Israele prepara la più grande evacuazione di massa della storia

Israele sta elaborando i piani di emergenza per evacuare fino a 250.000 civili che vivono nelle comunità al confine per proteggerli da eventuali attacchi di Hamas, Hezbollah o di altri gruppi militanti islamici. L’evacuazione di massa sarebbe la più grande nella storia di Israele. Continue Reading


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Ecco chi ha armato l’Isis

armi-Isis

Da dove vengono le armi dell’Isis? La risposta è nel report di Amnesty International intitolato “Fare scorta: come abbiamo armato lo “Stato islamico”. Il rapporto spiega come il gruppo armato stia usando oltre 100 diversi tipi di armi e munizioni, in larga parte prelevate dai depositi militari iracheni, concepite e prodotte in almeno 25 paesi compresi Russia, Cina, paesi dell’ex blocco sovietico, Usa e alcuni stati dell’Unione europea. 

Queste forniture sono state pagate col petrolio o sono state oggetto di accordi tra il Pentagono e la Difesa irachena o, ancora, frutto di donazioni da parte della Nato. La maggior parte di esse è stata presa dai depositi militari finiti sotto il controllo dello “Stato islamico” o da quei depositi illecitamente trasferita. Tra le armi avanzate finite nelle mani dello “Stato islamico” vi sono i sistemi di difesa aerea portabili a spalla (noti con l’acronimo Manpads), missili anti-carro guidati, veicoli blindati da combattimento, fucili d’assalto come gli Ak russi e gli M16 e i Bushmaster statunitensi.

La maggior parte delle armi convenzionali usate oggi dallo “Stato islamico” risale al periodo che va dagli anni Settanta agli anni Novanta e comprende pistole, rivoltelle e altre armi leggere, mitragliatrici, armi anti-carro, mortai e altra artiglieria. Assai utilizzati sono i fucili simili ai kalashnikov dell’era sovietica, prodotti principalmente in Russia e Cina.

Anche l’Italia ha giocato un ruolo non indifferente nell’armare lo “Stato islamico”, rifornendo durante la guerra del 1980-88, secondo fonti ufficiali Usa reperibili online, sia l’Iraq che, in maniera meno trasparente, l’Iran. Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta “guerra al terrore“, nel cui contesto al dipartimento della Difesa Usa fu concessa ulteriore libertà di trasferire armi all’Iraq, attraverso l’Iraq Relief and Reconstruction Fund, prima, e l’Iraq Security Forces Fund, tra il 2004 e il 2007. Ciò esentava il Pentagono dal doversi conformare a qualsiasi disposizione di legge, incluse quelle relative ai diritti umani. In quegli anni, mentre finivano in circolazione le scorte eccedenti delle forze armate irachene sconfitte e poi congedate, la coalizione guidata dagli Usa firmò contratti per almeno un milione di dollari in ulteriori armi leggere e milioni di munizioni, provenienti anche dall’Italia. L’ascesa dello “Stato islamico” e le sue conquiste territoriali tra giugno e agosto 2014 hanno determinato un grande cambiamento nelle politiche internazionali relative alla fornitura di armi nella regione. Nel 2014, infatti, gli Usa hanno coordinato sforzi congiunti per rispondere alla domanda di armamenti dell’Iraq cominciando a rifornire regolarmente, insieme ad altri 11 paesi europei tra cui l’Italia, anche le forze curde che si opponevano nel paese allo “Stato islamico”. Continue Reading

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Captagon la droga dei terroristi

Captagon

Si chiama Captagon. È un cloridrato di fenetillina, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti che aumenta la combattività, l’aggressività ed è in grado di eliminare la sensazione di paura e fatica.

La loquacità, il non sentire il bisogno di dormire e di mangiare ma, al contrario, la sensazione di energia sono i principali effetti di questa sostanza. È la droga della guerra.

Captagon, la droga dell’Isis

È facile da preparare, con ingredienti semplici e legalmente reperibili, ma soprattutto è economico e il costo di una pasticca in Siria oscilla tra i 5 e i 20 euro. I milioni di dollari di guadagni derivati dalla vendita di Captagon servirebbero per finanziare i combattenti anti-Assad. 

Siringhe con tracce di Captagon, che si può anche iniettare, sono state trovate nella casa di uno degli attentatori di Parigi e la stessa droga era nel sangue di uno dei terroristi di Sousse, Tunisia. Continue Reading

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La Francia è uno Stato terrorista dal 2011

Hollande-Francia-terrorismo

La guerra che si è estesa fino a Parigi è incomprensibile per i francesi, che sanno poco e niente delle attività segrete del loro governo nel mondo arabo, delle sue alleanze contro natura con le dittature del Golfo e della sua partecipazione attiva al terrorismo internazionale. Questa politica non è mai stata discussa in parlamento e raramente i media mainstream hanno osato interessarsene.

Da cinque anni i francesi sentono parlare di guerre lontane senza capire di cosa si tratta. La stampa li ha informati dell’impegno del loro esercito in Libia, ma mai della presenza di truppe francesi in missione nel Levante. I miei articoli al riguardo sono molto letti, ma percepiti come stravaganze orientali. Nonostante la mia storia personale, va di moda definirmi «estremista» o «complottista» e sottolineare che i miei articoli sono riprodotti da siti web di tutte le convinzioni, compresi gli estremisti o i complottisti, quelli veri. Eppure nessuno trova niente da obiettare in ciò che scrivo. Tuttavia nessuno ascolta i miei avvertimenti sulle alleanze che la Francia stringe.

Improvvisamente, la verità ignorata è venuta a galla.

Nella notte di venerdì 13 novembre 2015 la Francia è stata attaccata da alcuni commando che hanno ucciso almeno 130 persone in cinque luoghi diversi in Parigi. È stato dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per 12 giorni e il parlamento potrebbe rinnovarlo.

Nessun legame diretto con il caso Charlie Hebdo

La stampa francese interpreta questo atto di guerra collegandolo all’attentato di Charlie Hebdo, nonostante le modalità operative siano completamente differenti. A gennaio si trattava di uccidere persone precise, mentre qui si tratta di un attacco coordinato contro un gran numero di persone a caso.

Oggi sappiamo che il direttore di Charlie Hebdo aveva appena ricevuto un “dono” di 200.000 euro dal Vicino Oriente per condurre la sua campagna anti-islamica [1]; che gli assassini erano legati ai servizi segreti francesi [2]; che la provenienza delle loro armi è coperta dal segreto militare [3].

Ho già dimostrato che questo attacco non era un’operazione islamista [4], che era stato fatto oggetto di un’appropriazione statale immediata [5] e che quest’appropriazione aveva avuto un riscontro presso la popolazione ostile alla Repubblica [6], un’idea brillantemente sviluppata qualche mese dopo dal demografo Emmanuel Todd [7].

Se torniamo alla guerra appena arrivata a Parigi, costituisce una sorpresa in Europa occidentale. Non possiamo paragonarla con gli attentati di Madrid del 2004: in Spagna non c’erano né killer né kamikaze, ma dieci bombe piazzate in quattro luoghi distinti [8].

Il tipo di scena che ha appena avuto luogo in Francia è dal 2001 la sorte quotidiana di molte popolazioni del Medio Oriente allargato. E troviamo eventi simili anche altrove, come i tre giorni di attentati in sei posti diversi a Bombay nel 2008 [9].

Anche se gli aggressori erano musulmani e se alcuni di loro hanno gridato «Allah Akbar!» uccidendo i passanti, non c’è alcun legame tra questi attacchi, l’Islam e una eventuale “guerra di civiltà”. Così, questi commando avevano istruzione di uccidere a caso, senza prima informarsi sulla religione delle loro vittime.

Allo stesso modo, è assurdo prendere per buono il richiamato movente dell’ISIS contro la Francia, sebbene non ci sia alcun dubbio sul suo coinvolgimento in questo attacco: infatti, se l’organizzazione terroristica avesse voluto “vendicarsi”, è a Mosca che avrebbe colpito. Continue Reading

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Ma quale invasione? Gli immigrati sono lo 0,07% della popolazione

immigrati italia 2015

“I barbari hanno aperto una breccia nel muro. L’Europa è invasa. Sono a rischio la nostra civiltà e la nostra prosperità. È questa l’essenza dell’ondata di panico morale scatenata dai richiedenti asilo indesiderati che questa estate hanno stretto in una morsa l’Europa. Ma invece di considerare questi coraggiosi e avventurosi nuovi arrivati come una minaccia, gli europei dovrebbero considerare con favore il contributo che potrebbero dare.

richiesta asilo politicoFinora nel 2015 circa 340.000 persone hanno tentato di entrare senza permesso nell’Unione europea. In tutto il 2014 sono stati 280.000. L’Unione europea ha 28 Paesi con una popolazione di 508 milioni, gli immigrati indesiderati di quest’anno sono quindi pari allo 0,07% della popolazione. Statisticamente, in una folla di 1500 persone solo una sarebbe un immigrato clandestino. La maggior parte di coloro che cercano rifugio in Europa provengono dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Eritrea. I siriani fuggono da una sanguinosa guerra civile e dal barbaro eccidio a opera dei miliziani dello Stato Islamico. L’Afghanistan è sconvolto dalla violenza dei talebani con i loro alleati di al Qaeda e gli esponenti locali dell’Isis. L’Eritrea vive sotto una brutale dittatura.

L’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, Unhcr, riconosce che è in corso la più grande crisi di rifugiati dalla Seconda guerra mondiale. Ma riguarda soprattutto Paesi al di fuori della prospera e sicura Europa. Sei rifugiati su sette approdano nei Paesi poveri. La Turchia ospita 1.600.000 rifugiati rispetto al milione e mezzo di tutta l’Europa. Il minuscolo Libano ha accolto 1.200.000 rifugiati, oltre un rifugiato ogni quattro abitanti. Nel frattempo la Gran Bretagna sembra percorsa da un attacco isterico per i 3.000 rifugiati accampati a Calais. Il numero di persone che cercano rifugio in Europa è modesto anche in rapporto ai molti milioni di europei sfollati e rifugiati all’estero dopo la seconda guerra mondiale e ai milioni costretti a lasciare la propria casa dopo il crollo del comunismo e le guerre nell’ex Jugoslavia negli anni 90. Come dimenticano in fretta gli europei!

Certo, i nuovi arrivati possono creare tensioni nelle piccole comunità di arrivo, come a Lampedusa e nell’isola greca di Kos. Ma la maggior parte dei rifugiati vogliono andarsene e lo fanno. Con la sola lodevole eccezione della Svezia, la maggior parte dei Paesi europei fanno del loro meglio per passare agli altri il “peso” dei richiedenti asilo. Ufficialmente i richiedenti asilo dovrebbero chiedere asilo nel primo Paese sicuro in cui arrivano. Ma pochi desiderano rimanere in una Grecia colpita dalla crisi e che non desidera accoglierli e, di conseguenza, le autorità greche spesso consentono ai rifugiati di attraversare illegalmente il Paese chiudendo un occhio, come fanno anche gli italiani. Questo atteggiamento suscita le proteste nel Nord ricco del continente dove finiscono per arrivare la maggior parte dei richiedenti asilo. Il ministro degli Interni tedesco avverte che la libertà di movimento all’interno dell’Europa non può durare a meno di un accordo su una politica comune in materia di asilo. Spinti dalla Commissione europea, i leader della Ue fanno malvolentieri primi passi in questa direzione. Hanno concordato di dividersi 32.000 richiedenti asilo. Solo Gran Bretagna, Austria e Ungheria non hanno aderito all’accordo. Il governo nazionalista slovacco accetterà solo 200 rifugiati, a condizione che siano cristiani. Ma invece di farsi prendere dal panico per una presunta invasione o di polemizzare su chi debba accollarsi il “peso” dei nuovi arrivati, l’Europa potrebbe considerare in modo favorevole il contributo che potrebbero dare.

L’Europa ha bisogno dei migranti. La popolazione in età lavorativa è in continuo calo mentre il numero dei pensionati che i lavoratori europei debbono mantenere è in ascesa, sta andando in pensione la generazione dei baby boomers. Rifugiati giovani, capaci di lavorare sodo e di contribuire con le imposte alle casse dello Stato, sarebbero una cura ricostituente per le economie europee debilitate dal peso degli anziani. Potrebbero contribuire a spalmare su più spalle il peso dell’enorme debito pubblico con grandi vantaggi per l’attuale popolazione. Potrebbero fare i lavori duri che i giovani europei con più elevate aspirazioni rifiutano: raccogliere la frutta e prendersi cura degli anziani, per esempio. Molti hanno abilità professionali preziose che possono essere messe a frutto negli ospedali, nell’ingegneria o nel settore dell’informatica. Altri potrebbero diventare imprenditori.

La migrazione è come avviare una azienda: è una impresa rischiosa che richiede un duro lavoro per ottenere risultati. La diversità e il dinamismo dei nuovi arrivati possono contribuire a far nascere nuove idee da cui dipende la futura crescita dell’Europa. La gente disperata e intraprendente non smetterà di arrivare in Europa. Invece di abbandonarli nelle mani di mercanti di esseri umani senza scrupoli che causano caos e morte in Europa e altrove, sarebbe meglio aprire corridoi umanitari legali e sicuri. La libertà di movimento nell’Ue funziona benissimo per i cittadini europei. La Svezia permette alle aziende di assumere lavoratori provenienti da tutto il mondo con un visto temporaneo di due anni, rinnovabile. L’Europa dovrebbe consentire alla gente di lavorare qui”. Articolo per il Fatto Quotidiano, del 3 settembre 2015, di Philippe Legrain economista e scrittore

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