molto preciso quello che afferma l’enciclica Quadragesimo anno pubblicata il quindici maggio millenovecentotrentuno da papa Pio undicesimo quando stigmatiza la finanza senza regole parlando di dittatura economica ed utilizzando la metafora del sangue monetario che irrora il corpo sociale con parole che potrebbero essere state scritte nel duemila e tredici:

105. E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

106. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

107. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza. Forte della sua scelta profetica di non lasciarsi affascinare dagli idoli, la Chiesa e in particolare il Consiglio pontificio Giustizia e Pace ha chiesto nell’autunno del duemila e undici alcune riforme strutturali del sistema finanziario precise ed esigenti: l’imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie, la separazione dell’attività bancaria la ricapitalizzazione sotto condizione delle banche. Si può dire che, ad un anno di distanza, nessuna di queste tre domande ha avuto una risposta concreta.

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