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Terra, casa e lavoro, sono diritti sacri

Papa Francesco-povertà

Estratto del discorso del Papa all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari dei cinque continenti riuniti in Vaticano dal 27 al 29 ottobre. Oltre cento delegati da tutto il mondo si sono confrontati sulle questioni legate alla terra, al lavoro e alla casa. Il capitalismo finanziario, le banche e le grandi multinazionali sono i nemici del popolo. Nessuna famiglia senza casa, nessun contadino senza terra, nessun lavoratore senza diritti, nessuna persona senza la dignità che dà il lavoro.

Grazie per aver accettato questo invito per dibattere i tanti gravi problemi sociali che affliggono il mondo di oggi, voi che vivete sulla vostra pelle la disuguaglianza e l’esclusione. Grazie al Cardinale Turkson per la sua accoglienza, grazie, Eminenza, per il suo lavoro e le sue parole.

Questo incontro dei Movimenti Popolari è un segno, un grande segno: siete venuti a porre alla presenza di Dio, della Chiesa, dei popoli, una realtà molte volte passata sotto silenzio. I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!

Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare, questo è piuttosto pericoloso. Voi sentite che i poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare.

Solidarietà è una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma una parola è molto più di alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, la terra e la casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro: i dislocamenti forzati, le emigrazioni dolorose, la tratta di persone, la droga, la guerra, la violenza e tutte quelle realtà che molti di voi subiscono e che tutti siamo chiamati a trasformare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari.

Questo nostro incontro non risponde a un’ideologia. Voi non lavorate con idee, lavorate con realtà come quelle che ho menzionato e molte altre che mi avete raccontato. Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea, è un mio progetto.

Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali: Gesù le definirebbe ipocrite. Che bello invece quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore. Che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio.

Questo nostro incontro risponde a un anelito molto concreto, qualcosa che qualsiasi padre, qualsiasi madre, vuole per i propri figli; un anelito che dovrebbe essere alla portata di tutti, ma che oggi vediamo con tristezza sempre più lontano dalla maggioranza della gente: terra, casa e lavoro. È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa. Mi soffermo un po’ su ognuno di essi perché li avete scelti come parola d’ordine per questo incontro.

Terra. All’inizio della creazione, Dio creò l’uomo custode della sua opera, affidandogli l’incarico di coltivarla e di proteggerla. Vedo che qui ci sono decine di contadini e di contadine e voglio felicitarmi con loro perché custodiscono la terra, la coltivano e lo fanno in comunità. Mi preoccupa lo sradicamento di tanti fratelli contadini che soffrono per questo motivo e non per guerre o disastri naturali. L’accaparramento di terre, la deforestazione, l’appropriazione dell’acqua, i pesticidi inadeguati, sono alcuni dei mali che strappano l’uomo dalla sua terra natale. Questa dolorosa separazione non è solo fisica ma anche esistenziale e spirituale, perché esiste una relazione con la terra che sta mettendo la comunità rurale e il suo peculiare stile di vita in palese decadenza e addirittura a rischio di estinzione.

L’altra dimensione del processo già globale è la fame. Quando la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti trattandoli come una merce qualsiasi, milioni di persone soffrono e muoiono di fame. Dall’altra parte si scartano tonnellate di alimenti. Ciò costituisce un vero scandalo. La fame è criminale, l’alimentazione è un diritto inalienabile. Per favore, continuate a lottare per la dignità della famiglia rurale, per l’acqua, per la vita e affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra.

Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi. Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!

Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà.

Lavoro. Non esiste peggiore povertà materiale — mi preme sottolinearlo — di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro. La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti lavorativi non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i benefici al di sopra dell’uomo, se il beneficio è economico, al di sopra dell’umanità o al di sopra dell’uomo, sono effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano di per sé come un bene di consumo, che si può usare e poi buttare. Oggi al fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione si somma una nuova dimensione, una sfumatura grafica e dura dell’ingiustizia sociale; quelli che non si possono integrare, gli esclusi sono scarti, “eccedenze”. Questa è la cultura dello scarto, e su questo punto vorrei aggiungere qualcosa che non ho qui scritto, ma che mi è venuta in mente ora. Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il denominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori.

E per illustrarlo ricordo qui un insegnamento dell’anno 1200 circa. Un rabbino ebreo spiegava ai suoi fedeli la storia della torre di Babele e allora raccontava come, per costruire quella torre di Babele, bisognava fare un grande sforzo, bisognava fabbricare i mattoni, e per fabbricare i mattoni bisognava fare il fango e portare la paglia, e mescolare il fango con la paglia, poi tagliarlo in quadrati, poi farlo seccare, poi cuocerlo, e quando i mattoni erano cotti e freddi, portarli su per costruire la torre. Se cadeva un mattone — era costato tanto con tutto quel lavoro —, era quasi una tragedia nazionale. Colui che l’aveva lasciato cadere veniva punito o cacciato, o non so che cosa gli facevano, ma se cadeva un operaio non succedeva nulla. Questo accade quando la persona è al servizio del dio denaro; e lo raccontava un rabbino ebreo nell’anno 1200, spiegando queste cose orribili.

Per quanto riguarda lo scarto dobbiamo anche essere un po’ attenti a quanto accade nella nostra società. Sto ripetendo cose che ho detto e che stanno nella Evangelii gaudium. Oggi si scartano i bambini perché il tasso di natalità in molti paesi della terra è diminuito o si scartano i bambini per mancanza di cibo o perché vengono uccisi prima di nascere; scarto di bambini.

Si scartano gli anziani perché non servono, non producono; né bambini né anziani producono, allora con sistemi più o meno sofisticati li si abbandona lentamente, e ora, poiché in questa crisi occorre recuperare un certo equilibrio, stiamo assistendo a un terzo scarto molto doloroso: lo scarto dei giovani. Milioni di giovani — non dico la cifra perché non la conosco esattamente e quella che ho letto mi sembra un po’ esagerata — milioni di giovani sono scartati dal lavoro, disoccupati.

Nei paesi europei, e queste sì sono statistiche molto chiare, qui in Italia, i giovani disoccupati sono un po’ più del quaranta per cento; sapete cosa significa quaranta per cento di giovani, un’intera generazione, annullare un’intera generazione per mantenere l’equilibrio. In un altro paese europeo sta superando il cinquanta per cento, e in quello stesso paese del cinquanta per cento, nel sud è il sessanta per cento. Sono cifre chiare, ossia dello scarto. Scarto di bambini, scarto di anziani, che non producono, e dobbiamo sacrificare una generazione di giovani, scarto di giovani, per poter mantenere e riequilibrare un sistema nel quale al centro c’è il dio denaro e non la persona umana.

Nonostante questa cultura dello scarto, questa cultura delle eccedenze, molti di voi, lavoratori esclusi, eccedenze per questo sistema, avete inventato il vostro lavoro con tutto ciò che sembrava non poter essere più utilizzato ma voi con la vostra abilità artigianale, che vi ha dato Dio, con la vostra ricerca, con la vostra solidarietà, con il vostro lavoro comunitario, con la vostra economia popolare, ci siete riusciti e ci state riuscendo… E, lasciatemelo dire, questo, oltre che lavoro, è poesia! Grazie.

Già ora, ogni lavoratore, faccia parte o meno del sistema formale del lavoro stipendiato, ha diritto a una remunerazione degna, alla sicurezza sociale e a una copertura pensionistica. Qui ci sono cartoneros, riciclatori, venditori ambulanti, sarti, artigiani, pescatori, contadini, muratori, minatori, operai di imprese recuperate, membri di cooperative di ogni tipo e persone che svolgono mestieri più comuni, che sono esclusi dai diritti dei lavoratori, ai quali viene negata la possibilità di avere un sindacato, che non hanno un’entrata adeguata e stabile. Oggi voglio unire la mia voce alla loro e accompagnarli nella lotta.

Poco fa ho detto, e lo ripeto, che stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a pezzi. Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate. Quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, care sorelle e cari fratelli, si leva in ogni parte della terra, in ogni popolo, in ogni cuore e nei movimenti popolari, il grido della pace: Mai più la guerra!

Un sistema economico incentrato sul dio denaro ha anche bisogno di saccheggiare la natura, saccheggiare la natura per sostenere il ritmo frenetico di consumo che gli è proprio. Il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, la deforestazione stanno già mostrando i loro effetti devastanti nelle grandi catastrofi a cui assistiamo, e a soffrire di più siete voi, gli umili, voi che vivete vicino alle coste in abitazioni precarie o che siete tanto vulnerabili economicamente da perdere tutto di fronte a un disastro naturale. Fratelli e sorelle: il creato non è una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno è una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo a beneficio di tutti, sempre con rispetto e gratitudine.

Parliamo di terra, di lavoro, di casa. Parliamo di lavorare per la pace e di prendersi cura della natura. Ma perché allora ci abituiamo a vedere come si distrugge il lavoro dignitoso, si sfrattano tante famiglie, si cacciano i contadini, si fa la guerra e si abusa della natura? Perché in questo sistema l’uomo, la persona umana è stata tolta dal centro ed è stata sostituita da un’altra cosa. Perché si rende un culto idolatrico al denaro. Perché si è globalizzata l’indifferenza! Si è globalizzata l’indifferenza: cosa importa a me di quello che succede agli altri finché difendo ciò che è mio? Perché il mondo si è dimenticato di Dio, che è Padre; è diventato orfano perché ha accantonato Dio.

Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia.

So che tra di voi ci sono persone di diverse religioni, mestieri, idee, culture, paesi e continenti. Oggi state praticando qui la cultura dell’incontro, così diversa dalla xenofobia, dalla discriminazione e dall’intolleranza che tanto spesso vediamo. Tra gli esclusi si produce questo incontro di culture dove l’insieme non annulla la particolarità, l’insieme non annulla la particolarità. Perciò a me piace l’immagine del poliedro, una figura geometrica con molte facce diverse. Il poliedro riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso conservano l’originalità. Nulla si dissolve, nulla si distrugge, nulla si domina, tutto si integra, tutto si integra. Oggi state anche cercando la sintesi tra il locale e il globale. So che lavorate ogni giorno in cose vicine, concrete, nel vostro territorio, nel vostro quartiere, nel vostro posto di lavoro: vi invito anche a continuare a cercare questa prospettiva più ampia; che i vostri sogni volino alto e abbraccino il tutto!

Perciò mi sembra importante la proposta, di cui alcuni di voi mi hanno parlato, che questi movimenti, queste esperienze di solidarietà che crescono dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino, come avete fatto voi in questi giorni. Attenzione, non è mai un bene racchiudere il movimento in strutture rigide, perciò ho detto incontrarsi, e lo è ancor meno cercare di assorbirlo, di dirigerlo o di dominarlo; i movimenti liberi hanno una propria dinamica, ma sì, dobbiamo cercare di camminare insieme. Siamo in questa sala, che è l’aula del Sinodo vecchio, ora ce n’è una nuova, e sinodo vuol dire proprio “camminare insieme”: che questo sia un simbolo del processo che avete iniziato e che state portando avanti!

I movimenti popolari esprimono la necessità urgente di rivitalizzare le nostre democrazie, tante volte dirottate da innumerevoli fattori. È impossibile immaginare un futuro per la società senza la partecipazione come protagoniste delle grandi maggioranze e questo protagonismo trascende i procedimenti logici della democrazia formale. La prospettiva di un mondo di pace e di giustizia durature ci chiede di superare l’assistenzialismo paternalista, esige da noi che creiamo nuove forme di partecipazione che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune. E ciò con animo costruttivo, senza risentimento, con amore.

Cari fratelli e sorelle: continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi. È come una benedizione di umanità.


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Un’Italia SottoSopra

Italia-crisi-povertà

Una tenaglia di povertà e deprivazione che giorno dopo giorno stringe ai fianchi sempre più bambini e adolescenti. Sono oltre 1 milione i minori che vivono in povertà assoluta, il 30% in più nel 2012, pari a 1 minore su 10, documenta  “L’ItaliaSottoSopra”  il 4° Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia di Save the Childre con l’aiuto anche di 50 mappe. 1 milione e 344 mila vivono in condizioni di disagio abitativo. 650.000  in comuni in default o sull’orlo del fallimento, e per la prima volta è di segno negativo la percentuale di bambini presi in carico dagli asili pubblici, scesa dello 0,5%. Il 22,2% di ragazzini  è in sovrappeso e il 10,6% in condizioni di obesità: il cibo buono costa e le famiglie con figli hanno ridotto i consumi e gli acquisti (-138 euro in media al mese), anche alimentari; 1 bambino su 3  non può permettersi un apparecchio per i denti. 11 euro mensili il budget delle famiglie più disagiate con minori, per libri e scuola, una cifra 20 volte inferiore a quella del 10% delle famiglie più ricche; sui 24 paesi Ocse, Italia ultima per competenze linguistiche e matematiche nella popolazione 16-64 anni e per investimenti in istruzione: +0,5% a fronte di un aumento medio del 62% negli altri paesi europei (Ocse); sono 758.000 gli early school leavers e oltre 1 milione i giovani disoccupati.

All’inizio del 2006 il mondo sembrava ancora girare alla grande: gli indicatori puntavano verso l’alto, la finanza realizzava affari d’oro, le banche favorivano il credito, alimentavano i consumi e la speranza di una crescita facile. Poi negli Stati Uniti i tassi dei mutui sono saliti alle stelle, quasi due milioni di famiglie sono andate al tappeto, e l’esplosione della bolla speculativa dei mutui sub-prime ha iniziato a fare girare il mondo nella direzione contraria. L’effetto domino si è propagato in Italia già alla fine del 2007. A una prima fase recessiva nel 2008-2009 è seguita una moderata ripresa nel 2010 e una nuova e peggiore ricaduta a partire dalla seconda metà del 2011, quando la speculazione finanziaria ha preso di mira il mercato dei titoli di stato, l’Italia si è capovolta e milioni di famiglie sono rimaste (e rimangono tuttora) appese a testa in giù. Sembrano confermarlo i grafici a montagne russe dei principali indicatori economici. Rispetto al 2007 il numero delle persone occupate è sceso di quasi mezzo milione. La disoccupazione è salita passando dal 6,1% al 12%. La disoccupazione giovanile è schizzata alle stelle raggiungendo il 40% e oltre 700 mila giovani sono finiti per strada. Il prodotto interno lordo è caduto di 7 punti in cinque anni e il reddito disponibile delle famiglie è crollato del 9%. Soltanto nel 2012 il reddito in valori correnti è diminuito del 2,1%, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici (il reddito disponibile in termini reali) è andato giù del 4,8%, così come la propensione al risparmio (-0,5 %). Decine di migliaia di negozi e imprese in tutta Italia hanno abbassato le saracinesche. Per arrivare a fine mese molte famiglie sono state costrette a rompere il salvadanaio, a rivedere le abitudini di consumo, e a volte a dover cambiare il proprio stile di vita. Soprattutto quando a casa ci sono dei bambini. Nel 2007 il 31,8% delle famiglie con minori dichiarava di non riuscire a fronteggiare una spesa imprevista, nel 2011 il tasso era salito di altri 10 punti superando il 40%. Prima dell’ultima e più virulenta manifestazione della crisi, 4 famiglie su 10 dichiaravano di tirare a campare con “difficoltà” o “grande difficoltà”.

Nell’Italia SottoSopra la spesa media mensile delle famiglie con bambini si è ridotta in cinque anni del 4,6% (circa 138 euro), quasi il doppio rispetto a quanto si è verificato tra l’intero monte delle famiglie (2,5%). A livello nazionale i tagli non sembrano aver intaccato il comparto alimentare – con un’importante eccezione al Sud, dove la spesa media per questo capitolo scende del 5,8% – ma soltanto perché tanti hanno imparato a convivere con la crisi, ad adattarsi. Il rapporto Coop 2013 rileva il successo crescente di prodotti “in promozione o scontati”, “last minute market”, “formati più grandi per risparmiare”, “marchi più economici”, e un calo del mercato dei prodotti “naturali e locali”. Una complessiva e preoccupante diminuzione della “qualità” della spesa. Il downgrading del carrello, anche questa volta, ha interessato soprattutto chi ha dei figli dipendenti se è vero che nel 2012 il 66% delle famiglie in questa condizione – ovvero ben 4 milioni 400 mila nuclei familiari con prole – ha ridotto la qualità/quantità della spesa per almeno un genere alimentare. Un incremento di 11,7 punti percentuali rispetto al 2007, superiore di 4 punti a quello rilevato tra l’insieme delle famiglie (+8,7%)4. Se a livello nazionale il budget per l’alimentare è rimasto tutto sommato stabile, con le avvertenze di cui sopra e un sempre maggiore ricorso al discount, quello per i prodotti non alimentari ha subito una contrazione molto significativa del 5,5% tra le famiglie con minori (+2,4% rispetto al totale delle famiglie), con alcune differenze territoriali: una consistente riduzione al Nord (-195 euro), e al Sud (-189 euro), e una perdita più contenuta al Centro (-13 euro). A fronte di un aumento della spesa per alcuni beni primari – dovuto ad esempio all’aumento dei prezzi di combustibili, trasporti e abitazione – i tagli sono andati a colpire soprattutto l’abbigliamento, i mobili e gli elettrodomestici, la cultura, il tempo libero e i giochi. Anche in questo caso è interessante notare lo svantaggio relativo delle famiglie con minori, costrette a stringere maggiormente la cinghia rispetto ad alcuni beni e servizi chiave per la cura e lo sviluppo dei figli.

L’Italia SottoSopra stringe le famiglie in una morsa. Da una parte, disoccupazione, calo del reddito e dei consumi. Dall’altra, cattiva amministrazione, debito pubblico, tasse, tagli, vincoli più rigidi di spesa. Anche in questo caso a pagare il conto sono soprattutto le famiglie con bambini, costrette a confrontarsi con il rincaro dei servizi – asili, mense, scuolabus, agevolazioni per i bambini meno abbienti, centri di sostegno allo studio – e con la riduzione delle prestazioni. In qualche caso con la loro stessa interruzione. Gli ultimi dati rilasciati dall’Istat non lasciano dubbi: dal 2007 al 2012 i minori in povertà assoluta sono più che raddoppiati, passando da meno di 500 mila a più di un milione. L’incremento più significativo si è avuto nell’ultimo anno: solo nel 2012 il loro numero è cresciuto del 30% rispetto all’anno precedente, con un vero e proprio boom al Nord (+ 166 mila minori, per un incremento del 43% rispetto al 2011) e al Centro (+41%). Il Sud già fortemente impoverito ha conosciuto un aumento relativamente più “contenuto” (+20%) e raggiunto la quota stratosferica di mezzo milione di minori nella trappola della povertà.

“In questa fase di crisi i bambini e gli adolescenti si ritrovano stretti in una morsa: da una parte c’è la difficoltà di famiglie impoverite, spesso costrette a tagliare i consumi per arrivare alla fine del mese,  dall’altra c’è il grave momento che attraversa il Paese, con i conti in disordine, la crisi del welfare, i tagli dei fondi all’infanzia, progetti che chiudono. In mezzo, oltre un milione di minori in povertà assoluta, in contesti segnati da disagio abitativo, alti livelli di dispersione scolastica, disoccupazione giovanile alle stelle”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.“Un numero così grande e crescente di minori  in situazione di estremo disagio, ci dice una cosa semplice: la febbre  è troppo alta e persistente e i palliativi non bastano più, serve una cura forte e strutturata. E la cura è, secondo Save the Children ma anche istituzioni autorevoli come la Banca d’Italia e l’Ocse, investire in formazione e scuola di qualità, laddove l’Italia è all’ultimo posto in Europa per competenze linguistiche e matematiche della sua popolazione. La recessione non è iniziata soltanto 5 anni fa in conseguenza della crisi dei mutui subprime o degli attacchi speculativi all’euro, ma affonda le sue radici nella crisi del capitale umano, determinata dal mancato investimento, a tutti livelli, sui beni più preziosi di cui disponiamo: i bambini, la loro formazione e conoscenza. Sotto questo aspetto, l’Atlante non offre solo una mappa di ciò che non va, ma mostra bene in controluce ciò che si può e si deve fare per rimettere a posto le cose”.

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Lo “sporco” prezzo del petrolio

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Dietro alle attuali oscillazioni nel prezzo del petrolio si muove un esercito di grandi petro-imprese e trader incravattati che agiscono in piazze lontanissime dai siti di produzione. E l’instabilità in regioni chiave potrebbe essere il risultato di calcoli di mercato.

Restrizioni alle esportazioni di petrolio iraniano, instabilità in Siria e in altri paesi, maggior consumo da parte dei “giganti” asiatici, speculazione finanziaria, ridotta capacità di raffinazione negli Stati Uniti.

Qual è la vera causa delle oscillazioni nel prezzo del petrolio? Per Ralph Nader è questa la ‘vera guerra’ per l’amministrazione Obama.

L’aumento di un solo penny nel prezzo del gasolio – spiega Nader – si traduce in una spesa aggiuntiva, per i consumatori statunitensi, di 1,6 miliardi di dollari. Senza contare gli aumenti delle bollette. E allora perché il prezzo del petrolio è così libero di oscillare, senza meccanismi o istituzioni in grado di controllarlo?

La risposta è agghiacciante: la causa è l’eccessiva libertà di cui godono i cartelli petroliferi, anche all’interno degli stessi Stati Uniti. 

Questo, da quando Ronald Reagan ha sentenziato che ‘il governo non fosse la soluzione, ma il problema’, con la conseguenza che oggi una delle più importanti risorse mondiali, per la quale si fanno accordi politici, si combattono guerre, si rovesciano regimi in ogni angolo del pianeta, è oggetto di “scommesse” per gli speculatori del New York Mercantile Exchange, con il benestare degli organismi statali.

Perché il prezzo del petrolio dipende certamente dalle decisioni del cartello dei maggiori produttori, la famigerata Opec (Organizzazione dei paesi produttori di petrolio), ma sono soprattutto i diktat delle mega-imprese petrolifere e le quotazioni sui maggiori mercati internazionali, New York e Londra in primis, a determinare sbalzi e aumenti inaspettati.

Si crea così un sistema transnazionale che lega nel nome dell’oro nero paesi e attori tra loro geograficamente lontanissimi.

Da un lato i produttori, raggruppati nell’Opec, che possono influenzare il prezzo del petrolio a livello internazionale, aumentando o diminuendo la quantità di produzione del prezioso minerale.

Dall’altro le grandi compagnie petrolifere, che sono in grado di influenzare le scelte e le sorti di governi non soltanto nei paesi dove esse operano, tendenzialmente più instabili, ma anche a casa propria.

Un esempio lampante è il caso della statunitense ExxonMobil, le cui attività in Iraq stanno inasprendo il contrasto tra Baghdad e il Kurdistan iracheno, nonostante l’intervento della Casa Bianca.

Infine, le grandi piazze internazionali, localizzate per lo più in territorio statunitense ed europeo, dove la speculazione finanziaria scommette sul rendimento dei titoli dei beni di consumo, cibo e risorse come il petrolio, influenzando non soltanto i prezzi, ma anche le sorti di chi, alla fine, conta su questi beni per il proprio sostentamento.

Un meccanismo già di per sé complicato, su cui si innestano ulteriori variabili che rendono ancora più difficile la comprensione delle leggi che governano il sistema.

Come ad esempio lo scontro tutto interno all’Opec sulla determinazione delle quote di produzione e sul livello dei prezzi, sui cui si innestano, in seconda battuta, le sanzioni contro l’Iran o la recente morte di Hugo Chávez.

O ancora le grandi crisi che stanno colpendo economie forti come quelle europee o statunitense, con conseguenti oscillazioni dei rispettivi titoli sui mercati internazionali, che creano le condizioni di quella “tempesta perfetta” che alimenta l’attività degli speculatori internazionali, con conseguenti ulteriori sbalzi.

Il problema – continua Nader -, riferendosi al caso statunitense, è che di petrolio a livello mondiale ce n’è in abbondanza. Innanzitutto negli stessi Stati Uniti, produttori e al contempo importatori netti (con grandi costi di “posizionamento strategico” in termini monetari e di vite umane per i propri cittadini). Ma soprattutto nelle regioni del mondo più ricche di petrolio.

È l’Economist stesso a ricordare come l’Iraq, almeno sulla carta, potrebbe risultare decisivo, nei prossimi anni, per mantenere la stabilità dei prezzi del petrolio.

Le sue enormi riserve, 143 miliardi di barili, il 9% delle riserve mondiali, potrebbero riuscire a colmare quei vuoti che i mercati mondiali sembrano temere. Certamente, questo sarà possibile una volta superate le rivalità tra il governo centrale di Baghdad e le autorità del Kurdistan sull’esclusività dello sfruttamento petrolifero, per non parlare delle grandi opere di manutenzione e modernizzazione di cui necessita il sistema infrastrutturale del paese.

Nonostante l’articolo si chiuda con una nota pessimistica, secondo cui le previsioni di Baghdad di portare la produzione a 10 milioni di barili al giorno nel 2020 saranno puntualmente disattese (l’Economist prevede, come ipotesi più probabile, 6 milioni al giorno, per quella data), non significa tuttavia che le paure dei mercati siano sempre giustificate.

Pensiamo alle aree dello stesso Iraq non ancora esplorate dalle compagnie petrolifere, o all’ipotesi di un Iran libero di esportare, senza sanzioni, per non parlare di possibili e inattese sorprese su modello del Venezuela, la cui scoperta di nuovi giacimenti offshore ha permesso al paese di superare l’Arabia Saudita in termini di riserve provate.

Sebbene il petrolio resti una risorsa non rinnovabile e sicuramente sempre meno sostenibile anche dal punto di vista ambientale, è altrettanto vero che le reazioni dei mercati appaiono spropositate.

Così come è chiaro che finché i paesi produttori saranno vittime di ingerenze esterne – attacchi, colpi di stato, guerre commerciali e altre forme di boicottaggio – sarà difficile assicurare un flusso costante. Con conseguenti sprechi e mutilazioni delle capacità produttive, ma soprattutto con la diffusione della tanto temuta instabilità.

Sorge il dubbio, tuttavia, che i mercati non sussultino per timore. A muovere i ‘mercati’ sono persone intenzionate a guadagnare. E più la situazione è instabile e mutevole e maggiore è il guadagno. Perché è proprio questa la caratteristica principale dei mercati, oltre alla loro interconnessione con gli ambienti della politica e dell’economia.

Viene da pensare che, forse, l’instabilità di alcuni paesi chiave non sia tanto un ‘mostro’ da evitare, per certi centri di potere, quanto piuttosto un volano foriero di sempre maggiori occasioni di business.

E’ il caso certamente degli stock exchange, ma anche di diverse industrie, da quelle belliche a quelle edilizie per la ricostruzione, così come di alcuni gruppi politici che altrimenti resterebbero ai margini.

(Fonte osservatorioiraq – Giovanni Andriolo)

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