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Sondocrazia e Politica: Si ragiona per sondaggi non per voti

sondocrazia

Negli ultimi anni siamo passati dalla tecnocrazia e “videocrazia” berlusconiana alla “Sondocrazia“. Una falsa democrazia in cui le cose da fare non coincidono con quelle migliori per il Paese ma con quelle desiderate mediante sondaggi dalla maggioranza dell’opinione pubblica.

Programmare in un arco lungo, iniziando con decisioni eventualmente impopolari, diventa difficilissimo. Continue Reading


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Qual è l’affidabilità di un sondaggio?

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In un precedente post abbiamo già visto che i sondaggi d’opinione nell’antidemocrazia italiana si sono ridotti ormai a strumento di propaganda. Il professor Romano Scozzafava, Ordinario di calcolo delle probabilità all’università La Sapienza di Roma, in questa analisi dimostra la scarsissima affidabilità di questo tipo di indagini.

Come è noto, il termine “sondaggio” indica il processo consistente nel considerare un campione estratto da una data popolazione per valutarne alcune sue caratteristiche, per esempio le percentuali di elettori che dichiarano di votare per determinati partiti o liste. Evidentemente, la principale fonte di errori in questo tipo di indagine risiede nel fatto che i dati rilevati non si riferiscono all’intera popolazione degli aventi diritto al voto, ma provengono solo da una parte di essi, e quindi la corretta scelta di questi ultimi svolge un ruolo determinante sui risultati.E possono avere un ruolo importanteanche altri aspetti meno … “statistici”, come il modo di formulare le domande, che non sempre sono poste in modo chiaro, preciso e non ambiguo.

I vari sondaggi che oggi vengono forniti a ripetizione sui mass-media posseggono i requisiti per essere ritenuti attendibili? Intanto, una condizione preliminare è il rispetto della rappresentatività statistica del campione, cioè la corrispondenza fra le proporzioni secondo le quali sono presenti, nel campione e nell’intera popolazione, i vari parametri individuati per caratterizzare i componenti diquest’ultima (per esempio: sesso, età, grado di istruzione, professione, regione diresidenza, … e qualunque altro carattere che sia possibile e/o ragionevoleimmaginare). E quindi anche la soggettività di queste scelte può evidentemente avere influenza sui risultati. Queste sono comunque difficoltà presenti necessariamente in qualunque sondaggio, anche il più … “scientifico” possibile, ma il problema è che non sempre la esatta composizione del campione viene indicata dagli organi di informazione che pubblicano il sondaggio e, peggio ancora, una volta formato un campione (ed ammettiamo pure che soddisfi requisiti di rappresentatività convincenti e ragionevoli, opinione comunque – come già osservato – soggettiva) succede che vi è sempreun’altissima percentuale (anche superiore all’80 %) di intervistati che si rifiuta dirispondere. Ma questo ulteriore parametro caratterizzante il campione non può essere valutato nel momento che si programmano le scelte di rappresentatività, e quindi alla fine il campione delle persone che rispondono è sicuramente “distorto” (come si dice nel linguaggio statistico, corrispondente al termine inglese “biased”). Anche questo aspetto viene di solito taciuto quando si comunicano i risultati, ed è facile rendersi conto che quegli intervistati che accettano di rispondere (pochi, rispetto al totale degli intervistati) sono quelli che sono (o si ritengono) più informati perché seguono le vicende politiche.

E dove le seguono? Soprattutto sui mass-media, e cosi il cerchio si chiude, perché difficilmente potranno dare risposte o indicazioni di voto che coinvolgano quei partiti dei quali nei mass-media non si parla o si parla molto poco.

Un altro punto importante è la scelta della cosiddetta “dimensione” n del campione. Il valore di n influenza ovviamente la bontà dei risultati, perchè è legato al cosiddetto errore standard (inversamente proporzionale alla radice quadrata di n), cioè al margine – in più o in meno rispetto alla percentuale rilevata nel sondaggio – entro il quale tale percentuale possa essere considerata (con alta probabilità, e vengono considerati diversi livelli di tale probabilità, per esempio al 95 % o al 99 %) una stima attendibile del valore effettivo relativo alla intera popolazione. Non è possibile (né opportuno) entrare qui nei dettagli tecnici, ma basterà ricordare che, rispetto ad una popolazione costituita da poco meno di 50 milioni di elettori, tutti i sondaggi elettorali che ci vengono propinati dai vari mass-media si basano su valoridi n (numero di persone intervistate e che hanno accettato di rispondere) dell’ordine di 800-1000 persone!

L’errore standard oscilla fra il 3 % e il 5 %, e tuttavia si continuano a sfornare sondaggi di voti attribuiti ai vari partiti anche quando questisono inferiori al 4-5 %. A maggior ragione nessun senso possono quindi avere percentuali, per esempio, come 0.8 %, 1.2 %, 2 %, che possono variare di molto anche con meno di una decina di intervistati in più o in meno. Inoltre, anche considerando campioni effettivamente “casuali” (rappresentativi della popolazione e non “distorti”), sono risibili le argomentazioni svolte basandosi su variazioni (per esempio) di 0,2-0,4 punti percentuali, corrispondenti ad un numero di intervistati variabile (in più o in meno) da 1 a 3! Questa incertezza oscillante fra il 3 % e il 5 % vale già per i sondaggi conrisposta SI o NO, ma il fenomeno rilevato evidentemente si amplifica quando le risposte possibili sono (molto) più di due, come nel caso in cui le risposte di quelle 800-1000 persone devono ripartirsi su una platea di una decina (circa) di partiti.

Andiamo avanti, con un accenno al problema delle domande chiuse o aperte. Le domande chiuse sono quelle che ammettono esplicitamente solo una lista fissa dirisposte possibili, di cui l’intervistatore rende edotto l’intervistato nel rivolgergli la domanda. Con le domande aperte, invece, non viene proposta all’intervistato alcuna lista di risposte possibili (nel questionario, inoltre, il testo della domanda viene annotato della seguente avvertenza per l’intervistatore: non suggerire alcuna risposta!). L’intervistato viene invitato a dare la sua risposta del tutto liberamente, trovando anche, lui stesso, le parole per esprimerla. L’intervistatore deve scrivere per esteso la risposta, fedelmente, cioè senza modificare né tralasciare alcuna delle parole usate dall’intervistato. Saranno, poi, gli addetti ai lavori di spoglio a classificare tutte le risposte in gruppi omogenei (ossia gruppi di risposte equivalenti o molto simili nel significato), per poterne fare una statistica di sintesi significativa. E’ quindi chiaro come sia più semplice (ma evidentemente meno corretto) lavorare con liste chiuse …A tale proposito, forse è opportuno ricordare quando l’anno scorso, in un sondaggio di Ballarò, inserirono … “per errore” (sic!) anche Emma Bonino fra i possibili premier, e siccome la Bonino (malgrado la disinformazione di cui è oggetto) superò tutti gli altri leader politici (con il 47%, contro il 45% a Bersani e Bindi, il 44% a Vendola e Fini, il 43% a Casini), nei successivi sondaggi non fu più inserita fra i possibili candidati (domande chiuse …). Il guaio è che, quando vengono elencate le percentuali di gradimento, di solitonon viene detto che gli intervistati possono indicare solo i nomi proposti e non quellodi un qualunque possibile leader (cioè non viene detto se si tratta di domande chiuse o aperte).

Altre distorsioni sono legate al fatto che le interviste sono quasi sempre telefoniche. Ma le liste degli abbonati al telefono sono, almeno per ora, quelle riguardanti la telefonia fissa, e quindi sono in pratica liste di famiglie e non liste di individui. Se le usassimo per selezionare ed intervistare proprio e soltanto le persone elencate, che sono i titolari degli abbonamenti, finiremmo per ottenere un campione dei capifamiglia (e neanche è proprio così, perché non tutti i titolari di abbonamento sono capifamiglia), ma non, come vorremmo, un campione casuale secondo i parametri stabiliti. Sarebbe necessario allora, una volta stabilito il contatto con la famiglia selezionata, scegliere a caso, e intervistare, un elettore tra quelli che compongono la famiglia. Per assicurare la massima casualità di quest’ultima scelta, e nel contempo tenere sotto controllo la rappresentatività del campione, sempre esposta ad insidie di ogni tipo (compresa quella dovuta alla non perfetta identità tra le unità-abbonato e le unità-famiglia), vengono usati metodi diversi (sui quali non possiamo dilungarci).

Ma è credibile una tale scrupolosa professionalità dell’intervistatore? Forse per rispondere a questa domanda può essere interessante considerare un caso reale e concreto, descritto in un bell’articolo di Laura Arconti che risale a due anni fa (su Notizie Radicali del 22 dicembre 2010), ma che è ancora attualissimo. Sono stati elencati solo alcuni aspetti connessi al problema della affidabilità dei sondaggi elettorali, ma si potrebbe continuare …Conclusioni? Forse basta ricordare qualche previsione di passati sondaggi, per esempio il caso delle Regionali del 2000 che assegnavano 10 regioni a 5 a favore della sinistra, e poi il risultato fu esattamente l’opposto a favore della destra. O anche le elezioni politiche del 2001 e del 2006, con i sondaggi che accreditavano i DS del 25 %, a fronte di un risultato conseguito del 16 %.

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I sondaggi elettorali hanno il naso lungo

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Avete presente il momento topico dei talk show in cui gli ospiti designati sono chiamati a commentare “i freddi numeri” scaturiti dai sondaggi? Oppure: avete presente quello della zuffa tra politici di parti opposte che si presentano con “dati alla mano” altrettanto opposti? Vi siete sempre chiesti come sia possibile che anche sondaggi affini riportino risultati divergenti? Semplice: perché i sondaggi d’opinione nell’antidemocrazia italiana si sono ridotti a strumento di propaganda. Radicali italiani vuole mettere in guardia i cittadini da questo utilizzo e ha condotto un’inchiesta servendosi dei dati reperibili sul sito sondaggipoliticoelettorali.it, a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, in cui sono raccolti -come previsto per legge- tutti i sondaggi d’opinione che siano stati resi noti attraverso i media. Da febbraio a dicembre 2012 abbiamo esaminato profili, metodi e committenze di sondaggi e sondaggisti e abbiamo capito perchè negli studi di Scienze della comunicazione sia data tanta rilevanza ad uno dei possibili effetti del sondaggio: l’influenza sull’opinione pubblica.

Il matrimonio all’italiana tra media e sondaggi

Nonostante negli ultimi anni sia cresciuto il ruolo della rete, in Italia ancora oggi la tv esercita un’influenza preponderante sulle scelte di voto dei cittadini. Gli ultimi studi del Censis infatti, ci parlano di una popolazione che per il 98,8% guarda la televisione, per l’84% ascolta la radio, per il 62% usa Internet e solo per il 45,5% legge i quotidiani, con differenze notevoli tra fasce di età, scolarizzazione e residenza.

Sappiamo che il 70% degli italiani fonda le proprie scelte elettorali principalmente sulla base di ciò che vede in tv: nei telegiornali per i meno scolarizzati, i pensionati e gli abitanti della provincia; nei talk show per i più istruiti e i residenti delle città popolose. Ma non possiamo dimenticare che nel contesto televisivo italiano l’informazione è fortemente condizionata da conflitti d’interesse, lottizzazioni e sistematiche violazioni delle regole.

Prendiamo la Rai: dopo aver marginalizzato per più di 5 anni la tribuna politica lasciando spazio libero ai talk show, ha recentemente ripristinato le tribune elettorali con un’operazione ridicola: relegate in spazi di audience irrilevanti, disertate dai politici e televisivamente rese poco accattivanti. Ai vari talk show -governati completamente dall’arbitrio del conduttore sia per la “selezione” degli ospiti che per i temi trattati- è concessa la legittimazione di buone fasce d’ascolto ed è attraverso Ballarò, Porta a Porta e qualche raro giornale, che agli italiani è consentito formarsi un’opinione elettorale. Sono questi i principali committenti dei sondaggi d’opinione: trasmissioni che sommano all’anomalo potere di cui sono investiti, l’influenza generata dal massiccio ricorso ai sondaggi d’opinione.

Tra i committenti si sono da poco aggiunti anche i tg di La7 e Sky, che ne fanno un utilizzo ancora più spericolato, estrapolando i risultati da un contesto argomentativo e presentandoli come dati secchi che fanno da mattone cognitivo.

Mentre in democrazia l’approfondimento politico e l’indagine demoscopica dovrebbero informare il cittadino, nel nostro Paese sembra quasi che vogliano “formare” l’opinione pubblica. Per questo pensiamo che sia importante capire che grado di scientificità e affidabilità hanno i sondaggi made in Italy.

Sondaggio e limiti: scienza o oroscopo?

L’utilizzo dei sondaggi per determinare effetti politici è talmente riconosciuto che nelle ultime due settimane prima del voto è vietato diffonderne i risultati. È vero che i parametri di realizzazione di un’indagine demoscopica devono essere resi noti per legge, ma è un fatto che spesso le note informative sono difficilmente comprensibili o mal riportate. Dunque qual è l’affidabilità di un sondaggio? Ci siamo affidati all’analisi del professor Romano Scozzafava, ordinario di calcolo delle probabilità all’Università di Roma “La Sapienza” nella quale il professore dimostra la scarsissima affidabilità di questo tipo di indagini. Eccone in sintesi le osservazioni più interessanti:

  • In tutte le indagini, il campione di riferimento è irrisorio: si tratta di 800-1000 persone su una popolazione di poco meno di 50 milioni di votanti. L’opinione di uno solo è rappresentativa per oltre 50.000 elettori!
  • Il metodo più largamente diffuso tra le società che fanno ricerche demoscopiche è il cosiddetto “C.A.T.I.”, ovvero interviste condotte tra gli abbonati alla telefonia fissa al netto dei numeri riservati. Ma solo il 56% delle famiglie italiane possiede un telefono fisso e la campionatura si basa solo sul nominativo del titolare del contratto telefonico; inoltre ogni metodo di intervista (telefono fisso, mobile, internet o face to face) corrisponde ad un diverso target, dunque un metodo di rilevamento più corretto dovrebbe tener conto di panieri multipli.
  • Il tasso di rifiuto nella partecipazione al sondaggio è elevatissimo (circa l’80%) abbastanza da mettere a rischio la rappresentatività del campione.
  • L’adozione di un’indagine che proponga risposte chiuse o aperte incide moltissimo sui risultati finali del sondaggio, eppure ogni volta manca l’ndicazione del tipo di scelta. Inoltre mai viene esposto l’ammontare del margine d’errore, determinante per la credibilità di una ricerca.
  • Il margine di errore è di proporzioni enormi: ammonta a + o – il 3%! Le conseguenze sono 2: innanzitutto perdono immediatamente senso le indicazioni pari o inferiori al margine d’errore perché se si afferma che un partito è al 5%, con un margine di errore di + o – 3 significa che quel partito potrebbe riscuotere nella realtà dal 2 all’8% dei consensi elettorali (non c’è bisogno di indagini per dire che nel campo del possibile esistono le alternative “essere” e “non essere” rappresentati in Parlamento). Diventano poi risibili le argomentazioni basate su variazioni di decimi percentuali (in più o in meno) tra i diversi partiti sotto al 4%, perché corrispondono alle risposte di 1-3 intervistati.

Con un margine d’errore così alto tanto vale affidarsi all’oroscopo del giorno… Allora perchè i sondaggi d’opinione vengono ancora richiesti, diffusi ed utilizzati in modo così massiccio? Saranno forse ingranaggio per manipolare l’opinione pubblica piuttosto che informarla?

Le committenze e l’intreccio dei conflitti d’interesse

Tra i dati della nostra inchiesta, spicca un dato particolarmente interessante: l’analisi delle committenze. In italia il mondo dell’informazione televisiva, così come quello dell’editoria, è storicamente riconducibile ad aree politicamente connotate: così come non esiste un editore puro o un’organo d’informazione riconosciuto terzo dalle contaminazioni politiche, anche tra gli istituti di ricerca demoscopica si rischi di riprodurre la medesima morfologia. Dai dati della nostra inchiesta emerge che esiste un legame tra determinati sondaggisti e determinate fonti di informazione, politicamente “friendly” per questo o quello schieramento. Infatti, anche se nominalmente accade solo raramente che i sondaggi commissionati direttamente dai partiti siano diffusi, in Italia le logiche di mercato sembrano costantemente inquinate dalle logiche di palazzo. Un esempio lampante sono gli esiti attribuiti al “ritorno in campo” di Berlusconi: mentre i sondaggi di riferimento per il centro destra parlano già di notevole rimonta, quelli commissionati dai settori vicini alla sinistra tendono a sottovalutarne la ripresa. D’altronde se un istituto demoscopico deriva i propri guadagni principlamente da un unico committente, perchè scontentarlo?


Considerazioni e proposte

Fermo restando che la serietà professionale può esistere a prescindere da qualsiasi committenza, è facile notare che tra i dati relativi alle intenzioni di voto in vista delle elezioni politiche raccolti dai diversi sondaggisti in Italia, si trovano i risultati più disparati: il PDL può ascillare dal 29% al 20%, il PD dal 26% al 30%… Eppure, se si confrontano i dati di sondaggipoliticoelettorali.it con quelli di un sito analogo (ad esempio) in Regno Unito, si nota che nell’arco di una settimana l’oscillazione dei voti tra sondaggio e sondaggio non varia mai per più del 2%. È dunque solo una peculiarità dei nostri sondaggi, il rilevamento di dati tanto precari?

Sarebbe già un passo in avanti garantire un migliore sistema di controllo terzo che possa vigilare sul rigore della raccolta dati, sulla veridicità delle conclusioni, sull’uso non strumentale del mezzo. La diffusione dei risultati dei sondaggi d’opinione può essere strumentale ai fini dell’influenza elettorale perchè si fonda sugli stessi principi fondamentali della persuasione su cui si fonda le pubblicità, ovvero:

  • Riprova sociale: Le persone, in media, tendono a ritenere maggiormente validi comportamenti o scelte effettuate da un elevato numero di persone. Fenomeno psicologico-sociale alla base della diffusione delle “mode”.
  • Autorità: Le tesi sostenute da un riferimento ad una figura di rilievo (quindi il, o presentate come se fossero derivate da tale figura/istituzione, accrescono la loro valenza persuasoria.
  • Simpatia: Attraverso la costruzione di un legame di simpatia e “similitudine”, reale o presunto, tra persuasore e persuaso, è più facile ottenere esiti di modifica degli atteggiamenti.

Cosa fare? La tutela della democrazia, passa anche da un uso corretto della propaganda elettorale e dei suoi strumenti, tra i quali rientra anche il sondaggio d’opinione. Sempre che sia possibile ritenere questo tipo di ricerca demoscopica di una qualche utilità è chiaro che occorrerebbe sciogliere il nodo enorme (o meglio quel groviglio) di conflitti d’interesse che legano l’informazione (di qualsiasi fonte) ai partiti e stabilire dei criteri più affidabili e universali sui sondaggi, sui campioni di riferimento fondati su panieri più variegati, sui metodi di rilevamento che possano tener conto delle “diete mediatiche” dei cittadini.

(Fonte Radicali italiani – Romano Scozzafava, Edoardo Cicchinelli e Mario Staderini)

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Elezioni 2013: Sondaggi dal 3 al 7 Novembre 2012

Sondaggio Ipsos 7 Novembre 2012

Sondaggio Emg 5 Novembre 2012

Sondaggio Piepoli 3 Novembre 2012

Sondaggio dell’Istituto Piepoli. Il politico italiano più simile a Obama. (3 Novembre 2012)

QUALE DEI SEGUENTI POLITICI ITALIANI DI CENTRO SINISTRA LE RICORDA MAGGIORMENTE IL CANDIDATO DEMOCRATICO BARACK OBAMA ?

  • Renzi: 17%
  • Bersani: 5%
  • Vendola: 5%
  • Letta: 2%
  • Nessuno di questi: 71%

QUALE DEI SEGUENTI POLITICI ITALIANI DI CENTRO DESTRA LE RICORDA MAGGIORMENTE IL CANDIDATO REPUBBLICANO MITT ROMNEY?

  • Berlusconi: 17%
  • Alfano: 5%
  • Letta: 4%
  • Maroni: 3%
  • Nessuno di questi: 71%
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