1

Il pane nero è cancerogeno

carbone vegetale-pane nero
Il sequestro di pane al carbone vegetale, operato dal Corpo Forestale dello Stato in ampie zone della Puglia, evidenzia l’urgenza di un’ampia diffusione della normativa tra gli operatori e di un ulteriore e ultimativo chiarimento da parte del Ministero della Salute che spazzi via le interpretazioni permissive che negli ultimi tempi avevano aperto la strada a tali produzioni. La diffusione del cosiddetto pane nero, al carbone vegetale, ha conosciuto infatti una forte espansione negli ultimi mesi tanto da diventare una moda assecondata praticamente da molta parte della GDO. Ma si tratta di una produzione proibita dalla Legge.

Già la nostra Federazione ai primi di novembre dello scorso anno – sul sito Federale e su quello della Categoria – aveva evidenziato che “ai sensi del Regolamento CE n. 1129/2011, intervenuto a modifica ed integrazione del Regolamento (CE) 16 dicembre 2008, n. 1333, relativo agli additivi alimentari, il carbone vegetale (o carbone attivo), ancorché integratore acquistabile in farmacia come altri additivi alimentari, rientra tuttavia nella specie dei coloranti (nella specie E 153), il cui uso è espressamente incompatibile con la produzione di pane e prodotti simili”.

Il sequestro avvenuto alla vigilia dell’Epifania, riapre dunque la questione e la rimette al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e di tutto il settore. Per una maggiore comprensione della vicenda, al di là degli aspetti puramente di cronaca, ripubblichiamo il testo dell’articolo di novembre e un’intervista al Presidente Trombini sulla vicenda del sequestro in Puglia rilasciata a Panorama a firma di Nadia Francalacci. Continue Reading


Condividi:
0

Dalla Puglia alla Toscana arsenico e sostanze pericolose nell’acqua

acqua-arsenico

Il Cnr ha reso noto nei giorni scorsi i risultati di uno studio sulle aree interessate da inquinamento ambientale. Secondo la pubblicazione scientifica che raccoglie i risultati del Progetto Sepias si evidenziano nelle zone dell’Amiata, nel viterbese, a Taranto e Gela presenza di sostanze anche cancerogene, come l’arsenico, nell’organismo umano. L’arsenico è cancerogeno come la diossina e può produrre un danno genetico che i genitori trasferiscono ai figli e questi ai nipoti.

La ricerca ha riguardato 282 residenti in aree del Monte Amiata, nel viterbese, a Taranto e Gela. “Nelle urine dei soggetti controllati abbiamo misurato il contenuto di diverse specie organiche e inorganiche di arsenico, alcune delle quali sono riconosciute cancerogene certe per l’uomo”, spiega Fabrizio Bianchi responsabile dello studio. “Sono stati misurati inoltre parametri di rischio cardiovascolare mediante ecodoppler carotideo e cardiaco e, nel sangue, numerosi biomarcatori di suscettibilità genetica, di danno al DNA, di effetto precoce”. Ad ogni partecipante è stato sottoposto un questionario.

Dallo studio emergono numerose informazioni di carattere scientifico e sanitario. “Le quattro aree risultano caratterizzate diversamente per distribuzione e tipologia di arsenico assorbito dai partecipanti al biomonitoraggio e anche per alcune caratteristiche genetiche”, prosegue Bianchi. “Per quanto riguarda l’arsenico inorganico sono stati osservati valori medi di concentrazione elevati, sulla base di quelli di riferimento nazionali e internazionali per il biomonitoraggio umano, in un soggetto su quattro sul totale, ma con rilevanti differenze: 40% Gela, 30% Taranto, 15% viterbese, 12% Amiata. Questi dati, da usare con cautela in considerazione dei piccoli campioni, non sono marcatori di malattia ma testimoniano l’avvenuta esposizione”.

Sono emerse alcune associazioni statisticamente significative tra concentrazione di arsenico e fattori di rischio indagati col questionario. “Principalmente con l’uso di acqua di acquedotto e di pozzo, ma anche con esposizioni occupazionali e con consumo di alimenti quali pesci, molluschi o cereali, che dovranno essere indagati con studi specifici”, continua il ricercatore Ifc-Cnr. “La preoccupazione per i rischi ambientali per la salute appare peraltro acutissima, specie nelle due aree industriali. A Taranto e Gela circa il 60% del campione giudica la situazione grave e irreversibile e oltre l’80% ritiene certo o molto probabile che in aree inquinate ci si possa ammalare di tumore o avere un figlio con malformazioni congenite”. Diversificato il livello di fiducia negli enti locali: “Nel 40% dei casi nell’Amiata e nel 27 a Viterbo, ma solo nel 6% a Taranto e nel 16 a Gela”, conclude Bianchi. “Lo studio ha fornito indicazioni importanti per la definizione di sistemi di sorveglianza nelle aree studiate che includano interventi di prevenzione sulle fonti inquinanti conosciute e la valutazione della suscettibilità individuale all’arsenico. Si suggerisce la prosecuzione del monitoraggio periodico a iniziare dai soggetti con i valori più elevati, per i quali si propone un protocollo di presa in carico, assieme a un’informazione costante e attenta da parte delle autorità, avvalendosi dei ricercatori e degli operatori della sanità pubblica”.

Scarica il rapporto SEPIAS

Condividi: