Contro gli sprechi di suolo, di cibo e di spazi abbandonati

spreco soldi

Lo spreco è parte fondamentale e inalienabile del modello consumistico che induce comportamenti patologici nell’acquisto di merci né indispensabili né utili. Alla stessa maniera il territorio è stato sprecato non per abitare, produrre, muoversi, ma per ottenere i massimi vantaggi economici che l’aberrazione di dette necessità poteva consentire. Il territorio è pieno di oggetti vuoti e/o inutilizzati. Tra la città che cresce in altezza e quella che cresce in densità vi è una soluzione facilmente praticabile: la città che decresce negli sprechi. Recuperare, riusare, riciclare (così come con gli oggetti) i manufatti e il territorio degradato è ormai l’unica salvezza.

“Per l’agricoltura mettere uno stop allo spreco di suolo è un obiettivo primario. Dal 2012 a oggi si sono persi 80 mila ettari di terra fertile, 2 milioni negli ultimi vent’anni, a causa della cementificazione, dell’incuria, del degrado (dal 1985 ad oggi cancellati dal cemento 160 chilometri di paesaggi costieri). Allo stesso tempo cresce il numero di edifici, terreni, spazi abbandonati che, se recuperati, potrebbero creare valore aggiunto se non posti di lavoro. E’ chiaro, quindi, che ora bisogna muoversi tempestivamente lavorando in due direzioni: da un lato accelerare l’approvazione del ddl sul “contenimento del consumo di suolo”, che è in ballo da 4 anni; dall’altro promuovere il coinvolgimento e l’impegno delle comunità per attivare un diffuso riuso di beni e aree inutilizzate tramite progetti semplici, economici e facilmente realizzabili, rendendole nuovamente fruibili a fini sia sociali che economici. Ma lo spreco non è solo quello infrastrutturale, non bisogna dimenticare anche quello alimentare. Secondo uno studio della Fao, un terzo del cibo prodotto a livello globale, circa 1,3 miliardi di tonnellate l’anno per un valore di quasi un trilione di dollari, viene perso o sprecato (5,1 milioni in Italia). Una vergogna dal punto di vista etico, se si pensa che queste risorse potrebbero essere usate in prospettiva per far fronte ai bisogni degli 870 milioni di persone nel mondo che sono cronicamente sottoalimentate o malnutrite. C’è bisogno, insomma, di maggiore consapevolezza solidaristica da parte di tutti nonché di continuare a lavorare sullo sviluppo e l’implementazione di programmi di prevenzione dei rifiuti e di sostegno a tutte le iniziative pubbliche e private per il riciclo e la donazione dei prodotti alimentari invenduti e contro lo spreco”. Dino Scanavino, presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani

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Verso Rifiuti Zero con la filosofia delle “R”

piramide-rifiuti

Risolvere il problema della gestioni dei rifiuti? È così difficile iniziare a pensare ad una riduzione drastica per legge della produzione dei rifiuti a partire dagli imballaggi che rappresentano circa il 50% di tutti i rifiuti prodotti? Si può fare domani mattina, se si vuole. Caro Matteo Renzi prova a fare “tue” e a proporre in Europa la politica delle cosiddette “R”:

  • Riduzione della produzione dei rifiuti,
  • Raccolta differenziata “porta a porta”,
  • Riciclo,
  • Riuso,
  • Riparazione,
  • Responsabilizzazione dei cittadini e delle istituzioni.

R come Renzi ed R come Rifiuto, eccoti servito lo slogan.

La produzione globale annua di rifiuti si attesta sui 12 bilioni di tonnellate. Di queste metà è prodotta dai Paesi G8 ed 1/3 da quelli OECD. Ciò significa che annualmente circa 1/5 del materiale estratto finisce in rifiuti, mentre il resto è emesso in atmosfera (attraverso la combustione di combustibili fossili) o si aggiunge allo stock di materiali sotto forma di infrastrutture, investimenti e beni di consumo. L’andamento dei rifiuti nell’ultimo decennio varia da Stato a Stato: in Germania e Gran Bretagna si è registrata una riduzione del 10% -20%, in Giappone la produzione è stata costante, in Italia è aumentata del 30%. Ormai la gran parte dei rifiuti viene trattata in discariche ed inceneritori per essere riciclata. Per alcuni materiali i risultati ottenuti sono estremamente soddisfacenti (vetro, carta ed acciaio) ed il riciclaggio raggiunge quasi quota 50%. Alcuni Paesi rappresentano la punta di diamante del riciclaggio: ad es. Belgio e Paesi Bassi arrivano a riciclare il 95% dei rifiuti, la Svizzera si attesta al 90%.  Per i metalli, invece, il discorso è più complesso. Quelli ferrosi e non ferrosi sono facilmente riciclati, diversamente da quelli preziosi e di uso specifico. L’UNEP ha calcolato che su 60 metalli esaminati solo 18 sono riciclati al 50% e altri 36 appena al 10%; questo significa che i margini di un miglioramento sono elevati e c’è ancora molto da fare in questo ambito. In sostanza il tasso di riciclo, continua a crescere per i materiali di grandi dimensioni, mentre resta piuttosto basso per i materiali di grande valore.

L’Unione Europea, nel richiamare gli Stati membri ad una corretta gestione dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU), ammette il conferimento in discarica e l’incenerimento dei RSU solo in assenza di valide alternative e come ultima opzione, poiché ritiene queste due metodiche di “smaltimento” antieconomiche e fortemente dannose per la salute e per l’ambiente. L’Associazione Medici per l’Ambiente (Isde) auspica e sostiene la politica delle cosiddette “R”: Riduzione della produzione dei rifiuti, Raccolta differenziata “porta a porta”, Riciclo, Riuso, Riparazione e Responsabilizzazione dei cittadini e delle istituzioni, così da evitare l’incenerimento dei materiali post-utilizzo e da ridurre progressivamente il loro conferimento in discarica dei rifiuti.

La migliore gestione dei materiali minimizzerà l’impatto ambientale riducendo il rilascio di sostanze tossiche nell’ambiente e limitando l’esposizione degli uomini alle stesse. Un altro vantaggio sarà rappresentato dalla diminuzione della quantità di materiali da estrarre per la produzione. A questi benefici si aggiungeranno quelli delle politiche coerenti con questa strategia. Per esempio si potranno incoraggiare i consumatori ad acquistare confezioni più grandi sia di cibo che di altri prodotti, così da evitare le singole confezioni. Ma questa soluzione presenta un insito pericolo: se si acquistano confezioni più grandi di cibo è più facile che i prodotti si deteriori provocando un danno ambientale forse peggiore di quello che si vorrebbe evitare. Semmai è più utile utilizzare la “filosofia delle R” per ridurre la dipendenza dalle materie prime importate. E’ quanto ha fatto il Giappone che ha investito molto nel riciclaggio dei materiali tanto da raggiungere una produttività delle risorse superiore al 37% della media del 2005.

Una società sostenibile richiede un incremento delle filiere brevi del ciclo dei materiali post utilizzo, in modo che possano essere attuati maggiori controlli e che l’intero ciclo possa essere gestito in relazione alle peculiarità sociali ed economiche di micro-aree territoriali. Con la piena attuazione di questo tipo di gestione il quantitativo di materiali che necessitino di un trattamento finale si riduce in maniera drastica e la parte residua può essere trattata senza alcuna combustione, con tecniche meccaniche di estrusione per attrito: tali sistemi sono già operativi con successo anche in Italia, e non determinano danno alla salute e all’ambiente come accade invece nel caso di “chiusura del ciclo dei rifiuti” con inceneritori e conferimento in discarica. In Italia il fenomeno delle discariche abusive e dello smaltimento illegale dei rifiuti, operato spesso da gruppi criminali, ha creato situazioni di grave e documentato danno ambientale e danno alla salute delle popolazioni,come nella nota area della Campania definita “terra dei fuochi”, si chiede quindi una particolare attenzione da parte del Parlamento Europeo su tutte le procedure e i fondi destinati alle opere di bonifica di queste aree.

Relativamente ai Rifiuti industriali, per la loro estrema e peculiare pericolosità per ambiente e salute, devono attuarsi politiche comunitarie tali da determinare una netta e rapida riduzione della loro produzione e per un loro idoneo smaltimento e riciclo con necessarie e puntuali verifiche soggette alle stesse normative in ogni singolo Stato membro. L’Isde propone anche la formazione di un nucleo investigativo europeo dedicato alla prevenzione e repressione dei crimini ambientali in tema di stoccaggio e illecito smaltimento di rifiuti urbani e industriali e posto in piena attività di collaborazione con le istituzioni e le forze a questo preposte in ogni Stato membro.

L’obiettivo e il sogno è arrivare ad ottenere una raccolta differenziata attorno all’80%, in un arco di tempo di due anni. Si può fare, con i 10 punti proposti da Paul Connett. I dieci passi verso Rifiuti Zero:

  1. Separazione alla fonte.
  2. La raccolta porta a porta (viene effettuata con tre contenitori a San Francisco, quattro in Spagna, sei a Capannori).
  3. Compostaggio. Il compost di qualità ha alti rendimenti in agricoltura. Le radici trattengono anidride carbonica, che nell’atmosfera provoca il riscaldamento del Pianeta.
  4. Il riciclo.
  5. Riuso, riparazione e decostruzione (di vecchi edifici).
  6. Riduzione.
  7. Incentivi economici (paghi solo per mi rifiuti indifferenziati che produci).
  8. Separazione del residuo e Centro di ricerca Rifiuti Zero (esperienze in Nuova Scozia e a Capannori).
  9. Coinvolgere industria e università per la ricerca.
  10. La discarica transitoria.
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Mondiali 2014: Dieci nazionali ‘green’, in campo con divise riciclate

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Tra due giorni con Brasile-Croazia partono i mondiali di calcio 2014. Dieci squadre hanno però già vinto una Coppa, quella della sostenibilità. Brasile, Francia, Grecia, Portogallo, Usa, Australia, Corea del Sud, Croazia, Inghilterra e Olanda infatti, sfoggeranno delle divise completamente sostenibili, perché realizzate con bottiglie di plastica riciclata. Le loro nuove maglie sono realizzate con l’innovativo poliestere riciclato di Nike che le rende la divise più ecocompatibili mai prodotte. Ogni completo da gara, ovvero maglia e pantaloncini, è stato realizzato utilizzando fino a 13 bottiglie di plastica riciclate. Questo innovativo processo di fabbricazione riduce i consumi energetici fino al 30% rispetto alla fabbricazione del poliestere tradizionale, con tessuto più leggero del 23% rispetto a quello dell’anno precedente, e con una struttura di lavorazione della maglia più resistente del 20%. Queste nazionali lanciano così un messaggio di sensibilizzazione verso un tema importante e delicato, quello del riciclo della plastica. Gli azzurri guidati da Cesare Prandelli, hanno perso una buona occasione. Balotelli e Company non rientrano infatti tra le squadre più sostenibili per quanto riguarda le divise di gioco.

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Spreco alimentare: Cause e proposte

spreco alimentare

In Europa e in Nord-America si stima che i consumatori buttino via tra i 95-115 chilogrammi pro capite di cibo all’anno, mentre nel sud-est asiatico e nell’Africa sub-sahariana il dato è di 6-11 chilogrammi pro capite. Lo spreco alimentare ha assunto, e sta sempre più assumendo, una dimensione di portata mondiale, tanto che metà del cibo prodotto nel mondo non arriva mai ad essere consumato.

Il problema dello spreco alimentare è da ritenersi connesso alle politiche economiche e di marketing che, negli ultimi 20 anni, hanno prodotto fattori e azioni comportamentali altamente distorsivi della realtà fattuale e delle conseguenze effettuali che da tali modus comportandi e vivendi ne sono conseguite. Le politiche di marketing delle multinazionali e le normative sulla brevettazione dei prodotti agroalimentari hanno contribuito a generare comportamenti sociali tendenti a produrre sempre più “spreco” e “scarto” alimentare. La cultura del “riciclo” e del “riutilizzo” alimentare fatica non poco ad affermarsi rispetto al suo contrario. La sproporzione della produzione alimentare, senza che ciò abbia nel corso degli ultimi 4 lustri consentito di ridurre drasticamente il numero delle persone che nel mondo non hanno accesso alla nutrizione, ha, al contrario, polarizzato ulteriormente le fasce sociali del pianeta. Questa paradossale ipertrofia produttiva ha sull’ambiente un impatto devastante e, se non fermata per tempo, irreversibile. Nell’immaginario collettivo dei Paesi cosiddetti “ricchi” l’educazione alimentare, erroneamente, si traduce in “performanti” diete, o nuovi “costumi alimentari”, che si rivelano dannosi per l’organismo umano con ricadute sulla spesa sanitaria che diventa crescente a fronte di nuove patologie connesse all’alimentazione. Il tema della “scarsità delle risorse naturali”, che deve essere centrale nell’agenda politica di questo millennio, è vissuto, il più delle volte, come un mero esercizio percettivo.

I dati sullo spreco di cibo nei Paesi industrializzati ammonta a 222 milioni di tonnellate, ossia il corrispettivo della produzione alimentare disponibile nell’Africa sub-sahariana, che è di 230 milioni di tonnellate; a contribuire, ulteriormente, alla “cultura dello scarto alimentare” a valle, e nella produzione delle eccedenze a monte, è il disallineamento tra la domanda e l’offerta e la non conformità del prodotto agli standard di mercato: calibratura della frutta, aspetto della verdura che non deve presentare macchie o quant’altro possa far percepire all’acquirente la non salubrità del prodotto e le pratiche commerciali che incoraggiano i consumatori a comprare più cibo di quello di cui hanno effettivamente bisogno; un altro motivo dello spreco alimentare è da imputare alle etichette che indicano la data di scadenza. Sarebbe corretto porre in etichetta la doppia scadenza: il termine minimo di conservazione, che si riferisce alle caratteristiche qualitative del prodotto, “preferibilmente entro” (data di scadenza commerciale del prodotto) e la data di scadenza vera e propria, “da consumarsi entro” (relativa alla salubrità del prodotto alimentare), al fine di evitare confusione sulla commestibilità del cibo. Inoltre, gli imballaggi per alimenti dovrebbero essere offerti anche in confezioni monodose e progettate per la migliore conservazione possibile. Da ultimo, i cibi prossimi alla scadenza e i packaging danneggiati dei prodotti alimentari dovrebbero essere venduti a prezzi scontati, al fine di renderli economicamente più accessibili alle persone bisognose.

Il 19 gennaio 2012 il Parlamento europeo ha approvato, in seduta plenaria, una risoluzione su “Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nella UE”, la quale si pone come obiettivo principale la riduzione degli sprechi alimentari del 50 per cento entro il 2025 e di dedicare il 2014 quale anno europeo contro lo spreco alimentare attraverso una strategia per migliorare l’efficienza della catena alimentare degli Stati membri; dalla relazione (2011/2175(INI)), preparatoria della risoluzione, si evince che secondo uno studio della Commissione europea, la produzione annuale di rifiuti alimentari nei 27 Stati membri ammonterebbe a circa 90 milioni di tonnellate, ossia 179 chilogrammi pro capite, senza contare gli sprechi a livello di produzione agricola o le catture di pesce rigettate in mare, considerando che entro il 2020 il totale dei rifiuti alimentari aumenterà fino a circa 126 milioni di tonnellate, ovvero il 40 per cento in più dello stock attuale.

Da recenti studi è emerso che per produrre un chilogrammo di cibo si immettono in atmosfera in media 4,5 kilogrammi di anidride carbonica, che in Europa si producono 170 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente all’anno, ripartiti tra industria agroalimentare (59 milioni di tonnellate), consumo domestico (78 milioni di tonnellate) e prodotti non raccolti nei campi (34 milioni di tonnellate). Si pensi, come esempio, che in Inghilterra il 30 per cento della produzione orticola non viene raccolta (corrisponde allo spreco di 550 milioni di metri cubi di acqua), percentuale che in Italia si attesta al 3,2 per cento; la concentrazione in atmosfera di anidride carbonica a gennaio 2013 ha raggiunto il record di 395 parti per milione, avviando la temperatura globale (si consideri che il 2012 è stato il nono anno consecutivo più caldo dal 1880) verso un aumento superiore di 2 gradi di media, con gravi danni irreversibili all’ambiente, all’agricoltura e, di conseguenza, all’alimentazione. La FAO stima che a livello mondiale la quantità di cibo che finisce tra i rifiuti ammonta a 1,3 miliardi di tonnellate e che 925 milioni di persone nel mondo sono a rischio di denutrizione, e la popolazione mondiale ipernutrita è pari a quella sottonutrita e denutrita: questi dati allontanano, oggettivamente, il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio, incluso quello di dimezzare la fame e la povertà entro il 2015. Sempre secondo dati della FAO, il previsto aumento da 7 miliardi a 9 miliardi della popolazione mondiale richiederà un incremento minimo del 70 per cento della produzione alimentare entro il 2050.

Oliver De Schutter, relatore speciale dell’organizzazione delle Nazioni Unite per il “Diritto al cibo”, nonché docente universitario di diritto all’università cattolica di Lovain-La Neuf (Belgio), nel marzo 2012 ha presentato al Consiglio per i diritti umani, in conformità alla Risoluzione 13/4, la sua relazione che analizza i nessi di causalità tra salute, malnutrizione e spreco alimentare. Relativamente al nesso che esiste tra salute e malnutrizione, il rapporto mette in evidenza che: «l’urbanizzazione, “supermercatizzazione” e la diffusione globale degli stili di vita moderni hanno scosso le tradizioni alimentari. Il problema è di “sistema” e trova le sue cause nel commercio globale, nei cibi troppo elaborati, nelle politiche agricole attuali, nelle tecnologie con brevetto proprietario, nell’elaborare diete “disastrose” dei Paesi sviluppati e in quelli dalle economie emergenti (come il Messico, ad esempio). Il risultato è il disastro per la salute pubblica: 2,8 milioni di persone muoiono prima dei 60 anni a causa di malattie non trasmissibili, diabete e obesità, collegate alla dieta, (saranno 5,1 milioni nel 2030, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità) a cui aggiungere le ripercussioni economiche sulla spesa sanitaria pubblica». E, inoltre, il relatore ha denunciato, in termini generali, la sproporzione che esiste tra gli investimenti pubblicitari nel food, 8,5 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel 2010, e i modesti budget per l’educazione alimentare pubblica, che nello stesso anno sono stati pari a 44 milioni di dollari per il programma federale “Nutrition, physical activity and obesity”. Nel rapporto si evidenzia come la pubblicità di cibi “spazzatura” (junk food), rivolta ai bambini e non solo, contribuisce all’eccessivo consumo di snack nell’alimentazione quotidiana che ha snaturato la cultura del rispetto e della conservazione del cibo, che è stata falsata dalle multinazionali nella composizione dei valori nutrizionali come, per esempio, nell’alterazione del contenuto dei grassi, degli zuccheri e del sale, al fine di rendere il cibo “appetitoso” e maggiormente prossimo al consumo immediato e meno prossimo alla sua conservazione perché facilmente deteriorabile. Sempre secondo il rapporto il “cibo perso” nei Paesi in via di sviluppo, dove la carenza di infrastrutture e regole stringenti per la conservazione incide fino al 50 per cento sul deterioramento degli alimenti, comincia ad assumere dimensioni quasi vicine a quelle dei Paesi industrializzati; nell’Unione europea oltre 79 milioni di persone vivono ancora al di sotto della soglia di povertà, mentre 18 milioni di persone dipendono dagli aiuti alimentari. Al contempo, le percentuali degli sprechi alimentari sono così ripartite: il 42 per cento dalle famiglie, il 39 per cento dai produttori, il 5 per cento dai rivenditori e il restante 14 per cento dal settore della ristorazione; secondo i dati dell’indagine realizzata nel 2012 dalla Fondazione per la sussidiarietà e dal Politecnico di Milano, in collaborazione con Nielsen Italia, lo spreco alimentare in Italia ammonta a 6 milioni di tonnellate, pari a un valore di 12,3 miliardi di euro (6,9 miliardi direttamente dai consumatori). Il cibo sprecato in Italia è di 108 chilogrammi pro capite, 450 euro a famiglia composta da un nucleo di 2,5 persone (famiglia media), 42 chilogrammi a persona di avanzi alimentari non riutilizzati ancora commestibili buttati da ogni italiano in un anno, 35 per cento la percentuale di prodotti freschi sprecati, 250 chilogrammi la quantità di cibo buttato dai 600 ipermercati italiani, 16 per cento la percentuale dello spreco che finisce direttamente nelle discariche per la cattiva gestione del frigorifero familiare, mentre la parte di cibo recuperato e donato alle food bank e agli enti caritativi rappresenta poco più del 6 per cento del totale; sempre secondo l’indagine emerge che quasi un miliardo di euro di cibo viene recuperato e l’obiettivo è quello di portare sulla tavola degli indigenti altri 6 miliardi di euro di cibo; infatti, non sempre i prodotti ritirati dagli scaffali che sono prossimi alla scadenza finiscono nella pattumiera. Il merito è da attribuire alle onlus come il Banco alimentare, rete antispreco con oltre 1400 volontari. Obiettivo analogo a quello di “Last minute market”, spin-off dell’università di Bologna che unitamente a SWG hanno creato un “Osservatorio sullo spreco alimentare” il cui nome è “Waste watchers” (sentinelle dello spreco). Secondo le prime stime fatte da Waste watchers, in Italia lo spreco alimentare rappresenta l’1,9 per cento del prodotto interno lordo (circa 18,5 miliardi riferiti al 2011) così ripartito: lo 0,23 per cento si colloca nella filiera di produzione (agricoltura), trasformazione (industria alimentare), distribuzione (grande e piccola) e ristorazione (collettiva), il restante valore percentuale, lo 0,96 per cento del prodotto interno lordo, è rappresentato dal livello domestico. La quantità di cibo sprecato potrebbe essere ridotta del 60 per cento con un’educazione più attenta ai consumi alimentari; Last minute market ha realizzato un documento denominato “Carta spreco zero”, il quale viene continuamente arricchito e aggiornato grazie all’implementazione delle conoscenze, allo scambio delle buone pratiche fra amministrazioni e, di conseguenza, nell’adozione di nuovi strumenti di analisi e di indirizzo che il documento propone; il documento “Carta spreco zero” è stato sottoscritto da oltre 700 sindaci europei e detta un decalogo comportamentale alimentare con cui poter avviare processi razionali al fine di ridurre drasticamente gli sprechi e le perdite alimentari; la legge n. 155 del 2003, detta anche legge del “buon samaritano”, disciplina il recupero e la distribuzione di alimenti cotti e freschi da parte di organizzazioni non profit a fini sociali. Il principio finalistico della legge è quello di incentivare il riutilizzo di cibo ancora commestibile proveniente dai produttori o dalla grande distribuzione, non più vendibile per difetto di packaging o perché vicino alla scadenza, ma anche dalle mense aziendali e scolastiche. Unico vincolo della legge è l’attenzione da prestare al trasporto e al corretto stato di conservazione degli alimenti, equiparando, di fatto, gli enti non profit ai consumatori finali. Infatti, il recupero del cibo deve avvenire mantenendo “la catena del freddo”. Grazie alla legge del “buon samaritano” è stato possibile avviare progetti di raccolta viveri, come il progetto “Siticibo” che in 9 anni ha consentito di salvare dal cestino dei rifiuti 2,5 milioni di porzioni distribuendole nelle mense cittadine degli enti e organizzazioni caritative.

La lotta allo spreco alimentare nei Paesi industrializzati è stato avviato alla fine degli anni ’60 a Phoenix (Arizona, Stati Uniti), grazie a John Van Hengel, attraverso la distribuzione ai bisognosi di cibo non venduto e destinato alla distruzione. Questo strumento di “perequazione alimentare” ha assunto il nome di Food bank, Banco alimentare, che si è diffuso in Europa negli anni ’80 e in Italia nasce nel 1989. Basato sul concetto di “dono e condivisione”, il Banco alimentare si estrinseca nella raccolta delle eccedenze di produzione alimentare agricola e industriale, specificatamente riso, olio d’oliva, pasta e latte. In Italia la raccolta delle eccedenze viene effettuata dal 1995 dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA), la quale ridistribuisce le eccedenze agli enti caritativi iscritti nel relativo albo istituito presso l’ente medesimo; il maggiore fornitore della rete che fa capo ai Banchi alimentari d’Europa è stata l’Unione europea, attraverso il programma europeo d’aiuto agli indigenti, PEAD, nato nel 1987 all’interno della Politica agricola comunitaria, (PAC). Il programma d’aiuto è stato concepito come misura per evitare che le eccedenze della produzione agricola europea fossero distrutte. Oggi, queste eccedenze, grazie alle numerose revisioni della PAC e al miglioramento delle pratiche tecniche di conservazione, si sono sempre più ridotte, portando l’Unione europea ad acquistare direttamente sul mercato le derrate da donare ai poveri che, in Europa, rappresentano 18 milioni di persone; il 14 novembre 2011, il Consiglio dei ministri dell’agricoltura dei 27 Stati membri riuniti a Bruxelles ha sbloccato i piani di assistenza PEAD per gli anni 2012 e 2013 che prevedono lo stanziamento di 500 milioni di euro all’anno; all’Italia per l’anno 2013 sono stati assegnati 98 milioni di euro; il 31 dicembre 2013 si conclude il PEAD; la Commissione europea ha proposto che, nel quadro finanziario pluriennale UE per il periodo 2014-2020, il programma d’aiuti alimentare debba essere coperto non più con i fondi della politica agricola, ma con quelli della coesione sociale, Fondo sociale europeo, prevedendo 2,5 miliardi di euro per i 7 anni della nuova programmazione finanziaria comunitaria. Alcuni Paesi europei hanno sostenuto che il programma dovesse rientrare nell’ambito delle politiche sociali, di competenza quindi dei singoli Paesi e non più con la cabina di regia dell’Unione europea, con il rischio di scatenare una guerra tra poveri; il 12 giugno 2013 il Parlamento europeo, in seduta plenaria, ha votato a favore della nuova proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo al finanziamento del nuovo Fondo di aiuti europei agli indigenti, FEAMD, che andrà a sostituire il programma di distribuzione delle derrate alimentari PEAD. Il Fondo sarà costituito da una base obbligatoria di finanziamento di 2,5 miliardi di euro e gli Stati membri possono decidere di aumentare le proprie allocazioni di un ulteriore miliardo di euro su base volontaria. Il Consiglio europeo del 27-28 giugno 2013 ha sollecitato la necessità di adottare in tempi rapidi tutti i dossier strettamente correlati al quadro finanziario pluriennale UE e, pertanto, tutte le istituzioni hanno insistito per un rapido accordo anche sul “Fondo indigenti”, affinché lo stesso diventi operativo tra la fine del 2013 e gli inizi del 2014; l’articolo 58 del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012, ha istituito il “fondo per la distribuzione delle derrate alimentari alle persone indigenti”, gestito da AGEA, con lo scopo di raccogliere le derrate alimentari, a titolo di erogazioni liberali, dagli operatori della filiera agroalimentare e da organismi rappresentativi dei produttori agricoli o imprese di trasformazione dell’Unione europea, al fine di far fronte alle eccedenze alimentari e consentire, conseguentemente, la redistribuzione sul territorio nazionale al fine di ridurre lo spreco alimentare.

*Mozione presentata in Senato da Dario Stefano

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Le 10 mosse per avere meno rifiuti e più benessere

raccolta differenziata

L’ultimo rapporto della Banca Mondiale prevede che entro il 2025 il costo della bolletta-rifiuti che adesso costa alle comunità 205 miliardi di dollari potrebbe arrivare vicino ad un raddoppio sui 375 miliardi di dollari. La quantità totale di rifiuti urbani, industriali e pericolosi prodotti annualmente in tutto il mondo ammonta oggi a circa 4 miliardi di tonnellate. I rifiuti solidi urbani che si aggirano tra le 1,3 miliardi di tonnellate sono destinati a raddoppiare a causa della crescita della popolazione mondiale e dello sviluppo economico dei paesi emergenti. La più recente relazione sulla gestione dei rifiuti urbani negli Stati membri classifica i 27 Stati membri in base a 18 criteri, attribuendo bandiere verdi, arancioni e rosse per voci quali totale dei rifiuti riciclati, tariffe dello smaltimento dei rifiuti, violazioni della normativa europea. L’Italia occupa il 20° posto e viene indicata tra i 12 paesi membri che hanno basse performance di gestione dei rifiuti a causa di: politiche deboli o inesistenti di prevenzione dei rifiuti, assenza di incentivi alle alternative al conferimento in discarica e inadeguatezza delle infrastrutture per il trattamento dei rifiuti. L’Italia conferisce in discarica ancora quasi il 50% della usa produzione totale di rifiuti che ammonta a 15 milioni di tonnellate. Il Rapporto Rifiuti Urbani 2012 curato dall’ISPRA non presenta miglioramenti con un aumento nella produzione di rifiuti urbani del 1,1% e ancora un corposo ricorso alla discarica come forma di smaltimento. Anche il consumo di imballaggi registra un aumento del 3% rispetto al 2009 (pari a 322 mila tonnellate circa), per un totale di 11 milioni di tonnellate. Dato che potrebbe confermare il mantenimento del terzo posto del nostro paese come produzione pro capite di imballaggi in Europa che il precedente Rapporto dell’Ispra 2011 riportava come dato riferito al 2008.

La situazione europea. In totale ogni europeo consuma quasi 16 tonnellate di materie prime a testa, di cui la gran parte viene convertita in beni e il resto diventano rifiuti solidi o emissioni inquinanti. Si tratta di 5/6 tonnellate di rifiuti solidi pro capite, inclusi quelli pericolosi. Il Rapporto L’Italia del Riciclo 2011, curato dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile, riporta che l’Europa ha utilizzato 8 miliardi di tonnellate di materie prime nel periodo 2000-2007, incrementando del 25% l’uso di risorse naturali con un valore di importazioni nette per persona più alto del mondo.

La strategia “Europa 2020” e la sua iniziativa faro “Un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse” hanno avviato l’Europa verso una trasformazione necessaria per ridurre i consumi di risorse naturali delineando una tabella di marcia “per definire gli obiettivi di medio e lungo termine e i mezzi necessari per conseguirli”. A tale scopo il 20 settembre 2011 la Commissione Europea ha adottato la Comunicazione “Roadmap to a Resource Efficient Europe” (COM 571) che individua i settori economici che consumano più risorse e propone strumenti e indicatori che orientino l’azione in Europa e nel mondo definendo un piano per la competitività e la crescita che si fonda sull’impiego di meno risorse nella produzione e nel consumo di beni e che prevede la creazione di imprese e posti di lavoro in settori di attività quali il riciclaggio, la progettazione avanzata di prodotti, la sostituzione di materiali e l’ingegneria ambientale.

La maggior parte dei comuni italiani non ha raggiunto gli obiettivi di raccolta differenziata (60%) previsti per legge al 2011. Volendo comparare la situazione dei comuni italiani con quella di paesi che fanno meglio di noi va detto che in Germania, Austria ed in generale nel nord Europa gli enti locali non devono nemmeno occuparsi della raccolta degli imballaggi poiché sono gli stessi produttori che devono organizzarla e pagarne i costi per intero.

Nella necessità di trovare delle soluzioni all’arretratezza in cui versa l’Italia in questo settore, all’inadeguatezza delle sue strutture, alla mancanza di un’adeguata programmazione e all’assenza di una cultura del rifiuto come ricchezza sia nelle pubbliche istituzione che nei cittadini, i soggetti promotori di questo appello promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi rivolgono a tutte le aziende utilizzatrici di packaging e al mondo della distribuzione dieci proposte attuabili, che possono dare risultati a breve termine, cogliendo l’occasione di un significativo evento di portata europea che si svolge dal 16 al 24 novembre mirato a sensibilizzare governi, aziende e cittadini sull’importanza della prevenzione dei rifiuti come la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti SERR.

Le 10 mosse per avere meno rifiuti e più benessere

1) Sostituire tutti gli imballaggi non riciclabili, che impediscono un riciclo efficiente o che compromettono la qualità del riciclo con imballaggi riciclabili andando verso l’impiego di monomateriali (o imballaggi di più materiali, tra di loro facilmente separabili e per i quali esista una filiera del riciclo). Inoltre nell’impiego di materiali teoricamente riciclabili o compostabili come ad esempio il PLA (o acido Poli-lattico) va verificato se la filiera di raccolta esistente al momento sul territorio nazionale è in grado di gestire il materiale senza disfunzioni e se lo stesso può essere effettivamente compostato o riciclato con metodologie meccaniche o chimiche. Stessi accorgimenti sono applicabili dal mondo della grande distribuzione organizzata (GDO) per il packaging dei prodotti a marca propria e nei confezionamenti dei prodotti alimentari che avvengono nei punti vendita.

2) Ridurre il peso degli imballaggi con l’eliminazione dei doppi imballaggi e componenti accessori all’imballaggio superflui e la messa in commercio di prodotti iperconcentrati o allo stato solido. Tra i doppi imballaggi (o packaging secondario) di cui si può fare a meno ci sono le confezioni di cartoncino che contengono dentifrici o altri prodotti di detergenza per il corpo e gli involucri impiegati per avvolgere le due confezioni di caffè macinato utilizzati da molte marche note, sostituibili con una grafica dell’imballaggio primario che evidenzi l’impossibilità di un acquisto separato delle 2 unità. Alcuni componenti accessori dell’imballaggio, oltre a complicare conferimento e riciclaggio quando non separabili, costituiscono uno spreco evitabile come ad esempio tappi e fascette per richiudere le confezioni ma anche i manici dei flaconi. Si può tranquillamente tornare a fare a meno dei tappi a vite o a linguetta applicati a contenitori in tetrapack soprattutto quando termosaldati e difficilmente separabili. Esistono in commercio soluzioni riutilizzabili che possono assolvere alle stesse funzioni garantite dalle parti accessorie (come clip e mollette per richiudere le confezioni al posto delle fascette). Ripensare le formulazioni dei prodotti in particolare nel settore della detergenza dove il principale ingrediente è l’acqua e mettere a disposizione prodotti iperconcentrati o in forma solida si possono evitare tonnellate di plastica, ridurre i viaggi dei camion e le emissioni di Co2 complessive dovute alla produzione, distribuzione e riciclo del packaging.

3) Sostituire o eliminare negli imballaggi quelle componenti che ne impediscono o complicano il riciclaggio come le etichette sleeves e l’uso di additivi, coloranti e composti esterni. Le etichette sleeves che rivestono tutto il contenitore creano enormi problemi quando sono di diverso materiale plastico rispetto al contenitore che rivestono. Per motivi tecnici ed economici vengono scelte in PVC in molti casi e applicate su contenitori in PET. Questa pratica compromette il riciclaggio sin dalle prime fasi di selezione. A causa della sleeve in PVC  il contenitore in PET non viene riconosciuto dai lettori ottici degli impianti di selezione automatica e viene scartato finendo in discarica o negli inceneritori visto anche l’insostenibilità economica della selezione e rimozione manuale dell’etichetta. Se le bottiglie di plastica delle bevande fossero tutte di PET trasparente la riciclabilità sarebbe ottimale (evitando selezioni per colore e massimizzando il valore del materiale riciclato) ed è per questo motivo che in Giappone è consentito produrre solo bottiglie trasparenti.

4) Ottimizzare l’impiego dei materiali e del design dei contenitori ai fini di un riciclo efficiente. Una nota marca ha lanciato una nuova confezione basica senza manico e in PET per un suo detersivo comunicando i motivi della scelta. Una riduzione dell’eterogeneità delle plastiche con l’utilizzo di polimeri più pregiati ai fini del riciclo è stata perseguita recentemente da aziende leader della GDO in Canada dove per il confezionamento in house verranno usati contenitori e vaschette termoformate in PET invece che in PVC . Questa decisione ha non solamente sottratto il pvc alle discariche e soprattutto dagli inceneritori (il pvc è il precursore delle famigerate diossine) ma sta condizionando anche le decisioni sul packaging che le aziende di marca stanno prendendo.

5)Promuovere l’uso di contenitori a rendere (anche in plastica infrangibile).

6)Utilizzare ove possibile materiale riciclato per realizzare il packaging al posto di materia vergine.

7) Adottare un sistema di marcatura/etichettatura degli imballaggi che possa comunicare in modo chiaro e trasparente al consumatore il grado di riciclabilità dell’imballaggio stesso. Sulla base di questo grado di riciclabilità potrebbe essere fissato il livello di contributo ambientale che tale imballaggio deve pagare al sistema di raccolta.

8) Nei punti vendita della GDO: favorire la nascita di circuiti specifici a “filiera breve” raccoltariciclo-riprodotto, anche con sistemi a cauzione come avviene ad esempio in molte catene GDO centro europee.

9) Nei punti vendita della GDO: eliminare l’imballaggio eccessivo e ridurre il consumo di sacchetti monouso per l’ortofrutta. Per quanto riguarda alcuni prodotti alimentari confezionati in loco (ad es i formaggi) è possibile ridurre l’imballaggio alla sola pellicola eliminando i vassoi in polistirolo. Nel settore ortofrutta si può ridurre il consumo di sacchetti monouso mettendo a disposizione dei clienti una soluzione riutilizzabile come i retini in cotone o poliestere proposti dalla campagna Porta la Sporta con l’iniziativa Mettila in rete.

10) Nei punti vendita della GDO: favorire un cambio di abitudini che spinga i cittadini consumatori al riutilizzo di contenitori portati da casa e all’adozione di prodotti con parti intercambiabili adatti all’uso multiplo in quanto unica strategia possibile ed efficace per ridurre il consumo usa e getta. Per quanto riguarda i prodotti acquistabili sfusi con contenitori riutilizzabili del settore detersivi e detergenti per la casa e la persona è stato rilevato da negozi specializzati in prodotti sfusi che, quanto più ampio è l’assortimento a disposizione dei clienti, tanto maggiore diventa lo smercio con questa modalità. La GDO può guidare le scelte dei consumatori dalle versioni usa e getta a versioni adatte all’uso multiplo mettendo a disposizione e valorizzando queste ultime. Partendo da un oggetto usato quotidianamente come lo spazzolino da denti va notato che l’offerta di modelli con testine intercambiabili è quasi inesistente o poco visibile. Solamente la Coop ha in assortimento un modello di spazzolino con testine intercambiabili a marca propria (realizzato in Italia) in tutti i punti vendita. Tutti i modelli di spazzolini presenti in assortimento sugli scaffali delle maggiori insegne della GDO sono spazzolini monouso che per lo più arrivano dalla Cina, tranne un unico modello che non è però capillarmente diffuso nei punti vendita.

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