L’immigrazione invade giornali, Tv e social

Nel 2016 la presenza di notizie dedicate al tema dell’immigrazione in prima pagina sui quotidiani è stata ancora alta: con 1.622 notizie, 100 volte superiore rispetto al 2013. Sono solo 12 le giornate in cui, da gennaio a ottobre, non sono presenti titoli sul tema. Mentre nei telegiornali la visibilità̀ del fenomeno migratorio si è attestata su 2.954 notizie in 10 mesi con un calo del 26% rispetto al 2015. Solo 8 i giorni in cui non è presente almeno un servizio in uno dei 7 telegiornali (nel 2015 erano 20), e i picchi di visibilità del fenomeno si registrano in due o tre occasioni e con numeri inferiori al 2015 (32 servizi contro i 53 dell’anno scorso).

È quanto emerge dal quarto rapporto Carta di Roma 2016. L’osservatorio che ha monitorato per 10 mesi il Corriere della Sera, il Giornale, l’Avvenire, l’Unità, la Repubblica e la Stampa, evidenzia una marcata centralità del fenomeno migratorio, con una “continuità” dell’attenzione al tema, dovuta anche all’importanza dello stesso nell’agenda politica italiana ed europea. Continue Reading


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Le crisi umanitarie invisibili, per i Tg non esistono

Crisi-nel-Mondo

Sono trascorsi dieci anni dalla prima analisi realizzata da Medici Senza Frontiere in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sulla copertura mediatica delle crisi umanitarie internazionali da parte dell’informazione italiana e in particolare nei principali telegiornali di prima serata; ciò ci permette oggi di tracciare un bilancio sulla rappresentazione delle crisi umanitarie in questi anni attraverso uno sguardo d’insieme dal 2004 al 2013. Lo spazio dedicato dai notiziari di prima serata ai contesti di crisi è crollato dal 16,5% nel 2004 al 2,7% nel primo semestre del 2014.

Il primo e significativo risultato è quindi la progressiva diminuzione della visibilità delle crisi e degli eventi di carattere umanitario. Il dato relativo alla visibilità delle crisi nei notiziari italiani di prima serata nel 2013 è il peggior risultato di questi ultimi dieci anni (pari al 3,6%), segnando un ulteriore passo indietro anche rispetto all’anno precedente. Sono 1601 le notizie che si occupano di eventi o situazioni di crisi umanitarie internazionali nel 2013, erano 5795 nel 2004: la struttura dell’agenda dei telegiornali invece è rimasta praticamente la stessa.

“Sono passati dieci anni dalla prima analisi sulle crisi dimenticate ed è tempo di bilanci”, dichiara Gabriele Eminente, direttore generale di MSF Italia. “Se da un lato è indubbio che i telegiornali di prima serata siano sempre più chiusi nei confronti delle crisi umanitarie che avvengono più o meno lontane da noi, è altrettanto vero che in questo decennio il panorama dell’informazione televisiva è molto cambiato. Anche in Italia, infatti, sono nati dei canali tematici dedicati all’informazione, come Rainews o Tgcom24 ma la maggior parte delle persone continua a informarsi tramite i notiziari di prima serata. Inoltre, da una recente indagine Eurisko emerge che il 63% della popolazione italiana desidera ricevere dai media più informazioni sulle emergenze umanitarie. Per questo riteniamo che i TG abbiano ancora una grande responsabilità e un importante ruolo da giocare sulla rappresentazione di crisi che hanno impatti gravissimi sulla vita di milioni di persone”.

Notizie crisiL’indagine – che prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari di prima serata della televisione generalista (3 della TV pubblica e 4 della TV privata) nell’arco di un decennio – presenta un quadro inaccettabile: i riflettori, quando si accendono, vengono puntati per breve tempo soprattutto su conflitti e atti terroristici (il 65,5% sul complessivo delle notizie pertinente sulle crisi) mentre l’attenzione maggiore è rivolta a fatti che riguardano il coinvolgimento di occidentali. La percentuale delle notizie dedicate a povertà e malnutrizione è invece pari all’1,5%; mentre quelle relative alle emergenze sanitarie sono solo 293 in 10 anni (pari all’1%). Queste crisi arrivano nei notiziari solo quando diventano allarmi internazionali, come è il caso dell’ebola quest’estate. Inoltre, se una crisi non è sufficientemente drammatica o non è avvenuta una catastrofe, viene a mala pena considerata dalla nostra informazione. Le crisi croniche e per questo meno eclatanti, non vengono raccontate se non sporadicamente.

Dieci anni di analisi ci suggeriscono anche una classificazione nella rappresentazione delle crisi: vi sono crisi continuamente visibili, che in ragione della gravità e della rilevanza geopolitica hanno ampia visibilità (le guerre in Iraq e in Afghanistan, la crisi mediorientale e quella siriana); poi le crisi “a singhiozzo”, quelle crisi su cui si accendono i riflettori in concomitanza di eventi significativi e che, terminata l’emergenza, scompaiono nell’ombra (una su tutti la crisi in Sud Sudan, balzata nelle prime pagine di tutto il mondo per le proteste inscenate da personaggi come George Clooney); infine le crisi invisibili, che non entrano nell’agenda dei telegiornali e se succede è perché sono ricordate in quanto dimenticate. È il caso della Repubblica Centrafricana la grande assente in 10 anni di analisi e presente in soli due servizi nella prima metà del 2014.

Lo scenario generale delle notizie nei Tg del 2013 continua a essere caratterizzato da un’inevitabile accentuazione dell’attenzione alla crisi economica in Italia e in Europa e di conseguenza della politica, tanto che si riduce ulteriormente anche lo spazio delle soft news (curiosità, gossip, costume) . Tuttavia, si rileva una preoccupante tendenza all’infotainment, ovvero l’aumento nell’agenda dei telegiornali (e dei programmi di informazione in generale) di elementi di intrattenimento, in modalità e quantità differenti nei diversi notiziari. Le notizie di cronaca rosa, di gossip o di cronaca nera si alternano a quelle di politica interna a quelle di economia, di salute e di politica estera.

Il confronto con i notiziari di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna fa emergere inoltre la maggiore attenzione che i notiziari europei dedicano alle crisi umanitarie internazionali, rispetto a quelli italiani e in particolare un modo diverso di costruire il telegiornale, in cui si trova lo spazio per raccontare contesti e situazioni di crisi anche croniche e non legate all’urgenza degli eventi. SI riconferma il distacco del principale telegiornale della rete pubblica italiana rispetto agli omologhi europei: la percentuale che il TG1 dedica alle crisi umanitarie dimenticate (3,0% nella prima metà del 2014) è la metà di quello francese e meno di un quarto di quello tedesco.

“Quando una notizia non è nei TG, non lo sono neanche le popolazioni vittime di violenze, sfollamenti, fame e malattie. Negli ultimi anni, MSF ha aumentato i propri sforzi nelle aree di crisi più dimenticate, essendo in molti casi l’unica organizzazione a prestare soccorso a persone che altrimenti non avrebbero nessun tipo di attenzione. Per questo”, conclude Gabriele Eminente, “MSF continuerà a sollecitare i media ad accendere un riflettore sulle crisi umanitarie che rimangono nascoste agli occhi del pubblico, perché siamo sempre più convinti che la pressione dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, può fare la differenza e spingere ad agire in favore delle persone in difficoltà”.

Scarica il 10° Rapporto “Le crisi umanitarie dimenticate dai media”

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Medici Senza Frontiere attacca le televisioni. Meno gossip più informazione

CRISI UMANITARIE DIMENTICATE  DAI MEDIA 2012

Le crisi umanitarie stanno inesorabilmente scomparendo dai telegiornali italiani, nonostante il desiderio del pubblico di essere più informato. La lotta quotidiana per la sopravvivenza di intere popolazioni in paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e il Mali sono relegate all’oblio. Medici Senza Frontiere (MSF), nel corso di un incontro patrocinato dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana FNSI, ha presentato Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2012 – 9° Rapporto di MSF”. L’indagine, realizzata con il supporto dell’Osservatorio di Pavia, prende in esame la copertura delle crisi umanitarie nei principali notiziari (prima serata) della televisione generalista (3 della TV pubblica e 4 della TV privata). Il quadro è inaccettabile: nel 2012 i telegiornali hanno dedicato solo il 4% dei servizi a contesti di crisi, conflitti, emergenze umanitarie e sanitarie. È il dato più basso dal 2006, cioè da quando MSF ha avviato il monitoraggio dei TG. Le crisi umanitarie da dimenticate sono diventate invisibili. Per questa ragione, MSF chiede ai media di sostenere gli sforzi per portarle all’attenzione dell’opinione pubblica.

I dati sono particolarmente importanti, se combinati con quelli di un’altra ricerca commissionata da MSF all’Eurisko: si rileva, infatti, che il 63% della popolazione italiana desidera ricevere dai media più informazioni sulle emergenze umanitarie. Secondo un sondaggio d’opinione effettuato nel maggio 2013, il 78% del campione considera eccessiva la quantità di notizie sul gossip e il 64% considera sia presente troppa politica, mentre il 60% chiede maggiori informazioni sul lavoro delle organizzazioni umanitarie e sul modo in cui poter dare il proprio contributo.

Ogni anno stiliamo la lista delle ‘Crisi dimenticate’ con un augurio: che l’anno successivo sia vuota”, dichiara Loris De Filippi, Presidente di MSF Italia. “La situazione è in netto peggioramento. La voce delle vittime delle crisi umanitarie non raggiunge gli italiani, perché i media ne parlano sempre meno. Il 2012 è stato l’anno peggiore: contesti come la Repubblica Centrafricana o alcune malattie tropicali sono stati del tutto dimenticati. L’AIDS è pressoché sparito. Esiste un significativo squilibrio tra le sofferenze delle popolazioni e la copertura data dai media, in particolare dai TG”.

In un anno i TG della sera hanno dedicato solo 7 servizi all’AIDS: di essi soltanto 2 in occasione della Giornata Mondiale dell’1 dicembre. Fra i dati più emblematici: 3 notizie sulla Repubblica Democratica del Congo, dove non cessano le violenze nelle aree del Kivu; 4 i servizi sul Niger, piegato dalla malnutrizione; 2 notizie sulla martoriata popolazione di Haiti e 2 sulla Mauritania; l’Iraq, che gli anni scorsi ha avuto grande spazio nell’agenda dei notiziari, nel 2012 ha avuto 12 notizie. Il Sudan e il Sud Sudan trovano spazio in 17 notizie, in alcune di queste solo per la presenza di personaggi famosi.

Lo scenario generale delle notizie nei Tg del 2012 è caratterizzato da un’inevitabile accentuazione dell’attenzione alla crisi economica in Italia e in Europa e di conseguenza della politica, tanto da ridimensionare anche le soft news (curiosità, gossip, costume). Tuttavia, la pagina di “Curiosità e Costume”, seppure in diminuzione, occupa il 6% del totale delle notizie. Se le “crisi umanitarie nel mondo” trovano sempre meno spazio, la “fine del mondo” profetizzata dai Maya ha invece meritato 30 notizie. La classica “emergenza freddo”, con l’arrivo dei malanni di stagione 39 notizie. Tuttavia sono le curiosità del mondo animale a ricevere una grande attenzione: ben 70 notizie in 12 mesi di informazione serale. Vere e proprie curiosità che trovano poco o alcuno spazio nei TG degli altri paesi europei. Dal confronto con i notiziari di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna emerge inoltre la maggiore attenzione che i notiziari europei dedicano alle crisi umanitarie internazionali, rispetto a quelli italiani che hanno molte similitudini con i TG spagnoli.

Da anni MSF cerca di accendere un riflettore sulle crisi umanitarie che rimangono nascoste agli occhi del pubblico. La pressione dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, può fare la differenza e spingere ad agire in favore delle persone in difficoltà. Le crisi umanitarie che si svolgono lontano dall’Italia, non sono “isolate” e i media sono fondamentali per mobilitare la solidarietà internazionale, vitale per le popolazioni in pericolo. Lo spazio dedicato agli esteri non può essere ridotto alle storie delle corti reali europee e non è concepibile che il Darfur o Haiti, siano menzionati solo quando sono visitati dalle stelle di Hollywood. Per questo motivo, MSF in occasione della presentazione del “9° Rapporto sulle Crisi dimenticate”, attraverso una “Lettera Aperta” chiede ai responsabili dei media e dei principali Gruppi Editoriali del paese, di portare le “Crisi dimenticate” all’attenzione pubblica.

Lettera Aperta di Medici Senza Frontiere ai Direttori

Medici Senza Frontiere (MSF) dal 2005 cerca di far luce sulle crisi umanitarie nascoste agli occhi del pubblico, attraverso la campagna “Crisi dimenticate“. Parte integrante dell’identità di MSF è testimoniare la situazione delle popolazioni in pericolo, con l’impegno di far sentire la loro voce. È proprio la “testimonianza” a completare l’azionemedico-umanitaria dell’organizzazione.

Quando una crisi umanitaria è dimenticata? Quando c’è un significativo squilibrio tra la sofferenza delle popolazioni e la copertura da parte dei media. In questi anni, abbiamo compilato un elenco di alcuni contesti per i quali la copertura (soprattutto televisiva) è stata assente, minima o superficiale, distante dai bisognireali e dalle difficoltà che affrontano le persone che curiamo.

L’elenco di quest’anno è accompagnato da un augurio: che il prossimo anno questo stesso elenco sia vuoto. E voi, come principali responsabili delle decisioni all’interno dei media, avete un ruolo vitale per realizzare tale auspicio. Siamo inoltre convinti che la pressione dei media e dell’opinione pubblica su governi, autorità o attori umanitari e politici, anche in paesi remoti, possa spingere questi ultimi ad agire in favore delle persone in difficoltà.

La crisi finanziaria e socio-politica o alcuni eventi “spettacolari” che riguardano l’Occidente dominano l’attenzione dei media. Eppure, dobbiamo renderci conto che le crisi in Darfur, Somalia, Afghanistan, Mali, anche se hanno luogo lontano dall’Italia, non sono “isolate”: basti pensare ai rifugiati che arrivano in condizioni terribili sulle nostre coste, in fuga dai conflitti, a migliaia di chilometri di distanza. Non è concepibile che il Darfur o Haiti siano menzionati solo se vengono visitati dai divi di Hollywood o che le sezioni di esteri dedichino un grande spazio alle storie delle cortireali europee.

Medici Senza Frontiere chiede a tutti i media italiani di sostenere gli sforzi per portare le crisi dimenticate all’attenzione dell’opinione pubblica, in modo da non lasciare nell’oblio le persone vittime di conflitti, catastrofi naturali e che soffrono a causa della malnutrizione o di altre malattie. E a non chiudere la porta a un mondo sempre più vicino a noi e sempre più importante da comprendere.

Medici Senza Frontiere Italia

Tra i primi firmatari: Ettore Mo , Valerio Pellizzari, Bernardo Valli, Fabrizio Gatti, Giovanni Porzio, Francesco Zizola, Antonio Di Bella, Massimo Cacciari, Federica Sciarelli, Elisabetta Rosaspina, Lucia Goracci, Ugo Tramballi, Filippo Solibello, Mariarosa Gianniti, Claudio Monici, Tiziana Ferrario, Stella Pende, Gabriella Simoni, Vittorio Parsi, Mario Morcellini, Pietro Suber, Mimosa Martini, Enzo Nucci, Nico Piro, Alessandro Robecchi, Daniela De Robert, Fausto Biloslavo, Gian Micalessin, Barbara Schiavulli, Christiana Ruggeri, Don Virginio Colmegna, Stefano Corradino, Lorenzo Bianchi.

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Cos’è una notizia?

Sembrerebbe una domanda banale, ma non lo è affatto. La dichiarazione di un politico è di per sé una notizia? E un incidente automobilistico? Un concorso per cani? Un fatto di cronaca rosa?

Nel mondo anglosassone, dove tendono a standardizzare e regolamentare tutto, si sono inventati i cosiddetti “valori notizia”. In pratica ci sono una serie di parametri che aiutano il malcapitato giornalista a capire cosa sia o non sia “notiziabile”. Ad esempio, negli USA (ma varrebbe anche in Italia) si può dire che un “morto americano” vale 10 morti canadesi, 30 europei, 100 russi, 1000 cinesi. Sembra un discorso cinico e spietato (e in effetti lo è), ma è innegabile che sapere che è morto un italiano in Libia ci colpisce molto di più che sapere che sono morti 100 cinesi in India. Questo è solo un esempio, ma ce ne potrebbero essere molti altri.

La realtà è che non ci sono parametri oggettivi per decidere che cosa sia una notizia. Nel nostro paese, come sempre, si preferisce affidarsi al famoso “istinto” che porterebbe spericolati giornalisti a scoprire cosa si nasconde dietro i mille misteri.

Anche questa romantica figura del giornalista nostrano è però ormai da tempo in via di estinzione. Oggi possiamo dire che in televisione e nei grandi giornali sono senz’altro in vigore delle selezioni legate ai “valori notizia”. Solo che questi valori non seguono la logica giornalistica, bensì quella degli interessi partitici o economici.

Un giornalista veramente libero e indipendente non può ritenere “notizia” che un politico di opposizione abbia detto che non è d’accordo con un politico di maggioranza. La notizia, semmai, ci sarebbe se questi fossero d’accordo.

Dovrebbe essere considerata “notizia” un fatto che in qualche modo ha rilevanza per la vita, la cultura, la spiritualità o il “sentimento” dei destinatari di un determinato medium. Ad esempio, un terremoto è senz’altro una notizia, così come lo è l’inquinamento. Ma allo stesso tempo, dovrebbero essere notizie anche le buone prassi, i tanti esempi di politiche virtuose, le storie di persone che vivono in modo alternativo, fuori dagli schemi “classici”.

Vediamo ora di affrontare alcuni elementi base del giornalismo, rimandando ai testi specialistici per gli approfondimenti

Le 5 W e i H

Ogni notizia, come si insegna nei bignami di giornalismo, dovrebbe rispondere alle celebri 5 W (e in H) inglesi: Who, What, Where, When, Why, How (Chi, Cosa, Dove, Quando, Perché, Come). In teoria, ogni articolo di giornale o servizio giornalistico dovrebbe rispondere a queste sei semplici domande. Provate a guardare un tg questa sera o a sfogliare un giornale. Resterete stupiti nel constatare quanto spesso questo non accada…

Il riassunto delle puntate precedenti

In teoria, quando si propone una notizia non bisognerebbe mai dare per scontate le “puntate precedenti”. Accanto agli aggiornamenti su un determinato fatto, bisognerebbe quindi riproporre la notizia “base” in un box sui giornali, o all’inizio del servizio in tv. Questo, in Italia, non accade quasi mai. Ed ecco che un povero italiano rientrato da un lungo viaggio all’estero, sfogliando i quotidiani o guardando i tg serali faticherà enormemente a capire che cosa stia succedendo. Eppure è una regola base del giornalismo. Per lo stesso motivo, un giornalista non dovrebbe MAI scrivere “ieri Berlusconi ha detto”, bensì “ieri il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto”. Non bisogna dare niente per scontato, né i nomi propri, né le cariche istituzionali.

Bad news is good news

Una regola del giornalismo anglosassone afferma che una cattiva notizia “è una buona notizia”, nel senso che le persone sono sempre interessate a qualcosa che non funziona, spesso in modo morboso. Questo è indubbiamente vero, ma compito del giornalista non è soddisfare la morbosità dei suoi lettori, bensì informarli, per cui è fondamentale muoversi anche alla ricerca di buone notizie.

Edizione straordinaria: bambino morde un cane

Se un cane morde un bambino non è una notizia, se un bambino morde un cane sì. Con questo semplice paradosso si vuole racchiudere un concetto importante, già accennato in precedenza: una cosa ipotizzabile, prevedibile e immaginabile non è quasi mai una notizia.

Una spolverata di immagini

Quando montavo i servizi dei telegiornali in una rete privata satellitare, i giornalisti si sedevano accanto a me (senza salutarmi, perché il montatore era visto come un prolungamento della macchina) e registravano il servizio (dopo aver scritto il testo). Poi, tendenzialmente, mi invitavano a ricoprire il parlato con delle immagini didascaliche. Nome del politico, faccia del politico. Nome della piazza, immagine della piazza. E così via. Questo, in gergo, viene chiamato “coprire con una spolverata di immagini”. In realtà, la potenzialità del mezzo televisivo è totalmente inespressa in questo modo. Spesso le immagini possono arricchire quanto viene detto (e non detto) dal parlato. In alcuni casi, funzionano bene proprio se non sono direttamente collegate.

Un ruolo fondamentale è inoltre svolto dal rumore di fondo, dall’audio originale di un determinato luogo o fatto. Alcuni tra i servizi giornalistici televisivi più efficaci (raramente in Italia) non fanno proprio uso di parlato (il cosiddetto “voice over” o “speach”), preferendo far parlare le immagini. Se lo scopo del giornalista è informare, questo probabilmente eviterà di usare secondi preziosi per farci vedere il suo corpo in piedi, col microfono in mano, di fronte al luogo del servizio. Se invece lo scopo del giornalista è appagare il proprio ego o fare carriera…

Il microfono gelato

Il microfono gelato (quello che si tiene in mano come un gelato e si “ficca” sotto la bocca dell’intervistato ha senso solo nel caso delle famose dichiarazioni rubate o di interviste per strada (vox populi). Quando è possibile, però, bisognerebbe sempre microfonare giornalista e intervistato con il “microfono a clip”, che è quasi invisibile e rende il mezzo televisivo molto meno invasivo. Inutile dire che questo nel nostro paese accade raramente…

Le immagini di repertorio

Nel giornalismo anglosassone, quando vediamo delle immagini di repertorio, compare una scritta che avverte gli spettatori. Questo è un accorgimento fondamentale se si vuole evitare di confondere il pubblico: come abbiamo visto, infatti, la tv viene percepita come occhio sulla realtà. Se a un tg vedo dei militari che sparano, penso che quelle immagini vengano dal teatro di guerra in questione. In Italia (come negli altri paesi) spessissimo, invece, le immagini legate alla guerra non sono state girate in quei giorni (e magari nemmeno in quei luoghi). Negli altri paesi questo viene indicato. Da noi no. Con un grave “effetto di realtà negata” ai danni dello spettatore.

Il “pastone” e il modo in cui le notizie vengono proposte in un telegiornale

“C’era una volta e c’è ancora” direbbe qualcuno. Quando si studia giornalismo, vengono insegnate le tecniche grazie alle quali si può esaltare o svilire una notizia, una dichiarazione, un fatto. Se ad esempio voglio dare forza alla maggioranza politica e quel giorno l’opposizione ha scoperto qualcosa di sconveniente per quella maggioranza, io darò la notizia “scomoda” (brevemente) e farò poi seguire i due pareri. Prima quello favorevole e poi quello contrario. Quello contrario, essendo arrivato per ultimo, resterà come punto conclusivo del discorso e nell’inconscio collettivo tenderà a essere percepito come più attendibile…

Se invece l’obiettivo di un giornalista è “buttarla in caciara” e non scontentare nessuno, il modo migliore è quello del “pastone”. Preparo un unico servizio dentro il quale metto un pizzico di notizia e moltissime dichiarazioni. Mario ha detto, Luca ha risposto, Matteo ha commentato e così via. Uno spettatore sano, disconnesso dalla “matrix” quotidiana, esclamerebbe spazientito “e chissene importa non ce lo vogliamo mettere”? Purtroppo questo accade raramente.

Le prime pagine di un giornale

Quante volte avete sentito dire “le prime pagine dei giornali sono tutte uguali”. Oppure, “se prendo il giornale di un anno fa e quello di oggi e li confronto non so quale sia quello nuovo”. La cattiva notizia è che è vero… In effetti, da qualche anno (o decennio) i “grandi giornali” tendono ad assomigliarsi sempre più. Mentre una volta si rincorreva lo scoop, la grande inchiesta, l’intervista esclusiva, oggi si scappa dal “buco” (aver mancato una notizia che gli altri hanno è considerato gravissimo) e si rincorre il politico di riferimento. Ma questo è giornalismo?

Le fonti giornalistiche

Una regola base del giornalismo è la seguente: prima di pubblicare una notizia devi averla verificata attraverso due fondi indipendenti. Questo non avviene quasi mai. Anzi, spessissimo se il primo a lanciare una notizia lo ha fatto in modo superficiale, sbagliando, sarà seguito da tutti gli altri. Ed ecco che tutti i tg e i giornali daranno una notizia falsa…

Le fonti giornalistiche possono essere “persone”, documenti, fotografie e così via. Essendo il discorso sulle fonti uno dei punti cardine del giornalismo, si consiglia vivamente la lettura di testi specifici sul tema.

Le interviste e le domande

Le domande! Ah quante volte avrei voluto entrare fisicamente nel televisore, strappare il microfono al conduttore di questo o quel talk show e fare delle semplicissime domande. Non accade quasi mai… Paradossalmente, poi, nel giornalismo “main stream” vige la legge della soggettività su tutto. Quando due politici discutono sui numeri e le due versioni sono discordanti, una redazione giornalistica dovrebbe immediatamente verificare il dato e darlo agli spettatori. Eppure ciò non accade quasi mai. Ed ecco che anche i numeri diventano opinioni.

L’agenda setting

Gli italiani “critici” sono tendenzialmente convinti che i politici o le multinazionali controllino l’informazione attraverso un apparato che censura certi punti di vista esaltandone altri. Questo potrebbe anche essere vero, ma il vero controllo esercitato dai mass media (di tutto il mondo) non è tanto sul punto di vista delle persone su certi temi, quanto sulla scelta dei temi trattati.

Se infatti le persone hanno una certa autonomia di pensiero nel valutare la veridicità di quanto gli viene proposto, quasi tutti subiscono il fenomeno dell’agenda setting: in poche parole noi parliamo delle cose di cui parlano i media e ci preoccupiamo delle cose di cui parlano i media. Per fare un esempio, ogni volta che i mass media ci raccontano una guerra, il Paese si divide tra favorevoli e contrari e in molti si chiedono perché si sta facendo quella guerra e così via. Ma se i mass media non parlano di una guerra, quella semplicemente non esiste. In questi giorni (primi di aprile) in Italia tutti discutono della Libia, dei processi al Premier e del problema immigrazione. La notizia più importante dal punto di vista giornalistico (la situazione delle centrali nucleari giapponesi) è trattata poco e male. Ed ecco che milioni di persone si angosciano per 3000 immigrati e dormono sonni tranquilli mentre il Giappone rischia di saltare in aria…

Come diventano notizie le non notizie e perché…

Cronaca nera, cronaca rosa, sport, colore e spettacolo sono spesso utilizzati ad arte per distogliere l’attenzione da altri temi. Una volta apprese le basi giornalistiche diventa interessante confrontare i vari tg e notare come viene fatta la scaletta. Provare per credere…

E quindi? Un altro giornalismo è possibile?

E quindi, per fortuna c’è il web (e ci sono le radio). In questo momento storico, l’informazione trova spazio solo attraverso questi due media. E’ fondamentale saperlo. Fondamentale guardare la tv con occhio critico, sviscerandone i meccanismi e scoprendo i diversi livelli di lettura. Guardare un tg o un programma di approfondimento può allora diventare istruttivo: da quello che non viene detto o da come viene detto, posso capire quali sono le notizie vere… Il Web potenzialmente permette di superare molti degli ostacoli che vengono posti al mondo dell’informazione nei mass media tradizionali. Le potenzialità sono enormi. Multimedialità, approfondimenti in tempo reale, riproposizione delle fonti originali, degli approfondimenti, riduzione dei costi di redazione, eliminazione dei costi di distribuzione e stampa e così via. I limiti sono di due tipi:

  • Milioni di italiani ancora non usano internet per informarsi o perché non hanno le necessarie competenze o perché (sembra impossibile ma è vero) non sono raggiunti da connessioni internet dignitose.
  • Il finanziamento dei giornali web è una scommessa tutta da vincere. Al momento, infatti, un giornale che non vuole basare la sua esistenza sui fondi statali o sulla dipendenza da un unico sponsor, non ha grandi alternative di sopravvivenza. Le persone, infatti, al momento non sono disposte a pagare per un servizio che sono abituati a ricevere gratuitamente.

Ma il futuro (e il presente) dell’informazione è sul Web.

(Fonte nuoviocchiperimedia)

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