Italiani, popolo di teledipendenti

televisione

Secondo i dati del rapporto Censis 2015 quasi tutti gli italiani guardano la tv, nonostante gli smartphone e i tablet siano usati, ormai, da due terzi dei giovani. Sempre peggio la carta stampata e i libri.

Nel 2015 la televisione ha una quota di telespettatori vicina alla totalità della popolazione (il 96,7%). Ma aumenta l’abitudine a guardare la tv attraverso i nuovi device: +1,6% di utenza rispetto al 2013 per la web tv, +4,8% per la mobile tv, mentre le tv satellitari si attestano a una utenza complessiva del 42,4% e il 10% degli italiani usa la smart tv che si può connettere alla rete. Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’83,9% degli italiani), con l’ascolto per mezzo dei telefoni cellulari (+2%) e via internet (+2%) ancora in ascesa. In effetti, gli utenti di internet continuano ad aumentare (+7,4%), raggiungendo una penetrazione del 70,9% della popolazione italiana. Le connessioni mobili mostrano una grande vitalità, con gli smartphone forti di una crescita a doppia cifra (+12,9%) che li porta oggi a essere impiegati regolarmente da oltre la metà degli italiani (il 52,8%), e i tablet praticamente raddoppiano la loro diffusione e diventano di uso comune per un italiano su quattro (26,6%). Aumenta ancora la presenza degli italiani sui social network, che vedono primeggiare Facebook, frequentato dal 50,3% dell’intera popolazione e addirittura dal 77,4% dei giovani under 30, mentre Youtube raggiunge il 42% di utenti (il 72,5% tra i giovani) e il 10,1% degli italiani usa Twitter. Al tempo stesso, non si inverte il ciclo negativo per la carta stampata, che non riesce ad arginare le perdite di lettori: -1,6% per i quotidiani, -11,4% per la free press, stabili i settimanali e i mensili, mentre sono in crescita i contatti dei quotidiani online (+2,6%) e degli altri portali web di informazione (+4,9%). Non è favorevole l’andamento della lettura dei libri (-0,7%): gli italiani che ne hanno letto almeno uno nell’ultimo anno sono solo il 51,4% del totale, e gli e-book contano su una utenza ancora limitata all’8,9% (per quanto in crescita: +3,7%).

Abissali le distanze tra giovani e anziani. Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 91,9%, mentre è ferma al 27,8% tra gli anziani. L’85,7% dei primi usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 13,2% dei secondi. Il 77,4% degli under 30 è iscritto a Facebook, contro appena il 14,3% degli over 65. Il 72,5% dei giovani usa Youtube, come fa solo il 6,6% degli ultrasessantacinquenni. I giovani che guardano la web tv (il 40,7%) sono un multiplo significativo degli anziani che fanno altrettanto (il 7,1%). Il 40,3% dei primi ascolta la radio attraverso il telefono cellulare, dieci volte di più dei secondi (4,1%). E mentre un giovane su tre (il 36,6%) ha già un tablet, solo il 6% degli anziani lo usa.

Vola la spesa per i consumi tecnologici: la disintermediazione digitale riscrive le regole dell’economia reale. Tra il 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi, e il 2014, la voce «telefonia» ha più che raddoppiato il suo peso nelle spese degli italiani (+145,8%), superando i 26,8 miliardi di euro nell’ultimo anno, mentre nello stesso arco di tempo i consumi complessivi flettevano del 7,5%, la spesa per l’acquisto dei libri crollava del 25,3%, le vendite giornaliere di quotidiani passavano da 5,4 a 3,7 milioni di copie (-31%). Gli italiani hanno evitato di spendere su tutto, ma non sui media connessi in rete, perché grazie ad essi hanno aumentato il loro potere di disintermediazione, che ha significato un risparmio netto finale nel loro bilancio personale e familiare. Usare internet per informarsi, per prenotare viaggi e vacanze, per acquistare beni e servizi, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi, o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa. Gli utenti di internet si servono sempre di più di piattaforme telematiche e di provider che consentono loro di superare le mediazioni di soggetti tradizionali. Si sta così sviluppando una economia della disintermediazione digitale che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali consolidate in nuovi ambiti. La ricerca in rete di informazioni su aziende, prodotti, servizi coinvolge il 56% degli utenti del web. Segue l’home banking (46,2%) e un’attività ludica come l’ascolto della musica (43,9%, percentuale che sale al 69,9% nel caso dei più giovani). Fa acquisti su internet ormai il 43,5% degli utenti del web, ovvero 15 milioni di italiani. Guardare film (25,9%, percentuale che sale al 46% tra i più giovani), cercare lavoro (18,4%), telefonare tramite Skype o altri servizi voip (16,2%) sono altre attività diffuse tra gli utenti di internet.

Da cosa dipende la reputazione dei media? Per gli italiani i mezzi di informazione che negli ultimi anni hanno incrementato la loro credibilità sono stati proprio i nuovi media: per il 33,6% è aumentata quella dei social network, per il 31,5% quella delle tv all news, per il 22,2% e per il 22% rispettivamente quella dei giornali online e degli altri siti web di informazione. Su cosa si fonda la credibilità di un mezzo di informazione? Per gli italiani la credibilità si basa prima di tutto sul linguaggio chiaro e comprensibile, apprezzato dal 43,8% della popolazione. Seguono l’indipendenza dal potere (36,1%) e la professionalità della redazione (32,8%). Completano la ricetta della credibilità altri ingredienti fondamentali: l’aderenza oggettiva ai fatti (31,7%) e la rapidità di aggiornamento delle notizie (31,1%).

I ritardi nella transizione digitale della Pubblica Amministrazione. In Italia il numero di utenti di internet che interagiscono via web con gli uffici pubblici attraverso la restituzione di moduli compilati online è ancora insoddisfacente (solo il 18%), sia nel confronto con la media dell’Ue (che si attesta al 33%), sia perché è cresciuto di appena un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Anche se si considera l’intero ventaglio dei portali internet delle amministrazioni pubbliche, il nostro Paese dimostra comunque un ritardo nel panorama europeo: ha avuto contatti con la Pa il 36% degli internauti italiani, una percentuale inferiore di almeno 20 punti rispetto ai francesi (74%), ai tedeschi (60%) e agli inglesi (56%). Tra le operazioni più frequenti figurano il pagamento delle tasse (26,3%), l’iscrizione a scuole superiori e università (21,4%), l’accesso ai circuiti bibliotecari (16,9%). Un basso tasso di utilizzo si registra, invece, con riferimento alle pratiche degli uffici anagrafici, visto che si va dal 10,2% di cittadini digitali che richiedono documenti personali (come la carta di identità o il passaporto) all’esiguo 1,9% di coloro che dichiarano di aver effettuato online il cambio di residenza, mentre la richiesta di certificati riguarda il 6,5% degli italiani che usano internet. Il ricorso al canale digitale non è significativo nemmeno per la richiesta di prestazioni di previdenza sociale (sussidio di disoccupazione, pensionamento, assegni per figli a carico, ecc.), attivato solo dall’11,9% degli utenti di internet. Infine, la sanità digitale rimane ancora indietro, se solo il 16,7% degli utenti del web ha prenotato online visite mediche e il 10,6% accertamenti diagnostici. E risulta ancora molto limitato anche l’accesso al fascicolo sanitario elettronico (7,6%). Ma almeno sorprende positivamente che l’esperienza di fruizione degli sportelli pubblici online non lascia una impressione negativa nell’utenza. Infatti, solo il 9,9% degli utenti di internet che si sono relazionati online con la Pubblica Amministrazione si lamenta per la mancata assistenza, solo il 19,6% segnala disguidi tecnici, solo il 22,9% dichiara di aver trovato informazioni poco chiare o non aggiornate.

La parabola declinante dell’emittenza televisiva locale. Il settore delle televisioni locali si trova a dover fronteggiare una triplice torsione: grave flessione dei ricavi pubblicitari, consistente riduzione dei contributi pubblici, rilevante calo degli ascolti. I ricavi complessivi, dopo essere cresciuti in modo costante nella precedente fase espansiva, hanno subito un crollo, passando dai 223 milioni di euro del 1996 ai 335 milioni del 2000, fino a salire ai 647 milioni del 2006, per poi cominciare a calare significativamente, fino ai 409 milioni del 2013 (-15% rispetto all’esercizio precedente). Il calo della raccolta pubblicitaria (passata da 390 milioni di euro nel 2011 a 329 milioni nel 2012, poi a 287 milioni nel 2013) ha inciso profondamente sulle perdite totali, rappresentando più del 70% delle risorse totali. I contributi pubblici, lievitati nel corso della prima parte degli anni 2000 fino a raggiungere i 161,8 milioni di euro nel 2008, si sono poi progressivamente ridotti, attestandosi per l’anno 2013 su una cifra pari a 56,9 milioni di euro, con una flessione del 20,4% rispetto all’anno precedente. Non mancano preoccupazioni sul fronte dell’occupazione. Il numero dei dipendenti si era mantenuto sostanzialmente stabile nel periodo 2009-2011 (compreso tra 5.000 e 5.200 addetti), ma nel 2013 si è ridotto del 14,3%: 630 unità in meno. Una riflessione sul riposizionamento dell’«informazione di prossimità» offerta dalle tv locali non può più prescindere dal confronto con un sistema di media sempre più variegato e integrato, che nell’ultimo decennio ha conosciuto i decisivi processi di trasformazione innescati dalla digitalizzazione dei contenuti, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware, la proliferazione delle connessioni mobili, lo sviluppo della banda larga e ultralarga, fino all’ingresso nel mercato televisivo, e più in generale dei contenuti audiovisivi on demand e multimediali, di nuovi soggetti di offerta e player internazionali.

Papa Francesco, fenomeno mediatico globale. Il fenomeno mediatico dell’anno si è rivelato Papa Francesco. Interrogati su quali siano i punti di forza del cattolicesimo, i residenti di Roma hanno indicato proprio il carisma di Bergoglio al primo posto (con il 77,9% delle risposte), prima ancora del messaggio d’amore e di speranza della religione. Anche la rilevazione del Pew Research Center è inequivocabile: nel corso del suo primo anno di pontificato, Papa Francesco precede in graduatoria, per numero di citazioni nelle news digitali statunitensi, la candidata alla presidenza Usa Hillary Clinton e leader di fama mondiale del calibro di Putin e Merkel.


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Lo smartphone insanguinato

Coltan
In questo post vi spiego come noi, comprando l’ultimo modello di iPhone o di qualsiasi altro smartphone o computer, finanziamo direttamente l’approvigionamento d’armi di guerriglieri in Congo, che vivono estorcendo e stuprando giovani e giovanissimi locali che si fanno “minatori” per non morire di fame ed inseguire il sogno impossibile di costruirsi casa e famiglia. Il Congo è il paese più ricco del mondo, dal punto di visto minerario e geologico, ma anche e fra i paesi più poveri della terra, come condizioni di vita. Per i congolesi il coltan è diventata la più grande delle maledizioni, per la mancanza di normativa, di regolamentazione e di controllo in merito all’estrazione di questo minerale e alle sue modalità.

Il coltan? Nessuno sa cos’è”, “è utile?”. Il coltan veniva sfruttato anche prima della Seconda guerra mondiale, ma è diventato strategico solo da qualche anno. Prima valeva pochissimo e nessuno voleva estrarlo. Spaccare le pietre sotto il sole non è un lavoro piacevole. Ora è richiestissimo dall’industria ultratecnologica e le concessioni si sono moltiplicate.

A cosa serve il coltan? A vederlo così non somiglia a niente. Solo fango di sabbia nera con qualche debole scintilla di luce, come se fosse quarzo. Se gli si avvicina una calamita si attacca. In realtà il coltan è un minerale dall’importanza economica e strategica immensa. In particolare, spiegano gli esperti, serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Nei telefonini, per esempio, o nelle telecamere o nei computer portatili dove il problema più difficile da risolvere è quello della durata delle batterie. I condensatori al tantalio permettono un risparmio energetico e quindi una maggiore versatilità dell’apparecchio. Questa la spiegazione ufficiale. Ma parlando con i commercianti che esportano il coltan viene fuori un’altra strana verità. Il coltan è radioattivo e contiene anche un bel po’ di uranio. Non è forse che questo faccia gola più della tantalite? Il commerciante che regala una bustina di polvere di coltan a Butembo, nella parte nordorientale del Congo, quella per intendersi controllata dagli ugandesi, consiglia vivamente. Oltre a essere l’ingrediente fondamentale nella costruzione dei nostri telefoni cellulari, il coltan è usato nell’industria aerospaziale per fabbricare i motori dei jet, oltre agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche.

Miniere di coltan

Miniere di coltan

Qual è il percorso che dalle miniere arriva fino a casa Nokia, Apple o Samsung, ad esempio? Brevemente, coltan e cassiterite vengono estratti a mano, a suon di martello e a mani nude nelle miniere sparse per tutto il Congo, soprattutto nella regione di Kivu.

Nel 2010, il danese Frank Piasecki Poulsen ha girato un documentario fantastico dal titolo “Blood in the Mobile” (qui lo streaming), con l’obiettivo di far conoscere all’opinione pubblica mondiale da dove vengono e come sono estratte le materia prime dei nostri cellulari.

Il prezioso minerale è naturalmente anche la causa della guerra che sta devastando il Paese. I proventi della vendita del minerale servono infatti a pagare i soldati e ad acquistare nuove armi. L’unica via per interrompere il mercato del “coltan insanguinato” e i conflitti ad esso collegati sarebbe una normativa internazionale. Se, infatti il “protocollo di Kimberley” ha posto regole al commercio dei diamanti, per il coltan, per il quale il percorso di tracciabilità sarebbe più facile provenendo prevalentemente da un solo paese, non esiste alcuna regola. Esiste l’associazione Raise Hope for Congo, che lavora per rendere cosciente l’opinione pubblica ed incita i governi a bandire e regolare questo mercato. Ma la situazione è difficile, l’interesse in gioco è troppo grande e, diciamola tutta, ad una persona su due o su tre, sinceramente, non gliene frega niente se l’Africa muore.

(Fonti: buenobuonogoodrepubblicacongo)

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Il clamoroso successo di Xiaomi, la Apple cinese

Xiaomi

Folgorato da una biografia di Steve Jobs, Lei Jun ha creato Xiaomi. E nel 2012 ha venduto sette milioni di smartphone (con 2 miliardi di dollari di revenue). Le caratteristiche, la storia e le sfide dell’aziende cinese che punta a sfidare la Apple. Da ottobre con l’aiuto di Barra, ex manager di Google.

Ne sentirete parlare, sempre che quel vizio tutto italiano di percepire la Cina venga per un attimo meno. Anzi provate a ragionare in questo modo. Immaginate se quando fosse uscito Twitter, qualcuno avesse detto: «no, non ci interessa, è una cosa troppo americana». Con la Cina succede così: ci sono fenomeni che travalicano le frontiere della Grande Muraglia, ma da un certo tipo di informazione nazionale sono considerati «troppo cinesi», come se ormai il mondo non fosse ancora sufficientemente globalizzato, nel senso – se si può trovare – positivo del termine. Prendiamo Xiaomi, ad esempio. Lo conoscete? Qualche tempo fa nel giro di dieci secondi ha venduto 50mila smartphone on line. E nel 2013-2014 è previsto venda circa 20 milioni di telefoni.

E se lo considerate troppo cinese, segnatevi questo nome: Hugo Barra. Chi è? E’ un ex manager, di quelli con la M maiuscola di Google; si occupava dello sviluppo delle applicazioni Android. Ora è stato assunto proprio da Xiaomi («piccolo riso»), azienda cinese sempre più convinta di lanciarsi anche sul mercato internazionale. Lei Jun (4 milioni di followers su Weibo, il Twitter cinese) e fondatore di Xiaomi ha postato sul suo microblog: «Hugo Barra comincerà a lavorare con noi da ottobre e ci aiuterà a sviluppare il nostro brand nel mondo». Apple, Samsung e compagnia, sono avvisati.

Intanto, la Cina è sicuramente uno dei primi mercati al mondo per gli smartphone; solo nel 2012 Xiaomi ne ha venduto 7 milioni (con 2 miliardi di dollari di revenue). E’ una questione, per altro, visiva: in Cina non c’è luogo dove i cinesi non siano intenti a smanettare con uno smartphone. In auto, in metropolitana, nei locali: merito del wi fi presente ovunque, di contratti per internet non troppo costosi e della vita sociale che ormai scorre sull’asse smartphone – applicazioni. Il caso di Wechat, applicazione che ora è giunta anche in Italia con la pubblicità (con Messi testimonial), è un altro caso di successo clamoroso, scaricata da oltre 200 milioni di cinesi e già presente sugli smartphone di almeno 50 milioni di «stranieri».

Xiaomi è uno dei telefoni di maggior successo in questo momento, tanto da guadagnarsi l’appellativo di «Apple cinese», anche perché il suo fondatore, Lei Jun, è considerato lo «Steve Jobs d’Oriente», dato che nelle sue presentazioni utilizza lo stesso stile dell’ex leader di Apple. Ma tutte queste somiglianze sono molto riduttive, quando si deve andare a comprendere su cosa basi il suo successo Xiaomi: quello che ha schiantato la concorrenza è stato il modello di business. Si tratta di cellulari intanto molto economici, dai 150 ai 250 euro, che pur utilizzando Android sono molto simili agli Iphone e soprattutto si vendono solo on line, dove hanno sfruttato la capacità di creare una community che ha costituito un esempio di «modello di marketing» di cui si discuterà a lungo.

Xiaomi ha utilizzato il boom dell’ecommerce cinese e ha dato molto peso al parere dei fans: per il lancio del modello MI2, ad esempio, Xiaomi ha invitato oltre 1200 appassionati a proporre i loro feedback per il miglioramento del prodotto; «la maggior parte dei fans, ha raccontato Lei Jun, ha idee molto chiare su quale debba essere il loro smartphone perfetto. Ma molti di loro non possono farlo perché la costruzione di un telefono non è proprio la cosa più semplice del mondo da mettere in piedi. Così ci lasciano dei feedback sulle funzionalità che pensano dovrebbe essere incluse nel prossimo modello. E se noi, come facciamo, le incorporiamo nei nostri nuovi modelli, diventeranno loro stessi i principali diffusori del nostro brand».

Queste sono caratteristiche che fanno impazzire i cinesi, desiderosi di dire la propria, di sentirsi parte di un brand che finalmente è cinese ma sembra unire le capacità tecnologiche e di marketing occidentali, alle caratteristiche del mercato locale, sempre più elaborato e complicato. Secondo il fondatore di Xiaomi, «ci sono tre pilastri nel nostro modello di business: la partecipazione dei fan nel design del prodotto, la vendita dello smartphone alla nostra base dei fans, il contenimento dei costi di distribuzione attraverso l’innovazione del modello di business, ovvero la vendita solo ed esclusivamente on line».

Per chi cerca idee di investimento in Cina, Xiaomi rappresenta un esempio clamoroso. Come hanno riportato alcuni magazine economici, «l’impennata della valutazione di Xiaomi ha sorpreso molti nell’estate del 2010, quando l’azienda si è assicurata un investimento di 41 milioni di dollari da Morningside Ventures, Qiming Venture Partners e IDG Capital Partners. La valutazione della società allora è stata di 250 milioni di dollari. Nell’ottobre 2011 Xiaomi attratto altri tre investitori con 90 milioni di dollari, e la valutazione della società a quel tempo è diventata di 1miliardo».

Sono poi arrivati i finanziamenti di un fondo sovrano singaporeano, di un gruppo di russi e due amici di Lei. Oggi Xiaomi varrebbe 10 miliardi di dollari.

Infine, nel successo di Xiaomi, c’è tutta la capacità e inventiva del creatore del marchio, Lei Jun. Di lui, Kaifu Lee, ex Microsoft e Google Cina, considerato uno degli osservatori più importanti del mondo tecnologico cinese e a capo di un’azienda che finanzia start up cinesi, ha detto che «è un imprenditore fenomenale, sa capire come nessuna altro le esigenze degli utenti e del mercato e ha questo incredibile desiderio di creare un marchio noto nel mondo tecnologico mondiale».

Di Lei Jun si sa poco, benché ormai sia considerato una celebrità: nato a Wuhan, dove ha frequentato l’università di ingegneria, sarebbe stato folgorato da una biografia di Steve Jobs, letta nel 1987. «Sono stato fortemente influenzato da quel libro, e ho voluto creare una società di prima classe», ha detto Lei Jun, che sul parallelo tra la sua creatura e Apple, ha le idee piuttosto chiare: «i media cinesi mi dipingono spesso come lo Steve Jobs cinese? Lo prenderò come un complimento, anche perché questo tipo di confronto porta una pressione enorme. Xiaomi e Apple però sono due aziende completamente diverse. Xiaomi è basata su Internet, non facciamo la stessa cosa di Apple». Così disse l’uomo tecnologico del momento Cina, e chissà a breve, del mondo.

(Fonte china-files)

Xiaomi M2S MI2S Quad Core

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I Preziosi Metalli Rari

Sempre più indispensabili per costruire smartphone, sistemi missilistici, pale eoliche, componenti per le automobili… Sempre più ambiti sulle piazze internazionali. Gli elementi rari dominano l’industria moderna. E il loro prezzo ormai e’ in linea con quello dei metalli preziosi.

Itterbio, Gadolinio, Samario… Sembrano nomi inventati, più adatti alle fiabe che all’economia. I metalli rari (così chiamati perché difficili da ottenere nel XVIII e XIX secolo) in natura sono 60 volte più diffusi dell’oro, nascosti nelle cosiddette terre rare, che però rare non sono. La Russia ne possiede 169,4 milioni di tonnellate, la Cina 84,9 milioni, il resto dell’Asia 11,3, il Brasile 7,5, l’Australia 6,1, gli Usa 5,7. Un tempo, il principale estrattore mondiale era l’America, che però ha cessato ogni attività da quando la Cina, ignorando inevitabili danni ambientali, ha abbassato i loro prezzi, arrivando a produrre il 97% delle forniture del mondo. Attualmente il mercato ha dimensioni molto ridotte (1,4 miliardi di dollari su scala planetaria), ma il quasi monopolio cinese sta costringendo gli Usa a riaprire vecchie miniere.

Senza questi speciali metalli non potrebbero funzionare strumenti essenziali della vita moderna, come smartphone, auto ibride o elettriche, pale eoliche, telefoni cellulari e le batterie ad alte prestazioni. Per un’utilitaria media occorrono 25 Kg di metalli rari, indispensabili inoltre per combattere le guerre moderne, dato che sono fondamentali per realizzare radar, sistema di guida missilistici, di navigazione e occhiali per visione notturna.

Si spiega dunque l’interesse sempre più forte per questi elementi dai nomi bizzarri, e la rapidissima evoluzione dei prezzi nel corso degli ultimi mesi.

Alcuni elementi rari da esempio con prezzi e applicazioni d’uso per renderci idea della loro importanza e del loro reale utilizzo :

  • SCANDIO: prezzȯ 15.000-15.000 usato per attrezzature sportive, apparecchi per l’illuminazione, telai per biciclette, leghe per l’industria aerospaziale, tecnologie nucleari, semiconduttori.
  • DISPROSIO: prezzo 550-3.000 usato per radar, apparecchi per la misurazione, altoparlanti, cd, magneti, lampade, ceramica, turbine eoliche, auto ibride.
  • EUROPIO: prezzo 950-6.000 usato per apparecchi per l’illuminazione, medicina, geotermia, sicurezza delle banconote, monitor dei pc e tv a colori.
  • LUTEZIO: prezzo 450-1.600 usato per informatica, radiografie e radioterapie, raffinazione petrolifera, strumenti per l’illuminazione, tecniche di misurazione, catalizzatori chimici.
  • TULIO: prezzo 790-5.000 usato per laser, sistemi di misurazione, conduttore ad alte temperature, apparecchiature radiografiche, stoffe luminescenti, medicina, forni a microonde.
  • TERBIO: prezzo 790-4.800 usato per display di computer e tv a colori, stoffe luminescenti, apparecchi televisivi, laser, sensori, apparecchi sonar, strumenti acustici.
  • ITTRIO: prezzo 120-210 usato per candele per accensione, catalizzatori, protesi, gioielli, condensatori, apparecchi per illuminazione, telefoni cellulari, misurazione campi magnetici.
  • OLMIO: prezzi 70-925 usato per gioielli, coloranti, magneti, laser, tecniche dentistiche, ottica, tv, cure dentali e oculistiche, tecnologie nucleari.

˙Quotazioni in dollari al Kg marzo 2011 – settembre 2011

(fonte Capital)

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