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Recuperata la Concordia, ma decine di “navi dei veleni” non interessano

Jolly Rosso

In questi giorni fioccano le metafore sul raddrizzamento del relitto della Costa Concordia all’Isola del Giglio. Una grande operazione mediatica, mentre sui fondali del nostro mare ci sono decine di relitti di navi, affondate dalla mafia e cariche di rifiuti tossici. Vere e proprie bombe a orologeria. A quando un grande progetto di bonifica?

La vera ricchezza da recuperare è il nostro mare

In molti guardano alla grande nave raddrizzata e si concentrano sul suo futuro destino. Oltre a quanto verrà portato via, che sia considerato rifiuto o risorsa, c’è però ben altro. C’è quello che rimane, o meglio, che viene restituito agli abitanti e ai turisti di questa splendida isola.

Nonostante gli sforzi profusi, scogli di grande pregio per l’ecosistema marino  sono andati distrutti così come vaste praterie di Posidonia oceanica. L’acqua interna al relitto è contaminata e l’ISPRA stima che i danni ambientali ammontano a ben 12 milioni di euro.

Dopo quanto è successo, chi governa dovrebbe aver capito che questa ricchezza deve essere offerta in modo diverso. Sarebbe stupido cedere nuovamente al miraggio del progresso e dello sfruttamento intensivo: non si può volere ancora l’”inchino” delle grandi navi, al Giglio come a Venezia, dove è viva la battaglia per l’estromettere questi pericolosi intrusi dal Bacino di San Marco e dalla laguna.

Devono essere accantonate in fretta queste pericolose manifestazioni di opulenza e sostituite con un turismo dolce e sostenibile. Perché il rischio di perdere questa fragile ricchezza è stato forte.

E quindi, considerata l’importanza del mare per il nostro paese, come si può pensare ancora di puntellarlo con pericolose trivelle e rigassificatori?

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C’è ancora molto da fare, sulle coste ed in fondo al mare

Le coste italiane hanno bisogno di molte altre operazioni di salvataggio. Il rapporto di Legambiente parla chiaro: la devastazione in corso non accenna a diminuire, nelle regioni analizzate dal rapporto (Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Sicilia e Veneto) e con molto probabilità anche in altre, Calabria e Puglia su tutte, dove situazioni di grave compromissione (abusi edilizi, inquinamento, ecc) sono sempre più numerose.

I nostri mari, specialmente al sud, sono pieni di relitti di navi contenenti rifiuti tossici. Ma al momento non c’è nessuno che si propone per il recupero e questi continuano a rilasciare da decenni sostanze inquinanti.

Molti relitti sono già mappati grazie all’importante lavoro descritto al sito “in fondo al mar“, che incrociando ricerche e notizie ha elaborato un lungo e preciso archivio di dati cercando di portare sempre più a galla il problema.

Dal sito www.infondoalmar.info:

Le hanno chiamate “navi dei veleni”, “navi tossiche”, “navi a perdere”. Si tratta di decine di navi mercantili, affondate o naufragate misteriosamente durante gli ultimi trent’anni nel mare Mediterraneo.

Dalla Aso andata a picco nel 1979 vicino a Locri in Calabria, alla Rigel affondata dolosamente al largo di Reggio Calabria nel 1987, alla Marco Polo inabissata nel Canale di Sicilia nel 1993, oltre a decine di incidenti meno noti avvenuti in anni più recenti.

Il sospetto che aleggia su questi incidenti è inquietante: le navi sarebbero state usate per sbarazzarsi di tonnellate di rifiuti tossici, chimici e radioattivi.

Veleni affidati ad organizzazioni mafiose ed impresari senza scrupoli per evitare l’alto costo di smaltimento e fare lauti profitti. In questo traffico sarebbero coinvolte non solo imprese italiane ed europee ma pure governi e servizi segreti.

Sono quasi venti anni che si cerca di passare da queste accuse all’accertamento della verità e alla individuazione dei responsabili. Anche se quasi sempre manca il “corpo del reato” nascosto sotto centinaia di metri d’acqua, la quantità di indizi è in molti casi schiacciante.

Tracce di radioattività ben al di sopra alla media sono state rilevate su container e materiali riconducibili ad alcuni degli incidenti, e la presenza di isotopi di cesio e torio è stata riscontrata in alghe e pesci nelle vicinanze. Il numero di tumori in alcune zone costiere della Calabria – regione attorno a cui sono avvenuti molti incidenti sospetti – sono 3 o 4 volte superiori alla media nazionale.

Nonostante i rischi enormi per la salute pubblica che potrebbero essere causati da questa catastrofe ecologica le navi continuano a rimanere laggiù – in fondo al mar – senza che si sia mai verificato cosa contengano veramente.

Di fronte all’inerzia delle istituzioni, il progetto “in.fondo.al.mar” si propone come uno strumento di indagine partecipata, che invita gli utenti a contribuire con nuove segnalazioni, integrazioni e correzioni, che aiutino a ricostruire cosa si nasconda dietro diversi incidenti e chi siano i responsabili. Il progetto è aperto a collaborazioni con esperti nel campo dei rifiuti tossici e radioattivi, della sicurezza marittima e della tutela ambientale.

(Fonte salviamoilpaesaggio)

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La monnezza dello Stato

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Dal 31 luglio 1988 e fino a poche settimane fa, tra le province di Napoli e Caserta, nelle zone del famoso comprensorio dei rifiuti, dove sono accatastate le ecoballe, e in tutte le campagne che furono della Campania felix, nonchè in tutte le aree che sono state adibite a discariche di emergenza durante il periodo dell’emergenza rifiuti del 2007-2008, sono state rinvenuti centinaia e centinaia di fusti contenenti sostanze altamente tossiche e addirittura interi container sepolti sotto terra. Tra i ritrovamenti più importanti, ci sono i 370 fusti trovati in una cava di sabbia a Capua e i 120, provenienti dall’Ucraina, ritrovati a Santa Maria La Fossa. Questi rinvenimenti in parte sono stati casuali, in parte dovuti alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia e in parte frutto di indagini autonome della magistratura e della polizia giudiziaria. Nei giorni scorsi l’ex collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, uscito dal programma di protezione già da una decina di anni, ha rilasciato alcune interviste, trasmesse da Sky TG24, in cui ha reso delle dichiarazioni scioccanti, in parte già conosciute e pubblicate. Il Coordinamento comitati fuochi, associazione impegnata nella repressione e denuncia dei roghi tossici a Napoli, a riguardo ha rilasciato questa nota:

“Vaste aree della Regione Campania, in particolare i territori a nord di Napoli e a sud di Caserta, negli ultimi trent’anni hanno subito un’autentica, impietosa devastazione, soprattutto per il sistematico smaltimento illegale di rifiuti tossici provenienti dalle industrie del Nord e dal tessuto dell’economia illegale locale. Questa è una realtà incontrovertibile, accertata da Commissioni parlamentari e dagli organi giudiziari competenti, che solo chi è in malafede può negare. Intere popolazioni sono state così condannate, per i prossimi anni e per le future generazioni, a pagare, con la morte per cancro o con altre gravi patologie e malformazioni, lo smaltimento a “poco prezzo” di rifiuti tossici. Questo lucrosissimo “affare”, tuttora in essere, è stato favorito anche da complicità e connivenze di esponenti delle istituzioni, alimentando la mancata gestione dei rifiuti urbani, perfettamente funzionale allo sviluppo del sistema criminoso. Proprio questa, nella nostra Regione, è stata addebitata a un “popolo brutto”, “sporco” e “cattivo”, irresponsabile ed ingovernabile, offrendo in questo modo un alibi perfetto per sommergerci di rifiuti industriali tossici. La cronaca degli ultimi giorni, con le dichiarazioni di uno dei protagonisti di questa realtà (il camorrista collaboratore di giustizia dal 1993 Carmine Schiavone), ha riacceso i riflettori sul terrificante e torbido scenario di crimini gravissimi, collusioni e complicità, che purtroppo tolgono credibilità alle istituzioni e alle forze dell’ordine. Dagli stralci di interviste a Carmine Schiavone, trasmesse da Sky TG24 del 24 agosto 2013 emerge una realtà sulla quale è necessario che il Parlamento intervenga con assoluta urgenza. Carmine Schiavone afferma che, nelle Province di Napoli e Caserta, sono stati seppelliti fanghi termonucleari e tossici di vario tipo, anche con la complicità delle istituzioni dello Stato italiano preposte al governo e controllo dei territorio. Il Coordinamento comitati fuochi, che rappresenta circa 50 associazioni e comitati presenti sul territorio, chiede che vengano pubblicati tutti gli atti relativi alle dichiarazioni rese da Carmine Schiavone.”

Dove è finita la documentazione a cui si riferisce Carmine Schiavone? Cosa è stato fatto per bonificare le zone che sappiamo essere certamente compromesse?

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Tonnellate di rifiuti tossici importate in Albania dall’Italia

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Tonnellate di rifiuti tossici – tra cui batterie al piombo (usate da gran parte dei veicoli), medicine scadute e residui di olio – sono importate in Albania dall’Italia nonostante i divieti e l’arretratezza dell’industria locale del riciclaggio dei rifiuti. Un’inchiesta sul mondo dell’esportazione dei rifiuti rivela inoltre che imprenditori italiani sospettati di legami con la criminalità organizzata, gestori del gioco d’azzardo e altri soggetti con precedenti penali per reati economici sono coinvolti nel mercato albanese dei rifiuti. Mentre i tentativi delle Nazioni Unite per evitare che i paesi poveri diventino discariche vengono in gran parte elusi o ignorati.

Nel 2003 l’Albania ha vietato l’importazione di qualsiasi tipo di rifiuti, salvo autorizzazione specifica del consiglio dei ministri. Nel 2004, però, un accordo tra l’imprenditore italiano Manlio Cerroni e il governo di Tirana ha segnato l’inizio di una nuova epoca per il commercio dei rifiuti in Albania. Tramite una società che fa parte dell’Albaniabeg ambient, di sua proprietà, Cerroni voleva costruire un inceneritore sull’altra sponda dell’Adriatico per smaltire i rifiuti prodotti in Italia. L’accordo è saltato nel 2005 per la forte opposizione incontrata dall’allora primo ministro Sali Berisha.

Qualche anno dopo, però, lo stesso Berisha ha contattato diverse importanti imprese italiane per costruire in Albania impianti a biomassa, centrali eoliche e permettere altri investimenti su vasta scala. Nel novembre del 2011, sostenendo che la nascente industria albanese del riciclaggio dei rifiuti non poteva sopravvivere solo con gli incassi garantiti dalla spazzatura nazionale, il governo Berisha ha approvato una legge che autorizza l’importazione dei rifiuti inseriti in una cosiddetta “lista verde” di 56 materiali. Dopo le proteste di alcune organizzazioni di cittadini, il ministro dell’ambiente Fatmir Mediu si è impegnato a ridurre a 25 l’elenco dei materiali.

Attività di copertura

In Albania lavorano legalmente già decine di imprese italiane che si occupano dello smaltimento dei rifiuti, come conferma il registro ufficiale delle imprese. Secondo gli esperti del settore, però, spesso le attività legali sono coperture per affari illeciti. Lorenzo Diana, ex senatore DS, oggi nell’Italia dei valori, esperto di mafia, spiega che la criminalità organizzata italiana è entrata nel giro d’affari dell’esportazione dei rifiuti in Albania dopo che le forze dell’ordine hanno contrastato duramente altre attività illecite.

Anche l’Europol ha chiesto una maggiore attenzione alle attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti. “L’Europol ha riscontrato un aumento nei volumi delle spedizioni illegali di rifiuti oltre confine”, ha aggiunto il portavoce, spiegando che spesso le attività legali vengono usate come copertura per le discariche abusive. “La società A fa un accordo con la società B per smaltire legalmente i rifiuti”, spiega il portavoce. “Poi però si scopre che accanto a questi accordi si svolgono anche operazioni illecite di traffico e smaltimento”. Secondo l’Europol, Albania, Romania e Ungheria sono le principali destinazioni dei rifiuti tossici provenienti dall’Europa meridionale e in particolare dall’Italia.

A causa delle sue attività antimafia Lorenzo Diana vive sotto scorta dal 1994. E’ stato componente di varie commissioni parlamentari sulla criminalità e nel 2006 era stato nominato responsabile nazionale dei Democratici di sinistra per la lotta alle mafie. “I trafficanti di sigarette che prima facevano la spola tra l’Albania e la Puglia a un certo punto hanno detto: ‘Non possiamo più contrabbandare sigarette, dobbiamo cominciare a contrabbandare esseri umani, droga e armi’. Una volta stabiliti i contatti in Albania, hanno cominciato a usare le rotte del contrabbando e del traffico d’armi anche per i rifiuti”, spiega Diana.

Secondo l’ambientalista albanese Lavdosh Ferruni, “le autorità di Tirana non si sono mai seriamente interessate al tema dello smaltimento e il paese è invaso dai rifiuti urbani. Se a questo aggiungiamo quelli provenienti dagli altri paesi, l’inquinamento sarà irreversibile”.

L’Italia è parzialmente riuscita a fermare l’esportazione illegale di rifiuti in Albania, ma alcuni dati confermano che il trasferimento di materiali tossici da un paese all’altro sta proseguendo.

Strutture inadeguate

Il 13 ottobre 2010 gli agenti della dogana italiana sono saliti a bordo di una nave nel porto di Bari e hanno sequestrato 32 lavatrici e 68 frigoriferi per un valore dichiarato di 1.440 euro. I documenti di trasporto erano incompleti. Dopo un’ispezione è intervenuto il Noe (il nucleo operativo ecologico dei carabinieri) ed è stata avviata un’indagine per stabilire se si trattava di un tentativo di portare illegalmente rifiuti elettronici in Albania o, come dichiarato, di un trasporto di beni di seconda mano. L’indagine è in corso e intanto i beni sono stati distrutti.

A luglio dell’anno scorso è stata aperta un’altra indagine sull’esportazione illegale di rifiuti dall’Italia all’Albania dopo che la dogana italiana ha fermato nel porto di Bari un veicolo con 56 balle di vestiti sporchi. Questi casi, tuttavia, sono un’eccezione alla regola. Abbiamo le prove che negli ultimi anni decine di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sono transitate dall’Italia all’Albania senza che le autorità di Tirana ne sapessero nulla. Questo lusso dei rifiuti è andato avanti nonostante un sostanziale divieto da parte della legge albanese e le restrizioni internazionali sulle esportazioni di rifiuti dai paesi sviluppati agli stati poveri vicini. Gran parte del materiale pericoloso probabilmente è stato esportato in base a una convenzione poco conosciuta e chiamata Marpol, che permette alle navi di scaricare i rifiuti prodotti durante la navigazione.

Secondo gli esperti, anche se le importazioni fossero tecnicamente legali, l’Albania non disporrebbe di strutture adeguate alla lavorazione dei rifiuti pericolosi. Le importazioni in Albania riguardano anche materiali non pericolosi, che però non sono mai stati smaltiti dal governo di Tirana. Il timore è che le quantità di rifiuti scaricati in Albania superino i limiti stabiliti dalla convenzione Marpol. Non c’è un solo documento del consiglio dei ministri e del ministero dell’ambiente che attesti l’approvazione di queste esportazioni: è probabile, dunque, che per la legge albanese si tratti di trasporto illegale.

I dati raccolti in Italia dall’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) rivelano che nel 2007 e nel 2008 sono stati smaltiti in Albania diversi carichi di rifiuti tossici e non tossici. L’Ispra non ha voluto divulgare i dati relativi al 2009, nonostante li abbia raccolti. Secondo i dati, nel 2007 quasi 2.500 tonnellate di olio di sentina sono passate dall’Italia all’Albania. L’olio di sentina è il liquido che si raccoglie sul fondo delle navi, solitamente composto di acqua di mare, olio e altri fluidi. E’ classificato come pericoloso, e a Durazzo c’è una struttura per il suo trattamento. Nel 2008 le imprese italiane hanno smaltito in Albania migliaia di tonnellate di olio di sentina, rifiuti di fuochi d’artificio e mezza tonnellata di batterie al piombo, tutti materiali classificati come pericolosi. Tra i rifiuti smaltiti ci sono anche materiali considerati non pericolosi come medicine scadute, cavi, ferro e metallo.

Dalla regione Lazio sono stati esportati in Albania rifiuti edili, biodegradabili e alimentari. Nel 2009 dalla Campania sono state smaltite in Albania due tonnellate di scarti di vernici e smalti contenenti solventi organici o altre sostanze pericolose, 200 chilogrammi di apparecchiature elettroniche pericolose, mezza tonnellata di batterie tossiche al piombo, 50 chilogrammi di “tubi fluorescenti e altri rifiuti contenenti mercurio”, e 1.500 tonnellate di olio di sentina. Circa 760 chili di olio e grasso commestibile sono stati esportati sotto la classificazione di rifiuti non pericolosi.

La convenzione di Basilea sull’esportazione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è entrata in vigore nel 1992 per cercare di mettere un freno al trasferimento di materiali pericolosi dai paesi avanzati a quelli in via di sviluppo.

L’Italia e l’Albania, firmatari dell’accordo, sono obbligati a informare ogni anno la segreteria della convenzione (che fa parte delle Nazioni Unite) dei movimenti di rifiuti tossici e di altro tipo tra una frontiera e l’altra. L’accordo è stato raggiunto dopo una serie di scandali che riguardano l’ambiente e che hanno fatto nascere l’espressione “colonialismo tossico”. Uno di questi risale al 1988: cinque navi partirono dall’Italia con un carico di ottomila barili di rifiuti pericolosi alla volta della cittadina di Koko, in Nigeria, dove un piccolo proprietario terriero si era impegnato a custodirli per un canone di cento dollari al mese.

La convenzione, tuttavia, è ancora largamente ignorata sia dai paesi industrializzati sia da quelli in via di sviluppo. La segreteria della convenzione è al corrente del problema ma sostiene di non avere i mezzi per sanzionare le violazioni: “Il nostro mandato consiste unicamente nel ricevere i rapporti degli stati firmatari. Non abbiamo gli strumenti per sapere se alcuni dati non sono comunicati”, ha dichiarato una portavoce. A novembre 2011 una conferenza delle Nazioni Unite sulla convenzione di Basilea ha osservato “che il livello e la qualità dei rapporti sembra in calo”. Un rapporto inviato alla conferenza dice che 65 dei 166 stati firmatari non hanno fornito informazioni per l’anno 2006, altri 70 paesi hanno prodotto “documentazioni tardive e incomplete” e solo cinque hanno fatto il loro dovere.

Secondo Roberto Ferrigno, uno dei fondatori di Greenpeace Italia, oggi consulente ambientale di alcune aziende in Italia e in Europa, la convenzione dovrebbe bloccare le esportazioni dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo. “Allo stato attuale, smaltire rifiuti pericolosi nei paesi in via di sviluppo è vietato. Questo significa che tutti i movimenti che in passato avvenivano più o meno alla luce del sole oggi avvengono nell’ombra”, spiega Ferrigno. Ma le autorità italiane, conclude, sembrano comportarsi come se la convenzione non esistesse. Per quanto riguarda l’olio di sentina esportato e trattato in Albania, secondo gli esperti le quantità scaricate a Durazzo da una particolare compagnia di navigazione superano i livelli consentiti. Secondo la lista ufficiale delle esportazioni delle autorità italiane, la principale fonte di rifiuti è la compagnia di traghetti Tirrenia, che per anni ha fatto servizio giornaliero sulla tratta Bari-Durazzo.

Secondo la convenzione di Basilea, lo smaltimento dei riifuti prodotti nelle “operazioni normali di una nave” è regolato dalla convenzione Marpol. La Marpol prevede che questi riiuti, anche se tossici, possano essere scaricati nei porti, evitando così lo smaltimento in mare aperto. Rimangono però molti dubbi sulla definizione di “operazioni normali di una nave”: alcuni giuristi sostengono che, nel momento in cui si scaricano i rifiuti, si applicala convenzione di Basilea. Queste raccomandazioni sono state presentate in un documento sottoposto all’attenzione della convenzione di Basilea nel 2011, insieme a una lista di proposte per armonizzare i due regolamenti. Buchi normativi a parte, un funzionario del Centro sulla prevenzione e la gestione dell’emergenza in caso di inquinamento marino (Rempec), l’ente che controlla la corretta applicazione della convenzione Marpol, sostiene che la quantità di olio di sentina che la Tirrenia esporta in Albania è “irragionevole” e non può essere stata prodotta esclusivamente dai traghetti che percorrono quella rotta. In due anni la società ha esportato in Albania più di cinquemila tonnellate di olio di sentina. “Ne ho discusso con un mio collega e anche lui pensa che non sia una cifra ragionevole”, ha detto un funzionario del Rempec.

Un particolare significativo: nessun altro traghetto che fa servizio tra l’Italia e l’Albania ha mai ufficialmente esportato olio di sentina.

Diversificare

Anche il comandante Rodolfo Giovannini della Guardia costiera italiana, che per quanto riguarda la protezione dell’ambiente marino dipende dal ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, ritiene eccessive le quantità dichiarate dalla Tirrenia: “Sarebbero compatibili con l’olio scaricato in un anno da tutte le navi che attraccano in un porto come quello di Durazzo”, dice, e non certo dai due traghetti che servivano la tratta Durazzo-Bari. Fonti interne alla Tirrenia, che è stata privatizzata e ha cambiato nome in Compagnia Italiana di Navigazione, sostengono però che non ci sia nulla di strano: “Sembrerà troppo, ma per me 2.500 tonnellate all’anno è addirittura troppo poco”, afferma un funzionario dalla compagnia.

Angelo Abrusci è conosciuto in Italia soprattutto per le sue sale bingo. Ma Abrusci è anche un importante operatore della raccolta dei rifiuti in Albania, oltre che il proprietario di un casinò in Romania. Nel 2002 il quotidiano la Repubblica lo ha descritto come il “rampollo di una famiglia di costruttori che ha sfornato i primi miliardari pugliesi”. Nello stesso articolo si legge che Abrusci stava diversificando le sue attività per investire nello smaltimento dei rifiuti in Albania.

L’articolo di Repubblica non fa il nome di nessuna azienda, ma la Ecoaqua, una società registrata in Italia e in Albania a marzo del 2000, ha vinto almeno due appalti per la raccolta dei rifiuti nel comune di Tirana ed ha partecipato a gare in altre città. L’azienda è partecipata dalla Finanziaria Immobiliare Partecipazioni, che a sua volta appartiene ad Abrusci e ad altri soci. L’amministratore delegato della Ecoaqua è Antonio Abrusci, comproprietario di diverse aziende insieme al fratello Angelo. La proprietaria della Ecoaqua albanese, vincitrice degli appalti a Tirana, è l’omonima società italiana. A gennaio del 2011, durante una conferenza italo-albanese a Tirana, la società di Abrusci ha annunciato la prossima costruzione di una discarica in Albania. Non è chiaro come sia andato avanti il progetto né quali appalti pubblici l’azienda si sia aggiudicata. Nei primi anni 2000 Angelo Abrusci era stato interdetto dal partecipare a una serie di gare per l’assegnazione di licenze per il bingo in Italia a causa di precedenti condanne per reati fiscali.

Abrusci ha fatto ricorso in appello dopo che l’Italia ha depenalizzato i reati per cui era stato condannato nel 2000. Nel 2002 il tribunale di Bari ha revocato la condanna perché il reato era stato depenalizzato. Angelo Abrusci è noto anche in Romania, dove è coinvolto in attività legate al gioco d’azzardo e ai rifiuti. Antonio Abrusci ha detto che la sua azienda si occupa di trasporto di rifiuti a Tirana. Lui e il fratello, ha spiegato, hanno deciso di investire nel gioco d’azzardo e nei rifiuti perché la loro attività, l’edilizia, era diventata più difficile dopo l’inchiesta giudiziaria Mani pulite.

Uno dei primi imprenditori italiani a valutare l’opportunità di esportare rifiuti in Albania è stato Manlio Cerroni, soprannominato il “re della monnezza” per la sua rete internazionale di aziende legate al business della spazzatura. Anche se il suo progetto di far bruciare i rifiuti di Roma in un inceneritore in Albania è tramontato, la società fondata per sfruttare il giro d’affari dei rifiuti è ancora in attività, e alcune ditte a essa collegate si sono aggiudicate degli appalti in Albania.

Secondo il libro Roma come Napoli, scritto dai giornalisti Manuele Bonaccorsi, Ylenia Sina e Nello Trocchia, l’Albania è emersa come potenziale destinazione dei rifiuti italiani nel “momento di massima emergenza rifiuti nel Lazio”. L’accordo con l’Albania prevedeva la costruzione di un inceneritore a Kashar, tra Durazzo e Tirana, per bruciare “combustibile derivato dai rifiuti” (componenti combustibili di rifiuti urbani come plastiche e materiali biodegradabili). La società costituita per svolgere l’attività era l’AlbaniaBeg, dall’unione di Albania e Beg, (BecchettiEnergyGroup). La Beg è di proprietà di Francesco Becchetti, nipote di Cerroni, il cui nome figura tra i membri del “team” societario. L’AlbaniaBeg appartiene a tre società: la Colari (Consorzio Laziale Rifiuti), azienda di Cerroni con sede nel Lazio, la Energji Shpk, il cui azionista di maggioranza è Mauro De Renzis della Beg, e la Vitre, con sede a Tirana, che a sua volta ha un azionista di maggioranza italiano, Angelo Novelli.

La discarica di Roma

La Energji Shpk si è occupata della costruzione di impianti di energia idroelettrica in Albania dopo essersi aggiudicata una serie di appalti per vari progetti. Un rappresentante della Vitre spiega che l’azienda si occupa di riciclaggio dei rifiuti in Albania ma non ha voluto fornire altri dettagli. La Vitre, che cita i rifiuti tra i suoi principali interessi, è ancora in attività, anche se non siamo riusciti a capire di che cosa si occupi attualmente.

Dopo il fallimento dell’accordo con Tirana, l’autorizzazione per la discarica di Roma è stata prolungata ino al 2007, e da allora viene rinnovata di anno in anno. L’ultima proroga ha portato la scadenza alla fine del 2012. Il nome di Cerroni compare in un dettagliato rapporto sullo smaltimento dei rifiuti in Italia, prodotto dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e pubblicato nel 2000. Il rapporto si sofferma anche sul patrimonio delle aziende impegnate nel settore e afferma che i proprietari agiscono attraverso “un sistema di scatole cinesi in cui una società è controllata da una seconda, una seconda da una terza e così via”.

(Fonte Investigative Reporting Project Italy – Guia Baggi, Lawrence Marzouk, Marjola Rukaj, Lorelei Mihala e Remy Hersbach, Prishtina Insight)

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Biùtiful cauntri: il docu-film sul traffico illecito dei rifiuti

Biutiful Cauntri è un film documentario che racconta la violenza sotterranea e invisibile delle ecomafie in Campania, realizzato nel 2007 da Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero. Girato tra Acerra, Qualiano, Giugliano e Villaricca, comuni alla Provincia di Napoli, si affrontano i temi della crisi dei rifiuti in Campania e dell’inquinamento nella regione italiana, focalizzandosi sui problemi delle innumerevoli discariche abusive, dell’ecomafia e delle conseguenze dell’inquinamento sull’allevamento, in particolare delle pecore, e sull’agricoltura, oltre a fornire degli indizi sul fatturato derivante dallo smaltimento illegale dei rifuti. Documentario attualissimo. Oggi, infatti, sono stati resi noti i dati shock dalla Campania, record di tumori tra Napoli e Caserta, ma per il Ministero della Salute non è accertata la connessione tra rifiuti tossici e tumori. Non c’è relazione? L’ Associazione italiana medici per l’ambiente (Isde Italia), non sono della stessa idea e chiedono di confrontarsi con il ministro Balduzzi come difensori di “un territorio ufficialmente riconosciuto come gravemente inquinato da smaltimento illecito di rifiuti tossici”. Il Ministro Balduzzi dovrebbe guardarsi Biutiful Cauntri per rendersi conto, di come la gente muore a causa dei danni provocati dal traffico illecito dei rifiuti. Gli allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina, un educatore ambientale che lotta contro i crimini ambientali e i contadini che coltivano le terre inquinate per la vicinanza di discariche. Storie di denuncia e testimonianza del massacro di un territorio, consumata dall’alleanza fra un nord “operoso” e senza scrupoli e le nuove forme della criminalità organizzata.

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Rifiuti tossici, collusione tra politica e organizzazioni criminali

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Da Nord a Sud i rifiuti tossici e radioattivi vengono smaltiti in modo illegale. Da Vicenza come a Bergamo, come sull’Aspromonte, collusione politica e organizzazioni criminali mafiose fanno scomparire centinaia di tonnellate di scorie in ogni modo distruggendo l’ambiente e la salute, provocando danni immensi all’economia.

LE AUTOSTRADE TOMBA – Che ci fossero strani movimenti intorno ai cantieri stradali e autostradali, per chiedere il pizzo, per gli appalti pilotati o per il cemento “insabbiato”, si è sempre saputo e, in alcuni casi, provato. Si è sempre percepito anche che una grande colata di cemento è un’occasione perfetta per nascondere qualcosa (o qualcuno) che non debba mai più essere ritrovato: una tumulazione in pieno stile Egizio. Di certo, un pensiero del genere non sarà sfuggito a chi della criminalità organizzata ha fatto il suo “lavoro”. Ma quest’ultima ipotesi, era sempre rimasta un’idea senza che si riuscisse a provare. Recentemente, due casi sono saliti nuovamente agli onori della cronaca.

LA SORPRESA VICENTINA – A sud di Vicenza, c’è un cantiere aperto per il completamento  dell’autostrada  Valdastico, un lungo serpentone di carreggiate che si snoda nella valle da cui prende il nome. Si dice che quando tira vento si può sentire l’odore del metallo fuso di fonderia che ammorba l’aria. Come mai? Perchè il tanfo è sprigionato dai resti delle scorie  disseminate lungo le stradine nei campi di granoturco, accanto all’autostrada stessa. Ma le ruspe hanno spianato questi scarti di lavorazione industriale in mezzo alle coltivazioni ed il cromo contenuto si è riversato nei canali di irrigazione del granoturco. Non soltanto da Crotone, Napoli e Treviso, ma la maggior di queste scorie proviene da una grossa acciaieria alle porte di Vicenza, la Beltrame spa, una delle più grandi d’Italia. Questi sono i luoghi di partenza dei camion carichi di scorie.

Ebbene, si è scoperto che tali scarti industriali contengono dosi di metallo pesante elevatissime, che si sono disperse nei terreni intorno all’autostrada e nella falda acquifera, entrando nella catena alimentare: ora sono sepolte a centinaia di tonnellate sotto un metro di strada per quasi 50 km (la lunghezza della Valdatico Sud). I danni per l’ambiente, per la salute dei cittadini e degli animali e per l’economia saranno spaventosi. Prodotti agricoli, acqua, terra ed aria sono contaminati irreversibilmente.

Le testimonianze dei cittadini della Valle sono eloquenti: «Di notte arrivano anche trenta camion e scaricano ondate di materiale». Mezzi delle imprese del Gruppo Locatelli e della Serenissima Costruzione, responsabili della gestione e della costruzione dell’autostrada. La Serenissima fa capo alla società con capitali pubblici, presieduta dal leghista Attilio Schneck, che possiede anche la concessione della Brescia-Padova. Il gruppo Locatelli, invece, è al centro dell’inchiesta per corruzione che ha fatto finire in cella Franco Cristiani Nicoli, vicepresidente della Regione Lombardia, accusato per una tangente versata dall’amministratore delegato Pierluca Locatelli.

Sempre quest’anno, la magistratura ha messo sotto sequestro altri due cantieri per la costruzione del raccordo anulare della Bre.Be.Mi. a Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana con Sola (Bergamo), perché sotto le carreggiate sarebbero stati accumulati scarti di fonderia. E anche in questo caso viene ipotizzato un ruolo del gruppo Locatelli.

REGGIO CALABRIA E ‘NDRANGHETA – Nelle ultime settimane anche in Calabria qualcosa sta venendo alla luce del sole. «Ne hanno atterrati di questi cosi tossici qui nella montagna, che glieli hanno portati i “pianoti”, che lì a Gioia Tauro dice che stanno scoppiando, che Dio ce ne liberi». A parlare sono il capo “Corona” Vincenzo Melia e il suo consigliere Nicola Romanointercettatidalla Distrettuale antimafia di Reggio Calabria che discutono di ciò che tutti temono: l’affare dei rifiuti tossici in Aspromonte. Ne hanno parlato informatori delle forze dell’ordine e pentiti per anni, indicando anche dei luoghi dove andare a cercare in Aspromonte sin dagli anni ’70, in particolare nelle zone montuose, come Antonimina o Ciminà, anche in assenza di cantieri e impianti di vario tipo. Ma finora quasi sempre è stato fatto un buco nell’acqua.

Tuttavia, la DIA di Reggio Calabria non si è mai arresa ed ha ancora un fascicolo aperto contro ignoti dal 2008 per cercare di dare risposte concrete alle leggende sulle scorie radioattive al di sotto la terra calabrese. Leggende che si rincorrono fin dagli anni ’70 e che, dalle ultime intercettazioni, sembrerebbero essere veritiere. Romano: «E che li hanno portati pure là sopra a Platì, nel “Piano Catanzaro” che l’acqua lì non la prende più nessuno». Melia: «E che dobbiamo fare». Romano: «Che chi li ha autorizzati queste cose… che a Gioia Tauro dicono che a ogni albero di ulivo c’è un bidone… mannaggia».

(Fonte dailystorm – Stefano Vito Riccardi)


Rapporto «Medusa». Rifiuti tossici, traffico d’armi, terrorismo: le alleanze occulte

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