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Un Europa da Terzo Mondo

disoccupazione giovanile in Europa

Tasso di disoccupazione giovanile in Europa

Questo grafico parla da solo. In Italia e nell’Europa, specialmente quella meridionale, il tasso di disoccupazione giovanile è a livello da record mondiale. Esclusi gli Stati africani colpiti da guerre o crisi istituzionali, come la Libia e la Siria, i livelli enormi di giovani senza lavoro, nel mondo, si concentrano in Europa e nel bacino del Mediterraneo. In Italia, attualmente il 43,3% dei giovani dai 15 ai 24 anni è senza lavoro (685mila ragazzi). In Grecia il 56,9%, in Spagna il 53,5% e in Croazia il 49%. La distanza è abissale tra la Germania, che registra un tasso del 7,9% e l’Austria col 9,5%. Forse qualcosa in Europa non funziona?


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La storia del debito estero dei Paesi in via di sviluppo

debito estero dei Paesi in via di sviluppo

Il problema del debito estero dei Paesi in via di sviluppo nasce durante gli anni ’70 in corrispondenza del primo Shock petrolifero. Le materie prime non petrolifere raddoppiarono il loro prezzo fra il 71 e il 73 e i derivati del petrolio lo quadruplicarono. La brusca impennata dei prezzi del petrolio, a fronte di una domanda sostanzialmente rigida, determinò inflazione per i paesi consumatori e portò nelle casse dei paesi produttori un’ingente quantità di valuta, largamente superiore al fabbisogno finanziario nazionale. Finanziati i progetti d’investimento interni, questi paesi offrirono i cosiddetti “petrodollari” sul mercato internazionale. La grande massa finanziaria così disponibile fece scendere i tassi d’interesse e venne raccolta dalle banche commerciali internazionali che la offrirono soprattutto ai paesi del sud del mondo. Tassi così bassi rendevano infatti particolarmente vantaggioso il finanziamento di programmi d’investimento industriale. I PVS non produttori di petrolio erano il mercato più bisognoso di un miglioramento del patrimonio tecnologico e divennero così un naturale obiettivo di collocazione dell’offerta finanziaria.L’indebitamento per i PVS appariva vantaggioso per diverse ragioni:
-bassi tassi d’interesse;
-diminuzione dei prezzi relativi ai beni capitali al Nord che rendeva più accessibile il costo degli investimenti;
-i prezzi delle materie prime erano alti. Siccome le materie prime rappresentavano la componente principale, a volte l’unica, delle esportazioni dei PVS, si supponeva che ciò avrebbe consentito facilmente la creazione di risorse per la restituzione dei debiti contratti.

Si mise in moto un intenso movimento finanziario in cui per la prima volta entravano con un ruolo di primo piano le grandi banche commerciali internazionali. Negli ani ’70 infatti il finanziamento allo sviluppo nel Terzo Mondo acquista una fisionomia nuova rispetto al passato. Nei decenni precedenti  le forme tradizionali di finanziamento erano state quelle dei prestiti obbligazionari che i governi dei paesi debitori emettevano sulle piazze finanziarie europee e, in particolare, dopo il 1945, quelle degli investimenti esteri diretti e dei crediti di aiuto da parte dei governi e degli organismi internazionali. In questa fase invece assumono peso prevalente i finanziamenti privati rispetto a quelli pubblici e, fra questi, quelli operati dalle banche commerciali. Alla fine degli anni ’70 si composero tre fattori che si dimostrarono devastanti per la situazione finanziaria dei paesi che si erano indebitati negli anni precedenti. Nel 1979 si verifica il secondo shock petrolifero: i prezzi del greggio aumentarono di oltre venti volte rispetto al valore originario del 1973 e i PVS non produttori subirono, come tutti i paesi consumatori, un brusco e straordinario rialzo nell’ammontare delle importazioni. In secondo luogo, a fronte di questo aumento, i prezzi delle materie prime rimasero in un primo momento costanti, ma la recessione che colpiva i paesi industrializzati portò a ridurre la domanda e di conseguenza i prezzi. Poiché i PVS debitori erano esportatori soprattutto di materie prime, ciò si tradusse in un severo peggioramento delle ragioni di scambio, di conseguenza, in un deterioramento del saldo corrente della bilancia dei pagamenti. Il terzo fattore fu lo svilupparsi delle politiche di ispirazione monetarista degli Stati Uniti e della gran Bretagna, che all’insegna di politiche monetarie restrittive fecero impennare i tassi d’interesse. Non è difficile immaginare il risultato di questi 3 fenomeni per i PVS. L’aumento dei tassi d’interesse fece esplodere il costo del servizio del debito. L’aumentato onere dell’approvvigionamento energetico rese elevatissimo il costo delle importazioni e il fabbisogno finanziario. Il peggioramento delle ragioni di scambio rese le esportazioni del tutto insufficienti a pagare sia le importazioni sia il servizio al debito. E’ stato calcolato che nel periodo 1973/1982 il debito dei PVS non produttori di petrolio è aumentato di circa 500 miliardi di dollari, la metà dei quali dovuti unicamente all’aumento del prezzo del petrolio. Un fattore importante da non dimenticare è il violento apprezzamento del dollaro. Obiettivo delle politiche americane, dal 1979 in poi, fu la rivalutazione del dollaro. Gli alti tassi d’interesse interni ottennero efficacemente il risultato determinando un fenomeno del tutto particolare nella storia dell’economia: l’apprezzamento di una valuta rispetto a tutte le altre anche quelle forti. Rispetto alla lira italiana il dollaro quadruplica il suo valore, passando da circa 600 lire alle 2.200 per un dollaro nel 1982. Il confronto con le altre monete del nord è appena meno violento, con il raddoppio del corso rispetto al marco tedesco e al franco svizzero. Questa impennata, che i paesi del Terzo mondo, subirono in modo molto più pesante, ebbe due conseguenze sui paesi debitori e sulle loro già malconce ragioni di scambio. L’impatto di questa dinamica sul peso del debito estero fu terribile. I contratti erano siglati in dollari e in brevissimo tempo i debitori si trovarono a dover restituire ammontari costanti se misurati in dollari, ma moltiplicati numerose volte se misurati in valuta locale. Se un paese esposto per un miliardo di dollari al momento della stipula dell’accordo aveva debiti , ad esempio, per 100 miliardi di moneta locale, con la svalutazione rispetto al dollaro si trovò nello spazio di un paio d’anni ad essere esposto per lo stesso ammontare di dollari, per 500 o per 1000 miliardi di valuta locale. Nessuno poteva resistere ad un impatto di questo tipo, e l’inevitabile cedimento dei debitori li portò ad accettare, alle condizioni dei creditori, riscadenziamenti in cui il capitale non veniva comunque mai cancellato né ridotto, dando origine così ad un vero e proprio giogo, che nel lungo periodo ha comportato una sistematica ed enorme uscita di risorse che ha impedito lo sviluppo. Molti, non soltanto tra i rappresentanti dei PVS, sostengono che il debito è già stato pagato. Se utilizziamo un paniere di monete che sterilizzi l’apprezzamento del dollaro, per ricalcolare tutte le somme pagate e ricevute con un’unità di misura diversa dal dollaro emerge che in molti casi il debito è già stato pagato ed in alcuni casi più volte. Alla fine degli anni ’70 abbiamo dunque una situazione per i debitori insostenibile. Occorreva qualcosa di nuovo, qualcosa che consentisse ai debitori di onorare i debiti contratti e ai creditori di essere pagati, qualcosa che consentisse ai debitori vero sviluppo. Occorreva un approccio nuovo che cambiasse il quadro generale.
Le banche commerciali invece risposero con nuovi prestiti. Nel biennio 1980/81 prestarono ai maggiori debitori un ammontare netto uguale a quello erogato nell’intero periodo 1973/79. La crisi arrivò inevitabile. Nell’estate del 1982, dopo vari tentennamenti, il Messico dichiara l’impossibilità di pagare il servizio del debito. A ruota altri governi dell’America latina si dichiarano insolventi e scoppia la crisi del debito internazionale. Se le banche commerciali avessero portato a perdita i crediti inesigibili, avrebbero creato una crisi senza precedenti nel mercato finanziario dei paesi del Nord, soprattutto per la mancanza di fiducia che avrebbero determinato, più che per l’ammontare delle cifre di esposizione. Si determinò così un’attenzione politica alla crisi del 1982 che non si era verificata in occasione delle crisi precedenti. I governi del Nord sollecitarono le istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale e FMI ad intervenire per dare indicazioni super partes a debitori e creditori. Vennero così definiti accordi di riscadenzamento del debito, nei quali erano compresi nuovi tempi di restituzione, nuovi prestiti per superare la fase di crisi e provvedimenti di politica economica di ispirazione liberista che il governo debitore si impegnava a mettere in atto. Nascevano i piani di aggiustamento strutturale.
Con l’aggiustamento strutturale la comunità finanziaria internazionale, per bocca del FMI e della BM, imponeva ai paesi debitori riforme economiche che i governi erano di fatto obbligati ad avviare per poter accedere a nuovi finanziamenti e agli accordi di riscadenziamento. Tali riforme consistevano, in sintesi, nella liberalizzazione completa del mercato interno eliminando tutte le forme di protezione, nella liberalizzazione del tasso di cambio e nella riduzione ai minimi termini della spesa pubblica, per definizione improduttiva. FMI e BM partivano dalla convinzione che ci si trovasse nel pieno di una crisi di liquidità e non di insolvenza. Sarebbe bastato superare il momento difficile e poi, aumentare le esportazioni, i paesi debitori avrebbero avuto a disposizione le riprese necessarie per onorare il servizio al debito. Negli anni ’80 due cause hanno avuto un peso assai rilevante nell’acuirsi della crisi: l’impennata dei dollari nel mercato dei cambi (descritta prima) e la grave recessione dei paesi industrializzati. Quest’ultima fu dovuta alla spinte inflattive determinate dagli aumenti sconsiderati del prezzo del petrolio.
Il forte aumento dei tassi d’interesse cambiò le abitudini di molte imprese, che iniziarono a investire finanziariamente parte del loro patrimonio, per gli elevati redditi che il mercato finanziario garantiva. Si è verificato un travaso di risorse dall’apparato produttivo ai mercati finanziari determinando la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia. Di fatto così, dal 1982 i prestiti ai paesi debitori si contraggono bruscamente e inizia una fase lunghissima nella quale i flussi netti tra Nord e Sud vedono un trasferimento massiccio di risorse finanziarie dai paesi debitori ai creditori. Tra il 1982 ed il 1990 i PVS hanno ricevuto 927 miliardi di dollari, tra crediti all’esportazione, finanziamenti ufficiali allo sviluppo e flussi privati. Nello stesso periodo i PVS hanno pagato ai paesi creditori 1.345 miliardi di dollari solo per il servizio del debito. La differenza ammonta a 418 miliardi miliardi erogati dai debitori ai creditori. Nonostante questo il debito dei PVS nel 1990 risulta aumentato del 61% rispetto all’ammontare del debito nel 1982. La situazione vede oggi una esposizione dei PVS di oltre 2.000 miliardi di dollari, che comporta un servizio del debito onorato per 270 miliardi di lire circa. Sono dati che nascondono situazioni insostenibili in cui il debito sottrae risorse alla stessa sopravvivenza di parte della popolazione. Continue Reading

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