L’uso massiccio di pc e internet a scuola crea nuovi analfabeti

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In un recente saggio, intitolato “Alfabeto a rischio”, Benedetto Vertecchi, noto pedagogista italiano, punta il dito sulla strumentazione digitale (tablet e lavagne interattive multimediali), che provocherebbe forme nuove e diverse di analfabetismo. E la scuola, suo malgrado, sarebbe complice di questa pericolosa deriva. L’uso massiccio di pc e internet a scuola non assicura miglioramenti nelle performance degli alunni. Molto meglio, quindi, carta, penna e calamaio?

Un paio d’anni fa, di fronte al crescere del numero degli insegnanti che segnalavano la perdita da parte di molti allievi della capacità di scrivere in corsivo, è stato elaborato, presso il Laboratorio di Pedagogia sperimentale dell’Università Roma Tre, un progetto di ricerca volto ad analizzare il fenomeno e a individuare, se possibile, soluzioni didattiche in grado non solo di contrastarlo, ma di promuovere, con la capacità di scrittura, anche una ripresa nello sviluppo delle competenze verbali.

Il progetto è stato intitolato Nulla dies sine linea, con riferimento a un passo della Naturalis historia di Plinio il Vecchio, nel quale si ricorda come il pittore greco Apelle considerasse necessaria la continuità dell’impegno. Dalla pittura l’indicazione si è estesa alla scrittura, assumendo il valore di una massima che ha una duplice valenza: la continuità dell’impegno è necessaria per sostenere e accrescere la competenza, ma è anche il segno della capacità di orientare le proprie azioni in vista del conseguimento di un risultato desiderato. È sembrato che anche per ciò che riguarda la scrittura sia necessaria tale duplice valenza. È improbabile che si conservi e si accresca la capacità di scrivere (che solo in un primo tempo è una capacità tecnica, ma presto assume complesse implicazioni cognitive), ma è anche improbabile che s’incoraggi la disponibilità a scrivere se l’ambiente sociale mostra estraneità nei confronti della scrittura. Continue Reading


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Italiani, popolo di teledipendenti

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Secondo i dati del rapporto Censis 2015 quasi tutti gli italiani guardano la tv, nonostante gli smartphone e i tablet siano usati, ormai, da due terzi dei giovani. Sempre peggio la carta stampata e i libri.

Nel 2015 la televisione ha una quota di telespettatori vicina alla totalità della popolazione (il 96,7%). Ma aumenta l’abitudine a guardare la tv attraverso i nuovi device: +1,6% di utenza rispetto al 2013 per la web tv, +4,8% per la mobile tv, mentre le tv satellitari si attestano a una utenza complessiva del 42,4% e il 10% degli italiani usa la smart tv che si può connettere alla rete. Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’83,9% degli italiani), con l’ascolto per mezzo dei telefoni cellulari (+2%) e via internet (+2%) ancora in ascesa. In effetti, gli utenti di internet continuano ad aumentare (+7,4%), raggiungendo una penetrazione del 70,9% della popolazione italiana. Le connessioni mobili mostrano una grande vitalità, con gli smartphone forti di una crescita a doppia cifra (+12,9%) che li porta oggi a essere impiegati regolarmente da oltre la metà degli italiani (il 52,8%), e i tablet praticamente raddoppiano la loro diffusione e diventano di uso comune per un italiano su quattro (26,6%). Aumenta ancora la presenza degli italiani sui social network, che vedono primeggiare Facebook, frequentato dal 50,3% dell’intera popolazione e addirittura dal 77,4% dei giovani under 30, mentre Youtube raggiunge il 42% di utenti (il 72,5% tra i giovani) e il 10,1% degli italiani usa Twitter. Al tempo stesso, non si inverte il ciclo negativo per la carta stampata, che non riesce ad arginare le perdite di lettori: -1,6% per i quotidiani, -11,4% per la free press, stabili i settimanali e i mensili, mentre sono in crescita i contatti dei quotidiani online (+2,6%) e degli altri portali web di informazione (+4,9%). Non è favorevole l’andamento della lettura dei libri (-0,7%): gli italiani che ne hanno letto almeno uno nell’ultimo anno sono solo il 51,4% del totale, e gli e-book contano su una utenza ancora limitata all’8,9% (per quanto in crescita: +3,7%).

Abissali le distanze tra giovani e anziani. Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 91,9%, mentre è ferma al 27,8% tra gli anziani. L’85,7% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 13,2% dei secondi. Il 77,4% degli under 30 è iscritto a Facebook, contro appena il 14,3% degli over 65. Il 72,5% dei giovani usa Youtube, come fa solo il 6,6% degli ultrasessantacinquenni. I giovani che guardano la web tv (il 40,7%) sono un multiplo significativo degli anziani che fanno altrettanto (il 7,1%). Il 40,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, dieci volte di più dei secondi (4,1%). E mentre un giovane su tre (il 36,6%) ha già un tablet, solo il 6% degli anziani lo usa.

Vola la spesa per i consumi tecnologici: la disintermediazione digitale riscrive le regole dell’economia reale. Tra il 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi, e il 2014, la voce «telefonia» ha più che raddoppiato il suo peso nelle spese degli italiani (+145,8%), superando i 26,8 miliardi di euro nell’ultimo anno, mentre nello stesso arco di tempo i consumi complessivi flettevano del 7,5%, la spesa per l’acquisto dei libri crollava del 25,3%, le vendite giornaliere di quotidiani passavano da 5,4 a 3,7 milioni di copie (-31%). Gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media connessi in rete, perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Usare internet per informarsi, per prenotare viaggi e vacanze, per acquistare beni e servizi, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa. Gli utenti di internet si servono sempre di più di piattaforme telematiche e di provider che consentono loro di superare le mediazioni di soggetti tradizionali. Si sta così sviluppando una economia della disintermediazione digitale che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali consolidate in nuovi ambiti. La ricerca in rete di informazioni su aziende, prodotti, servizi coinvolge il 56% degli utenti del web. Segue l’home banking (46,2%) e un’attività ludica come l’ascolto della musica (43,9%, percentuale che sale al 69,9% nel caso dei più giovani). Fa acquisti su internet ormai il 43,5% degli utenti del web, ovvero 15 milioni di italiani. Guardare film (25,9%, percentuale che sale al 46% tra i più giovani), cercare lavoro (18,4%), telefonare tramite Skype o altri servizi voip (16,2%) sono altre attività diffuse tra gli utenti di internet.

Da cosa dipende la reputazione dei media? Per gli italiani i mezzi di informazione che negli ultimi anni hanno incrementato la loro credibilità sono stati proprio i nuovi media: per il 33,6% è aumentata quella dei social network, per il 31,5% quella delle tv all news, per il 22,2% e per il 22% rispettivamente quella dei giornali online e degli altri siti web di informazione. Su cosa si fonda la credibilità di un mezzo di informazione? Per gli italiani la credibilità si basa prima di tutto sul linguaggio chiaro e comprensibile, apprezzato dal 43,8% della popolazione. Seguono l’indipendenza dal potere (36,1%) e la professionalità della redazione (32,8%). Completano la ricetta della credibilità altri ingredienti fondamentali: l’aderenza oggettiva ai fatti (31,7%) e la rapidità di aggiornamento delle notizie (31,1%).

I ritardi nella transizione digitale della Pubblica Amministrazione. In Italia il numero di utenti di internet che interagiscono via web con gli uffici pubblici attraverso la restituzione di moduli compilati online è ancora insoddisfacente (solo il 18%), sia nel confronto con la media dell’Ue (che si attesta al 33%), sia perché è cresciuto di appena un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Anche se si considera l’intero ventaglio dei portali internet delle amministrazioni pubbliche, il nostro Paese dimostra comunque un ritardo nel panorama europeo: ha avuto contatti con la Pa il 36% degli internauti italiani, una percentuale inferiore di almeno 20 punti rispetto ai francesi (74%), ai tedeschi (60%) e agli inglesi (56%). Tra le operazioni più frequenti figurano il pagamento delle tasse (26,3%), l’iscrizione a scuole superiori e università (21,4%), l’accesso ai circuiti bibliotecari (16,9%). Un basso tasso di utilizzo si registra, invece, con riferimento alle pratiche degli uffici anagrafici, visto che si va dal 10,2% di cittadini digitali che richiedono documenti personali (come la carta di identità o il passaporto) all’esiguo 1,9% di coloro che dichiarano di aver effettuato online il cambio di residenza, mentre la richiesta di certificati riguarda il 6,5% degli italiani che usano internet. Il ricorso al canale digitale non è significativo nemmeno per la richiesta di prestazioni di previdenza sociale (sussidio di disoccupazione, pensionamento, assegni per figli a carico, ecc.), attivato solo dall’11,9% degli utenti di internet. Infine, la sanità digitale rimane ancora indietro, se solo il 16,7% degli utenti del web ha prenotato online visite mediche e il 10,6% accertamenti diagnostici. E risulta ancora molto limitato anche l’accesso al fascicolo sanitario elettronico (7,6%). Ma almeno sorprende positivamente che l’esperienza di fruizione degli sportelli pubblici online non lascia una impressione negativa nell’utenza. Infatti, solo il 9,9% degli utenti di internet che si sono relazionati online con la Pubblica Amministrazione si lamenta per la mancata assistenza, solo il 19,6% segnala disguidi tecnici, solo il 22,9% dichiara di aver trovato informazioni poco chiare o non aggiornate.

La parabola declinante dell’emittenza televisiva locale. Il settore delle televisioni locali si trova a dover fronteggiare una triplice torsione: grave flessione dei ricavi pubblicitari, consistente riduzione dei contributi pubblici, rilevante calo degli ascolti. I ricavi complessivi, dopo essere cresciuti in modo costante nella precedente fase espansiva, hanno subito un crollo, passando dai 223 milioni di euro del 1996 ai 335 milioni del 2000, fino a salire ai 647 milioni del 2006, per poi cominciare a calare significativamente, fino ai 409 milioni del 2013 (-15% rispetto all’esercizio precedente). Il calo della raccolta pubblicitaria (passata da 390 milioni di euro nel 2011 a 329 milioni nel 2012, poi a 287 milioni nel 2013) ha inciso profondamente sulle perdite totali, rappresentando più del 70% delle risorse totali. I contributi pubblici, lievitati nel corso della prima parte degli anni 2000 fino a raggiungere i 161,8 milioni di euro nel 2008, si sono poi progressivamente ridotti, attestandosi per l’anno 2013 su una cifra pari a 56,9 milioni di euro, con una flessione del 20,4% rispetto all’anno precedente. Non mancano preoccupazioni sul fronte dell’occupazione. Il numero dei dipendenti si era mantenuto sostanzialmente stabile nel periodo 2009-2011 (compreso tra 5.000 e 5.200 addetti), ma nel 2013 si è ridotto del 14,3%: 630 unità in meno. Una riflessione sul riposizionamento dell’«informazione di prossimità» offerta dalle tv locali non può più prescindere dal confronto con un sistema di media sempre più variegato e integrato, che nell’ultimo decennio ha conosciuto i decisivi processi di trasformazione innescati dalla digitalizzazione dei contenuti, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware, la proliferazione delle connessioni mobili, lo sviluppo della banda larga e ultralarga, fino all’ingresso nel mercato televisivo, e più in generale dei contenuti audiovisivi on demand e multimediali, di nuovi soggetti di offerta e player internazionali.

Papa Francesco, fenomeno mediatico globale. Il fenomeno mediatico dell’anno si è rivelato Papa Francesco. Interrogati su quali siano i punti di forza del cattolicesimo, i residenti di Roma hanno indicato proprio il carisma di Bergoglio al primo posto (con il 77,9% delle risposte), prima ancora del messaggio d’amore e di speranza della religione. Anche la rilevazione del Pew Research Center è inequivocabile: nel corso del suo primo anno di pontificato, Papa Francesco precede in graduatoria, per numero di citazioni nelle news digitali statunitensi, la candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton e leader di fama mondiale del calibro di Putin e Merkel.

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C’era una volta il libro

 

Dopo 244 anni, l’Enciclopedia Britannica non verrà più stampata. L’edizione 2010 ha venduto solo otto mila copie a confronto delle 120 mila nel 1990. Le vendite sono state compensate, in parte, già da qualche anno dalla gestione dei contenuti digitali. L’edizione cartacea rappresentava infatti circa l’1% delle entrate, la versione on line il 15% e la maggior parte proviene da materiale educativo venduto al mercato delle scuole. I contenuti sono stati traslati nel digitale, con il vantaggio di essere meglio aggiornati e più orientati all’educazione. Il prezzo è passato da essere 1.400 dollari per i 32 volumi, a 70 dollari per l’accesso on line per un anno.
Questo è forse il segnale più visibile di un trend che sta attraversando tutta l’industria dell’editoria che negli Stati Uniti ha visto una flessione del 9,2% nella vendita di libri cartacei nel 2011. L’Italia è ancora in una fase di passaggio avendo perso solo l’1,7%, ma molti Paesi europei ci stanno precedendo in questo trend come la Gran Bretagna e l’Austria (entrambe allo -7,20%) e la Spagna (-3,90%) .
 A erodere il mercato è la digitalizzazione dei contenuti e la sempre maggior disponibilità di Tablet eReader che si distinguono dal fatto di avere un display retroilluminato o essere dotati di inchiostro elettronico che facilita la lettura. Tra i più diffusi l’‘iPad, un Tablet introdotto nel 2010, e il Kindle, un eReader distribuito da Amazon a partire dal 2007. Nel solo 2011 sono stati venduti oltre trenta milioni di eReader nel mondo più che raddoppiando il numero dell’anno precedente, a questi è necessario aggiungere i Tablet come iPad, Kindle Fire, Nook e Vox. Nella sola Italia tra Tablet e eReader si stima ci siano circa un milione di dispositivi. Ma questi non sono gli unici strumenti per leggere un e-book. Negli Stati Uniti il 42% dei lettori digitali ha letto e-book con PC , il 41% con eReader, il 29% con smartphone, ed il 23% con Tablet.
Con questa offerta di dispositivi non è un caso che i lettori di e-book in un dato giorno siano aumentati di quattro volte rispetto a due anni fa negli Stati Uniti. Il lettore di e-book è quello più assiduo ed in media legge 24 libri l’anno a confronto di una media di 15 per chi legge solo libri di carta, tuttavia l’88% dei lettori di e-book legge anche libri di carta.
frenarne la diffusione nei confronti di chi ha già provato un e-book sono solo due motivi:la lettura con i bambini in cui si preferisce la carta e la difficoltà di condivisione dei libri con gli altri. Riuscire a recuperare un libro velocemente e leggere libri quando in viaggio sono invece le ragioni principali per leggere gli e-book.
Alcuni editori sono riusciti ad anticipare meglio di altri questa trasformazione. Ad esempio, Penguin Group ha aumentato il proprio fatturato dagli e-book del 106% nel 2011, che pesa il 12% sulle entrate complessive. A fronte di un fatturato globale sostanzialmente inalterato (+1%), ha aumentato l’utile del 8%. Nelle dichiarazioni della società uno dei fattori che ha permesso questi risultati sono proprio le pubblicazioni digitali, oltre al record di bestseller in un anno e a processi interni più efficienti. La produzione digitale di Penguin è consistita di e-book, e-book app, enhaced book e una serie di instant book con poche pagine e con basso tempo di messa sul mercato, che hanno chiamato eSpecials. Per il 2012 sono stati pianificati il doppio di eSpecials (6 al mese).
Simon & Schuster ha avuto risultati simili a Penguin Group: un fatturato stabile (-1%) e un utile operativo in salita del 31%. La società ha collegato in modo esplicito questi numeri a “una forte crescita delle vendite digitali che sono più che raddoppiate dal 2010”. Pearson (società proprietaria di Penguin) ha visto aumentare i profitti digitali a 2 miliardi di sterline nel 2011 pari ad un terzo di tutti i ricavi e stima che questi supereranno i ricavi dalla vendita di libri stampati nel 2012.
Il digitale ha portato anche a sperimentare nuovi modi di creare i libri. Ad esempio Volpen è un servizio di scrittura collettiva on line che permette di collaborare, capitolo per capitolo, alla realizzazione di un unico volume per poi dividerne i diritti e gli eventuali ricavi. Coliloquy permette di creare l’Active Fiction, nuovo modello collaborativo fra scrittori e lettori, che decidono attivamente in che direzione far andare la trama del romanzo.
La modalità di lettura stanno cambiando e aumentano i progetti per la socialità legata al libro, come Readmill.comFlatleaf.com,24symbols.com, Subtext.com e l’italiano Bookliners.com. Queste comunità permettono di condividere le annotazioni personali sui libri. Anche gli stessi Tablet e ereader come Kobo e Vox hanno inserito al loro interno la condivisione di contenuti legati agli e-book anticipando nuovi modi di lettura collettiva dei libri.
La distribuzione dei contenuti digitali sta andando verso un modello stile Netflix per i film in cui si paga un fisso mensile per poter guardare tutti i film a catalogo. Anche nel settore librario sono nati siti che si basano sul modello di sottoscrizione mensile per accedere a contenuti gratuitamente, come 24symbols.com il cui costo mensile è di 9,99 dollari al mese per poter accedere a tutto il catalogo. Amazon ha provato il modello in cui per 79 dollari all’anno gli utenti hanno la possibilità di prendere in prestito un e-book al mese scegliendo tra una biblioteca di quasi 5mila titoli. Tuttavia questo servizio è dovuto essere ripensato dopo la forte opposizione ricevuta dagli editori. Le stesse biblioteche negli Stati Uniti sono diventate più accessibili e si possono scaricare i libri con il solo numero della propria tessera. Ovviamente le copie di un certo libro sono limitate ed è possibile tenere il libro per un massimo di 14 giorni.

(Fonte  Davide Casaleggio Harvard Business Reviews)

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