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Il consumo di suolo ci costerà 800 milioni di euro l’anno

consumo di suolo

Il consumo di suolo viaggia alla velocità di 4 metri quadrati mangiati ogni secondo, per un totale di 35 ettari al giorno (quasi come 35 campi di calcio), ovvero 250 km quadrati in un biennio. Ogni ettaro di suolo cementificato ci costa dai 36mila ai 55mila euro all’anno.

E il conto da pagare prima o poi arriva, come spiegano i nuovi dati dell’ISPRA con il Rapporto 2016 sul consumo di suolo in Italia: per fronteggiare le conseguenze del consumo di suolo degli ultimi tre anni gli italiani potrebbero pagare dal 2016 in poi oltre 800 milioni di euro. In termini assoluti, si stima che il consumo di suolo abbia intaccato ormai circa 21.100 chilometri quadrati del nostro territorio. Continue Reading


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Genova costruita sul disastro di se stessa



Cemento su cemento. Anche dove la natura ha già presentato il conto. Basta scendere lungo il Bisagno e il suo affluente Fereggiano, dai quartieri di Genova a ridosso dei monti fino al mare, per capire che l’Italia è un paese smemorato: nonostante le tragedie le cause del dissesto persistono. Anzi, si aggravano. Come dimostra il sopralluogo che ha realizzato nella città della Lanterna due anni dopo la piena che il 4 novembre del 2011 provocò sei vittime: non è aumentato lo spazio a disposizione dei torrenti, la manutenzione dei terreni a monte latita, non si è ridotta la cementificazione nelle aree golenali. E per giunta si costruisce ancora. Le testimonianze dal territorio da La Nuova Ecologia nel servizio di Francesco Loiacono girato lo scorso anno. Rileggerle e ascoltarle oggi fa un certo effetto. 

Cominciamo da Quezzi, quartiere collinare da dove si possono ammirare da un lato i monti e dall’altro, sullo sfondo, il mare. «Da qui possiamo vedere gli effetti della cementificazione che a partire dal secondo dopoguerra ha consumato suolo e ha impermeabilizzato interamente il territorio – dice Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria – Dall’alto, perso fra i palazzi che pian piano si sono avvicinati drasticamente all’alveo, non si percepisce più la presenza del torrente Fereggiano». Sui versanti sono rimasti pochi campi coltivati, i casolari sono stati sostituiti da palazzi o villette. Un patrimonio agricolo perso per sempre. La valle del Fereggiano un tempo era ricca di campi coltivati, come quella limitrofa al Bisagno. Lo dicono i nomi: Bisagnino, besagnin, vuol dire verduraio. I coltivatori scendevano dalle alture di Genova lungo la Val Bisagno per vendere i prodotti degli orti cancellati dall’urbanizzazione. A chiudere come un arco la valle c’è il viadotto “Marassi” dell’autostrada, sotto i palazzi a picco sui fianchi dei monti, uno fa a ombra all’altro che a sua volta priva della bellissima vista sulla valle il caseggiato che gli sta alle spalle. Una selva di abitazioni spuntate senza andar troppo per il sottile negli anni del boom. Soltanto ora, per alleviare la fatica della salita su Quezzi, stanno costruendo un impianto a cremagliera. Ma sempre di cemento si tratta. «Almeno lo stiamo facendo bello – ironizza un operaio al lavoro – quello che provoca danni è tutto quello che è stato costruito negli anni. Io lo so bene – dice – ogni volta che si allaga da qualche parte in città mandano noi a ripulire e ad aggiustare le opere danneggiate».

Scendendo da Quezzi, lungo via Piero Pinetti, il Fereggiano si fa strada fra gli edifici: le fondamenta fanno da argine al rio che dopo qualche centinaio di metri scompare sotto l’asfalto. Una stradina di servizio, sostanzialmente un parcheggio parallelo alla strada principale, ricopre il torrente. Non un’opera realizzata trenta o quarant’anni fa ma nel 2010, quando furono anche abbattuti due palazzi in zona. «Si è esplicitata ancora una volta – riprende Santo Grammatico di Legambiente – una cultura di gestione del territorio che vede i torrenti come infrastrutture da ricoprire e usare per penetrare nell’entroterra».

Poco oltre il corso d’acqua “riemerge” alla luce del sole per giungere all’unico intervento strutturale di un certo rilievo realizzato in questi due anni. Una parete di cemento a contenere una frana e un parapetto, sempre di cemento armato che sostituisce la ringhiera dalla quale l’acqua è tracimata il 4 novembre 2011. Qui il Fereggiano va di nuovo sotto terra e questa volta per sempre: uscirà all’aria aperta oltre un chilometro più in là con un tuffo nel torrente Bisagno. Quel giorno l’acqua era così tanta, e piena di detriti, che di andar giù nel tubo non ne voleva sapere. L’onda ha sommerso tutto il quartiere. Sei donne persero la vita, una targa le ricorda. Ma qui non servono targhe commemorative per mantenere la memoria, ci sono le saracinesche abbassate che parlano da sole. Molti esercizi commerciali non hanno più riaperto: gli aiuti ricevuti non son bastati. «Purtroppo ci hanno pagato il 40% di quello che abbiamo ricomprato – racconta Duccio Mazzocchi, titolare di una ditta che fabbrica materassi e che continua nonostante tutto l’attività – Ho quindi chiesto un prestito di centomila euro alla Carige ma solo per i primi due anni il tasso di interesse era agevolato al 3%, adesso lo stiamo pagando per intero. Insomma, devo dire grazie alla Caritas da cui ho ricevuto cinquemila euro e al prete di zona che me ne ha dati 10mila da una raccolta che aveva raggiunto 400mila euro e ha distribuito fra i commercianti della zona».

Poco più in là, prima di arrivare alla lapide commemorativa, un’istallazione luminosa: la scritta lampeggiante “Comune di Genova – Protezione civile” in caso di allerta può essere sostituita dalle informazioni per la popolazione. Mitigare il rischio è un lavoro complesso e lungo, ma diffondere le informazioni ai cittadini in tempi rapidi si può fare. «Facciamo campagne informative con le simulazioni nelle scuole, diffondendo libri e volantini, spot televisivi e radiofonici su come convivere con il rischio. Stiamo anche attivando un servizio di telefonate per le persone che vivono in 1.500 edifici nelle aree critiche» racconta Gianni Crivello, assessore comunale alla Protezione civile della giunta Doria insediata a maggio del 2012. Nel 2011 c’era la giunta Vincenzi, coinvolta in un’inchiesta della Procura di Genova proprio sulla gestione dell’allerta. «La nostra città è molto complessa – riprende l’assessore – Siamo attraversati da 88 corsi d’acqua che superano il chilometro di lunghezza e di questi ben 28 sono tombati. A metà 2014 (? n.d.r) partiranno i lavori per lo scolmatore del Fereggiano ma per completarlo ci vorranno cinque anni. Per affrontare nell’immediato le situazioni di rischio, invece, abbiamo assottigliato il tavolo operativo a 15 persone e monitoriamo il territorio 24 ore su 24 con sorveglianza umana e tecnologica. Presto – promette – saremo in grado di interdire rapidamente parti della città in caso di aggravamento dell’allerta meteo».

Il viaggio del Fereggiano nel frattempo prosegue al buio sotto l’asfalto e il cemento del quartiere Marassi. L’ultimo tratto è sotto via Monticelli. Il torrente ritrova la luce saltando, come si diceva, nel Bisagno. Un’apertura che si apre perpendicolare sull’argine, rendendo difficile il deflusso dell’acqua in caso di piena del corso principale. Com’è avvenuto proprio due anni fa. «Il torrente aveva una larghezza del letto di 96 metri nel 1900, oggi nella parte coperta è largo 48 metri – spiega Enzo Rosso, professore ordinario di costruzioni idrauliche e marittime e idrologia nel Politecnico di Milano e autore del libro in uscita Bisagno. Il fiume nascosto – È evidente che costringere un fiume in un canale di cemento qualche problema lo pone».

Il Bisagno fu coperto durante il fascismo per ragioni igieniche e urbanistiche. «Si vedeva il progresso nel coprire i fiumi – riprende il professor Rosso – oggi sappiamo che vanno invece salvaguardati. Purtroppo però un progetto ambizioso di parziale scopertura, presentato nel 2002, non è stato adottato. Comportava un blocco del traffico per un po’ di tempo. Ecco, bisogna separare nel ragionamento i fiumi dalle strade, perché spesso si guardano i corsi d’acqua come un limite al traffico e alla viabilità». Una logica dura a morire. Come si vede nella zona di Ponte Carrega, poco più a nord risalendo il torrente e superando un’enorme copertura del corso d’acqua: la “lastra” di cemento e asfalto del parcheggio dello stadio Marassi, eredità di Italia ’90. «C’è un progetto che punta a restringere il corso del fiume per circa due chilometri e ad allargare la sede stradale – dice Fabrizio Spiniello, dell’associazione Amici di Ponte Carrega – Si prevede una tramvia, alla quale non siamo contrari. Però abbiamo paura che il restringimento del Bisagno rappresenti solo un progetto di viabilità e non di messa in sicurezza. Perché comporta l’abbattimento di cinque ponti, di cui due pedonali, da sostituire con due soli ponti carrabili». Un’opera che mette in secondo piano il rischio idrogeologico. «Abbattendo i ponti si aumenta l’impetuosità a valle della piena – aggiunge il professore Enzo Rosso – L’abbattimento ha un senso solo per la viabilità e allora si capisce cosa comanda fra esigenze di traffico e la discesa delle acque dei torrenti». Infatti le nuove esigenze “commerciali” della zona si stanno facendo letteralmente strada. Poco oltre lo storico Ponte Carrega c’era una volta la cementifera, la fabbrica della Italcementi. Oggi non c’è più, al suo posto sorgerà il centro commerciale Bricomen. «Hanno cominciato i lavori poco prima dell’alluvione del 2011 – racconta Ivan De Fazio, dell’associazione Ponte Carrega – Non c’è stata partecipazione pubblica e quando abbiamo protestato è stato scritto nell’accordo che prima di aprire il cantiere avrebbero realizzato la messa in sicurezza del rio Mermi, un affluente del Bisagno. Invece hanno cominciato a costruire il centro commerciale, con il risultato che l’acqua arriva nel quartiere ogni volta che piove. E la beffa sarà che ci troveremo nella valletta un edificio dalle cubature enormi, perché grazie a un cavillo hanno esteso a tutta la nuova struttura l’altezza di 45 metri del punto più alto della cementifera».

Scendiamo infine lungo il Bisagno, da ponte Castelfidardo si “apprezza” la fotografia della città: sul letto del fiume restano solo tre arcate dell’antico ponte Sant’Agata, una volta erano 28 e coprivano l’intera area golenale fino all’odierno quartiere di San Fruttuoso. Dopo aver salutato i ruderi dell’antico ponte, le acque s’immettono nelle viscere della città: passano sotto la stazione di Genova Brignole e i viali d’epoca fascista per rivedere la luce un chilometro più avanti. Alla foce. E se ad accoglierla c’è una mareggiata con vento da sud, di Libeccio, incontra pure difficoltà nel defluire. Nonostante il grande sbocco a quattro arcate, manco a dirlo, di cemento armato.

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Allarme scuola, non basta un Piano per uscire dall’emergenza

scuola italia

Lo stato di sicurezza di tante scuole nel nostro Paese è grave: quattro edifici su dieci hanno una manutenzione carente, oltre il 70% presenta lesioni strutturali, in un caso su tre gli interventi strutturali non vengono effettuati, più della metà delle scuole si trova in zona a rischio sismico e una su quattro in zona a rischio idrogeologico. Il Piano scuole tanto sbandierato da Renzi viene bocciato dal XII Rapporto su sicurezza, qualità ed accessibilità a scuola, presentato da Cittadinanzattiva. Per elaborare il dossier si sono presi in esame 213 edifici scolastici monitorati in 14 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto), oltre 70mila gli studenti iscritti nelle scuole e oltre 7mila i docenti.

Il contesto ambientale. Il 65% è situata in zona a rischio sismico (54% è il dato sul totale degli edifici scolastici pubblici, di cui 13.742, ossia il 30%, si trova nelle zone a rischio più elevato, le cd zone 1 e 2); il 24% in zona a rischio idrogeologico, il 7% in zona a rischio industriale, il 5% a rischio vulcanico, il 14% in zona a elevato inquinamento acustico; il 2% presenta amianto e radon.

Lo stato degli edifici. Il 41% delle scuole ha uno stato di manutenzione mediocre o pessimo, quasi tre scuole su quattro (73%) presentano lesioni strutturali per lo più sulla facciata esterna (66%); il 25% dei corridoi, il 21% delle mense e dei bagni e il 18% delle aule presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza sono presenti per lo più nei laboratori (24%), nelle aule e nei bagni (20%), nelle palestre e segreterie (19%), nel 15% delle mense. Di fronte alla richiesta di piccoli lavori di manutenzione, nel 15% dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto e nel 23% è intervenuto con molto ritardo. Nel caso di richiesta di lavori di manutenzione strutturale, ben più lunghi e onerosi, nel 29% delle situazioni l’ente non è intervenuto.

I cortili sono presenti in 178 delle 213 scuole monitorate. Nell’89% dei casi sono recintati, ma lo stato della recinzione è pessimo in una scuola su cinque. Talvolta vengono usati come magazzino, con presenza di ingombri e di rifiuti non rimossi (13%); in una scuola su tre sono utilizzati come parcheggio, dal personale e dalle famiglie. In oltre i due terzi dei cortili, è presente uno spazio verde e in un caso su tre anche una area gioco o sportivo attrezzata.

I bagni sono spesso sprovvisti di carta igienica (manca nel 40%), di sapone (44%), di asciugamani (66%) e di scopini per il wc (assenti nel 46% delle scuole).

La sicurezza interna. Mancano scale di sicurezza nel 22% delle scuole monitorate; solo il 48% presenta vetrate a norma; le porte con apertura antipanico sono assenti nel 76% delle aule, nel 69% dei bagni, nel 63% delle aule computer, nel 61% dei laboratori, nel 38% delle mense e nel 36% delle palestre e anche nel 16% dei cortili dove saranno obbligatorie per legge. Gli impianti elettrici e anti-incendio sono completati o in stato avanzato di adeguamento in oltre il 60% delle scuole.

766 gli incidenti accorsi, nell’ultimo anno, a studenti e personale scolastico nelle scuole monitorate, in 94 casi è stato chiesto l’intervento del 118, in 53 è stato disposto il trasferimento in ospedale.
Il 77% delle scuole ha un sistema di vigilanza interna, svolto prevalentemente (77%) da collaboratore scolastico. Ancora frequente (46%) la cattiva abitudine di lasciare i cancelli aperti durante le ore di lezioni.

Certificazioni e segnaletica.  Una scuola su tre possiede il certificato di agibilità statica, poco più (35%) il certificato di agibilità igienico-sanitaria, solo il 23% quello di prevenzione incendi. Il 95% ha nominato il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, il 67% il medico competente. Il piano di evacuazione è presente in tutte le scuole, mentre il documento di valutazione dei rischi è stato redatto nel 92%.

Le prove di evacuazione sono effettuate con regolarità nel 90% delle scuole, per lo più relativamente al rischio incendio (93%) e sismico (90%). Ancora poche (20%) le prove per rischio idrogeologico. la piantina con i percorsi di evacuazione è presente nell’85% delle scuole, così come la segnalazione delle uscite di emergenza.

Barriere architettoniche e accessibilità. Una scuola su quattro è priva di posti per disabili ad hoc nel cortile o nel parcheggio interno, e quasi una su due non ne ha nemmeno nei pressi dell’edificio. Il 46% degli edifici su più piani dispone di un ascensore, ma questo nel 20% dei casi non funziona e nel 6% non è abbastanza largo da consentire l’ingresso di una carrozzina. Barriere architettoniche sono presenti nel 29% delle aule, nel 28% dei laboratori, nel 21% degli ingressi, nel 20% delle palestre, nel 18% delle biblioteche, nell’11% delle mense e dei cortili. Quasi in un’aula su due non ci sono banchi adatti o adattabili a uno studente in carrozzina, nel 39% non sono installate attrezzature didattiche o tecnologiche per la partecipazione attiva degli studenti disabili. Anche le aule computer, in più di un caso su tre, non hanno sussidi didattici adatti. Mancano bagni per disabili in una scuola su tre. Dal punto di vista della didattica, il 90% attua piani educativi individualizzati.

Bullismo, vandalismo e criminalità. Una scuola su tre ha subito nell’ultimo anno atti di vandalismo, una su dieci è stata al centro di episodi di bullismo, il 6% anche episodi di criminalità all’interno  e il 12% nei pressi dell’edificio.

Scuole green. Cresce negli anni il numero di scuole che utilizza fonti di illuminazione a basso consumo (32%), o pannelli solari e altre fonti rinnovali (9%), e che fa raccolta differenziata (65%).

Scuole aperte. Nell’87% delle scuole monitorate è possibile utilizzare i locali anche al di fuori dell’attività scolastica: nell’80% dei casi si svolgono comunque attività didattiche, nel 49% anche attività culturali, sportive, ricreative e solo nel 5% è possibile realizzare attività autogestite.

emergenza scuola“Pur apprezzando il notevole sforzo dell’attuale Governo di mettere in campo risorse economiche per le scuole, riteniamo, però, che affidarsi esclusivamente a quanto segnalato dai Sindaci, significa non aver agito secondo criteri oggettivi e misurabili di urgenza e gravità: un esempio lampante della non oggettività è che l’Istituto Giovanni Caso di Piedimonte Matese, monitorato nel nostro Rapporto, è in condizioni pessime dal punto di vista della sicurezza e non ha ricevuto un euro di finanziamento. Nel frattempo, oltre che sperare che non accadano altre tragedie (36 quelle sfiorate solo nell’ultimo anno scolastico), occorre trovare altre fonti di finanziamento, eliminare situazioni di spreco, valorizzare e regolamentare il sostegno di soggetti privati e innanzitutto far venire alla luce l’Anagrafe della edilizia scolastica che attendiamo da 18 anni. Entro breve tempo il Ministero dell’Istruzione sarà obbligato, grazie all’azione di Cittadinanzattiva di accesso civico prima ed al ricorso al Tar del Lazio poi, a rendere noti i dati in proprio possesso così come le Regioni glieli hanno forniti”. Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della Scuola di Cittadinanzattiva

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L’imbecillità di chiamarle bombe d’acqua

pioggia-bomba d'acqua

Il nostro è un Paese in cui nessuno è al sicuro e che non investe nella manutenzione del territorio. Ben 5 milioni di persone, in Italia, vivono in zone ad alto rischio idrogeologico e 1.260.000 sono gli edifici a rischio frane e alluvioni di cui 6122 scuole e 531 ospedali. Il paradosso italiano è che spendiamo ogni anno 1 miliardo per riparare i danni ma solo poco più di 100 milioni per prevenirli.

Ogni volta proclami e promesse. Mai che si parli di responsabilità o di punire i colpevoli. Tra il 1950 e 2012 si sono registrati 1.061 eventi di frana e 672 eventi di inondazione. Le vittime sono state oltre 9.000 e gli sfollati e senza tetto oltre 700.000. L’Italia ha il territorio più fragile d’Europa e il più esposto al danno idrogeologico. I lavori per un’aggiornata carta geologica si sono fermati al 40% grazie ai tagli del fu’ Tremonti, siamo rimasti a quella voluta da Quintino Sella nel 1862. Fantastico! Il 60% del territorio italiano non ha una carta geologica aggiornata! Ed ora arriva il geniale decreto “Sblocca Italia” che prevede permessi edilizi più facili e grandi opere accelerate. Ri fantastico! Altro che bombe d’acqua, siamo noi che ci bombardiamo da soli. E intanto ignoriamo i continui appelli dei geologi.

In Italia continuiamo ad impermeabilizzare ed a far perdere ai nostri terreni la loro capacità di ritenzione idrica con le conseguenti immense difficoltà di dover gestire quantitativi sempre maggiori di acqua che non può più infiltrarsi“. Vittorio D’Oriano, Vice Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi.

La tragedia di Refrontolo si colloca al centro di un problema idrogeologico più volte evidenziato e che coinvolge tutta l’area collinare dell’Alta Marca trevigiana. I terreni che costituiscono l’impianto geologico del Montello, sono resi oggi ancora più fragili dall’azione intensiva dell’uomo, che riscontrandone il pregio sotto il profilo enologico, in particolare per la coltivazione del pregiato prosecco, interviene massicciamente con sbancamenti per nuovi impianti di vigneti”Paolo Spagna, Presidente Geologi del Veneto.

Queste le tre proposte forti che la rete della società civile (Ance, Architetti, Geologi e Legambiente) continua ad indicare inutilmente per uscire dall’emergenza:

  • far partire entro l’estate un Piano unico nazionale di manutenzione e prevenzione;
  • liberare tutte le risorse già stanziate che Stato e enti locali non sono riusciti a spendere a  causa  dei vincoli del Patto di stabilità e reperirne di nuove attraverso i Fondi strutturali;
  • garantire a livello nazionale un controllo sulla qualità dei progetti e degli interventi ispirati a un modello di sostenibilità ambientale ed economica, efficacia; trasparenza delle regole e delle procedure.
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Dal 1985 ad oggi cancellati dal cemento 160 chilometri di paesaggi costieri

paesaggi costieri

Oltre il 55% delle aree costiere italiane trasformate dal cemento, 160 chilometri spariti dal 1985 ad oggi, malgrado i vincoli della Legge Galasso. I paesaggi costieri sono un patrimonio che un Paese come l’Italia deve portare nel futuro, cambiando attenzioni e politiche nei confronti di una risorsa a rischio. Un dossier di Legambiente per rilanciare la tutela dei paesaggi costieri italiani e investire nella bellezza.

I paesaggi costieri costituiscono una parte rilevante della identità italiana, della sua storia e memoria collettiva, oltre che una risorsa turistica importantissima. Il fascino delle coste del Mediterraneo, per usare le parole di Fernand Braudel, sta nell’essere da sempre un crocevia di storie dove lungo gli innumerevoli paesaggi si incontrano realtà antichissime, il fascino della natura e delle colture agricole. E all’interno di questo straordinario patrimonio in Italia vi sono anche paesaggi spesso poco conosciuti, in alcuni casi nascondono fondali marini e una bellezza ancora tutta da scoprire ma troppo spesso con situazioni di degrado e tratti a rischio di cementificazione. L’obiettivo che Legambiente si pone da anni, risale al 1986 la prima edizione di Goletta Verde, è di contribuire con campagne e iniziative di partecipazione dei cittadini e di denuncia a far conoscere questo patrimonio, tenerlo sotto osservazione, studiarlo. Risale a 30 anni fa l’ultimo momento di vera attenzione nei confronti della tutela del patrimonio costiero quando, con la Legge Galasso (la 431/1985), si individuò un vincolo di 300 metri dalla linea di costa, che però non vietava le nuove costruzioni ma rimandava a un parere paesaggistico e alla redazione di piani regionali. Saltuariamente la cronaca torna ad occuparsene a seconda di polemiche che possono riguardare le concessioni balneari o gli appetiti immobiliari, l’inquinamento dell’acqua o le mareggiate che si sono divorate tratti di spiaggia, o magari l’impossibilità in alcuni Comuni di poter perfino accedere a una spiaggia “libera”.

Lo studio realizzato su 1800 chilometri di coste delle Regioni Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Lazio, Sicilia ha evidenziato delle situazioni particolarmente impressionanti. In primo luogo la dimensione di una trasformazione irreversibile, per cui oltre il 55% delle aree costiere italiane sono state trasformate dall’urbanizzazione, con il record di Lazio e Abruzzo dove si salva oramai solo un terzo dei paesaggi mentre tutto il resto è oramai occupato da palazzi, ville, alberghi, porti. Bene, nelle Regioni studiate dal 1985 ad oggi malgrado vincoli e piani sono stati cancellati dal cemento qualcosa come 160 chilometri di paesaggi costieri! La fotografia scattata attraverso lo studio evidenza un quadro estremamente preoccupante, una deriva pericolosa che non trova, al momento, ostacoli efficaci ne nella legislazione ne nelle volontà politiche degli amministratori locali. La preoccupazione aumenta se si pensa poi alla crescente esposizione al rischio idrogeologico che questa situazione fa emergere e se si considera che l’esplosione dell’occupazione delle coste con il cemento in molte parti d’Italia avviene in assoluto rispetto della legalità, l’abusivismo infatti peggiora una situazione già gravemente compromessa. L’obiettivo deve essere di salvare la natura residua, liberare l’accesso alle spiagge ed avviare un grande piano di riqualificazione dell’esistente, per cancellare quella litania di case e costruzioni che rovinano la bellezza delle nostre coste. Anche per questo Legambiente ha messo a punto un Disegno di Legge sulla bellezza, oggi presentato in Parlamento, e queste proposte devono trovare spazio nella discussione in corso in merito al provvedimento proposto dal Governo sul contenimento del consumo di suolo. Solo fissando un chiaro stop al consumo di suolo sarà infatti possibile avviare quella riqualificazione dell’edificato lungo la costa, che è una condizione oggi indispensabile per ripensare l’offerta turistica nella direzione della qualità ambientale.

Le trasformazioni più rilevanti avvenute nelle Regioni italiane 

Abruzzo: ha il triste record di suoli costieri trasformati, ossia passati da un paesaggi naturali e agricoli ad infrastrutture ed edifici residenziali. Sono infatti 91 i km di costa irreversibilmente modificati rispetto ad un totale di 143 km, oltre il 63,6 %. Tra le infrastrutture, nate o ampliatesi negli anni scorsi, spiccano i porti di Pescara, Giulianova, Ortona e Vasto. L’aspetto più impressionante in questa Regione è che il paesaggio costiero “ancora” libero sia protetto solo parzialmente, visto che solamente il 9% dell’intera costa abruzzese risulta essere area protetta. L’istituzione del Parco della Costa Teatina tra Ortona e Vasto rappresenta l’unica garanzia a tutela dei valori paesaggistici della “costa dei trabocchi”.

Campania: su 360 km di costa campana sono 181 quelli urbanizzati, oltre il 50%. Tra il 1988 ed il 2011 sono stati 22 i km di costa trasformati per usi residenziali e turistici mentre 7 km hanno visto interventi di artificializzazione legati alle infrastrutture portuali ed alle aree industriali. Ciò che è avvenuto negli anni successivi al 1988, soprattutto tra Agropoli e Salerno e tra Varcaturo e Baia Domitia, ha provocato danni irreparabili su un paesaggio costiero di immenso valore. Ma sono ancora tanti i tratti di costa di pregio a rischio e che andrebbero tutelati: tra Caprioli e Marina di Ascea, tra Marina di Casal Velino e Acciaroli, tra Agropoli e Torre Piacentina o ancora di più litorali come il Lago di Patria e la Riserva Naturale di Castelvolturno.

Emilia-Romagna: densità e continuità dell’edificato, prettamente nato a scopo turistico e di seconde case nelle immediate vicinanze della costa, 82 km di costa urbanizzati sui 141 totali, ma soprattutto da Cesena a Cattolica un aumento tra il 1988 ed il 2011 di costruzioni anche alle spalle della linea costiera. La costa emiliano-romagnola appare oggi divisa in due, tra una fascia a Nord, verso il Veneto, dove ancora si leggono ancora ambiti naturali di pregio, e quella più a Sud, dove il famoso modello turistico intensivo romagnolo ha proseguito nel cancellare ogni lembo libero per cui è perfino difficile oggi immaginare come fosse stato il paesaggio prima che arrivasse la distesa di alberghi, palazzi, seconde case, stabilimenti.

Lazio: in questa Regione su un totale di 329 km, 208 km risultano essere trasformati ad usi urbani e infrastrutturali, cioè oltre il 63%. Impressionante è leggere come l’urbanizzazione realizzata successivamente all’entrata in vigore della Legge Galasso ha portato alla cancellazione di ben 41 km di costa, cioè il 20% dell’intera urbanizzazione esistente. I tratti di costa in cui i valori di consumo di suolo sono più alti, sono quelli che vanno da Salto Corvino a Terracina, da Anzio a Torvaianica. E tanti altri tratti, come il Lido di Ostia, le spiagge di Fiumicino, Santa Marinella e Scaglia, in cui non solo si è consumato suolo a favore di residenziale quasi esclusivamente per seconde case e servizi correlati, ma è stata occupata la spiaggia con attrezzature turistiche imponenti. I tratti che preoccupano maggiormente e su cui bisogna intervenire con una più efficace tutela sono quelli compresi tra Gaeta e Sperlonga, tra Sperlonga e Terracina, dove le sponde del Lago Lungo sono state evidentemente attaccate; e poi ancora, tra Astura ed Anzio, tra Marina di Cerveteri e Santa Severa, tra Scaglia e Lido di Tarquinia, e al confine con la Toscana, tra Riva dei Tarquini e Montalto di Castro.

Marche: il 58% della costa marchigiana è sparito sotto il cemento. Dei suoi 180 km di lunghezza le Marche contano ben 98 km di costa oramai trasformati a usi urbani e infrastrutturali. Risultano liberi dall’urbanizzazione i 26 km di costa ricadenti nelle due grandi aree protette, formate dal Parco Regionale del Monte Conero e il Parco Regionale del Monte San Bartolo, che anche grazia alla morfologia montuosa hanno fatto da freno al cemento. Altri 28 chilometri di aree agricole e 14 di aree ancora naturali si rischia che finiscano cancellati dalla continua crescita del cemento. Il 64% del consumo verificatosi tra il 1988 ed il 2006 (circa 4,5 km) è avvenuto per usi prettamente urbani (residenziali e servizi annessi); il restante 36%, quindi 2,5 km, consiste in opere infrastrutturali e industriali. Ne sono esempio l’area industriale di Fano e l’ampliamento del suo porto, ma anche l’area industriale di Senigallia e la crescita di Pedaso.

Molise: nonostante la costa molisana sia di modesta lunghezza (35 km) risulta tra le più aggredite dalla cementificazione nel corso degli ultimi 25 anni. Su un totale di 17 km di costa consumati sono infatti ben 10 i km urbanizzati dopo il 1988. In particolare sono state realizzate numerose nuove case e complessi residenziali che hanno sostituito suoli agricoli, ma anche nuove strutture turistiche nei pressi di Campomarino e Montenero di Bisaccia. I tratti di costa che destano maggiori preoccupazioni per il futuro sono quelli tra Termoli e Campomarino e tra Montenero e Termoli sui quali dovranno essere istituiti vincoli di inedificabilità per tutelarli e valorizzarli come risorsa naturale.

Sicilia: la parte tirrenica del litorale siciliano conta 442 km di lunghezza, di cui 255 km trasformati ad usi urbani ed infrastrutturali, addirittura il 58% del totale. Il consumo di suolo costiero è avvenuto in gran parte a favore dell’urbano soprattutto per l’espansione di alcuni agglomerati e la conseguente saldatura di più centri. In particolare è emblematico il caso del tratto tra Fiume Grande e Capo, nei pressi di Cefalù, in precedenza caratterizzato da aree verdi. Anche le aree industriali sono state artefice di consumo di suolo, soprattutto nei tratti di costa del Comune di Termini Imerese. Tra i tratti rimasti integri e che necessitano di tutela rimangono quelli tra San Vito Lo Capo e Castellamare del Golfo, dove si trova la Riserva Naturale dello Zingaro e alcuni tratti tra Cefalù e la Riserva Naturale “Laghetti di Marinello”.

Veneto: sono ben 61 i km di costa consumati in Veneto, su un totale di 170 km. I tratti ancora integri riguardano in particolare le aree a Sud della Regione, tra Chioggia e l’Emilia, dove la morfologia e la geologia dei luoghi (delta del Po) ha impedito l’urbanizzazione. I principali centri attaccati dal consumo di suolo costiero sono Bibione, Caorle, Porto di Piave Vecchia, Cà Crema e Cavallino, principalmente a causa dell’edificazione avvenuta negli ultimi 23 anni a destinazione turistica e residenziale. L’allargamento del tessuto urbano dal confine con il Friuli fino a Chioggia ha portato alla saldatura di numerose aree urbane; questo fenomeno è stato particolarmente accentuato negli ultimi 23 dove su 11 km di consumo di suolo registrato in Veneto ben 7 km riguardano il tratto tra Caorle e Chioggia. E’ importante mantenere inalterate le aree costiere del sud della Regione che rimangono estremamente fragili anche per le indicazioni di tutela presenti, in particolare rispetto alle aree agricole.

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