Drogati d’azzardo

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Nel gioco d’azzardo le vittime sono di ogni fascia di età, dal giovane all’anziano. Ben 17 milioni di persone nel nostro paese hanno giocato almeno una volta nella loro vita; la maggior parte di questi ricorre al lotto istantaneo e ai gratta e vinci; il 14,6% dei giocatori è a rischio dipendenza e diverse centinaia di migliaia sono i giocatori “problematici”. Giocano d’azzardo anche i ragazzi tra i 15 e i 17 anni, principalmente attraverso scommesse sportive e soprattutto usando i telefoni cellulari.

Uno studio del Cnr, ripreso da La Stampa, ha mappato la l’algritmo della dopamina (il neurotrasmettitore che produce il desiderio) ritrovando una sequenza identica a quella attivata dal gioco d’azzardo, basata sulla gratificazione ad altissima frequnza alternata alla frustrazione. Le macchinette sono costruite per creare dipendenza.
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Slot Machine programmate per creare dipendenza

slot machines

Uno dei massimi esperti mondiali sul gaming rivela come la velocità delle giocate sia un fattore scatenante della dipendenza. La legge italiana però oggi di fatto recepisce le indicazioni delle aziende produttrici. Tanto che in un’ora di gioco da noi si arriva a premere il tasto play anche 3mila volte contro le 600 di uno statunitense.

La slot machine nasce a fine 800 negli Usa. Il termine “slot” indica semplicemente la fessura dove viene inserita la moneta o il gettone, ma americani e inglesi presero ben presto a chiamare queste macchinette “one-armed-bandit”, ossia il bandito con una mano sola, per via della leva simile a una mano che un tempo ne azionava i dispositivi meccanici e per un’attitudine a “derubare” i giocatori che, evidentemente, non si è stemperata col tempo.

Originariamente basata su un complesso congegno meccanico, quella leva oggi non esiste più. Al suo posto c’è un tasto, che tutti possono premere con facilità e con movimenti rapidi, rapidissimi che tentano di anticipare quelli della macchina. Proprio questo rapporto perverso tra azione, reazione e retroazione genera molti dei problemi che tutti conosciamo. Anche perché l’azzardo tramite “apparecchi e congegni” costituisce oggi una percentuale vicina al 60% del business globale. In Italia, sono 411mila le slot machine sparse su tutto il territorio, in tabaccherie, bar, stazioni ferroviarie, persino qualche oratorio. L’Italia è il paese al mondo con il più alto rapporto tra macchinette e popolazione: 1 macchina ogni 145 abitanti.

Oggi, queste macchinette non hanno più nulla o quasi di meccanico. Leve e ingranaggi sono sostituite da circuiti elettronici. Una slot machine genera combinazioni casuali all’interno di un insieme predefinito di simboli (frutta, campanelle,…). Le combinazioni vincenti danno origine a vincite, la cui entità è inversamente proporzionale alla loro probabilità. Nell’azzardo tramite macchine un fattore determinante è dato proprio dalla programmazione di quei circuiti e dal software design. Il software design così inteso è un processo per mezzo del quale i progettisti predefinisco alcune modalità di utilizzo dei prodotti, modalità attraverso le quali i consumatori interagiranno con i prodotti stessi. La velocità o fattore-tempo è parte determinante di questo processo, ma è anche tra le cause principali della degenerazione del gioco. Inconciliabili, da questo punto di vista, appaiono le esigenze del business e quelle della “tutela” del giocatore. Ai fini della “produttività di gioco”, infatti, la durata ottimale di una partita a una slot-machine, ha dichiarato un rappresentate della Bally, una delle più importanti aziende produttrici al mondo, è di 3,5 secondi. Contrariamente all’ambito del lavoro, dove per produttività intendiamo i risultati raggiunti da ciascun lavoratore, che per quei risultati viene retribuito, la gaming productivity rimanda al ben diverso rapporto tra l’attività di gioco di un soggetto-giocatore (che paga per quella attività), in un dato intervallo di tempo.

I 3,5 secondi auspicati dal rappresentate della storica casa americana, in Italia sono comunque un dato di fatto o quasi. L’articolo 110 del Testo Unico delle Legge di Pubblica sicurezza, che dal 2003 autorizza l’installazione e l’uso nei locali pubblici di “apparecchi e congegni elettronici atti al gioco lecito”, prevede che la durata minima di una partita sia di 4 secondi a fronte di una giocata di 1 euro. È stato notato come l’asimmetria tra giocatore e industria del gioco è totale e radicale, soprattutto nel gambling machine, dove la velocità di una partita è tra i fattori scatenanti della dipendenza. Il giocatore, però, dipendente o meno che sia, non percepisce quella velocità come tale, ma come “abilità”, persino quando la presunta “abilità” lo porta a perdere. Per il giocatore è persino più importante tenere il “ritmo” della macchina, che vincere. Un giocatore di slot machine italiano, in un’ora di gioco, può arrivare a premere anche 3mila volte il pulsante “play”, laddove un giocatore statunitense si limita a premerlo al massimo 600 volte (non senza problemi, beninteso)…

*Tratto dal magazine Vita

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Un pensionato su quattro si “gioca” la pensione

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“La Ludopatìa è ormai un fenomeno altamente diffuso nel nostro paese. Le vittime non si contano più, sia in termini economici che di effetti sulla vita quotidiana. È indubbio che la crisi sia una delle cause principali che hanno portato alla crescita di questo fenomeno. In Italia, solo nel 2012 il fatturato del gioco ha raggiunto quota 87 miliardi, contro gli 80 dell’anno precedente, di questi, solo 16 miliardi sono state distribuite in vincite. Questo primo dato, dà l’idea di quello che stiamo vivendo, e cioè un fenomeno che così come viene imposto non garantisce crescita economica per il paese e non riesce a salvare dal baratro più di 800 mila vittime. Molti di questi sono anziani, si stima, infatti, che 1.700.000 over 65 siano giocatori, di questi però bisogna distinguere tra problematici e patologici. I primi, rappresentano circa 1.200.000 della popolazione anziana giocatrice, mentre i casi di giocatori d’azzardo patologici sono circa 500 mila. Complessivamente, gli anziani giocano 5,5 miliardi di euro, circa 3200 euro l’anno e 266 euro al mese. Questo dato medio oscilla tra i 100 euro spesi da i giocatori anziani non patologici e i 400 di chi è ormai è malato. Le norme contenute nella Legge di stabilità potrebbero aggravare ulteriormente questa condizione. Infatti, questa manovra comporta, secondo gli studi che abbiamo condotto come Fipac Confesercenti, una riduzione del reddito disponibile dell’ordine di 300 euro per i livelli di pensione più diffusi. Una riduzione del reddito disponibile 2014 dei pensionati compresa fra i 294 e i 389 euro, per effetto di un taglio alle pensioni, di un mancato sgravio fiscale e di un aumento del prelievo sulla casa di abitazione. Se rapportiamo questo dato (300 euro in meno nelle tasche dei pensionati) alla spesa per giochi (266 euro al mese), abbiamo l’idea di quello che potrebbe accadere. Per evitare che i numeri di pensionati malati di gioco crescano, un primo passo potrebbe essere che le organizzazioni e le istituzioni riescano a collaborare per fare una buona prevenzione verso quei clienti che mostrano la patologia. Allo stesso modo, è importante poter giungere ad un incentivo o a uno sgravio fiscale per i pubblici esercizi che hanno fatto la scelta, prima di tutto etica, di non tenere nel proprio locale né slot machine, né qualsiasi altro tipo di gioco d’azzardo. Questo potrebbe essere un modo iniziale per evitare che si generi l’effetto “criminalizzazione” che potrebbe creare danni altrettanto gravi. Il gioco, infatti, deve essere inquadrato prima di tutto sotto un aspetto ludico di passatempo e divertimento, è il concetto condiviso di divertimento, che non deve diventare però grave problema e, appunto, ludopatia. Con il dossier “Il gioco non ha età”  Fipac Confesercenti ha voluto fare luce su un fenomeno che ha raggiunto ormai livelli straordinari e che, in tempi di crisi economica, rappresenta sicuramente un’attrattiva per quanti, anziani in primis, cercano di uscire fuori da una forte depressione sociale ed economica.” Massimo Vivoli presidente Fipac Confesercenti

La testimonianza di Rita 73 anni, pensionata di Messina:

“La prima volta che ho iniziato a giocare è stato in una sala Bingo. Mi ero separata da poco e, in certi momenti mi sentivo molto sola. Il Bingo è un gioco che ti prende, perché ti dà questa doppia possibilità di giocare in maniera solitaria e, allo stesso tempo, di regalarti la compagnia di tanti come te che hanno voglia di spezzare la routine”. Rita, è una pensionata di 73 anni e ormai da 15 giocatrice. Vive da sola a Messina, una cittadina siciliana a ridosso del mare. “Ogni mattina, se così si può definire, intorno alle 12:00 mi alzo, prendo caffè, ma non faccio colazione, dopo vado subito a giocare. La prima volta in una sala bingo, avevo ancora nella mia testa gli effetti di un matrimonio che avevo fatto da molto giovane e mi aveva prosciugato tutte le energie. Nei primi periodi, andavo ogni sabato a giocare, ma puntavo poco, non spendevo molti soldi in cartelle. Col tempo però- racconta Rita- le cose sono peggiorate. Mi sono attorniata di un gruppo di amiche che hanno la stessa passione, così ci organizziamo spesso e passiamo tempo insieme. Ci si vede, una volta per uno a casa, facciamo una sorta di fondo cassa. Cioè puntiamo 30-40 euro, e iniziamo a giocare per buona parte della notte, alla fine però, nessuno porta via nulla di ciò che ha vinto o perso. Mettiamo tutto in un piatto comune che man mano rimpinguiamo ogni volta che giochiamo. Alla fine, quando ci rendiamo conto che questi soldi sono davvero tanti, li tiriamo fuori e partiamo tutti insieme per una vacanza”. Rita da giovane era ragioniera e impiegata in un’azienda, ha smesso di lavorare perché il marito, commercialista, a quei tempi voleva accanto una donna “di casa”. “Credo che la mia insoddisfazione- spiega- è iniziata là. In passato giocavo spesso nei circoli della città. Sono luoghi dove trovi di tutto, dalla gente bene, lì per giocare e farsi una chiacchierata, fino all’usuraio di professione. Lo riconosci subito, sta lì come un avvoltoio, e aspetta che qualcuno perda per poi intervenire con prestiti dalle percentuali usuraie. Conosco molta gente che ha fatto una brutta fine, per certi periodi me inclusa, che si è indebitata per pagare lo strozzino. A volte non riesco a riprendermi dallo stato di torpore in cui mi porta il gioco. Vivi come in un continuo stato di shock, perdendo il senso della misura. Oggi, sono questa. Mi alzo all’ora di pranzo, non mangio più, non curo il mio abbigliamento, né le relazioni sociali che non siano quelle del gioco. Credo di avere perso anche il senso dell’affetto.”

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Slot machine: La truffa da 98 miliardi di euro


“Per la prima volta nella storia il creditore, lo Stato, ha fatto di tutto per ridurre il credito da riscuotere”. Il generale Umberto Rapetto da alcuni mesi ha lasciato il Gat della Guardia di Finanza, il Nucleo speciale antifrode che per due anni ha lavorato all’inchiesta sulla maxievasione fiscale dei concessionari del gioco d’azzardo. Qualche settimana dopo la conclusione di quella investigazione “sono stato destinato a frequentare, sarà stata una combinazione, un corso di perfezionamento”. Così, dopo 37 anni, si è spogliato per sempre della sua divisa grigioverde. Non senza polemiche.

Cosa scoprì la vostra inchiesta sui gestori degli apparecchi per scommesse?

L’indagine delegata dal sostituto procuratore generale della Corte dei Conti, Marco Smiroldo, permise di accertare la mancata connessione di un enorme mole di slot machine con il sistema dell’Anagrafe Tributaria che doveva garantire la regolarità del gioco e assicurare la corresponsione del prelievo erariale previsto in misura proporzionale alle attività svolte dagli apparati di intrattenimento.

Qual era il meccanismo che consentiva di sottrarre gli incassi delle giocate dalla “base imponibile” dei gestori?

Il mancato collegamento vanificava le regole secondo le quali il totale delle giocate doveva diventare per il 75% montepremi per i giocatori più fortunati, circa il 12% costituire imposta e il restante 13% rappresentare introito per le società concessionarie, i gestori delle slot, gli esercenti pubblici e in piccola parte l’Amministrazione dei Monopoli.

Come si arrivò a determinare l’ammontare di quanto evaso? 

Una volta ricostruito in maniera meticolosa l’assetto tecnologico negli anni di interesse ai fini dell’inchiesta e incrociati i dati forniti dall’Anagrafe Tributaria, si è avuta evidenza di quali apparati fossero stati scollegati, quando e per quanto tempo. Poi si è preso in considerazione il contratto stipulato dai Monopoli con le società concessionarie e si sono applicate le penali previste per il mancato rispetto dell’accordo preso. Un’operazione aritmetica e non una proiezione algebrica. Un’operazione non riguardante multe cervellotiche, ma basata su un importo ritenuto congruo da entrambi i contraenti all’atto della sottoscrizione. Un’operazione che ha superato i 90 miliardi di euro di debito nei confronti dello Stato.

Ci furono omissioni da parte di chi avrebbe dovuto svolgere i controlli?

Se i Monopoli avessero preteso il pagamento delle penali fin dal manifestarsi delle irregolarità non si sarebbero raggiunte cifre iperboliche e i concessionari sarebbero stati costretti ad uniformarsi a quanto loro stessi avevano convenuto. Erano previsti interventi sulle fideiussioni prestate e persino la revoca della concessione per i casi più gravi. Probabilmente qualcuno ha temuto che un’azione repressiva potesse intralciare il gettito che il gioco d’azzardo garantisce comunque all’Erario.

Cosa è accaduto dopo i vostri accertamenti?

A fronte degli addebiti della Procura della Corte dei Conti si è innescata una corsa per scongiurare il pagamento delle somme computate. Si è parlato di cifre “irragionevoli” e si è fatto riferimento a “multe”. Niente affatto. Erano “penali” concordate dai contraenti, su entrambi i fronti rappresentati da persone responsabili e in piena capacità di intendere e di volere. Nella primavera scorsa le società concessionarie e alcuni dirigenti dei Monopoli sono stati condannati al pagamento di complessivi 2 miliardi e 700 milioni di euro, poca cosa rispetto quel che si era quantificato: tutte le interpretazioni contrattuali e tecniche erano andate a favore di chi non aveva rispettato o non aveva fatto rispettare il fin troppo chiaro contratto di concessione.

Firma la Petizione: 98 miliardi di euro evasi, che fine hanno fatto?

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(Fonte avvenire del 22 novembre 2012)

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Chi vince?

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Oramai bar, circoli, centri commerciali, sociali, sportivi e ricreati, persino stazioni ed ogni luogo pubblico frequentata diventano occasione di business, occasione per piantarci una bella macchinetta. Migliaia di macchinette che, sembrano essere granelli di sabbia che, uno ad uno, granello su granello, possono trasformare nel tempo un giardino rigoglioso in un deserto. Il gioco sta diventando sempre più una vera e propria illusione di guadagno facile per molte famiglie che si indebitano a causa della dipendenza.

Non più tardi del luglio 2012, l’agenzia britannica Reuters affermava che, anche in un momento di profonda crisi economica, la promessa di un jackpot in Italia brilla ad ogni angolo di strada e l’Italia è il più grande mercato del gioco d’azzardo in Europa e uno dei più grandi al mondo. Secondo la Consulta nazionale antiusura e le fondazioni antiusura, il gioco d’azzardo è considerato la maggior causa di ricorso a debiti e/o di usura in Italia.

Si parla di 30 milioni di scommettitori nel nostro Paese, di cui 15 milioni abituali e almeno 3 milioni a rischio di sviluppare una patologia. Una cifra pari al doppio dei tossicodipendenti presenti in Italia. Sono invece 1.250.000 i ragazzi tra i quindici e i diciannove anni coinvolti nel gioco. Gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni, con profili di gioco problematico o patologico, secondo le recenti indagini pubblicate dal Dipartimento delle politiche antidroga, sono il 7,2 per cento, cioè circa 200.000. Il gioco sarebbe vietato ai minorenni: hanno un sistema emotivo in fase di sviluppo e un minore controllo degli impulsi, sono dunque più vulnerabili e vanno protetti. La varietà, la disponibilità e l’accessibilità dei giochi, invece, facilitano l’insorgenza della patologia, come pure la pubblicità, specialmente quella ingannevole, e, ancora, il breve tempo di latenza tra la giocata e il suo esito, che nelle slot machine è di qualche secondo appena. Ma il dato più preoccupante in assoluto, è che questi numeri spaventosi sono in continua crescita proprio tra le fasce più deboli della nostra società, tra coloro che non hanno ancora gli strumenti adeguati per valutare rischi e ripercussioni, e sono quindi maggiormente soggetti a sviluppare una dipendenza, come gli adolescenti.

Già nel 1980 l’Organizzazione mondiale della sanità riconosceva il gioco d’azzardo patologico come forma di dipendenza e invitava il nostro Paese ad inserirlo nei livelli essenziali di assistenza, cosa che è avvenuta dopo ben trent’anni.

Gioco in perdita. Lo Stato subisce una perdita netta da questo mercato. Su 90 miliardi di fatturato, allo Stato vanno 8 miliardi; ciò equivale ad una tassazione media del 9 per cento. La sola IVA per le nostre imprese è invece attualmente al 21 per cento. È una disparità inaccettabile, un favore troppo eclatante per non risultare sospetto. Questo fatturato deriva per il 56 per cento da slot machine e videolottery, che pochi anni fa non esistevano, e buona parte del mercato è in mano a multinazionali residenti in paradisi fiscali. Si tratta dunque di risorse sottratte ai consumi interni, già in forte contrazione: se nel 2012 sono stati 90 i miliardi giocati, tenendo conto delle vincite, sono almeno 20 i miliardi di euro sottratti al commercio ed ai servizi destinati alla vendita. E ancora, i circa 90 miliardi di euro di fatturato, sono una cifra pari al 4 per cento del PIL nazionale. Se volessimo fare un paragone con le grandi imprese del nostro Paese, collocheremmo il fatturato del gioco d’azzardo Spa al terzo posto dopo l’Eni e l’Enel. Nello stesso tempo su un fatturato di 90 miliardi di euro, abbiamo un incasso limitato solo a 8 miliardi di euro. Ci troviamo, a fronte di una fatturato enorme, smisurato, un incasso piccolo; ma quel piccolo incasso di 8 miliardi di euro è indispensabile per la tenuta dei nostri conti. Di qui il ricatto, il limite strutturale: un circolo vizioso.

Gioco e non lavoro. L’articolo pubblicato su Avvenire il 13 giugno scorso riporta dati preoccupanti elaborati dalla Consulta nazionale delle fondazioni e associazioni antiusura, in base ai quali la dedizione ossessiva a slot machine, videopoker e gratta e vinci sottrae ogni anno 70 milioni di ore lavorative e dirotta almeno 20 miliardi di euro dall’economia reale, cancellando così 115.000 posti di lavoro. È una vera e propria emorragia economica quella provocata dall’azzardo: ne è la prova il tempo usato dai giocatori per le diverse tipologie di gioco. Le nuove slot machine hanno totalizzato 28 miliardi di giocate, pari ad oltre 46 milioni di ore passate a schiacciare tasti; 5 miliardi le giocate alle videolottery (pari a 8,3 milioni di ore passate a schiacciare tasti); 2,2 miliardi le cosiddette grattate sui gratta e vinci; 15 miliardi le giocate online, per non parlare poi di giocate a Lotto, Superenalotto e altri giochi tradizionali. In sostanza, centinaia di milioni di ore perse inseguendo un miraggio. Lo studio ha anche calcolato il potenziale di occupazione dissipato dalla spesa per giochi, valutabile in circa 90.000 addetti nel commercio e servizi e circa 25.000 addetti nell’industria.

Gioco e Mafia. Le organizzazioni malavitose utilizzano questo mezzo, le sale da gioco e il gioco d’azzardo, per riciclare il denaro che ha una provenienza illecita e per rubare l’innocenza di tanti ragazzi che, per ingenuità o curiosità, si avvicinano a queste sale. Il mercato illegale vale 10 miliardi. Almeno 42 cosche, qualcuno dice 50, a seconda dei conteggi, probabilmente sono di più, sono state indagate da dieci procure per gli interessi anche nel mercato legale, che vale 90 miliardi e viene utilizzato come lavanderia per riciclare capitali sporchi, poichè i flussi di denaro non vengono adeguatamente monitorati.

Si parla tanto degli effetti nocivi del fumo, delle sostanze stupefacenti e dell’alcol, ricorrendo ad immagini forti per demotivarne l’uso: le campagne di prevenzione in questi casi sono numerose ed anche piuttosto efficaci. Come avviene per sigarette e tabacchi, bisogna vietare totalmente la pubblicità del gioco d’azzardo, diretta ed indiretta, in ogni spazio pubblicitario, comprese le sponsorizzazioni sportive e di altra natura. Un “gioco” dove i costi sociali sono di gran lunga più elevati di quelli rappresentati dalle entrate, e dove non si sa chi vince.

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