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Occupazione Italia, solo Croazia e Grecia peggio di noi

1 maggio-festa dei lavoratori

A festeggiare il 1° maggio saranno circa 22 milioni e 500 mila italiani (lavoratori dipendenti più autonomi) e sebbene gli ultimi dati presentati ieri sulla disoccupazione dall’Istat ci dicono che le cose stanno migliorando, il nostro paese continua a registrare dei ritardi occupazionali molto preoccupanti. Tra i 28 paesi dell’Unione europea solo la Croazia (55,8%) e la Grecia (50,8%) presentano un tasso di occupazione più basso del nostro (56,3%). Continue Reading


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Le specializzazioni intelligenti per creare lavoro in Italia

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Come si può creare lavoro in Italia? Come può il Presidente del Consiglio dimezzare il tasso di disoccupazione in Italia portandolo ai livelli americani come ha ipotizzato da Detroite vincere la sfida che si è posto quale sua unica preoccupazione per i prossimi mesi? È evidente che la surreale discussione sull’articolo 18 ha poco a che fare con la soluzione del problema; il lavoro si crea ritrovando la capacità di crescere ed evitando che un’eventuale crescita sia eccessivamente iniqua. Come si fa allora a crescere in un contesto di risorse pubbliche che sono scarse e destinate a continuare ad essere tali nonostante le nostre lamentele?

Alcuni degli economisti che studiano lo sviluppo come nozione legata all’innovazione, tra di loro Dominique Foray e Kevin Morgan, sembrano aver trovato la soluzione e ne hanno presentato i contenuti qualche giorno fa, ad una conferenza organizzata a Pisa dalla Commissione Europea. Si tratta di costruire e realizzare strategie fondate sul principio che ogni regione e città europea abbia un numero limitato di “specializzazioni intelligenti” sulle quali concentrare gli investimenti pubblici, gli sforzi per attrarre le imprese e le professionalità che possono portare in questi comparti le tecnologie e le competenze che mancano, disegnando pacchetti di incentivazioni fiscali, formazione, semplificazione adatti alle esigenze di quei settori.

All’Europa il principio delle “specializzazioni intelligenti” è piaciuto a tal punto che la sua applicazione è diventata condizione per poter accedere ai 350 miliardi di Euro che sono buona parte del programma di investimenti che la Commissione spenderà nei prossimi sette anni per uscire dalla crisi. Tale successo è legato a due caratteristiche del nuovo paradigma che ne promettono un livello di efficienza elevato: specializzando ciascun territorio si evita una competizione interna che spesso assume i caratteri di una “guerra tra poveri” che comporta la progressiva erosione di quella coesione che è caratteristica fondante del modello sociale che l’Europa vuole salvaguardare; in secondo luogo, dover scegliere una vocazione riconoscibile a livello internazionale, spinge quei territori ad uscire dalla propria parrocchia, a riflettere sul proprio  ruolo nelle “catene di generazione del valore” globali, a confrontarsi e cooperare con il resto del mondo.

Certo i dubbi che il nuovo mantra dello sviluppo funzioni sono tanti e tante sono le differenze con quelle “politiche industriali” che il nostro Paese, da tempo, non prova neppure più a concepire.

Fino alla fine degli anni ottanta, lo “Stato imprenditore” ha avuto senz’altro grandi meriti nell’avviare processi di concentrazione e infrastrutturazione senza i quali oggi non avremmo neppure Internet: interveniva direttamente con capitali che nessun privato avrebbe potuto fornire, promuoveva e difendeva i propri campioni.  Di recente quella forma di politica industriale è stata più presente negli Stati Uniti e in Inghilterra, costretti a salvare grandi gruppi industriali (Chrysler) o banche (Royal Bank of Scotland), che non in Europa. Il vecchio continente socialista partiva da livelli di indebitamento e spesa pubblica più elevati dei Paesi del turbo capitalismo e con l’Euro ha intrapreso un cammino – difficilmente reversibile – nel quale rinuncia ad alcune delle prerogative che avevano gli Stati Nazione.

Con le “specializzazioni” di ultima generazione, la sfida nuova è quella di sostituire all’ingerenza dello Stato, l’intelligenza di istituzioni che proprio su questo terreno proverebbero a conquistarsi la legittimità di governare una Società trasformata dalle tecnologie dell’informazione.

Le amministrazioni non scelgono – come sarebbe successo con le politiche industriali dell’IRI – le specializzazioni, o perlomeno non lo fanno da sole perché non hanno informazioni sufficienti. Esse diventano invece una piattaforma – come quella di Siviglia, che la Commissione ha costruito per condividere le esperienze della specializzazione intelligente – attraverso la quale emerge la conoscenza che innovatori interni ed esterni ad un dato territorio possono valorizzare in quell’area. Nel mondo delle specializzazioni intelligenti, lo Stato, inoltre, organizza le priorità – non necessariamente riconducibili ad un settore produttivo, perché Torino potrebbe ben decidere di distinguersi per voler diventare la prima città con mobilità elettrica e Bologna di costruire un primato vendendo a distanza i servizi dei migliori ospedali – in maniera tale che regioni e città, anche distanti, possano evitare le duplicazioni e collaborare se scoprono di avere la stessa vocazione.

Il tentativo – moderno e difficile – è quello di sfuggire alla logica dell’economia come gioco a somma zero e estrarre, in un contesto di risorse scarse, il massimo ritorno possibile dall’investimento pubblico.

Il dubbio grosso è legato allacapacità di rispondere alla novità di Paesi come l’Italia e non solo. A leggere i documenti di specializzazione che le amministrazioni italiane stanno producendo, sembriamo in difficoltà nel decidere su cosa vogliamo puntare le nostre carte. L’esperienza delle strategie per l’innovazione dimostra che sempre di più la discontinuità della specializzazione intelligente viene accettata con entusiasmo, ma ancora non si vedono scelte sufficientemente precise e motivate. Scelte che siano capaci di intercettare comunità di innovatori che non sono rappresentati nelle sedi tradizionali; di convincere, come diceva Prodi ieri nel suo editoriale da queste colonne, un sufficiente numero di italiani che vivono a San Francisco o a Parigi, a tornare – anche in maniera temporanea – a Napoli o a Matera per dare il contributo della propria esperienza ad un progetto d’impresa ambizioso.

Tutte le regioni parlano di turismo, ad esempio, ma nessuno esce dal bar delle opinioni personali e propone una focalizzazione che parta da un’analisi del valore, dell’impatto ambientale, dei bisogni, del posizionamento competitivo dei propri prodotti sui diversi segmenti di clientela attuale e potenziale. Come fanno i francesi, per esempio. A livello centrale, le aree che Ministeri chiave come quello della ricerca e dello sviluppo economico indicano come prioritarie nella strategia nazionale di specializzazione intelligente sono troppe (dodici) e troppo generiche (tra di esse si cita il “made in Italy” senza ulteriori specificazioni) per comunicare agli investitori internazionali e a chi fa innovazione quale è la direzione che il nostro Paese intende intraprendere. Basta osservare l’esperienza di una regione – Stato come il Baden – Wurttemberg per misurare il potenziale di miglioramento che è a disposizione di questa squadra di governo e di Graziano Delrio che segue questo dossier.

Qual è dunque la visione che l’Italia ha di se stessa da qui al 2020? Esiste, davvero, un conflitto tra l’urgenza di “salvare gli operai a Piombino” e la necessità di medio periodo di riportare l’industria manifatturiera italiana sulla frontiera dell’innovazione? In realtà, questo è uno dei casi nei quali è vero quello che dice il Presidente del Consiglio quando insiste che l’Italia ha bisogno di politici più che di tecnici. Ma per motivi un po’ diversi da quelli citati da Renzi: tra i burocrati dello sviluppo c’è chi ha raccolto la sfida, ma essi hanno bisogno di giocarsela con chi ci mette la faccia di fronte agli elettori, perché gli amministratori, per mestiere, non possono prendersi il rischio di un cambiamento così radicale. È scegliendo con intelligenza che Matteo Renzi può raggiungere il suo obiettivo sui tassi di occupazione e costruire una classe dirigente che sia all’altezza della società che le imprese della Silicon Valley hanno così radicalmente trasformato.

(Articolo pubbliato su Il Messaggero del 29 Settembre 2014)

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Un italiano su due non lavora, peggio di noi solo la Grecia

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In Italia il tasso di lavoratori attivi, cioè la percentuale di persone in età da lavoro che hanno un impiego, è del 48,7%, circa otto punti in meno della media europea, al penultimo posto nell’Eurozona, superiore solo a quello della Grecia, dove però il tasso di disoccupazione supera il 25%. Meno di un italiano su due in età da lavoro ha un impiego. La causa, secondo uno studio dell’Associazione Bruno Trentin, risiede nell’altissima percentuale di popolazione inattiva, che nel nostro Paese supera il 44%, a fronte di una media europea del 36%. Sono 20 milioni le persone (studenti, pensionati, casalinghe) che non lavorano, tra cui 3,2 milioni che invece vorrebbero lavorare e che non sono comprese nelle rilevazioni sulla disoccupazione. Queste, infatti, conteggiano solo coloro che ricercano attivamente un’occupazione e che sono disponibili a lavorare entro due settimane.

L’Associazione Bruno Trentin, elaborando i dati ISTAT tratti dalla “Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro” pubblica uno studio sull’anomalia del tasso di occupazione italiano, uno dei più bassi dell’Eurozona (solo la Grecia sta attualmente peggio di noi). Il fenomeno esiste da molti anni, anche quando il nostro tasso di disoccupazione era più basso della media europea. Nel 2007, infatti, il tasso di occupazione italiano era del 51,4% nella fascia di età 15-74 anni (inferiore di – 6,6 punti percentuali a quello dell’Eurozona); nel 2013 il nostro tasso di occupazione scende e lo scarto rispetto alla stessa area arriva a -7,5 punti percentuali. Sempre nel 2013, nella fascia 15-64 anni utilizzata come riferimento prevalente in Italia, il tasso di occupazione italiano (55,6%) è quasi 8 punti in meno della media dell’Eurozona. Contemporaneamente la disoccupazione italiana passa dal 2007 al 2013 dal 6,1% al 12,2% (+6,1%), quella dell’Eurozona dal 7,5% all’11,9% (+4,4%). La disoccupazione è dunque fortemente cresciuta e questo ha inciso sul tasso di occupazione, ma un divario così ampio con l’Europa non è neanche così giustificabile.

La peculiarità italiana appare ancora più chiara osservando alcuni dei Paesi europei più colpiti dalla crisi. In Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda il tasso di disoccupazione è nel 2013 superiore al nostro (se si eccettua l’Irlanda, nettamente); ma in Italia il tasso di occupazione è leggermente inferiore a quello della Spagna, inferiore a quello del Portogallo e dell’Irlanda e superiore solo a quello della Grecia, dove però la disoccupazione è oltre il 25%. Se la situazione per il complesso del mercato del lavoro italiano è negativa, pessimo è il quadro per quanto riguarda i più giovani in Italia, decisamente indietro rispetto alla media dell’Eurozona.

La vera differenza fra l’Italia e le altre realtà europee risiede nel nostro anomalo tasso di inattività: nel 2013, nella fascia di età 15-74 anni lo scarto dell’Italia (44,5%) rispetto alla media europea (36,2%) è di poco più di 8 punti percentuali. Nella più ristretta fascia 15-64 il tasso di inattività italiano è del 36,5% contro il 27,8% dell’Eurozona, con una differenza quindi ancora più ampia. Molto elevato è anche lo scarto per quanto riguarda i più giovani. E’ una platea di circa 20 milioni di persone nella fascia di età 15-74 anni, con all’interno condizioni molto diverse. Di questi circa 3,2 milioni in media nel 2013, sono gli inattivi che vorrebbero lavorare catalogati nelle Forze di lavoro potenziali.

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La giusta immigrazione

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In Italia si contano 2,3 milioni di lavoratori immigrati che corrispondono al 10,1% degli occupati, contribuiscono per  oltre il 12% al PIL, rappresentando l’8,3% dei contribuenti totali. In sede di dichiarazione dei redditi notificano al fisco 43,6 miliardi di Euro e pagano di Irpef 6,5 miliardi di Euro. Il loro tasso di disoccupazione (14,1%) ha avuto dal 2008 al 2011 un incremento di circa il 5,6 punti percentuali. Queste sono alcuni dei dati contenuti nel “Rapporto sull’economia dell’immigrazione in Italia 2013”, realizzato dalla Fondazione Leone Moressa. L’immigrazione non è né una minaccia né una semplice risorsa da sfruttare. È un processo che può offrire grandi opportunità per la nostra società così come per l’economia.

I 32mila stranieri che nel 2011 hanno lasciato l’Italia hanno privato le casse dello Stato di 86 milioni di €. Nonostante la crisi gli stranieri rappresentano ancora una risorsa per il territorio nazionale: in Italia si contano 2,3 milioni di lavoratori immigrati (il 10,1% del totale degli occupati), in sede di dichiarazione dei redditi notificano al fisco 43,6 miliardi di € (pari al 5,4% del totale dichiarato) e pagano di Irpef 6,5 miliardi di € (pari al 4,3% del totale dell’imposta netta). Ma la crisi sta modificando progressivamente anche le prospettive economiche e occupazionali dei migranti che iniziano a trovarsi per la prima volta in competizione con i nuovi disoccupati italiani disposti ad accettare lavori e redditi sinora rifiutati.

Redditi dichiarati e Irpef pagato. Di fronte al progressivo abbandono degli stranieri dall’Italia, spesso a causa delle difficoltà economiche, è stato stimato come le casse dello Stato siano state private di 87 milioni di € di Irpef a seguito dell’allontanamento di 32mila stranieri che nel 2011 hanno deciso di lasciare il nostro Paese. Infatti, non si dimentichi che gli stranieri sono anche contribuenti che pagano le imposte: in Italia si contano complessivamente 3,4 milioni di contribuenti nati all’estero (dati riferiti all’anno di imposta 2011) che dichiarano al fisco quasi 43,6 miliardi di €: tradotto in termini relativi, si tratta dell’8,3% di tutti i contribuenti e del 5,4% del reddito complessivo dichiarato in Italia. Gli stranieri dichiarano mediamente 12.880 € (6.780 € in meno rispetto agli italiani) e si tratta quasi esclusivamente di redditi da lavoro dipendente. Nel 2011 i nati all’estero hanno pagato di Irpef 6,5 miliardi di € (pari al 4,3% dell’intero Irpef pagato a livello nazionale) che si traduce in 2.937 € a testa.

Il mercato del lavoro. Dal 2008 al 2012 si è assistito in Italia ad un aumento del tasso di disoccupazione straniera di 5,6 punti percentuali passando dall’8,1% all’14,1% e raggiungendo 382mila immigrati senza lavoro. E contemporaneamente, pur essendo aumentati anche il numero di occupati, il tasso di occupazione straniera è però calato di 6,5 punti percentuali arrivando al 60,6%. L’aumento dell’occupazione è da ascrivere alla componente femminile prevalentemente occupata nei servizi alle famiglie e di assistenza, mentre si riduce la domanda di manodopera maschile nei comparti produttivi e dell’edilizia specie nel Nord. Questo significa che la contrazione della domanda di lavoro ha riguardato i lavoratori stranieri nei comparti produttivi tradizionali, accentuando le situazioni di sovraistruzione (41,2%), di sottoccupazione (10,7%) e aumentando i divari retributivi tra italiani e stranieri (336 €). Ma la crisi sta lentamente modificando gli equilibri tra occupazione italiana e straniera, la prima sempre più progressivamente disposta a ricercare impieghi che da tempo sono di esclusivo appannaggio dei migranti. In particolare nell’ultimo anno si osserva una maggior afflusso di italiani tra gli operai addetti alla pulizia degli edifici, tra il personale non qualificato nelle miniere e nelle cave, tra i conduttori di impianti per la fabbricazione della carta, tra i venditori ambulanti, tra i vasai e soffiatori e tra il personale non qualificato addetto alla cura degli animali.

Rimesse. Nel 2012 il volume delle rimesse ammonta a 6,8 miliardi di €, pari allo 0,44% del Pil. Nel corso dell’ultimo anno si è assistito ad una contrazione del -7,6%, ancora più significativa di quella registrata tra il 2009 e il 2010 (-2,6%). Se da un lato questo calo può essere spiegato da un impoverimento della popolazione straniera che a causa della crisi ha visto erodere una parte del risparmi che mandava nei paesi di origine, dall’altro può essere ascritto ad un progressivo trasferimento degli stranieri verso l’estero.

Cliccare qui per scaricare la presentazione del rapporto.

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