0

La protesta non gradita

manifestazione-protesta-partiti-sindacati-forconi

Non piacciono alle associazioni di categoria, ai sindacati, alla Confindustria e ai partiti di governo. Non sono sponsorizzati da artisti, intellettuali e giornalisti. La rivolta dei forconi è la ribellione della gente, del popolo senza colore e bandiera. L’unica bandiera è la disperazione. 

Di cosa parliamo quando parliamo di forconi. Nessuno lo sa ancora bene, forse neppure loro. Sono in cerca di una forma, di un’identità, di una bandiera o di un cappello.

Qualcosa però sta diventando evidente: non piacciono alla gente che piace. Non sono chic, non sono trendy, non sono cool, non indossano caschi neri e magliette del Che, non sono neppure figli di papà. Non spaccano vetrine. Non reclamano più Stato. Non si preoccupano del capitalismo. Poi, certo, uno di loro lascia Genova in Jaguar. Non è furbo. Non ci fa una bella figura. Era meglio un trattore, ma anche questi sono pregiudizi.

Non vogliono cambiare il mondo, ma si accontentano di sopravvivere. Non occupano e pretendono di non essere occupati: dalla cosa pubblica, dalla burocrazia, dall’Europa. Non parlano in nome di tutti, ma per se stessi. Non chiedono giustizia, ma libertà. Non piacciono alle associazioni di categoria, ai sindacati, alla Confindustria e ai partiti di governo. Purtroppo non hanno letto Ayn Rand. Non baciano i poliziotti per provocarli e senza dubbio non hanno il fascino maudit della ragazza No Tav. Le loro foto non faranno storia. Non ci saranno film, poesie, masturbazioni. Non si vince lo Strega raccontando storie su di loro. Sono da locanda e da taverna, non da Cinque Stelle e non basta un Suv per sdoganarli. Sono facce paesane, di gente con l’accento di provincia, con le «panze» da padroncini dell’autotrasporto, tutta gente da non far entrare in società.

Solo che davanti a loro, per caso o come un saluto discreto, i poliziotti si tolgono il casco. Forse perché in quei volti si riconoscono. C’è qualcosa di familiare, qualcosa dei padri o degli zii, c’è la frustrazione di un mestiere dove impari a ingoiare la saliva in silenzio, c’è che a un certo punto non vuoi più ascoltare quelli che parlano di spread, di debito e di Pil, di Imu e di Tares, di ogni discorso degli economisti sulle medicine amare per superare la crisi. Perché anche i poliziotti «tengono famiglia» e una busta paga con cui non arrivano a fine mese.

Sono buoni o cattivi i forconi? E chi lo sa? Sono al bivio e quando scoppia la protesta c’è sempre qualcuno che grida più forte. C’è chi cerca una rivincita dai verdetti della storia, chi lo fa per professione, chi ci specula e chi scommette sulla confusione, c’è chi paga e chi spera di guadagnarci. C’è chi lancia la locomotiva, chi butta le bombe carta e chi prende schiaffi dai tifosi dell’Ajax. È come la rivolta del pane. Neppure Manzoni conosceva i nomi dei buoni e dei cattivi. Sapeva che Renzo stava lì, nella folla, affamato come gli altri e piuttosto incavolato con le prepotenze dei signori e dei suoi bravi. Niente marxismo, nessuna coscienza di classe, piuttosto una scarsa fiducia nella provvidenza. Lazzari o futuristi? Nessuno sa come finiscono queste cose. A Boston per una tassa del due per cento sul tè spararono in faccia alla madrepatria. E poi crearono un impero. A Parigi la Marseillaise la cantò pure la ghigliottina, con le tricoteuses a godersi sotto il palco il reality show. Washington o Robespierre? Libertari o giacobini?

Probabilmente nessuno dei due. Restano due cose. Le ragioni della rabbia sono sacrosante e sarebbe un errore ignorarle. La rivolta dei forconi spiazza artisti, intellettuali e giornalisti. Quando mai si è visto che contadini, bottegai, pastori, artigiani e autotrasportatori scendono in piazza per reclamare qualcosa di così piccolo borghese come la riduzione delle tasse? Illuminante la risposta dei maestri del pensiero: questi puzzano.
*Vittorio Macioce


Condividi:
0

Telecom Italia diventa spagnola: Ennesimo (in)successo per l’economia italiana

telecom-Italia

Il passaggio di Telecom agli spagnoli, precede di pochi giorni un ulteriore passaggio di quote di Alitalia ai francesi. Ecco cosa sono state le privatizzazioni italiane: un gigantesco passaggio di ricchezza, tecnologie, competenze e potere fuori dall’Italia. Adusbef e Federconsumatori chiedono di impedire la svendita di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica esercitando i poteri conferiti dalla legge al governo, quando sono in gioco gli interessi di aziende strategiche italiane.

La svendita di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica (che finanzierà l’operazione accumulando altri debiti oltre i 66,8 miliardi di euro iscritti a bilancio) rappresenta una grave sconfitta per il capitalismo di relazioni dominato da Mediobanca e per il Governo Letta, ma soprattutto lede gravemente i diritti e gli interessi dei consumatori. Sono loro, infatti, che hanno finanziato con le bollette la rete telefonica, costruendo un assetto strategico per il paese nel settore delle telecomunicazioni. A rimetterci sono stati anche i 600.000 piccoli azionisti, come al solito tagliati fuori da operazioni sottobanco, concretizzate nel buio della notte tra gli azionisti di Telco, il tutto rigorosamente al riparo dai doverosi e preventivi accertamenti di autorità di controllo che, ancora una volta, si sono dimostrate inerti ed inefficienti. Telefonica dello spagnolo Cesar Alierta, ha infatti accumulato 66,8 miliardi di debiti finanziari e un patrimonio netto tangibile negativo per 22,4, contro i 40 miliardi di debiti e un patrimonio netto tangibile negativo per 17 di Telecom Italia, un margine operativo lordo sceso nell’ultimo triennio da 25,7 miliardi a 21,2 di euro per gli iberici, acquisterà Telecom Italia a debito a prezzi di saldo e per ripagare le banche, oltre a non fare gli investimenti necessari che servono per ammodernare la rete in Italia, sarà costretta a smembrare le partecipate come Tim Brasile ed Argentina, mediante con il solito spezzatino. Per Adusbef e Federconsumatori le banche di “sistema” (Banca Intesa ed il salotto buono di Mediobanca e Generali) sono tra le maggiori responsabili di un’operazione a perdere che portò la spagnola Telefonica ad assumere il controllo di Olimpia (rinominata Telco), sulla pelle del mercato e dei piccoli azionisti, finanziando l’ennesima scatola a debito. Gravi anche le responsabilità del Governo, incapace di difendere un’azienda strategica per il Paese mediante la Cassa Depositi e Prestiti, ma che non ha esitato ad impiegare i sudati risparmi postali per acquisire le quote di Generali detenute dalla Banca d’Italia. Ma è soprattutto la classe politica ad uscire sconfitta da una colonizzazione spagnola delle Tlc italiane: è questo il frutto, infatti, di anni di lottizzazione dei vertici delle Autorità di controllo (come Consob e AGCOM), che sono state private, così, delle necessarie competenze e professionalità, rese del tutto impotenti e inadeguate, con danni enormi agli interessi dell’Italia ed ai diritti dei consumatori ed utenti.

Anche i sindacati sono sul piede di guerra: “E’ evidente, che se i contorni di un possibile piano industriale fossero la vendita di Tim in Brasile e Argentina, riorganizzando l’azienda attraverso la cessione di assets strategici quali le attività di customer e quelle dell’informatica per poi procedere alla fusione per incorporazione di Telefonica e Telecom Italia saremmo in presenza di un’operazione che fa uscire l’Italia dal settore delle telecomunicazioni, togliendo al Paese la possibilità di indirizzare gli investimenti e potenziare la rete, condizioni imprescindibili per il rilancio dell’economia. In tal caso le ricadute occupazionali sull’attuale perimetro di Telecom Italia potrebbero essere incalcolabili”. Per Michele Azzola della Slc Cgil la situazione determinatasi è la “conseguenza diretta degli errori commessi durante la privatizzazione le cui conseguenze negative hanno portato Telecom Italia a passare da 5° operatore mondiale di telefonia con 120.000 dipendenti a un’azienda sottocapitalizzata e indebitata in misura spropositata, deve vedere una pronta reazione al fine di evitare i rischi per il Paese e ridare un quadro di certezze e di trasparenza nei confronti dei 46.000 dipendenti diretti e delle altre decine di migliaia di lavoratori indiretti che dipendono dall’azienda stessa”.

Condividi: