Terremoto

Sgomento paura…
la forza della natura.
Un solo minuto,
un tempo infinito.
La nostra vita,
un granello tra le dita.
I soldi, il potere,
tutto è tacere,
tra tante macerie.
Si corre, ci si affanna,
poi in un minuto tutto crolla.
ma non è finita,
un altro pericolo minaccia la vita,
centrali ad alto rischio:
“con il solito imprevisto”.
Una riflessione è d’obbligo,
spettabile pubblico,
pensarci bene per non pentirsi dopo,
meglio non alimentarlo questo fuoco.
A noi la scelta, a noi la decisione,
di evitare a questo mondo una seria collisione!

Terry Di Vetta


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L’Italia che crolla

terremoto Italia

L’Italia per sicurezza sismica è a metà strada fra l’Afghanistan dove le scosse mietono decine di migliaia di vittime e il Giappone o la California dove per scosse della stessa entità possono morire solo di spavento. Attualmente il nostro Paese investe solo l’1% del fabbisogno reale per la prevenzione antisismica.

Secondo il censimento del patrimonio abitativo, realizzato dall’Istat nel 2011, il 14% degli edifici risale a prima del 1919, il 10% è antecedente la fine della seconda guerra mondiale, il 36% appartiene agli anni del boom (1946-1971), il 26% risale a dopo il 1982. Oltre il 70% dell’attuale edificato non è in grado di resistere ai terremoti che potrebbero colpirlo, comprese scuole, ospedali (sarebbero 500 quelli a grave rischio sismico) e molti altri edifici pubblici. Circa 40 milioni di italiani rischiano la vita. Continue Reading

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Emilia Romagna: Correlazione tra terremoti e perforazioni? Forse

terremoto-Emilia-Romagna

È praticamente escluso che l’attività umana sia stata l’unica causa della sequenza sismica avvenuta in Emilia due anni fa. Non è invece possibile escludere, ma neanche provare, che abbia avuto un qualche ruolo nell’innescare quei terremoti, stimolando una faglia già vicina al punto di rottura.

Volendo condensare 213 pagine in poche righe potrebbe essere questo, a grandi linee, il riassunto del report stilato dalla commissione di esperti chiamati a raccolta proprio dalla Regione Emilia Romagna a partire dal maggio 2013 per esprimersi sulle possibili cause del terremoto. Le conclusioni del report sono state anticipate da Science in un articolo pubblicato la settimana scorsa ma il documento completo, che secondo la rivista americana era nelle mani dell’amministrazione emiliana da più di un mese, è stato messo online solo martedì. Lo stato dell’arte delle conoscenze scientifiche non permette di dare conclusioni più nette di queste, e gli imbarazzi e i ritardi che ci sono stati nella pubblicazione del report derivano probabilmente dal fatto che è comunque sulla base di tutti questi condizionali che le amministrazioni locali e nazionali sono ora chiamate a prendere delle decisioni definitive riguardanti la sicurezza dei cittadini. Ma qual è il peso effettivo di quel “non è possibile escludere”?
Per capire come siamo arrivati a questo report e cosa dice davvero nelle sue conclusioni dobbiamo fare un passo indietro di qualche anno, quando nel 2012, a fine maggio, una serie di scosse di terremoto fecero tremare l’Emilia e in Italia si iniziò per la prima volta a parlare diffusamente di fracking, una particolare tecnica per l’estrazione di petrolio e di gas naturale. Tradotto da noi con il termine di fratturazione idraulica, il fracking prevede il pompaggio nel sottosuolo di acqua e additivi chimici ad alta pressione al fine di creare una frattura nello strato roccioso e liberare così il petrolio e il gas imprigionati nelle rocce serbatoio. In quello stesso periodo, negli Stati Uniti, il dibattito sulle possibili nefaste conseguenze del fracking sull’ambiente andava avanti da tempo, tanto che già nel 2010 era stato girato un documentario di denuncia, Gasland, e da lì a qualche mese sarebbe uscito anche un film sul tema, Promised Land, con Matt Damon (che però venne molto criticato, ma questa è un’altra storia). Al fracking, al boom economico che ha scatenato e ai danni che causa all’ambiente National Geographic ha dedicato un reportage nel marzo del 2013 e un servizio sulla possibile correlazione tra le attività di fratturazione idraulica e un terremoto avvenuto in Oklahoma.

Ma con il terremoto in Emilia il fracking non aveva nulla a che fare. Durante l’evento sismico emiliano, mentre la terra ancora tremava sotto le scosse di assestamento dello sciame, iniziò a circolare la voce, diventata virale sul web e ripresa da giornali e televisioni, che i terremoti di quei giorni potessero essere causati dal fracking svolto da qualche multinazionale del gas sul territorio italiano. La notizia era una bufala: attività di questo tipo non erano mai state praticate né autorizzate, né in Emilia né nel resto di Italia. Il nostro, d’altra parte, è un territorio privo di giacimenti di gas da depositi scistosi (o shale gas) il tipo di gas che viene estratto con il fracking.

Questo non bastò a calmare gli animi. Oltre al fracking, una possibile responsabilità umana nelle concause del terremoto poteva ancora venire dall’attività dei siti di estrazione “canonica” presenti in Emilia. In particolare, nelle zone del terremoto, si registrava la presenza dell’impianto geotermico di Casaglia e del campo di estrazione di idrocarburi di Cavone, nei dintorni di Mirandola. Ma il nome che veniva fuori più spesso era quello di Rivara, una frazione di San Felice sul Panaro, nel modenese, il cui territorio era da tempo stato individuato dalla ERG come una zona utile per realizzare un sito di stoccaggio di gas metano nel sottosuolo. La Regione aveva espresso parere negativo sull’autorizzazione ad avviare gli accertamenti tecnici preliminari per la costruzione dell’impianto, ma c’era il dubbio che delle indagini conoscitive invasive fossero state ugualmente effettuate. Possibile allora che queste indagini, qualora prevedessero perforazioni profonde e immissione di fluidi, potessero essere una concausa del terremoto, insieme alle altre attività di estrazione? Visti i dubbi sollevati dall’opinione pubblica, la Regione Emilia Romagna decise di indagare, e chiese a un panel di esperti di stilare un report sull’intera vicenda: quanta responsabilità aveva l’attività umana nel terremoto emiliano?

Quale terremoto?

La sismologia è una scienza relativamente giovane che studia fenomeni naturali complessi e difficili da simulare in laboratorio cercando di analizzarli con strumenti, modelli matematici e teorie in continua evoluzione. Come sappiamo, allo stato attuale delle conoscenze è difficile tirare fuori risposte chiare e univoche sui terremoti. E lo è ancora di più quando si cerca di capire l’influenza dell’attività umana su quella sismica. Se è vero che abbiamo in mano ormai un’ampia letteratura scientifica a riguardo, si tratta per lo più di indagini statistiche che non sono ancora riuscite a fare completa chiarezza sui rapporti di causa ed effetto, o a stilare conclusioni generali a partire dallo studio del singolo caso.

Tra tutti quelli registrati negli ultimi anni, ci sono terremoti nei quali l’attività umana ha effettivamente avuto un qualche ruolo nel portare il sistema generale al punto di rottura e scatenare la scossa. A volte l’attività umana è sufficientemente grande da diventare la causa scatenante del terremoto. Si parla in questo caso di terremoti indotti, caratterizzati da scosse solitamente piuttosto piccole, provocati dall’uomo in una zona altrimenti tranquilla. Come succede ad esempio nel campo di gas di Groningen, nei Paesi Bassi, dove le attività di estrazione hanno da sempre causato piccole scosse bene o male tollerate dagli abitanti, ma dove l’agosto scorso una scossa più grande delle altre, di magnitudo 3.4, ha messo in allarme la stessa società di gestione e ha aperto grandi interrogativi sul futuro e sulle modalità di estrazione in quella zona. Le scosse in casi come questo non sono una conseguenza immediata della perforazione ma una conseguenza a lungo termine dell’estrazione di gas, che provoca un cambiamento nella pressione sotterranea e un conseguente assestamento del terreno.

Ci sono poi i terremoti innescati, forse più diffusi ma più difficili da rintracciare e da modellizzare, dove una piccola perturbazione generata dall’estrazione o dalla reimmissione nel terreno dei liquidi estratti ma non utilizzabili (che è una pratica comune nei campi petroliferi, e non c’entra nulla con il fracking) può essere sufficiente ad attivare il terremoto di magnitudo anche grande. In questo caso parliamo però di una faglia in qualche modo già carica e predisposta: l’attività umana è quindi in questo caso una goccia che fa traboccare un vaso già colmo, una concausa nell’attivazione di un terremoto già pronto a esplodere di lì a poco (dove poco vuol dire però anche qualche anno).

Insomma, nei terremoti di questo tipo l’attività umana può aiutare una faglia a generare un terremoto, ma discernere tra questi terremoti e quelli completamente “naturali” oggi è spesso ancora molto difficile, ed è praticamente impossibile, in ogni caso, quantificare all’interno di una scossa attivata il peso delle “responsabilità” umane.

La commissione ICHESE

La commissione internazionale di esperti nominata dalla Regione Emilia Romagna (identificata con l’acronimo di ICHESE: International Commission On Hydrocarbon Exploration And Seismicity in the Emilia Region) ha iniziato i suoi lavori nel giugno 2013. Dopo una revisione della letteratura disponibile è passata allo studio dei dati, alla ricerca di un eventuale nesso esistente tra le operazioni di iniezione, estrazione e stoccaggio di fluidi e l’attività sismica nell’area emiliana.

Il resto è cronaca di questi giorni: prima le anticipazioni di Science e poi, martedì, la pubblicazione del rapporto completo. Le conclusioni hanno lasciato a bocca asciutta chi si aspettava una risposta netta e inequivocabile, sia in un senso che nell’altro, anche se qualche punto fisso è stato messo. La commissione ha prima di tutto “assolto” in maniera inequivocabile il sito di Rivara, dove non c’è stata alcuna attività di esplorazione mineraria preventiva per il progetto del sito di stoccaggio, si legge nel documento finale. La commissione scrive poi di non aver trovato nessuna evidenza che la sequenza sismica dell’Emilia possa essere stata indotta – cioè provocata completamente – dalle attività antropiche. 

Per quanto riguarda la possibilità che uno dei siti di sfruttamento del sottosuolo possa aver aiutato a innescare il terremoto, la commissione ha trovato una qualche correlazione statistica tra l’attività sismica e quella umana solo per quanto riguarda l’attività di estrazione e iniezione di liquidi nel sito di Cavone nei pressi di Mirandola. Lì una brusca variazione dell’attività di estrazione tra 2011 e 2012 potrebbe aver contribuito a dare il via alla sequenza sismica che ha portato poi alle due grandi scosse di maggio 2012.

Problemi di comunicazione

Quello dei terremoti indotti e innescati dall’uomo è un campo di ricerca che conosciamo ancora poco, dove manca un modello fisico e matematico di riferimento. A questo va aggiunto che i dati a disposizione della commissione, come si legge nel report, sono incompleti a causa delle insufficienze della locale rete di monitoraggio sismico. La base del lavoro effettuato era quindi già in partenza piuttosto debole, e non deve stupire che le conclusioni si siano rivelate non definitive – per forza di cose e non per mancanze scientifiche degli esperti. Anche alla luce di questo, però, la correlazione statistica trovata potrebbe non essere poi così significativa. “Per usare le parole della commissione, non posso escludere che su questo punto abbiano ragione, ma la probabilità che abbiano ragione è piuttosto bassa, ed è poco probabile, come d’altra parte dice lo stesso report, che quello dell’Emilia sia stato un terremoto innescato dall’uomo”, spiega Marco Mucciarelli direttore del Centro Ricerche Sismologiche dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS), che sul suo blog ha sollevato anche alcuni dubbi dettagliati e di tipo tecnico sulle analisi statistiche riguardanti il campo di Cavone.

“Il lavoro della commissione dice però delle cose precise su fracking e Rivara, quindi un contributo alla chiarezza l’ha dato. È un report che in questo ha fatto il suo mestiere”, continua Mucciarelli. “Un altro messaggio chiaro è contenuto alla fine: per il futuro, se volete avere risposte certe, l’Italia si dovrà dotare dei sistemi di monitoraggio di queste attività”.

Il linguaggio della scienza è il linguaggio dell’incertezza. Tradurlo in comunicazioni ai cittadini (e in decisioni politiche) è un compito arduo. Il fatto che le istituzioni abbiano deciso per motivi ancora non chiari di rinviare la pubblicazione del report ha alimentato sospetti, preoccupazioni e i soliti complottismi. “Purtroppo”, conclude Mucciarelli, “questa vicenda porta indietro le lancette dell’orologio, e rischia di distruggere quel poco di fiducia che ricercatori e Protezione Civile avevano riguadagnato nei cittadini dopo le vicende dell’Aquila grazie a campagne mirate di comunicazione e informazione sui terremoti”.

(Fonte nationalgeographic)

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Terremoto Emilia Romagna: Persi 3,1 miliardi e 2.400 posti di lavoro

Emilia-Romagna-terremoto

Cna Emilia Romagna, in collaborazione con Centro Studi Sintesi, ha effettuato un’analisi dettagliata, sui Comuni colpiti dal terremoto del 2012, delle principali variabili sociali ed economiche, con riguardo all’intera area investita dal sisma e alla zona più ristretta e maggiormente danneggiata (il cosiddetto “cratere”): infatti, delineare la valenza sociale ed economica di questo territorio è fondamentale al fine di comprendere pienamente gli effetti diretti ed indiretti per famiglie e imprese.

Ad un anno dal sisma che il 20 e 29 maggio 2012 ha duramente colpito 33 comuni dell’Emilia Romagna, è tempo di un primo bilancio. Un anno non è passato invano e la ricostruzione, pur tra mille difficoltà è avviata. C’è voglia di ripartire tra gli imprenditori, di ricominciare. Ma non è facile. Nell’area colpita vivono quasi 540.000 persone (circa il 13% della popolazione regionale) e vi sono concentrate migliaia di attività produttive, commerciali e di servizio e il 2% dei lavoratori dipendenti dell’industria: è un territorio che vale il 2% del Pil.

Nell’area interessata sono localizzate 51.000 imprese, di cui poco meno di 8.000 attive nel settore manifatturiero, che rappresentano il 12,4% della realtà produttiva regionale e che impiegano circa 190.000 addetti. Una realtà economica gravemente ferita: alle aziende che hanno subito danni gravissimi, vanno infatti aggiunte quelle imprese che, pur non danneggiate direttamente dal sisma, hanno subito l’impatto del terremoto o con il calo di commesse e ordini (una riduzione media del fatturato stimabile in un 30%) o perché obbligate a delocalizzare in quanto la loro attività si è trovata nelle zone “off limits”. È stato stimato che il valore aggiunto perso a causa del sisma sia pari a 3,1 miliardi di euro.

Banca d’Italia stima che nel comparto industriale siano stati circa 2.400 (il 20% del totale regionale) i posti di lavoro dipendente perduti nel 2012. L’unica eccezione è rappresentata dal settore edile che, grazie all’avvio del processo di ricostruzione, è invece aumentato di circa 1.000 unità, in controtendenza con quanto avviene nei Comuni non colpiti dal sisma e nel resto della regione (dove le costruzioni continuano a registrare una crisi pesantissima ormai da qualche anno). Significative ricadute occupazionali si registrano anche negli altri comparti dell’economia: sempre Banca d’Italia stima la perdita di 4.800 posti di lavoro dipendente. Tra i settori che nell’area del sisma hanno subito gravi contraccolpi, vi sono sicuramente il commercio, e poi artigianato e industria.

Ripartire è stato ed è difficile: i motivi sono diversi e nessuno di questi è dipeso dagli imprenditori. Innanzitutto, l’assenza di una legge sulle calamità naturali e la mancanza di esperienza nella gestione di un terremoto che avesse come riferimento una delle aree a più alta intensità produttiva e industriale del Paese. Si è dovuto letteralmente “inventare” tutto dalla A alla Z, facendo i conti con la burocrazia italiana: infatti, nonostante vi sia una legge nazionale sulle “decertificazioni”, il nostro apparato burocratico fatica ad accettare le autocertificazioni e i controlli ex post. Così, ciò che dovrebbe essere semplice, ad esempio come disporre un Durc in tempo reale, è diventato per molte imprese un dramma. Si è cercato di dare risposta a questo problema con un protocollo di intesa che attiva la collaborazione applicativa fra gli Enti interessati.

Situazione difficile, dunque, che tuttavia si muove. Per la ricostruzione delle imprese sono state presentate 117 domande, sull’ ordinanza 57 (per più di 83 milioni), 615 per imprese site in edifici a destinazione mista, 386 sul fondo per lo sviluppo rurale. Le microimprese che hanno chiesto contributi per la delocalizzazione temporanea sono 1.057. Per il bando Inail sono state presentate 157 domande (per oltre 70 milioni). Per lo sviluppo sono state presentate 241 domande (15 milioni). Le coperture del mondo assicurativo sono andate oltre le nostre previsioni: dai primi dati risulta un impegno complessivo di oltre 1 miliardo di euro, ma naturalmente potremo trarre un bilancio compiuto solo in una fase più avanzata. Sono stati risolti con il decreto n. 43 alcuni problemi quali le proroghe dello stato di emergenza alla fine del 2014 e la riapertura dei termini per gli adempimenti fiscali delle imprese danneggiate fino al 30 settembre 2013.

Tuttavia, altri problemi restano ancora aperti: è necessaria l’approvazione di alcuni emendamenti al decreto n. 43, a partire dall’estensione a tutto il 2013 dei termini per gli adempimenti fiscali delle imprese danneggiate e l’inclusione fra i beneficiari delle imprese con danni economici, proseguendo con l’ estensione della possibilità di utilizzare i fondi Inail anche per le imprese senza dipendenti e la proroga per la verifica di sicurezza delle costruzioni collegata all’ integrazione delle mappe di scuotimento, inefficace per gran parte del territorio ferrarese.

E gli imprenditori cosa pensano? Qual è il loro stato d’animo? C’è sicuramente e c’è stata sin dall’inizio, una volta fatta la conta dei danni, una gran voglia di ricominciare; una volontà che non è mai venuta meno neppure di fronte ai tempi lunghi della ricostruzione, alla burocrazia e ai provvedimenti tutt’altro che snelli per ricevere finanziamenti e nulla osta. Le lungaggini hanno in qualche modo generato anche rabbia verso i tempi della politica, ancora una volta sfasati rispetto alle necessità delle imprese e dei cittadini. Per questo CNA ha promosso una costante iniziativa, volta a sbloccare situazioni, rendere più chiare le norme e velocizzare i tempi. Vanno in questo senso alcune richieste. Relativamente al bando con finanziamenti derivati dall’Inail, è indispensabile ottenerne l’allargamento alle imprese senza dipendenti, con una modifica legislativa. L’anno 2012 deve essere considerato fiscalmente “franco”.

Per questo Rete Imprese Italia, il TRI e Confindustria hanno chiesto che per gli studi di settore non siano applicati criteri di analisi induttiva a tutto il 2012. Accanto all’accoglimento di queste richieste, lo snellimento burocratico: ci sono, infatti, come lamentano le imprese, alcuni colli di bottiglia che vanno rapidamente rimossi. Da qui la necessità di rendere più veloce ed adeguato il lavoro dei tecnici e quello di alcuni uffici comunali. C’è bisogno di rafforzare i nuclei di valutazione affinché le domande presentate siano esaminate più rapidamente; per fare tutto questo si può, ad esempio, incrementare il personale dedicato, spostandolo da altri incarichi a questo impegno assolutamente prioritario.

“I dati ci confermano che il sisma di un anno fa ha colpito una parte del motore economico e produttivo dell’Emilia Romagna e del Paese”, spiega Lalla Golfarelli responsabile politiche sociali di Cna Emilia Romagna . La ripresa economica e l’uscita dalla crisi passa anche attraverso quest’area e dall’importante contributo in termini occupazionali e fiscali. Purtroppo le Amministrazioni locali si trovano ad affrontare e gestire la fase della ricostruzione post-sisma in un quadro di finanza locale perennemente incerto e penalizzante. L’esclusione di alcune spese dal Patto di stabilità interno è senz’altro positiva, così come lo sblocco dei pagamenti ai fornitori che nei Comuni colpiti dal sisma vale 14 milioni di euro. Tuttavia, c’è ancora molto da fare, sia a livello procedurale, sia in termini di sburocratizzazione a tutti i livelli”.

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Tutte le donazioni per il terremoto online su Open Ricostruzione

Open-Ricostruzione

Open Ricostruzione è uno strumento a disposizione degli amministratori locali e dei cittadini affinché in Emilia ci sia una ricostruzione trasparente, partecipata e intelligente dei comuni colpiti dal sisma del 2012. Consiste in primo luogo di una piattaforma che consente di tenere traccia di tutti i soldi (donazioni e finanziamenti) messi a disposizione dell’Emilia; e di monitorare i relativi progetti di ricostruzione. Accanto ai dati, nel corso del 2013 Action Aid farà indagini sul campo per verificare l’effettivo andamento dei progetti stilando un rapporto finale. E’ un progetto aperto nel senso che è possibile fare segnalazioni, commenti, proposte su ogni singola voce.

Quando si verificano eventi di eccezionale gravità, quali il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna e le zone circostanti nel maggio scorso, è necessario mobilitare in brevissimo tempo risorse imponenti.

Portare i primi soccorsi, impostare una scala di priorità di intervento, mettere in sicurezza le situazioni più critiche agendo su un territorio molto vasto; confrontarsi con le difficoltà delle comunità locali, ferite e disperse dall’emergenza.

Le scelte compiute nei primi momenti influenzeranno anche il “dopo”: saranno carico di pochi, ma incideranno profondamente su migliaia di persone.

Mai come in questi casi, si rivela essenziale la capacità di attivare e mantenere una rete di comunicazione aperta e attiva che colleghi le istituzioni, le organizzazioni impegnate nei soccorsi ed i cittadini: per gestire l’emergenza, ma anche per permettere di raccogliere informazioni ed esprimere bisogni. In questo senso, quanto avvenuto dopo il sisma in Emilia è stato molto differente da precedenti esperienze; si è sviluppata una capacità di connessione e di confronto diffusa, resa possibile dalla Rete come oggi la viviamo, che ha generato da subito una ricerca fortissima di trasparenza.

Open Ricostruzione prende vita grazie all’impegno di un gruppo di persone già attive sul tema dell’open data, ascoltate da istituzioni capaci di guardare alla trasparenza e all’apertura come ad una opportunità e non come a un rischio. Il progetto è supportato da aziende che credono in questi valori e da singole persone, ma non avrebbe senso senza la consapevolezza, oggi raggiunta da un numero mai così ampio di cittadini italiani, di poter disporre, tramite la Rete, di strumenti per collaborare e condividere informazioni e per incidere in modo diretto sui processi che li riguardano.

Open Ricostruzione mette il futuro dei territori colpiti dal sisma nelle mani di tutti. E’ un modo nuovo per il nostro paese di vivere le scelte relative al bene comune, affrontando le situazioni critiche collettivamente e utilizzando gli strumenti tecnologici a disposizione con intelligenza, allo scopo non solo di ottenere più efficienza e rapidità, ma anche di costruire una relazione di fiducia.

Una Italia più “Smart”, capace di cambiare e rilanciare il proprio sviluppo nonostante le difficoltà, nascerà certamente se adotteremo su larga scala, nei contesti più diversi, un approccio simile: solo mettendo al centro la persona e le comunità, si potranno dispiegare pienamente le potenzialità che la tecnologia oggi offre.

David Bevilacqua (Amministratore Delegato  Cisco Italia società che ha sponsorizzato ‘Open Ricostruzione’)

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