Chi l’ha vista?

500-euro

È facile da trasportare e consente di avere sotto mano grandi quantità di denaro in un piccolo ingombro. In un pacchetto di sigarette ci stanno 20mila euro in 500 euro arrotolati. In una valigetta 24 ore 6 milioni.

La banconota da 500 euro è il taglio preferito per le transazioni illegali. Nonostante ne circolino apparentemente poche, 614 milioni di pezzi (dati a fine 2015) per un valore pari a 306 miliardi di euro, l’emissione segue un andamento regolare. In realtà ben il 28,3% dei 1.083 miliardi di euro in circolazione è in banconote da 500. Ne parla, oggi, Ettore Livini su Repubblica.

Ogni anno ritiriamo agli sportelli delle banche una cifra irrisoria di banconote da 500 (83 milioni di controvalore nel 2014, ultimo dato disponibile). Nel 2015, le banche italiane hanno accolto biglietti da 500 euro in misura cento volte superiore (9 miliardi) rispetto a quanto ne hanno distribuiti. Un’anomalia visto che per tutti gli altri tagli il saldo è in equilibrio. La forbice tra entrate e uscite sta continuando ad allargarsi e dal 2010 ad oggi nel nostro Paese sono stati versati 37 miliardi di euro in “bigliettoni” di provenienza ignota. Da dove arrivano questi soldi fantasma? Si tratta, sostiene la banca centrale, di “afflussi provenienti da altri Paesi”. Frutto con ogni probabilità di evasione o riciclaggio. Per anni del resto, come ha sottolineato il governatore Ignazio Visco, “le banconote da 500 euro avevano una diffusione particolare a Como e Forlì”. Non lontano, guarda caso, da Svizzera e San Marino. Continue Reading

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Il 50% dei rifiuti in Italia è ancora smaltito in discarica

rifiuti in Italia ancora smaltiti in discarica

Quasi il 50% dei rifiuti urbani prodotti in Italia viene conferito in discarica, a fronte di Paesi del Nord Europa che in alcuni casi hanno di fatto raggiunto l’obiettivo di azzerare del tutto l’interramento dei rifiuti (Germania, Paesi Bassi e Svezia), accompagnando al minore ricorso alla discarica valori di recupero e incenerimento significativamente più alti di quelli italiani.

In Italia si producono annualmente circa 170 milioni di tonnellate di rifiuti, tra urbani, speciali e pericolosi, pari a una media di 3 tonnellate di rifiuti pro capite annui. Gran parte di questi è prodotta dalle attività di costruzione e demolizione (35% del totale), un quarto circa è composto da rifiuti speciali non pericolosi, il 19% da rifiuti urbani, il 15% dal trattamento dei rifiuti e infine il 6% da rifiuti speciali pericolosi. La produzione annua di rifiuti in Europa è stimata pari a circa 2,5 miliardi di tonnellate, equivalenti a 5 tonnellate di rifiuti pro capite, con una distribuzione per tipologia di rifiuto molto differente da quella italiana: i rifiuti urbani in Europa rappresentano appena l’8,7% del totale, mentre la gran parte dei rifiuti è prodotta dal settore industriale (i rifiuti speciali non pericolosi sono il 48% del totale). Rappresentando valori medi riferiti a tutti gli Stati membri, questi dati nascondono in realtà importanti differenze, in particolare tra gli Stati originari e i nuovi Stati membri, più indietro nel perseguimento della strategia europea per i rifiuti. La produzione di rifiuti urbani in Europa, come in Italia, è il risultato di un mix di fattori, i più rilevanti dei quali sono l’andamento del PIL, la crescita demografica e le politiche messe in atto per la gestione del ciclo dei rifiuti.

Rispetto ai percorsi indicati dall’Unione Europea per una gestione del ciclo integrato finalizzata a raggiungere l’obiettivo di conferire in discarica il minor quantitativo possibile di rifiuti, l’Italia si trova in condizioni piuttosto critiche. I rifiuti vengono interrati nel 49,2% dei casi, rispetto a una media europea del 37,2% e a valori prossimi allo zero per i Paesi più virtuosi (Germania, Paesi Bassi e Svezia). Parliamo tuttavia di un dato medio, poco rappresentativo di situazioni regionali che presentano macroscopiche differenze: accanto a Regioni che mandano in discarica al massimo il 10% dei rifiuti (Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto), altre Regioni interrano quasi interamente la loro produzione di rifiuti (Sicilia, Calabria, Molise). Differenze che si riscontrano anche in altri aspetti rappresentativi di una gestione più o meno virtuosa del ciclo integrato: la raccolta differenziata raggiunge percentuali superiori al 50% in tutte le Regioni del Nord Italia (fanno eccezione solamente la Liguria e la Valle d’Aosta), mentre in alcune realtà stenta a raggiungere il 20% (Sicilia, Calabria, Puglia, Molise); in Lombardia e in Emilia Romagna si inceneriscono più di 200 kg di rifiuti pro capite l’anno, rispetto ai 2 kg pro capite delle Marche, agli 8 del Piemonte, ai 18 kg pro capite pugliesi. Questi differenti risultati sono del resto il frutto di condizioni di contesto profondamente diverse. Innanzitutto la dotazione impiantistica che, se risulta insufficiente a livello nazionale, a livello territoriale sembra del tutto disomogenea: accanto a Regioni che hanno una dotazione impiantistica, al netto della discarica, superiore ai 4 impianti per 1.000 kmq (Lombardia), altre Regioni (Basilicata, Sicilia, Sardegna) registrano una densità impiantistica ogni 1.000 kmq che non raggiunge neanche l’unità. Anche la struttura imprenditoriale risulta tutt’altro che omogenea. Le Regioni nord orientali si contraddistinguono per la significativa presenza di multiutility: in Emilia Romagna il 16,9% delle imprese di igiene ambientale è una multiservizio, così come circa l’11% delle imprese venete e toscane e più del 10% delle imprese lombarde e alto atesine. In compenso in Sicilia e in Piemonte non si registra la presenza di alcuna multiservizio, e non stanno molto meglio altre Regioni in cui le multiutility rappresentano meno del 4% del tessuto imprenditoriale (Lazio, Campania, Liguria). Alla struttura imprenditoriale è legata soprattutto una diversa capacità di investimento che non fa che acuire la già profonda differenza impiantistica; le imprese multiservizio sono infatti anche quelle che in virtù della possibilità di diversificare le fonti di ricavo, ma soprattutto della grande dimensione, riescono a programmare meglio le politiche di investimento, garantendo migliori risultati. L’analisi degli investimenti realizzati ha infatti dimostrato come nel Mezzogiorno d’Italia la più alta presenza di gestioni in economia, unita alla piccola dimensione media delle imprese, abbia di fatto determinato una scarsa capacità di investimento, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Gli investimenti che hanno reso di più sono stati infatti quelli realizzati dal sistema imprenditoriale, piuttosto che dagli Enti locali e, tra i primi, quelli delle realtà aziendali più grandi. Anche il costo del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti presenta forti differenziazioni territoriali; ancora una volta le situazioni più competitive, in grado di gestire il settore a costi più contenuti, si trovano nel Nord del Paese, mentre è nel Mezzogiorno che, pur in presenza di livelli di raccolta differenziata contenuti e con uno smaltimento ancora prevalentemente concentrato in discarica, si registrano i costi più alti. In generale si osserva che in alcune Regioni l’aver mantenuto elevati i costi medi di smaltimento in discarica, anche con il sistema dell’ecotassa, ha ben funzionato come disincentivo, concorrendo a favorire lo sviluppo di soluzioni alternative, mentre in altre aver lasciato la discarica a costi molto competitivi rispetto ad altre forme di recupero e smaltimento ha di fatto rafforzato la tendenza del sistema a ricorrere prevalentemente all’interramento dei rifiuti. Infine si osservano alcune situazioni paradossali per cui, nonostante l’alto costo della discarica, questa continua a essere la soluzione più praticata, presumibilmente per un’arretratezza generale nella gestione del ciclo che fatica a essere risolta (è il caso per esempio della Sicilia). Aver ottenuto risultati, anche molto virtuosi, in alcune realtà territoriali italiane mostra il tema del risanamento del comparto sotto una luce leggermente differente; l’obiettivo di ridurre al minimo il conferimento dei rifiuti in discarica è infatti evidentemente perseguibile e raggiungibile anche nel nostro Paese. Si tratta quindi di individuare un percorso realizzabile, che crei in tutte le diverse realtà territoriali le condizioni di mercato per cui al sistema risulti più conveniente prevenire, recuperare, riciclare, incenerire, piuttosto che portare in discarica. Peraltro, oltre a essere un obiettivo che ci impone l’Unione Europea, la riduzione del conferimento in discarica e la scelta di strategie alternative rappresentano comunque un’esigenza imprescindibile: già nel 2009 si stimava un’autonomia del sistema di smaltimento nazionale di poco superiore ai due anni. A questa emergenza non si è di fatto data alcuna risposta, se non quella di puntellare le situazioni emergenziali che sono andate via via diffondendosi nel Paese. Se a ciò si aggiunge che i tempi medi per le autorizzazioni a realizzare nuovi impianti sono pari a circa 7-8 anni, appare piuttosto chiaro come il Paese si trovi già in notevole ritardo rispetto alla programmazione di soluzioni alternative o di potenziamento delle attuali capacità di smaltimento. La differente performance territoriale è in buona parte attribuibile all’assetto istituzionale del settore, che lascia di fatto alla programmazione regionale la definizione della strategia di gestione e sviluppo del ciclo integrato dei rifiuti. Alla luce di quanto emerso dalle analisi sulle performance regionali, si potrebbe dunque immaginare per lo Stato centrale un ruolo di coordinamento e indirizzo strategico, eventualmente anche attraverso l’elaborazione di un Piano nazionale programmatico, che metta a sistema e razionalizzi le diverse previsioni presenti nei documenti attualmente vigenti ancora troppo generali e generiche nei contenuti (Rete nazionale integrata di impianti di incenerimento rifiuti, Piano nazionale di prevenzione) e che possa essere vincolante per le Regioni. In realtà nel Codice dell’ambiente già si prevedeva un sistema multi-livello delle competenze che dava alle Regioni la responsabilità di realizzare i piani regionali di gestione dei rifiuti, pur individuando per lo Stato un compito di indirizzo, rappresentato essenzialmente dalla adozione di criteri generali per la redazione dei piani regionali, dal compito di individuare gli impianti di recupero e smaltimento di preminente interesse nazionale e di determinare le linee guida per la definizione delle gare d’appalto. Tale sistema è stato però nella realtà ampiamente disatteso e ha portato solamente a una produzione di piani ipertrofica a livello di Regioni, Province e Ambiti territoriali ottimali, contribuendo a rendere ancor più confuso e frammentato il quadro normativo di riferimento. Una programmazione che superi il livello regionale consentirebbe di affrontare anche il tema dell’adeguamento infrastrutturale del settore e della riorganizzazione dell’offerta impiantistica esistente, mantenendo ovviamente una particolare attenzione agli assetti territoriali. Il rapporto con il territorio è di rilevanza primaria al fine sia di ottimizzare la logistica dei trasporti dei rifiuti, sia di garantire un adeguato dimensionamento degli impianti di trattamento e smaltimento, sia di efficientare i rapporti con i segmenti a monte della filiera, molto frammentati, e i rapporti con i mercati di sbocco dei materiali recuperati. Una programmazione dunque che, coniugando esigenze nazionali e territoriali, consenta di intervenire sul sistema impiantistico assicurando che la raccolta abbia adeguati impianti ai quali rivolgersi, che gli stessi non rimangano sottoutilizzati, che la discarica rappresenti effettivamente la scelta residuale. A tale scopo appare cruciale reperire i finanziamenti necessari alla realizzazione di quanto programmato. Stiamo parlando di cifre non irrisorie, visto che una stima riferita ai soli impianti di incenerimento e di compostaggio parla di un fabbisogno finanziario di circa 18-19 miliardi di euro, ai quali si dovrebbero aggiungere gli investimenti necessari per ammodernare l’impiantistica esistente e incrementare la dotazione del segmento del riciclo. Non esistono al momento quantificazioni specifiche di questo ulteriore fabbisogno, rispetto al quale tuttavia si deve evidenziare la assoluta necessità di realizzazione, in virtù dell’obsolescenza di molti impianti e della carente dotazione infrastrutturale, quantitativa e qualitativa, del comparto del riciclo, rispetto al quale anche gli investitori privati avrebbero convenienza e interesse a intervenire. Il settore del riciclo rappresenta infatti un elemento di spicco del ciclo integrato dei rifiuti italiani, rispetto al quale si osservano tuttavia alcune criticità legate non solo alla già sottolineata scarsa dotazione impiantistica, ma anche all’inefficienza del sistema dei consorzi che, se da un lato ha contribuito in maniera determinante alla nascita del settore, creando le condizioni per un suo sviluppo, dall’altro rischia oggi di ingessare eccessivamente un mercato pronto per una maggiore esposizione concorrenziale. Nell’ottica di un rafforzamento del comparto del riciclo occorre una seria politica industriale, anche attraverso l’introduzione di incentivi alle imprese del settore e il sostegno allo sviluppo del Green Public Procurement (acquisti “verdi” da parte della Pubblica Amministrazione), come si prevede nel collegato ambientale. Sempre con riferimento al sistema dei consorzi si deve in aggiunta evidenziare che un sistema più efficiente e un maggior contributo da parte dei soggetti, ai quali si applica il principio della responsabilità estesa del produttore, avrebbe un impatto significativo anche in termini di possibile riduzione dei costi del servizio per l’utente. Il tema della tariffa è un altro aspetto cruciale del sistema dei rifiuti italiano, rispetto al quale è assolutamente necessario intervenire in maniera chiara. L’attuale sistema tariffario è infatti piuttosto confuso e rimesso alla discrezionalità dei Comuni, con diverse metodologie di calcolo e diversi risultati in termini di copertura dei costi del servizio e di spesa delle famiglie e delle imprese. Inoltre si è piuttosto lontani dal rispettare il principio comunitario del “pay as you throw”, mancando di fatto in gran parte del territorio un sistema di tariffazione puntuale. Le recenti disposizioni normative, definite nel disegno di legge di stabilità per l’anno 2014, non hanno peraltro contribuito a fare chiarezza al riguardo. È opportuno infine che il sistema di governance del settore venga in parte rivisto, pur mantenendo validi i princípi che hanno portato alla prescrizione di ambiti ottimali che favorissero l’aggregazione, in un mercato contraddistinto dalla piccola dimensione aziendale. La gestione integrata, già prevista dal decreto Ronchi, aveva infatti l’obiettivo di favorire il consolidamento delle imprese. Tuttavia se è importante che il ciclo dei rifiuti sia considerato integralmente, soprattutto in fase di pianificazione, programmazione e regolamentazione, questo è meno vero in sede di affidamento del servizio. Inoltre le caratteristiche industriali e tecnologiche delle diverse fasi della filiera, che presentano mercati distinti e agevolmente identificabili, fanno propendere per l’opportunità di gestire separatamente i vari segmenti, pur nella consapevolezza dell’importanza che i rapporti tra questi assumono per le numerose interazioni. Molti degli aspetti critici evidenziati e delle possibili soluzioni individuate sono in realtà già presenti nella vigente normativa, che però nei fatti è stata attuata in modo poco tempestivo e puntuale, senza una visione d’insieme e di lungo termine, effettivamente ispirata a un principio di coordinamento istituzionale e all’efficienza gestionale. Solamente per dare un’idea del “blocco attuativo” che ha caratterizzato la normativa settoriale si può considerare come a oggi si sia ancora in attesa di un notevole numero di adempimenti nazionali che potrebbero invece, se realizzati, contribuire piuttosto significativamente al rafforzamento del comparto. In particolare: la definizione di un metodo standard per la certificazione delle raccolte differenziate; il regolamento per la definizione della tariffa puntuale e la revisione del metodo normalizzato; il regolamento sull’assimilazione dei rifiuti speciali non pericolosi agli urbani.

Quello che è venuto a mancare fino a oggi è soprattutto “il mercato”, che avrebbe potuto invece contribuire in maniera determinante a creare quelle condizioni di contesto necessarie per superare le criticità tipiche del settore. Parliamo del “nanismo” imprenditoriale, dell’eccessiva dipendenza delle imprese del comparto dal contributo degli Enti locali per la remunerazione delle fasi a monte del servizio, della scarsa presenza soprattutto delle aziende più piccole nelle fasi più remunerative della filiera (recupero energetico e riciclo), dell’insufficiente livello qualitativo e quantitativo degli investimenti. Si tratta di limiti che vanno superati rapidamente se si vuole guardare al settore in un’ottica di effettivo sviluppo. Senza il superamento di questi, infatti, non sarà possibile gestire i rifiuti secondo una logica innovativa, che li trasformi da scarti da eliminare a risorse da sfruttare.

*Obiettivo discarica zero

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Paul Connett: I 10 punti fondamentali per azzerare la produzione di rifiuti

Paul-Connett-Rifiuti-Zero

Paul Connett il guru del concetto ‘Rifiuti Zero’, professore emerito di chimica ambientale all’Università St. Lawrence di Canton, New York, ha illustrato in un incontro a Capua, organizzato da “Gli amici di Beppe Grillo”, i dieci step capaci non solo di difendere l’ambiente ma anche di creare posti di lavoro combattendo la camorra e la gestione illegale di tutto il ciclo dei rifiuti. Il concetto è semplice e si fonda sulla raccolta differenziata, il porta a porta, il riutilizzo dei materiali, la collaborazione delle industrie nella produzione di materiali e le iniziative dello Stato, elementi, questi, che in concorso tra loro potrebbero, nel giro di pochi anni, far raggiungere l’obiettivo dell’emissione di zero rifiuti nell’ambiente. Per molti potrebbe sembrare un sogno ma il professor Connett a supporto delle sue teorie ha portato l’esempio di San Francisco (Usa) che sta applicando alla lettera i dieci punti di ‘Rifiuti zero’ e attualmente viaggia ad una percentuale di differenziata dell’85% e nel 2020 raggiungerà il 100%.

In Italia Connett è presidente del comitato scientifico della commissione Rifiuti Zero di Capannori, primo comune in Italia ad adottare tale strategia di gestione del servizio.

Dieci passi verso Rifiuti Zero

1. Separazione alla fonte: organizzare la raccolta differenziata. La gestione dei rifiuti non e’ un problema tecnologico, ma organizzativo, dove il valore aggiunto non e’ quindi la tecnologia, ma il coinvolgimento della comunità chiamata a collaborare in un passaggio chiave per attuare la sostenibilità ambientale.

2. Raccolta porta a porta: organizzare una raccolta differenziata “porta a porta”, che appare l’unico sistema efficace di RD in grado di raggiungere in poco tempo e su larga scala quote percentuali superiori al 70%. Quattro contenitori per organico, carta, multi materiale e residuo, il cui ritiro e’ previsto secondo un calendario settimanale prestabilito.

3. Compostaggio: realizzazione di un impianto di compostaggio da prevedere prevalentemente in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori.

4. Riciclaggio: realizzazione di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali, finalizzato al reinserimento nella filiera produttiva.

5. Riduzione dei rifiuti: diffusione del compostaggio domestico, sostituzione delle stoviglie e bottiglie in plastica, utilizzo dell’acqua del rubinetto (più sana e controllata di quella in bottiglia), utilizzo dei pannolini lavabili, acquisto alla spina di latte, bevande, detergenti, prodotti alimentari, sostituzione degli shoppers in plastica con sporte riutilizzabili.

6. Riuso e riparazione: realizzazione di centri per la riparazione, il riuso e la decostruzione degli edifici, in cui beni durevoli, mobili, vestiti, infissi, sanitari, elettrodomestici, vengono riparati, riutilizzati e venduti. Questa tipologia di materiali, che costituisce circa il 3% del totale degli scarti, riveste però un grande valore economico, che può arricchire le imprese locali, con un’ottima resa occupazionale dimostrata da molte esperienze in Nord America e in Australia.

7. Tariffazione puntuale: introduzione di sistemi di tariffazione che facciano pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Questo meccanismo premia il comportamento virtuoso dei cittadini e li incoraggia ad acquisti piu’ consapevoli.

8. Recupero dei rifiuti: realizzazione di un impianto di recupero e selezione dei rifiuti, in modo da recuperare altri materiali riciclabili sfuggiti alla RD, impedire che rifiuti tossici possano essere inviati nella discarica pubblica transitoria e stabilizzare la frazione organica residua.

9. Centro di ricerca e riprogettazione: chiusura del ciclo e analisi del residuo a valle di RD, recupero, riutilizzo, riparazione, riciclaggio, finalizzata alla riprogettazione industriale degli oggetti non riciclabili, e alla fornitura di un feedback alle imprese (realizzando la Responsabilità Estesa del Produttore) e alla promozione di buone pratiche di acquisto, produzione e consumo.

10. Azzeramento rifiuti: raggiungimento entro il 2020 dell’azzeramento dei rifiuti, ricordando che la strategia Rifiuti Zero si situa oltre il riciclaggio. In questo modo Rifiuti Zero, innescato dal “trampolino” del porta a porta, diviene a sua volta “trampolino” per un vasto percorso di sostenibilità, che in modo concreto ci permette di mettere a segno scelte a difesa del pianeta.

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Liguria: Corruzione, politica e mafia

Cosche Mafiose in Liguria

Le ultime inchieste in Liguria hanno dimostrato che le principali forme mafiose italiane, in primis la ‘ndrangheta hanno stretto rapporti con una parte della classe politica, a prescindere dallo schieramento partitico in base alla utilità per la cosca. A differenza che in altre realtà del centro nord dove questo rapporto è limitato od assente, in Liguria purtroppo il connubio tra mafia e politica è presente in maniera rilevante. Il fatturato mafioso stimato è di circa 10-11 miliardi di euro ed è proporzionato alle stime nazionali oscillanti tra i 140-150 miliardi di euro che salgono a 200 con le mafie straniere ed a 2000 nei 27 paesi del parlamento europeo.

La Liguria non è originariamente una terra che ha dato vita a forme mafiose autoctone di una certa rilevanza e per questo motivo parlare di tale argomento su un territorio considerato “un’isola felice” non è mai stato facile. La banda dei genovesi attiva negli anni ’70 non è mai stata in grado di trasformarsi in forma mafiosa. Un campanello d’allarme comunque in Liguria c’è sempre stato: la presenza del clan dei marsigliesi… Ma provenivano dalla Francia. I marsigliesi erano comunque in affari con gli italiani, come tra l’altro lo sono i loro eredi oggi. Altro campanello d’allarme da non sottovalutare riguarda l’emanazione della prima sentenza che ha dimostrato l’esistenza di cosa nostra in Liguria e che risale a 25 anni fa. La presenza al confino di mafiosi sin dagli anni ’50 tra l’altro ha contribuito all’esportazione di tale fenomeno. Negli anni novanta da altre sentenze fu colpito il mercato delle slot machines in mano sempre ai clan siciliani. I rapporti della DIA sin da quando sono stati redatti si sono occupati delle infiltrazioni mafiose in Liguria. La DIA ligure tra l’altro nel corso del 2011 ha sequestrato beni per circa 20 milioni di euro. Lo stesso dicasi per i rapporti della DNA curati ultimamente dalla Dott.ssa Canepa giovane memoria storica dell’antimafia stimata dal giudice Caponnetto per il suo impegno.

Nei vari rapporti la Liguria è spesso considerata come uno snodo del narcotraffico internazionale, per la posizione geografica di confine con la Francia e per i numerosi porti presenti, quali Genova, Savona, Vado Ligure e La Spezia, rappresenta una manna per le organizzazioni criminali mafiose che infatti sono ben rappresentate. Inoltre essendo una terra che non ha dato origine a forme mafiose è un luogo in cui convivono varie forme di criminalità mafiosa ed organizzata. La regola principale di convivenza è quella del non disturbarsi a vicenda. In molti casi inoltre scattano dei meccanismi collaborativi. È il caso dell’accordo tra i nuovi clan marsigliesi e la ‘ndrangheta per gli affari in comune che transitano sui rispettivi territori. Non bisogna inoltre dimenticare che a Sanremo c’è il casinò e solitamente queste strutture sono considerate appetibili dalle varie mafie.

‘NDRANGHETA. La ‘ndrangheta al momento è la forma mafiosa di cui si parla di più. E’ ben presente in tutto il territorio ligure ed utilizza la regione come testa di ponte per la Francia e per i porti ivi presenti. Attualmente risultano presenti locali a Genova, Ventimiglia, Lavagna, Sarzana e probabilmente anche a Sanremo, Rapallo, Imperia, Savona, Taggia. Per la DIA “la Liguria si conferma essere il territorio di elezione di diverse forme di criminalità organizzate e, tra queste, assume particolare rilievo la presenza di sodalizi riconducibili alla ‘ndrangheta”. Le operazioni condotte contro la ‘ndrangheta sono numerosissime ma quella che più di tutte ha dato un contributo fondamentale a capire gli insediamenti al nord è stata la c.d. “operazione crimine” del 13 luglio 2010 che ha permesso di scoprire la presenza organica della ‘ndrangheta sul territorio ligure con gli effettivi organigrammi. I ROS dei carabinieri quotidianamente contrastano la ‘ndrangheta sul territorio ligure. Dalla relazione della commissione antimafia del 2008 allora diretta da Francesco Forgione emerge la presenza di una camera di compensazione per le cosche liguri e piemontesi per la gestione degli affari ed il ruolo della locale di Ventimiglia per il coordinamento. Il biennio 2010/2011 è stato un periodo molto intenso per la procura di Genova che ha potuto contrastare le cosche con le operazioni “maglio 2” e “maglio 3”.

COSA NOSTRA. La mafia siciliana è storicamente presente in Liguria. Il rapporto della DNA ritiene pacifico come dato giudiziario accertato la presenza in particolare su Genova, ma non solo, di “decine”, diretta emanazione di “famiglie” di cosa nostra. In particolare si registra un’attenzione per il riciclaggio, l’usura, lo sfruttamento della prostituzione, la distribuzione delle bevande, la gestione delle slot machines non solo abusive o clonate ma sempre più ufficiali con tanto di autorizzazione dei Monopoli di Stato. Risultano presenti in particolare i gruppi di Caltanissetta e Gela. Il rapporto della DIA conferma ciò con una maggiore penetrazione in Genova e provincia ma con l’intera regione considerata un terreno appetibile per le organizzazioni criminali per il rifugio ai latitanti ed il riciclaggio in attività lecite. Si segnala inoltre l’attenzione dei clan siciliani per la gestione ufficiale dei rifiuti. I clan di cosa nostra mostrano anch’essi una notevole attenzione per gli investimenti in Francia e Costa Azzurra.

CRIMINALITA’ MAFIOSA CAMPANA. I vari rapporti che si sono succeduti nel corso degli anni, sia della DIA sia della DNA, confermano la presenza in Liguria di soggetti operativi della criminalità mafiosa campana in grado di sviluppare autonome relazioni criminali. La presenza della camorra è stata riscontrata a La Spezia, a San Remo e Ventimiglia. Le ramificazioni hanno privilegiato oltre allo spaccio ed al gioco d’azzardo la contraffazione. Vi sono inoltre elementi di spicco di origine camorristica fuggiti in Francia e che da oltre confine gestiscono affari anche con i francesi.

SACRA CORONA UNITA. Iniziano ad essere presenti anche esponenti della criminalità mafiosa pugliese in Liguria, più precisamente nella zona di Savona in accordo con gruppi di albanesi dediti allo spaccio. L’espansione della SCU non avviene per clan ma per singoli esponenti e lentamente si estende sul territorio regionale.

*Rapporto Fondazione Antonino Caponnetto

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Ottenere metalli preziosi dai rifiuti elettrici

Ecco un interessante idea che unisce l’utile al dilettevole. Cioe’ riciclare materiali elettrici, pericolosi e difficili da smaltire (Tv, computer, frigoriferi etc), ricavandone metalli preziosi. Euronews ha intervistato il Direttore e il Manager della SAT, che ci illustrano il progetto del riciclaggio mobile.

Bernd Kopacek, Direttore della SAT: “Abbiamo sviluppato una macchina mobile che puo’ essere destinata a diversi tipi di riciclaggio ed è in grado di estrarre sostanze rare o pregiate da apprecchi elettronici vetusti, principalmente metallici; puo’ estrarre oro, argento, ittrio, litio e simili”.

Il macchinario è interno a questo container attualmente posizionato alla periferia di Belgrado. L’idea è dotare piccole aziende di nuove tecnologie per estrarre metalli preziosi da resti elettronici.

Francesco Veglio, Professore di Chimica all’Università dell’Aquila: “Questa a titolo di esempio e’ una polvere che si trova nei tubi catodici, ma questa parte di rifiuto, che contiene una grande quantita’ di ittrio, circa il 10%, e’ stata generalmente inviata in discarica”.

Anche i tubi catodici non si sprecano, vengono polverizzati e purificati.Francesco Veglio: “I nostri processi possiamo immaginarli come quando alla mattina facciamo il caffe’. E’ un’operazione cosiddetta di lisciviazione: l’acqua che passa in questo solido e quindi solubilizza il caffe’. Ovviamente per aiutare il recupero di questo elemento quale per esempio l’ittrio, che si trova in questa polvere, aggiungiamo dei reagenti chimici che permettono questo recupero”. I resti assomigliano a questa morchia in cui di fatto l’ittrio è un elemento capitale per fabbricare i led.

Ma quali altri rottami sono ricchi di metalli preziosi?

Bernd Kopacek, Managing Director, SAT: “I PC, i notebooks, i lettori DVD, di adattatori, le luci fluorescenti, le lampadine, gli schermi i monitor tv, le batterie, gli schermi LCD e on solo.” La SET Reciklaza a Belgrado è partner europeo per sviluppare questo sistema. Obiettivo dell’azienda nell’Europa dell’Est è raggiungere gli stessi standard di riciclaggio dei concorrenti occidentali.

Bernd Kopacek, Direttore della SAT: “Si puo’ immaginare che la nostra attività qui duri un mese, poi ci trasferiamo da un altro riciclatore piu’ grande, poi passiamo due mesi in Romania e cosi’ via”.

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