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Il Renzi PetrolTour

Renzi PetrolTour

Le mire dei petrolieri non hanno confini. E si spingono persino in Sardegna, lambendo il Santuario dei Cetacei, davanti alle coste di Stintino, Alghero, Porto Palmas. Qui una sconosciuta compagnia norvegese ha chiesto in concessione 21 mila kmq per cercare petrolio con l’airgun. Svenderemo così anche il mare più bello e prezioso? Ti piacerebbe vedere delle piattaforme petrolifere in alcuni dei paesaggi marini più belli d’Italia? Fare una nuotata vicino a un pozzo? Ti faresti un selfie con dei gabbiani sporchi di petrolio? Questo è il futuro che vuole darci il Governo: lo sfruttamento di fonti vecchie e sporche come il petrolio anche nei nostri mari è diventato il fulcro della strategia energetica italiana. La protesta dei volontari di Greenpeace contro la trivellazione petrolifera nei mari italiani.

Forse avrete visto un pullman che si aggira nella vostra città…si tratta del nuovo pacchetto turistico “Renzi PetrolTour“. Destinazione: i nostri bei mari, “petrolizzati” dal governo.

Al volante, lo avrete notato, c’è Matteo Renzi che invita gli italiani a salire a bordo per andare ad ammirare le nostre coste punteggiate di trivelle, ascoltare le esplosioni degli airgun, fotografare le piattaforme di estrazione al tramonto, farsi ammaliare dal luccichio delle chiazze di greggio a pelo d’acqua…

Il pullman del PetrolTour ha fatto tappa in 23 città italiane, dove i nostri volontari hanno “inscenato” questa singolare protesta per raccontare a tutti (e contestare) la deriva petrolifera promossa dal governo italiano, che sta spalancando i nostri mari ai petrolieri.

L’opposizione alle trivelle è ben riassunta in un volantino, distribuito dai volontari, del tutto simile a un depliant turistico, con cui Renzi in persona invita gli italiani a scoprire le “nuove meraviglie” del Mediterraneo disseminato di trivelle e trasformato in una sorta di Texas marino.

Il nostro mare, uno dei beni più preziosi del Paese, rischia di essere sfigurato per poche gocce di oro nero: quantità marginali per i consumi del Paese ma occasione di profitto per una manciata di aziende…e noi non vogliamo permetterlo.

In pochissime settimane sono stati autorizzati ben undici progetti di prospezione di idrocarburi in mare con la tecnica dell‘airgun: sotto assedio c’è tutto l’Adriatico, lo Jonio, il Canale di Sicilia e anche le splendide coste della Sardegna.

Non restare a guardare, FIRMA ORA la nostra petizione TrivAdvisor!


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I petrolieri, aiutati da Crocetta, conquistano il Canale di Sicilia

Crocetta-Canale-di-Sicilia-petrolieri-trivelle-petrolio

I petrolieri vogliono “conquistare” il Canale di Sicilia, dove tre piattaforme posizionate lungo le coste estraggono il 62% di tutto il greggio ricavato dai fondali italiani. Si capisce, allora, che abbiano tutta l’intenzione di popolare di trivelle i tratti di mare rimasti scoperti, facendosi largo tra aree protette e limiti autorizzativi. L’elenco è lungo e comprende 15 nuovi pozzi, cinque permessi di ricerca in vigore dal tratto di costa di fronte a Licata a quello di fronte a Pantelleria e dieci richieste di permesso per altri 4mila kmq: uno in fase decisoria a sud di Capo Passero, 8 in corso di valutazione ambientale, uno nel tratto di mare tra Marsala e Mazara del Vallo in fase iniziale dell’iter autorizzativo. E si capisce, allora, anche il clamore suscitato dalla notizia di un accordo da 2,4 miliardi di euro per il “rilancio degli investimenti” siglato ai primi di giugno tra i petrolieri e il presidente Crocetta che ha mandato, giustamente, su tutte le furie gli ambientalisti. C’è chi arriva a mettere in dubbio la stessa autonomia del presidente, ricordando che Crocetta è stato un dipendente dell’Eni. La ricostruzione di Mario di Giovanna portavoce del Comitato Stoppa La Piattaforma.

“Il 4 Giugno 2014, Crocetta ha  firma un protocollo d’intesa con Assomineraria, EniMed Spa, Edison Idrocarburi Siclia Srl, Irminio Srl, che prevede il rilancio degli investimenti per “l’utilizzo razionale di gas ed idrocarburi in Sicilia“, l’accordo prevede l’istituzione di un comitato finalizzato “all’accelerazione degli investimenti nel campo petrolifero“. Il governatore Crocetta dichiara che “con questo accordo contribuiamo al rilancio economico della Sicilia, al miglioramento della situazione finanziaria per effetto dell’incremento delle entrate relative alle royalties, alla fiscalità e diamo una risposta di tipo innovativo che rilancia fortemente l’occupazione con un progetto di investimenti eco sostenibili”. Tradotto ai comuni mortali il governatore Crocetta si impegna ad agevolare nuove trivellazioni in Sicilia in cambio delle effimere e ridottissime royalties che si pagano per l’estrazione. Adesso è chiaro il motivo per cui Crocetta ha voltato le spalle a Greenpeace al Comitato Stoppa la Piattaforma e a tutte le altre associazioni ambientaliste che si sono impegnate negli anni per portare un freno all’assalto del nostro territorio da parte degli speculatori del petrolio. Ricordiamo tra i voltafaccia di Crocetta, la mancata convocazione del promesso tavolo tecnico sulle trivellazioni offshore che doveva partire secondo le promesse del Governatore più di un anno fa ed il tentativo, fortunatamente fallito grazie all’intervento del commissario dello Stato di ridurre ulteriormente le royaltyes che pagano i petrolieri per le estrazioni sulla terraferma e reintrodurre le franchigie di estrazione. (per la cronaca il Commissario ha bocciato il provvedimento perché non capiva come una riduzione delle royalties poteva produrre maggiori entrate per le casse Regionali)

Effettivamente Crocetta ha fatto si una rivoluzione, quella degli speculatori!!

Adesso il cerchio si chiude, dal nazionale con le dichiarazioni del Ministro Guidi e di Romano Prodi al regionale con Crocetta, l’intenzione è quella di fare diventare la nostra amata Sicilia in un immenso campo petrolifero, alla faccia dell’agricoltura, della pesca, dello sviluppo turistico e della nostra salute. Prepariamoci al peggio”.

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Contro le trivelle, per un mare blu

Mappa Legambiente

Mappa Legambiente

Da troppo tempo sappiamo quanto sia urgente modificare le politiche e i comportamenti che hanno causato impatti profondi, e talvolta irreversibili, sulle risorse ambientali. Lo stato delle risorse del mare e in particolare del Mediterraneo, ci impone interventi trasversali, che devono andare oltre le “politiche dell’ambiente”, troppo spesso una foglia di fico che copre vergogne non più tollerabili.

La complessità degli interventi necessari è innegabile, almeno quanto il peso dei “poteri” che stanno ritardando scelte sempre più urgenti. La “questione ambientale” non può più essere affrontata separandola dal complesso delle politiche economiche, sociali e sanitarie. Se ci sono soggetti che non considerano rilevanti la salute dei cittadini e la tutela dell’ambiente (non ci illudiamo), potranno risultare più convincenti le evidenze degli impatti economici, sanitari e sociali che stiamo registrando dopo decenni di politiche suicide: il caso dell’ILVA di Taranto è un esempio tra i molti possibili nel Paese.

Per tornare al mare, il “boom” delle trivellazioni offshore promosso dal “Governo Tecnico” è la spia di un rapporto malato: si consegnano nelle mani di pochi soggetti le risorse naturali, invece di affrontare temi che sono assolutamente trasversali. Stiamo parlando dell’emergenza climatica, della nostra (in)dipendenza energetica (le migliori stime ci dicono che tutto il petrolio offshore del mare non basterebbe a soddisfare il nostro fabbisogno nemmeno per due mesi). A questo dobbiamo aggiungere gli impatti socio-sanitari e le minacce alle risorse naturali (comprese quelle del mare) con le loro implicazioni socio-economiche, a cominciare da settori importanti quali la pesca e il turismo. La cosa più grottesca è che tutto ciò è spacciato come un progetto “riformista”: mentre è solo il banale proposito di grattare il fondo del barile (per estrarre le ultime, poche, gocce di petrolio) mettendo tra le mani dei soliti noti il destino del nostro mare.

Per intenderci, sappiamo tutti che dietro le “compagnie di ventura” che presentano le richieste di esplorazione ci sono ovviamente le grandi compagnie petrolifere: ad esempio, il rapporto tra Northern Petroleum, che adesso vuole una concessione di oltre 1.300 kmq nello Stretto di Sicilia, e la Shell è noto. Non è certo la prima volta che a fronte di valutazioni economiche e “sviluppiste” (o presunte tali) la politica considera con fastidio la tutela delle comunità locali, della loro cultura, dei loro interessi e delle risorse naturali. È un atteggiamento che ha fatto si che le politiche ambientali non siano mai davvero entrate a far parte del “sistema”, mantenendo invece un ruolo relativo, di nicchia. Oppure, se si preferisce, di “foglia di fico” che copre luride vergogne. In mare, un territorio dove monitoraggio, controllo e presenza della società civile, sono ancora più complicati questo atteggiamento è ancora più marcato. Un ovvio esempio delle contraddizioni delle politiche sul mare è quello che affianca alla creazione di Aree Marie Protette (AMP) e di altri siti di tutela, come i Siti d’Importanza Comunitaria (SIC), la “promozione” di concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi.

Ad esempio, alcune delle aree di ricerca di idrocarburi sono prossime all’AMP delle Isole Egadi, e la recente “megaconcessione” richiesta dalla Northen Petroleum al largo delle coste agrigentine dista pochi chilometri (da 5 a 30) da sei SIC. In particolare, le AMP sono istituite dal Governo centrale, hanno valenza nazionale e esercitano prerogative di tutela dell’ambiente. È assurdo che lo stesso governo che le ha create per fini di tutela le metta poi in pericolo con le trivelle. Esistono tuttavia segnali, anche istituzionali, che dicono chiaramente che questa rotta va cambiata e che la Regione Siciliana, e l’Italia intera, può uscire da questa spirale pericolosa.

Ad esempio, la “Direttiva sulla Strategia Marina” (Dir.2008/56) stabilisce che gli Stati Membri “devono elaborare le proprie strategie, in collaborazione con gli Stati membri e gli Stati terzi, per il raggiungimento di un buono stato ecologico nelle acque marine di cui sono responsabili” e che per far ciò, “devono anzitutto valutare lo stato ecologico delle loro acque e l’impatto delle attività umane. Tale valutazione deve includere:

– un’analisi delle caratteristiche essenziali di tali acque (caratteristiche fisiche e chimiche, tipi di habitat, popolazioni animali e vegetali, ecc.);

– un’analisi degli impatti e delle pressioni principali, dovuti in particolare alle attività umane che incidono sulle caratteristiche di tali acque (contaminazione causata da prodotti tossici, eutrofizzazione, soffocamento o ostruzione degli habitat dovuti a costruzioni, introduzione di specie non indigene, danni fisici causati dalle ancore delle imbarcazioni, ecc.);

– un’analisi socioeconomica dell’utilizzo di queste acque e dei costi del degrado dell’ambiente marino”.

La “Direttiva sulla Strategia Marina” è oggi nella sua fase iniziale di applicazione e la Regione Siciliana è capofila per l’applicazione della strategia nella sub-area dello Stretto di Sicilia/Mar Ionio. Com’è evidente, la Strategia Marina prevede un’integrazione tra politiche produttive e ambiente, e non la scontata prevaricazione delle prime a danno degli interessi collettivi. Ancora, lo scorso 12 marzo 2013 la Commissione Europea ha presentato una Proposta per una Direttiva che istituisce un quadro per la pianificazione dello spazio marittimo e la gestione integrata delle zone costiere. In tale documento la Commissione Europea afferma che “la proposta è volta principalmente a promuovere la crescita sostenibile delle attività marittime e costiere e l’uso sostenibile delle risorse costiere e marine tramite la creazione di un quadro che consenta di attuare efficacemente la pianificazione dello spazio marittimo nelle acque dell’UE e la gestione integrata delle coste nelle zone costiere degli Stati membri. L’uso crescente e non coordinato di zone costiere e marittime porta alla concorrenza per lo spazio marittimo e costiero e a uno sfruttamento inefficiente e non sostenibile delle risorse marine e costiere.

”È ovvio che per usare i termini della Commissione Europea, le trivellazioni offshore sono in “concorrenza” con attività quali il turismo e la pesca: bisogna decidere cosa vogliamo e cosa rifiutiamo. In altre parole, bisogna scegliere. Greenpeace ritiene che per scongiurare la minaccia delle ricerche di idrocarburi offshore nello Stretto di Sicilia e per ridare una speranza al nostro mare, sia necessario partire dalla crisi delle risorse del mare e dalle potenzialità che esse hanno e su questo impostare politiche multisettoriali, che facciano del mare il “petrolio” dello sviluppo dell’economia della più grande isola del Mediterraneo.

Decine di amministratori, politici, personalità, migliaia di cittadini e le principali associazioni della pesca, aderendo all’appello lanciato da Greenpeace la scorsa estate, hanno detto a gran voce che le trivelle non sono compatibili con l’interesse generale dei cittadini (si badi bene: non solo dei cittadini siciliani!). La relazione tra la “questione trivelle” e la “questione energia” è ovvia. Fino a quando quel petrolio avrà un qualche valore (che aumenta con la diminuzione delle riserve) ci sarà sempre qualcuno che cercherà di estrarlo. La soluzione è che del petrolio, a poco a poco, dovremo imparare a fare a meno, sia perché sta finendo sia perché il consumo di combustibili fossili sta alterando il clima con impatti che sono già all’ordine del giorno.

Coldiretti Sicilia ha aderito all’appello contro le trivelle di Greenpeace, ed ha stimato solo per il comparto agricolo in Italia danni per 3 miliardi di euro lo scorso anno, a causa di siccità, alluvioni e simili. L’allarme sull’impatto del cambiamento climatico sulla produttività agricola nell’area del Mediterraneo è stato ormai lanciato. Tra l’altro il cambiamento climatico già colpisce, lontano dall’attenzione del pubblico e dei media, il mar Mediterraneo e molti esperti suggeriscono che possa influire sulla produttività dei nostri mari.

Per fermare le trivelle dobbiamo promuovere un uso efficiente dell’energia e lo sviluppo delle fonti rinnovabili. La Regione Siciliana può immediatamente adottare una normativa a difesa del proprio paesaggio (costiero e non) per difendersi (anche) dalla minaccia delle trivelle in mare. Tutte le Regioni (non solo la Sicilia) possono legittimamente pretendere che il processo di autorizzazione delle trivellazioni in mare si conformi all’esigenza di una “intesa forte”, vincolata in altre parole all’intesa concorrente tra Stato e Regioni.

Leggi il rapporto Un Piano Blu per il mare di Sicilia promosso da Greenpeace.

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Trivellatevi il cervello

 

Non accenna a fermarsi la corsa al petrolio in Italia e i pirati dell’oro nero minacciano sempre di più i mari italiani. Nei mari del Belpaese sono già attive 9 piattaforme di estrazione petrolifera ma, grazie ai colpi di spugna normativi dell’ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo promosso dal ministro Corrado Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento, si potrebbero aggiungere almeno altre 70 trivelle. Questo è lo scenario che emerge dalle elaborazioni di Legambiente sulla base dei dati pubblicati sul sito del ministero dello Sviluppo Economico. Un quadro allarmante che rischia di ipotecare seriamente il futuro delle coste e del mare italiano e delle attività economiche connesse – a partire dal turismo di qualità e dalla pesca sostenibile – con rischi di incidenti che non vale la pena di correre a maggior ragione considerando i quantitativi irrisori presenti nei fondali marini italiani.

Ad oggi infatti le 9 piattaforme petrolifere attive sono operative sulla base di concessioni che riguardano 1.786 kmq di mare (in Adriatico – a largo della costa abruzzese, marchigiana e di fronte a quella brindisina – e nel Canale di Sicilia). A queste aree marine interessate dalle trivelle se ne potrebbero aggiungere altre: attualmente le richieste e i permessi per la ricerca di petrolio in mare riguardano soprattutto l’Adriatico centro meridionale, il Canale di Sicilia e il mar Ionio (quest’ultimo è tornato all’attenzione delle compagnie petrolifere dopo che nel 2011 una norma ad hoc ha riaperto la strada alle trivelle anche nel golfo di Taranto). Un ultimo permesso di ricerca rilasciato riguarda anche il golfo di Oristano in Sardegna.

Più precisamente si tratta di:

  • –  10.266 kmq di mare oggetto di 19 permessi di ricerca petrolifera già rilasciati (gli ultimi due sono stati sbloccati solo il 15 giugno scorso nel tratto abruzzese di Adriatico di fronte la costa tra Vasto e Ortona);
  • –  17.644 kmq di mare oggetto di 41 richieste di ricerca petrolifera non ancora rilasciate ma in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del ministero dello Sviluppo economico.

In definitiva, tra aree già trivellate e quelle che a breve rischiano di fare la stessa fine, si tratta di circa 29.700 kmq di mare, una superficie più grande di quella della regione Sardegna, ipotecati dal rischio di nuove estrazioni petrolifere.

Senza considerare che sui mari italiani gravano anche:

– 7 richieste di estrazione di petrolio dove le fasi di ricerca hanno portato ad un esito positivo (3 nel canale di Sicilia, 2 davanti alle coste abruzzesi, 1 di fronte alle Marche e 1 nel mar Ionio);

– 3 istanze di prospezione (si tratta della prima fase dell’iter autorizzativo, seguita da quella relativa alla ricerca di petrolio ed poi da quella che porta alla sua estrazione) che riguardano sostanzialmente tutto l’Adriatico da Ravenna al Salento, presentate nel 2011 dall’inglese Spectrum Geolimited e dalla Petroleum Geo Service Asia Pacific, con sede a Singapore, che rischiano di allargare di altri 45mila kmq l’area del mare italiano battuta dalle navi delle compagnie in cerca di petrolio.

Ma ha senso tutto questo gran fermento sui mari italiani? Serve almeno a ridurre la dipendenza energetica italiana dall’estero? Basta scorrere i dati sui consumi di petrolio e sulle riserve certe per capire che non è assolutamente così.
Partiamo dai dati relativi al consumo di petrolio che in Italia è diminuito, complice soprattutto la crisi economica, ma anche i primi effetti delle politiche di efficienza: secondo l’Unione Petrolifera nel 2011 il consumo di petrolio è stato di 72 milioni di tonnellate, mentre nel primo semestre 2012 viene evidenziato un calo del 10% dei consumi (pari a 31,8 milioni di tonnellate) rispetto al primo semestre 2011 (oltre 35 milioni di tonnellata).

Al diminuire dei consumi fa da contraltare un susseguirsi di richieste, concessioni e permessi per ricercare ed estrarre le risorse petrolifere ancora disponibili nei fondali marini. Secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo economico aggiornate a dicembre 2011, le scorte petrolifere a mare classificate come certe sono pari a 10,3 milioni di tonnellate (il 13,5% delle riserve certe tra terra e mare in Italia) che, ai consumi attuali, sarebbero sufficienti per il fabbisogno nazionale per solo 7 settimane (anche attingendo al totale delle riserve certe, comprese quelle nel sottosuolo italiano, concentrate soprattutto in Basilicata, queste garantirebbero un’autosufficienza di appena 13 mesi).

I favori ai petrolieri non si limitano solo al via libera alle trivelle bloccate due anni fa. A questo si aggiunge anche l’irrisorio incremento delle royalties, previsto e propagandato per supportare attività di salvaguardia del mare e di sicurezza delle operazioni offshore da parte degli enti competenti. Si passa infatti dall’attuale 4% al 7%, percentuali che fanno sorridere rispetto a quelle praticate nel resto del mondo dove oscillano tra il 20% e l’80%. Si tratta di condizioni molto vantaggiose che ovviamente richiamano nel nostro Paese molte compagnie straniere. Delle 41 istanze per permessi di ricerca attualmente in valutazione, infatti, solo tre fanno capo a compagnie italiane (due ad Eni e una a Enel) mentre tutte le altre sono richieste provenienti da società straniere.

L’interesse nazionale sta nel ridurre i consumi di petrolio, la dipendenza dall’estero, il costo di acquisto oltre all’inquinamento locale e globale. E nulla di tutto questo si vuole perseguire visto che in campo ci sono solo le trivellazioni di quel poco petrolio che abbiamo. Lo sviluppo economico e l’uscita dalla crisi passa per una strada diversa, quella fondata sullo sviluppo delle rinnovabili e di serie politiche di efficienza in tutti i settori – a partire dai trasporti primi consumatori dei derivati del petrolio nel nostro Paese – che potrebbe portare nei prossimi anni i nuovi occupati a 250 mila unità. Ossia 10 volte i numeri ottenuti grazie alle nuove trivellazioni e soprattutto garantire uno sviluppo futuro, anche sul piano economico, sicuramente molto più sostenibile e duraturo dei soli 14 anni che ad oggi sono propagandati con la paradossale rincorsa allo scarsissimo oro nero made in Italy.
Con tutta l’energia possibile. Petrolio, nucleare, rinnovabili: i problemi e il futuro delle diverse fonti energetiche . Dal petrolio al nucleare, dal carbone al sole, dal gas naturale al vento, dai biocombustibili all’idrogeno, dall’acqua alla geotermia. Dalla penna del “guru” italiano dell’energia un libro che spiega tutti gli elementi essenziali, i problemi, le potenzialità di ciascuna delle fonti di energia di cui il mondo dispone e fa “piazza pulita” degli errori più comuni commessi da chi parla di energia.

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