Le dieci città dove si vive meglio



Questa la top ten, secondo l’indagine Mercer sulla “qualità della vita”, che ogni anno mette a confronto un numero consistente di città, quest’anno 230, sulla base di 10 parametri che comprendono l’aspetto politico, economico, socio-culturale, sanitario, ma anche la disponibilità di strutture ricreative, la frequenza di mezzi pubblici e l’accesso ai beni di consumo.

Vienna si conferma al primo posto come nel 2014, seguita da Zurigo (seconda), Monaco di Baviera (quarta), Düsseldorf (sesta) e Francoforte (settima). Singapore (26° posto) è la città asiatica con il piazzamento più alto, mentre Montevideo, capitale dell’Uruguay (78° posto) è la migliore per il Sud America e Dubai (74° posto) è in cima alla classifica per il Medio Oriente e Africa. Per quanto riguarda l’Italia, fra le prime 50 città della lista compare Milano, che occupa la 41esima posizione subito dietro Londra (40° posto). Alla posizione 52 troviamo Roma, penalizzata da un sistema di trasporto pubblico meno efficiente e da un contesto sociale ed economico meno favorevole agli affari.

Le 10 migliori città del mondo

1 VIENNA – AUSTRIA
2 ZURIGO – SVIZZERA
3 AUCKLAND – NEW ZEALAND
4 MONACO – GERMANIA
5 VANCOUVER – CANADA
6 DUSSELDORF – GERMANIA
7 FRANCOFORTE – GERMANIA
8 GINEVRA – SVIZZERA
9 COPENHAGEN – DANIMARCA
10 SYDNEY – AUSTRALIA

Le 10 peggiori città del mondo

220 DAMASCO – SIRIA
221 NOUAKCHOTT – MAURITANIA
222 CONAKRY – GUINEA
223 KINSHASA – REP.DEM. CONGO
224 BRAZZAVILLE – REP. CONGO
225 SANAA – YEMEN
226 N’DJAMENA – CHAD
227 KHARTOUM – SUDAN
229 BANGUI – REP. CENTRAFRICANA
230 BAGHDAD – IRAQ


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Evviva è stato un rom

Matteo Salvini-rom

C’è spazzatura, oggi, sui tg e sui giornali. Su Facebook e su Twitter. Una valanga razzista, titoli che incitano all’odio, commenti e articoli che puzzano di pogrom. I rom, di nuovo, vengono additati come il Male, come la feccia da eliminare al più presto. Fisicamente, se necessario.

Un riflesso pavloviano. Succede ogni volta che qualche “zingaro” è protagonista di storie di cronaca nera. Spesso riguardano furti e borseggi. Stavolta è peggio: un’auto pirata con tre sinti a bordo, per scappare a un controllo di polizia, è finita a 150 all’ora sulla folla che attraversava la strada. Una donna filippina è morta sul colpo, altre otto persone sono rimaste ferite, il killer che guidava è riuscito a scappare.

Una tragedia, un assassinio. Ne capitano di continuo episodi così, ogni settimana. Ma se c’è un rom o un rumeno di mezzo, l’opinione pubblica, i media e i politici si eccitano, e l’incidente non viene trattato come una drammatica vicenda di cronaca giudiziaria, ma diventa questione razziale, scontro politico, zuffa ideologica. Scatena frustazioni ancestrali per il diverso. La caccia allo “zingaro” riprende vigore, con più forza che pria.

Schermata 2015-05-28 alle 17.12.43I giornalisti, deputati di destra e commentatori hanno gioco facile ad alimentare la rabbia. Anche perchè sperano di aumentare lo share, mentre i Salvini e le Meloni si leccano i baffi sicuri di guadagnare qualche voto. Da Boccea, il quartiere di Roma teatro della folle carambola, la gente non piange il morto. Ma urla innanzitutto bestialità fasciste: «Radiamo al suolo i campi rom», «gli zingari sono merda, assassini nati per delinquere», «vanno bruciati vivi quando sono bambini». Frasi atroci che in tv e sui giornali, invece di essere stigmatizzate, vengono comprese, giustificate, accarezzate.

Chi ha ucciso ieri la povera filippina merita di finire in galera per qualche decennio. Ma basterebbe guardare ai fatti, dare un’occhiata all’archivio dell’Ansa, e capire subito come l’incidente, anche stavolta, è strumentalizzato da razzisti e sciacalli. Cinque giorni fa, a Vibo Valentia, due giovani italiani hanno ammazzato Vituccia Pasceri, 68 anni, e sono scappati: nessuno ne ha parlato. Dieci giorni fa a Palermo Tania Valguarnera, 30 anni, è stata presa in pieno a folle velocità da Pietro Sclafani, che aveva riavuto la patente ritirata mesi fa per eccesso di velocità. Anche lui se l’è data a gambe senza prestare soccorso: nessuno gli ha dedicato la prima pagina.

Nello stesso giorno, il 17 maggio, un italiano di 32 anni di Celano, vicino Pescara, ha investito due ragazzini sul motorino, uccidendone uno. È scappato, aveva la patente scaduta. I tg non ne hanno fatto parola. A Pistoia un mese fa un ragazzo italiano di 19 anni ha preso a martellate il parabrezza della sua auto, per tentare di cancellare le tracce dell’impatto con il cranio di una studentessa di 17 anni, presa in pieno mentre attraversava sulle strisce. Nessun politico ne ha fatto menzione. La ragazza è morta sul colpo.

Andiamo avanti. Ad aprile una signora di Udine ha patteggiato tre anni per aver ucciso un operaio: la rispettabile friulana pare avesse bevuto peggio di un rom alla sua festa di matrimonio. A Monza un rispettabile Suv Audi Q5 ha investito un’auto uccidendo un 15 enne e mandando in coma la madre, ed è fuggito: non è uno zingaro quello che qualche giorno dopo si è costituito, ma un benestante quarantenne brianzolo. Ovviamente è già a piede libero. Decine di stranieri, infine, hanno perso la vita negli ultimi anni sulle nostre strade (compresi rom e pachistani), uccisi da italiani drogati o ubriachi che non si sono fermati a prestare soccorso.

Secondo le statistiche dell’Asaps (l’associazione che si occupa di sicurezza stradale vicina alla Polizia stradale) nel 2013 tra i pirati gli “stranieri” toccavano il 24% del totale: nel 76 per cento dei casi gli assassini hanno passaporto della nostra repubblica. Non solo: il 14,1% delle vittime dei pirati non è italiano.

Ma essere stranieri, in Italia, pare sia un’aggravante. Così il magistrato stamattina ha deciso di arrestare una dei passeggeri dell’auto killer, una ragazzina rom di 17 anni che nemmeno era alla guida. L’accusa è di omicidio volontario. Accusa, lo capisce anche un bambino, abnorme, senza senso. Trattasi di una buffonata, che serve solo a placare l’ira degli sciacalli. Temo, aimè, che non basterà nemmeno questo.

(Fonte Emiliano Fittipaldi)


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Il Tevere a Roma è una città nella città

tevere-piena-roma

“In questi giorni il fiume ha retto l’impatto del maltempo meglio di tutto il sistema infrastrutturale di canali, ricettori, caditoie e reticolo di raccolta delle acque piovane in genere. A parte le installazioni nel letto urbano (come i Circoli Sportivi) e quelle notoriamente sorte in altre zone di esondazione naturale, i “muraglioni” di fine ‘800 – inizio ‘900 continuano a proteggere la città nella sua parte centrale. Oggi è la Protezione Civile alla ribalta. Ma di volta in volta sono diverse le competenze coinvolte sul Tevere. A titolo di esempio, solo riferendoci ad Assessori dell’attuale Amministrazione Capitolina e a loro interventi in merito o comunque a citazioni da rassegna-stampa (con un solo link esemplificativo – per ciascuno – delle competenze coinvolte o delle posizioni assunte), troviamo:

Soltanto su due Assessori non abbiamo trovato link pertinenti. L’Amministrazione precedente nominò ben tre “Delegati al Tevere”, sostituendoli in sequenza, ma nessuno ebbe un qualche impatto. Complessità e interdisciplinarità caratterizzano la questione: tecnologia, territorio, società potrebbero essere le tre principali polarità di riferimento. Le sponde del Tevere sono demanio regionale, le competenze della gestione fluviale sono decine, fortemente frammentate, per “governare” una città nella città, un territorio trasversale rispetto ai Municipi – dalla periferia Nord alla foce sul Tirreno – che meriterebbe un’attenzione particolare. Tornando alla Protezione Civile, un’estate fortemente piovosa e una situazione di saturazione dei terreni e delle falde idriche già facevano prevedere – non solo per precipitazioni intense – degli ingenti rischi da limitare con la prevenzione, oggetto di un comunicato dell’Ottobre 2013 (http://canottierilazio.it/news.asp?canale=Altro&id=155): al primo vero episodio di un certo rilievo di questo inverno è stata emergenza idrogeologica e infrastrutturale. Sul corso principale del Tevere fin qui si sono limitati i danni con una “piena controllata” dalla diga umbra di Corbara; il Bacino a Roma e attorno a Roma invece non ha retto l’impatto, come si poteva realisticamente prevedere, anche considerando la scarsa utilità di interventi-palliativo.” CONSORZIO TIBERINA e ASSOCIAZIONE “AMICI DEL TEVERE”     

 

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Quanto sei bella Roma….con i maiali

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La cartolina di Natale 2013 arriva da Roma. Una bella famiglia di maiali s’abbuffa ai piedi di un cassonetto nella periferia romana. Dal blog Roma Fa Schifo:

Finalmente la Giunta Marino e l’assessore all’ambiente (Marino anch’ella) hanno trovato un sistema rapido, biologico, a km 0 e veloce per smaltire i rifiuti. Basta discariche, largo ai maiali. Che sono pure una simpatica metafora per tutti i personaggi che fino ad oggi hanno ridotto lo smaltimento rifiuti della città a livelli da quarto mondo. E poi tutti a comprare i salamini bio e le salsiccette made in Rome nei farmer’s market a Circo Massimo e Garbatella eh!?

Questa l’incredibile comunicato stampa, di risposta, dell’assessore all’ambiente della giunta comunale Estella Marino:

La presenza incontrollata degli animali  oltre a determinare lo spargimento dei rifiuti dovuto al grufolare dei maiali stessi, può essere pericolosa per l’incolumità e l’igiene delle persone.

E questo l’amaro commento, ma sicuramente meno tragicomico, di un romano:

A Roma il turista vuole vedere Michelangelo? Caravaggio? Bernini? E noi si fa di più!! Si riproducono le stesse condizioni igeniche del ‘500 e ‘600! E poi non si dica che non siamo avanti col tourists entertainment!

Quanto sei bella Roma co li maiali,
quanno li porci magnenoo ne li cassonetti,
e i politici
spareno cazzate
quanto sei bella Roma quando sei lercia….
Roma zozzona der monno infame.

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Cento milioni di euro la spesa per i campi nomadi

campi-nomadi

Tra il 2005 e il 2011, a Napoli, Roma e Milano sono stati stanziati almeno cento milioni di euro per allestire, gestire e mantenere i “campi nomadi”, ovvero gli spazi che le politiche istituzionali hanno privilegiato per “ospitare” rom, sinti e camminanti nelle nostre città. Il Rapporto “Segregare costa” ricostruisce e analizza in dettaglio i costi (e il fallimento) delle politiche dei campi e denuncia l’urgenza di ripensare completamente i modelli e le pratiche di inclusione sociale e abitativa delle popolazioni rom.

Il Rapporto, curato da Berenice, Compare, Lunaria e OsservAzione, offre un monitoraggio dei costi delle politiche per l’allestimento, la gestione e la manutenzione del sistema dei “campi nomadi” tra il 2005 e il 2011 a Napoli, Roma e Milano. L’obiettivo è quello di fornire elementi di analisi e di riflessione per valutare, oltre ai costi umani – in termini di segregazione spaziale e sociale e di violazione dei diritti – sostenuti dai rom che risiedono nei campi, gli ingenti costi economici per la finanza pubblica legati alla realizzazione delle politiche dei campi. Si tratta di decine di milioni di euro destinati allo sgombero di campi rom “abusivi”; all’affitto, la bonifica, la dotazione infrastrutturale delle aree nelle quali i campi autorizzati dalle Amministrazioni locali vengono collocati e alla loro manutenzione e sorveglianza; all’erogazione di acqua, luce e gas e alla prestazione di servizi di socio-educativi: una vera e propria “economia da ghetto”. Il Rapporto si articola in cinque capitoli, i primi rispettivamente dedicati ai casi di Napoli, Roma e Milano, e si basa – per quanto possibile – sull’analisi dei documenti ufficiali delle amministrazioni pubbliche. La scarsa trasparenza e l’insufficiente livello di dettaglio dei documenti contabili, la difficoltà a reperire delibere comunali e determinazioni dirigenziali con cui si provvede all’impegno e all’erogazione dei fondi, la reticenza di alcuni tra i referenti istituzionali contattati a fornire la documentazione richiesta, l’impossibilità di scorporare voci di spesa rilevanti per l’analisi delle politiche indirizzate ai rom da capitoli di spesa più generali, hanno infatti impedito di effettuare una completa ricostruzione dei costi delle “politiche dei campi”. Sulla base delle informazioni raccolte nei tre capitoli sopra citati, le due parti finali del Rapporto ospitano alcune considerazioni conclusive e indicazioni di policy sulla necessità e l’urgenza di superare il modello dei “campi nomadi”, cioè la modalità ordinaria – socialmente ed economicamente insostenibile – con cui le istituzioni locali hanno governato fino a oggi la presenza rom sui propri territori.

Nel Comune di Napoli, dall’analisi della spesa per l’approntamento e la dotazione infrastrutturale di campi destinati all’ospitalità della popolazione rom partenopea, si evince che tra il 2005 e il 2011 sono stati messi a bilancio complessivamente quasi 18 milioni di euro (17.988.270). Tuttavia, soltanto una quota residuale di questi fondi è stata effettivamente impiegata: 572.274 euro, provenienti dal Ministero dell’Interno e utilizzati per la ristrutturazione del Centro Comunale di Accoglienza e Supporto Territoriale per Rom Rumeni (ex scuola “G. Deledda”). Uno stanziamento ben più consistente dal Fondo Strutturale di Sviluppo Regionale (FESR), pari a 7.015.996 euro, destinato alla realizzazione di un villaggio attrezzato nel quartiere di Scampia – nella stessa area su cui si estende oggi un insediamento non autorizzato di più di cento famiglie, privo di servizi e con condizioni igienico-sanitarie molto carenti –, rimane tuttora inutilizzato. Una situazione simile riguarda lo stato di un ingente finanziamento del Ministero dell’Interno per la realizzazione di un progetto di campo attrezzato in via delle Industrie, approvato nel 2010 con un’ordinanza dell’allora Commissario prefettizio all’“emergenza nomadi”: 10.400.000 euro ad oggi non ancora impiegati. Per quanto riguarda le spese per la manutenzione e la gestione delle strutture adibite all’ospitalità dei rom a Napoli, occorre premettere che sono state prese in esame nella ricerca soltanto quelle relative all’unico campo autorizzato dal Comune, il “Villaggio della solidarietà” di Secondigliano, dove risiedono 700 persone suddivise in 92 moduli abitativi. Dal 2005 al 2011, sono stati impiegati 2.958.357 euro così ripartiti: 1.747.507 per le forniture idriche (una voce che da sola copre quasi il 60% dei costi totali), 761.507 euro per la fornitura di energia elettrica, 449.832 euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria del Villaggio. Gli interventi socio-educativi a favore dei rom promossi dall’Amministrazione comunale costituiscono un ulteriore capitolo di spesa esaminato in dettaglio: nel periodo 2005-2011 sono stati impiegati quasi quattro milioni di euro (3.393.558) per finanziare programmi rivolti in gran parte ai minori rom (ad esempio, servizi di accompagnamento e sostegno scolastico), anche grazie ai contributi provenienti dal Fondo Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza e, per un arco di tempo limitato, dal Ministero della Solidarietà Sociale e dal PON Sicurezza 2007/2013. Si tratta tuttavia di finanziamenti insufficienti, disorganici e frammentari, dettati da una logica emergenziale e incapaci di promuovere reali percorsi di autonomizzazione dei rom, in particolare degli adulti. Infine, sul fronte delle politiche degli sgomberi degli insediamenti abusivi dei rom, occorre registrare una spesa da parte del Comune di Napoli di 146.950.000 euro relativa al 2005. Nel complesso, dunque, gli stanziamenti registrati a Napoli tra il 2005 e il 2011 nell’ambito delle politiche di governo del sistema dei campi rom – allestimento delle aree, dotazione infrastrutturale, gestione e manutenzione, interventi socio-educativi e atti di sgombero di insediamenti abusivi –, ammontano a più di 24 milioni di euro (24.487.135).

A Roma, secondo i dati contenuti nelle Relazioni al Rendiconto annuale del Comune, tra il 2005 e il 2011 il mantenimento del sistema dei campi rom – allestimento delle aree e dotazione delle infrastrutture, manutenzione e gestione ordinaria e straordinaria, interventi socio-educativi, spese per il personale degli uffici pubblici preposti – ha comportato una spesa complessiva di 86.247.106 euro. In questa somma sono però ricompresi i fondi per la cosiddetta “emergenza nomadi”, erogati dal Ministero dell’Interno al Comune di Roma e da quest’ultimo trasferiti alla Prefettura: 7,8 milioni di euro nel 2009 e 10 milioni nel 2011. Tuttavia, la disaggregazione delle voci di spesa nelle Relazioni al Rendiconto, pur evidenziando un significativo aumento delle risorse impegnate a “favore dei rom” a partire dal 2008, non risulta sufficientemente particolareggiata. Per questo motivo si è scelto nella ricerca di prendere in esame anche i dati, più dettagliati, forniti dal Dipartimento Promozione dei Servizi Sociali e della Salute del Comune, da cui dipende l’Ufficio Nomadi. Per il periodo 2005-2011, il Dipartimento ha documentato una spesa pari a 69.869.486 euro, inferiore di circa 16 milioni rispetto ai dati desumibili dalle Relazioni al Rendiconto. La disaggregazione della spesa, i cui dati sono stati forniti solo per gli anni 2005-2010, evidenzia che in questo quinquennio la maggior parte dei costi è stata sostenuta per la gestione dei campi (19,9 milioni di euro), per effettuare investimenti (12,6 milioni), per gli interventi curati dall’Ama (9,4 milioni) e per la bonifica delle aree (8,1 milioni). Infine, 6,5 milioni di euro sono stati allocati sulla voce “Lavori campi” per gli interventi di manutenzione e 2,4 milioni per servizi vari a sostegno delle famiglie rom. Per quanto riguarda inoltre la spesa per gli interventi di scolarizzazione dei minori rom sostenuta dal Comune, tra il 2005 e il 2011 sono stati messi a gara per l’affidamento del servizio (accompagnamento all’iscrizione, sostegno alla frequenza, tutoraggio, sensibilizzazione delle famiglie) 9.380.994 euro, ai quali devono però aggiungersi i costi sostenuti per l’estensione delle convenzioni 2005-2008 fino all’emissione dei nuovi bandi avvenuta solo nel 2009. Solo per gli anni 2010 e 2011 sono stati resi disponibili i dati sulla spesa annuale effettivamente sostenuta, pari rispettivamente a 1.815.705 euro nel 2010 e 1.983.277 euro nel 2011. A tale spesa vanno aggiunti i costi di trasporto scuolabus, il cui totale non è stato possibile ricostruire. Infine, sul fronte dei costi legati alle operazioni di sgombero di insediamenti rom considerati abusivi, la documentazione ufficiale raccolta non ha permesso di ottenere informazioni. Secondo alcune stime, per ciascuno sgombero la spesa sostenuta varia tra i 15 e i 20.000 euro. L’Associazione 21 luglio ha censito 450 sgomberi solo nel periodo compreso tra il 31 luglio 2009 e il 24 agosto 2012, mentre le operazioni di smantellamento degli insediamenti “informali” citate esplicitamente nelle Relazioni al Rendiconto generale del Comune di Roma 2005-2011 sono 31.

All’interno del quadro delineato dalla ricerca, il caso di Milano si contraddistingue per le criticità rilevate nella fase di raccolta dati che hanno impedito di offrire una ricostruzione esaustiva dei costi effettivi delle politiche legate al governo del sistema dei campi. Al di là di queste lacune, nel computo delle spese accertate si registrano le seguenti voci. Nel biennio 2005-2006, il Comune di Milano ha implementato tre tipi di attività nei campi: un servizio di mediazione scolastica e sociale per i minori rom inseriti nelle scuole primarie dal costo di 104.000 euro l’anno, un progetto da 50.000 euro l’anno per interventi di animazione sociale per i bambini dei campi comunali e il sostegno a cooperative sociali rom, che vengono incaricate della gestione degli interventi di piccola manutenzione dei campi, per un totale di 170.000 euro l’anno. Il 2007 segna invece il passaggio a un modello organizzativo diverso: si accentua l’approccio securitario e si programmano interventi volti a garantire il controllo dei campi. Vengono così impegnati 480.000 euro per l’installazione di un sistema di video-sorveglianza nei campi comunali, mentre il controllo sociale viene promosso attraverso l’azione dei presidi della polizia locale – di cui non è stato possibile ricostruire il costo totale – e dei presidi sociali, che divengono i nuovi attori incaricati della gestione dei campi occupandosi della manutenzione ordinaria e degli interventi di promozione sociale. Per quanto riguarda inoltre i fondi impiegati per la gestione dei campi del territorio comunale milanese nel periodo 2005-2011, sono stati accertati 812.000 euro per il biennio 2005-2006 e 840.000 euro per il triennio 2008-2011. Quest’ultima cifra è tuttavia parziale, in quanto non tiene conto di diverse voci di costo tra cui il progetto di mediazione culturale per i minori rom inseriti nelle scuole primarie, rifinanziato nel triennio 2008-2011 con uno stanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e il costo delle utenze e della raccolta rifiuti di tutti i campi comunali. Oltre a questi fondi, nel 2008 vengono stanziati 1.050.000 euro per il progetto “Dal Campo alla Città”, finalizzato alla sperimentazione di formule abitative alternative volte a migliorare le condizioni di vita dei rom. Con questo progetto, basato sulla ristrutturazione di alcuni appartamenti per l’accoglienza temporanea delle famiglie rom provenienti dai campi, inizia a delinearsi – pur con difficoltà e reticenze – un cambiamento di prospettiva nelle politiche dell’Amministrazione comunale in direzione di una progressiva e reale autonomizzazione della popolazione rom.

L’obiettivo che questo Rapporto si propone è quello di evidenziare lo spreco di risorse pubbliche che il mantenimento del sistema dei campi comporta. Ricorre infatti sia tra gli attori istituzionali chiamati a definire le linee di indirizzo delle politiche “a favore dei rom”, sia nell’opinione pubblica – per lo più disinformata e spesso strumentalizzata da chi fa della xenofobia, del razzismo e dell’antiziganismo i principali argomenti della propaganda politica – una tesi che i dati contenuti nel Rapporto contribuiscono a decostruire. Per giustificare il mantenimento dei “campi nomadi”, infatti, si afferma generalmente che non ci sono risorse pubbliche sufficienti, veicolando così il messaggio secondo cui i campi costituiscono la soluzione abitativa meno costosa che le amministrazioni locali possono adottare per ospitare i rom. Non è così. Il Rapporto mostra l’infondatezza di questa tesi: milioni di euro sono stati stanziati tra il 2005 e il 2011 per allestire, gestire e mantenere i campi a Napoli (almeno 24,4 milioni di euro), Roma (almeno 69,8 milioni ai quali si aggiungono almeno altri 9,3 milioni di euro per i progetti di scolarizzazione) e Milano (2,7 milioni di euro gli stanziamenti accertati, ma il dato è parziale). Gli interventi sociali di formazione e inserimento lavorativo a questi collegati non hanno peraltro raggiunto risultati significativi in termini di una reale autonomizzazione delle persone. Si tratta di soldi pubblici che potrebbero essere molto più utilmente impiegati in modo diverso: a tal fine è necessario che le istituzioni cambino del tutto il proprio approccio: non servono soluzioni “speciali”, “temporanee” e “ghettizzanti”, ma progetti di inclusione abitativa, sociale e lavorativa finalizzati alla reale autonomizzazione dei rom. I “piani nomadi” devono e possono essere sostituiti da Piani di chiusura dei campi nomadi. Questi ultimi non hanno naturalmente niente a che vedere con le vergognose politiche degli “sgomberi” che accompagnano le “politiche dei campi”. Pianificare la chiusura di questi ultimi significa prefigurare soluzioni abitative alternative, concordando con i residenti tempi e modalità del cambiamento. Le alternative possibili – come dimostrano, oltre alla sperimentazione realizzata a Milano, le buone pratiche di Pisa, Padova e Bologna ricordate nel quarto contributo del Rapporto – sono molte: dal sostegno all’inserimento in abitazioni ordinarie o in case di edilizia popolare pubblica, all’housing sociale, alla promozione di interventi di auto-recupero di strutture pubbliche inutilizzate.

Per scaricare la versione integrale del rapporto clicca qui 

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