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Il Sud Italia, sempre più povero

elemosina

L’Italia continua a essere spaccata in due, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento. Nel 2013 il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di dieci anni fa, negli anni di crisi 2008-2013 i consumi delle famiglie sono crollati quasi del 13%, gli investimenti nell’industria addirittura del 53%, i tassi di iscrizione all’Università tornano ai primi anni Duemila e per la prima volta il numero di occupati ha sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 6 milioni, il livello più basso dal 1977. Questo è il Sud visto dal rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno.

Una terra a rischio desertificazione industriale e umana, dove si continua a emigrare, non fare figli e impoverirsi: in cinque anni le famiglie assolutamente povere sono aumentate di due volte e mezzo, da 443mila a 1 milione e 14mila nuclei. Per il sesto anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno registra segno negativo, a testimonianza della criticità dell’area. Il peggior andamento del Pil meridionale nel 2013 è dovuto soprattutto ad una più sfavorevole dinamica della domanda interna, sia per i consumi che per gli investimenti. Anche gli andamenti di lungo periodo confermano un Paese spaccato e diseguale: negli anni di crisi 2008-2013 il Sud ha perso -13,3% contro il 7% del Centro-Nord. Il divario di Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2013 è sceso al 56,6%, tornando ai livelli di dieci anni fa. Il divario tra la regione più ricca e la più povera è stato nel 2013 pari a 18.453 euro: in altri termini, un valdostano ha prodotto nel 2013 oltre 18mila euro in più di un calabrese.

Se confermati questi dati porterebbero al Sud nel 2014 rispetto al 2007 a quasi 800mila posti di lavoro in meno (pari a una flessione del 12%). I consumi delle famiglie meridionali sono scesi ancora del 2,4% nel 2013 (a fronte del 2% di quelle settentrionali). Dal 2008 al 2013 la caduta cumulata dei consumi delle famiglie ha sfiorato nel Mezzogiorno il 13%, più del doppio del calo registrato nel resto del Paese. Preoccupanti anche i tagli agli investimenti in infrastrutture. Se nel Centro-Nord si mantengono i livelli di spesa per opere pubbliche di 40 anni fa, al Sud oggi si spende 1/5 di quanto si faceva negli anni ’70.

Nel 2013 sono andati persi 478mila posti di lavoro in Italia, di cui 282mila al Sud, posti di lavoro persi soprattutto tra i lavoratori giovani under 34 e al Sud (-12% contro il -6,9% del Centro-Nord). La nuova flessione riporta il numero degli occupati del Sud per la prima volta nella storia a 5,8 milioni. Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro. In più, rispetto alla media europea a 27 del 75,3%, i giovani diplomati e laureati italiani presentano un tasso di occupazione di circa 27 punti più basso, pari al 48,3%. Si inizia a credere che studiare non paghi più, alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata. Non a caso, dei 3 milioni 593mila giovani Neet (Not in education, employment or training) nel 2013, aumentati di oltre il 25% rispetto al 2008, il 47% è diplomato e l’11% laureato.

Un quadro devastante, il Sud ormai è sempre più povero ed abbandonato a se stesso. In Italia oltre due milioni di famiglie si trovavano nel 2013 al di sotto della soglia di povertà assoluta, ma nel meridione la povertà assoluta è aumentata rispetto all’anno scorso del 2,8% contro lo 0,5% del Centro-Nord. Nel periodo 2007-2013 al Sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute oltre due volte e mezzo, da 443mila a 1 milione 14mila, il 40% in più solo nell’ultimo anno.

“Per uscire dalla recessione e tornare a crescere” suggerisce Riccardo Padovani, Direttore della SVIMEZ è necessario “oltre alle politiche di welfare, che pure hanno effetti non solo sociali ma anche di sostegno anticiclico dell’economia, attivare un’azione, un piano di primo intervento, che, pur in un’ottica di emergenza, sia coerente con una complessiva strategia di rilancio dello sviluppo. Un disegno di cui lo Stato divenga responsabile e parte attiva, come regista, e non come pura entità di spesa o di sola regolamentazione dei mercati”. La Svimez continua a insistere su come e perché il Mezzogiorno resti la grande opportunità per avviare un percorso durevole di ripresa e di trasformazione dell’economia italiana.

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La Germania è il modello da seguire?

angela-merkel

Negli ultimi dieci anni l’economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d’Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le “controriforme” di oggi, non vanno verso l’aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese – anche se imposte – da alcuni paesi della periferia. Se questi sapranno tenere duro, usciranno dalla crisi più competitivi; e la pole position di Berlino non è garantita per sempre.

Dieci anni fa, la Germania era considerata il malato d’Europa: la sua economia era impantanata nella recessione mentre quella degli altri paesi europei era in ripresa, il suo tasso di disoccupazione era superiore alla media dell’eurozona, il suo sistema finanziario era in crisi ed essa non riusciva a rispettare le norme europee sul deficit eccessivo. Oggi, invece, la Germania viene presentata come un modello da seguire. Nel valutare questo ribaltamento di condizioni, è utile operare una distinzione tra le misure di competenza dello Stato e quelle che ricadono nell’ambito d’azione delle parti sociali e della società in generale.

La sola area in cui la responsabilità di un governo è chiara e non controversa è quella della finanza pubblica. Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell’eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica – che nel 2003 era pari a quasi il 46% del pil, e quindi superiore alla media dell’eurozona – è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella “grande recessione”, la Germania aveva un’incidenza della spesa sul pil fra le più basse d’Europa.

Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell’epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l’adozione dell’euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell’elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un’analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda.

La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L’elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell’area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell’eurozona.

Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l’economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all’intensa concorrenza internazionale; ma anche in quel settore la performance tedesca non è la migliore fra i grandi paesi dell’eurozona. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero. Una riforma sostanziale del terzo settore sarebbe stata quindi auspicabile per generare incrementi significativi della produttività dell’economia: ma nel 2003 tutta l’attenzione era concentrata sulla competitività internazionale e sull’industria, e la riforma non c’è stata.

Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell’età pensionabile e controllo degli affitti. Va detto per inciso che nessun paese meridionale, e forse nessun altro paese membro, potrebbe introdurre un pacchetto di misure di questo tipo senza ricevere aspri rimproveri da Bruxelles (e da Berlino). Il che dimostra che il sistema di coordinamento delle politiche economiche all’interno dell’area dell’euro è completamente asimmetrico. Comunque, tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.

Salario minimo. È prevista un’ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all’ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull’esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull’occupazione.
Riduzione dell’età pensionabile. Un’importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l’età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L’andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l’aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell’Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.

La conclusione generale è che alcuni elementi del “modello tedesco” potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell’area dell’euro. Un dura turo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l’ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l’Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell’Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L’elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un’aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.

Per fortuna, alcuni paesi periferici si vedono oggi costretti dai loro creditori a intraprendere riforme drastiche, non solo del mercato del lavoro, ma anche del settore dei servizi. Sono queste le riforme che – anche se inizialmente subite sotto imposizione – consentono un certo ottimismo, perché nel tempo favoriranno la produttività e la flessibilità, portando i paesi che le attuano a diventare più competitivi. La lezione che dobbiamo cogliere dalle alterne sorti dei paesi dell’area dell’euro negli ultimi dieci anni è che bisognerebbe evitare di prefigurare il futuro sulla base delle difficoltà di un dato momento. Le riforme intraprese oggi in alcuni paesi periferici sono molto più profonde di quelle attuate dalla Germania nei suoi momenti di difficoltà. I paesi che avranno il coraggio di persistere nello sforzo di riforma potrebbero uscirne molto più snelli e competitivi. Quelli che invece non ne saranno capaci (e l’Italia deve riuscire a evitare questo scenario), si troveranno bloccati nella trappola di una bassa crescita ancora per molto tempo. Quali saranno le condizioni dei singoli paesi fra dieci anni è materia del tutto incerta, ma la pole position tedesca non è garantita per sempre. I posizionamenti dei vari paesi nella graduatoria dell’economia europea potrebbero cambiare in qualsiasi momento.

*Daniel Gros – Aspen Institute Italia

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Disuguaglianze economiche + ingiustizia sociale = Italia

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La disuguaglianza e l’ingiustizia sociale mettono a dura prova la democrazia. Una società fortemente diseguale, che preclude i meccanismi di promozione sociale al suo interno, che coniuga svantaggio economico con la mancanza di opportunità, che precarizza i diritti degli esclusi, che difende i privilegi e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, mina la coesione sociale e pregiudica l’identificazione tra pari cittadini. Un legame sociale allentato, che non si aggrega intorno a beni comuni riconosciuti, rischia di incrementare la sfiducia istituzionale, di salvare solo l’apparenza ma in realtà di affossare la sostanza del principio di rappresentatività, di scoraggiare ogni partecipazione e coinvolgimento. Il conflitto sociale, nelle sue diverse espressioni, quando non è finalizzato al cambiamento costruttivo e diventa la mera espressione di rabbie e frustrazioni che sfociano in “guerre tra poveri” che frantumano l’opposizione della società, può essere utilizzato per politiche demagogiche e autoritarie, che ledono e riducono i diritti di tutti, e distorcono i delicati equilibri della compensazione tra i poteri, fondamentali per la tenuta delle garanzie a cui è preposto uno stato democratico. Là dove la redistribuzione più equa della ricchezza, nelle sue diverse modalità dirette e indirette, è invece un’attenzione costante da parte delle Amministrazioni dello Stato, la coesione sociale risulta più alta, i cittadini si sentono destinatari della preoccupazione e della solidarietà sociale organizzata, percepiscono maggiore dignità personale e si sentono titolari di diritti che vengono rispettati. Il maggiore senso dello Stato che ne deriva, il più diffuso rispetto della legalità, sono il risultato del sentimento di appartenenza a una comunità , di cui si percepiscono, pur nelle loro vicissitudini e sfortune, parte integrante e attiva. L’Italia, per quanto riguarda le disuguaglianze economiche e sociali, si colloca agli ultimi posti tra gli stati appartenenti all’Unione europea ed è scavalcata in termini di maggiore giustizia sociale da molti paesi degli altri continenti. La crisi economica, come si evidenzia dalle statistiche, amplia le sperequazioni e incide ancora più pesantemente sulle disuguaglianze. Una delle principali cause dell’attuale recessione, iniziata nel 2008 è la caduta del reddito disponibile, che ha determinato una profonda contrazione dei consumi delle famiglie. Nel 2012, infatti, in presenza di una flessione del prodotto interno lordo reale del 2,4 per cento, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8 per cento. Si tratta di una caduta di intensità eccezionale e che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino (nel 2011 il reddito reale era inferiore di circa il 5 per cento rispetto a quello del 2007, ultimo anno in cui aveva presentato una dinamica positiva). Le famiglie operaie passano (tra il 2006 e il 2010) da 14.485 a 13.249 euro, con la perdita dell’8,5 per cento, mentre gli impiegati salgono solo dello 0,5 per cento. E, intanto, ci si indebita sempre di più: nei soli primi nove mesi del 2012 le famiglie indebitate sono passate dal 2,3 al 6,5 per cento. Il 60,6 per cento afferma di essere costretta a metter mano ai risparmi per arrivare a fine mese, il 62,8 per cento ha grandi difficoltà ad arrivarci e quasi l’80 per cento non mette da parte neanche un euro. Nel 2012 la propensione al risparmio delle famiglie italiane si e’ attestata su livelli sensibilmente inferiori rispetto alle famiglie tedesche e francesi, avvicinandosi a quella del Regno Unito, tradizionalmente la più bassa d’Europa. Lo scorso anno la propensione è scesa all’8,2%, ovvero 0,5 punti percentuali in meno del 2011 e 4 punti percentuali in meno rispetto al 2008. Un paese più povero è costretto a fare i conti innanzitutto con il proprio carrello della spesa. Sei famiglie su dieci per far fronte alle difficoltà economiche hanno ridotto la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati. Tale comportamento è divenuto particolarmente frequente nel 2012 e coinvolge ormai il 62,3 per cento delle famiglie, con un aumento di quasi nove punti percentuali nell’arco di soli dodici mesi. La punta massima del fenomeno si è verificata nel Mezzogiorno (al 73 per cento), ma in termini incrementali si sono avute variazioni anche più ampie al Nord, dove il salto è stato di quasi 10 punti percentuali. Aumenta, inoltre, di circa due punti percentuali la quota di famiglie che acquistano generi alimentari presso gli hard discount, soprattutto nel Nord. Bisogna invece cogliere nella crisi economica un’opportunità per invertire la rotta, per diminuire il divario tra ricchi e poveri e restituire dignità alle fatiche di molte, troppe persone che rimangono schiacciate da meccanismi economici perversi e dall’indifferenza di coloro che ne sono esentati e riescono a starne fuori. Solo in questo modo, facendo della recessione un’occasione di redistribuzione più equa della ricchezza nel nostro paese, non solo è possibile rilanciare lo stesso sviluppo come sostengono molti analisti economici, ma si mobilitano risorse morali oggi affievolite, rilanciando attenzione e solidarietà, ricostruendo un senso e una percezione del “noi” indispensabile per ricreare le condizioni di una nuova coesione sociale. La cronaca, in particolare di questi ultimi tre anni di crisi economica, ha registrato i numerosi suicidi di imprenditori che si sono sentiti assaliti e attanagliati da un gravoso e schiacciante senso di responsabilità verso le proprie maestranze sul lastrico, dei tanti artigiani e disoccupati non più in grado di mantenere le loro famiglie. Secondo ultimo rapporto sui Diritti globali 2013 , sono 121 le persone che tra il 2012 e i primi tre mesi del 2013 si sono tolte la vita per cause direttamente legate al deterioramento delle condizioni economiche personali o aziendali: nel 2012 i suicidi sono stati 89, mentre sono 32 nei primi tre mesi del 2013 il 40% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Stupisce il divario che, proprio per il risalto delle notizie e dei fatti da parte di giornali e mass media, si misura tra la consapevolezza diffusa dell’opinione pubblica e l’assenza di iniziative e di adeguate strategie per fronteggiare la drammatica situazione: ritardi non solo di azione ma anche di pensiero nel merito.
*Gruppo Abele

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Dall’inizio dell’anno chiuse 45mila imprese, 7mila per fallimento

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La recessione continua a mietere vittime tra le imprese: con le 22 mila aziende che nel secondo trimestre del 2013 hanno avviato una procedura di insolvenza o una liquidazione volontaria (+9,9% sullo stesso periodo del 2012), sale a 45 mila il totale delle chiusure di impresa nella prima metà dell’anno, in aumento del 9,3% rispetto al dato già elevato del 2012.

Nei primi sei mesi del 2013 la crisi non ha risparmiato alcun settore economico: le chiusure aziendali sono aumentate con tassi a due cifre rispetto allo stesso periodo dello scorso anno in tutta l’economia. L’edilizia rimane il comparto con la maggiore incidenza del fenomeno: l’exit ratio (rapporto tra il numero di chiusure di società di capitale al netto delle ‘scatole vuote’ e il numero di società operative con attivo patrimoniale maggiore di zero) si è attestato al 3% tra le imprese che operano nelle costruzioni, contro percentuali del 2,8% nell’industria e del 2,6% nei servizi. Anche dal punto di vista geografico, l’aumento di insolvenze e liquidazioni volontarie ha avuto un carattere pervasivo: le chiusure sono risultate in aumento nei primi sei mesi dell’anno in tutta la Penisola, con la sola eccezione della Valle d’Aosta. Nel Nord del Paese procedure e liquidazioni sono aumentate a ritmi dell’11%, nel Mezzogiorno e nelle Isole dell’8,4%, mentre nel Centro Italia del 6,7%. Nel periodo tra aprile e giugno sono aumentate tutte le procedure di chiusura, anche se con diverse dinamiche.

I fallimenti hanno fatto registrare nuovi record negativi: con gli oltre 3.600 casi del secondo trimestre (+10,7% sull’anno precedente e il massimo del periodo in oltre un decennio), il totale delle procedure aperte nella prima metà dell’anno ha superato abbondantemente quota 7 mila (record del decennio), in aumento del 12,3% rispetto al 2012. È proseguita anche la maggiore tendenza da parte degli imprenditori a chiudere volontariamente le proprie attività: si contano 17 mila liquidazioni volontarie tra aprile e giugno (+8,8%), per un totale di 36 mila pratiche avviate nella prima metà dell’anno (+8%). Diversamente dagli anni precedenti, in cui la crescita dei fallimenti riguardava quasi esclusivamente le società di capitale, nella prima parte del 2013 i default sono aumentati con tassi a due cifre in tutte le forme giuridiche: +12,2% nel caso delle società di capitale, +12,4% per le società di persone e +13,1% tra le altre forme giuridiche. L’accelerazione dei fallimenti non ha risparmiato nessuna area del Paese: il fenomeno è cresciuto con tassi del 19,5% nel Nord Est, area che aveva beneficiato di un miglioramento tra la prima metà del 2012 e del 2011, dell’11,2% nel Centro e del 10,6% nel Nord Ovest e nel Mezzogiorno. Anche dal punto di vista settoriale, il fenomeno è cresciuto ovunque con tassi a due cifre: +13,3% nei servizi, +11,3% nell’edilizia e +10% nella manifattura, che ha invertito il trend positivo dell’anno precedente.

Tra le chiusure, l’incremento più consistente ha riguardato le procedure di insolvenza diverse dai fallimenti: sono aumentate a ritmi del 34% nel secondo trimestre e del 31% nel primo semestre del 2013. All’origine vi è l’introduzione del cd concordato in bianco, che consente alle imprese di presentare una domanda priva del piano di risanamento e di bloccare le azioni esecutive dei creditori fino al termine stabilito dal giudice per la presentazione del piano. Secondo le stime di Cerved Group sono state presentate oltre 1.200 istanze nel secondo trimestre, che hanno portato a 2.500 il totale dei concordati con riserva della prima metà dell’anno. L’ampio utilizzo che le imprese italiane hanno fatto del concordato in bianco ha determinato una forte impennata anche dei concordati ‘tradizionali’ (comprensivi di un piano di risanamento) : nel primo semestre dell’anno se ne contano più di mille, cui corrisponde un aumento dell’87,5% rispetto alla prima parte del 2012. Complessivamente, contando anche le altre procedure non fallimentari (in calo del 26%) si contano più di 1.500 insolvenze diverse dai fallimenti nei primi sei mesi dell’anno, il 31,1% in più rispetto alla prima metà del 2012. Le procedure non fallimentari sono aumentate in tutti i settori con tassi a due cifre e a ritmi particolarmente elevati nell’industria (+60,7%), che ha evidenziato un tasso di crescita quasi doppio rispetto a quello delle costruzioni (+32%) e quasi triplo rispetto a quello osservato nel terziario (+22%). Dal punto di vista geografico, il fenomeno è esploso nel Nord Est (+64%), è aumentato di oltre un quarto nel Nord Ovest (+25,7%) e nel Mezzogiorno (+27,5%), mentre l’incremento è risultato più contenuto nel Centro Italia (+15,8%).
*Osservatorio Cerved Group su fallimenti, procedure e chiusure di imprese

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Perché dobbiamo pagare per debiti fatti da altri?

crisi-euro-Debiti illegittimi-insolvenza-banche-finanza

Contrariamente a ciò che raccomandano economisti, esperti e organizzazioni internazionali, il “default” non è affatto il peggiore dei mali. Anzi. Perché la crisi economica che stiamo attraversando, prima di essere la crisi del debito pubblico, è la crisi del sistema bancario. È la crisi di un modello economico basato sulla finanza, che ha concentrato la ricchezza nelle mani delle banche a svantaggio del lavoro salariato.  I governi, che non hanno tassato patrimoni e capitali e che non hanno contrastato l’evasione verso i paradisi fiscali, si ritrovano oggi pesantemente indebitati nei confronti dei fondi di investimento stranieri, ma soprattutto nei confronti delle banche europee. Queste ultime hanno bilanci fragili. Hanno creato troppo credito rispetto ai depositi e ai fondi propri.”Diritto all’insolvenza” significa, allora, impedire che in nome della solvibilità del debito pubblico si impongano riforme in senso liberista e ulteriori tagli alle politiche sociali. Significa limitazione dello strapotere della finanza e ripristino di un controllo sociale sull’attività bancaria. Significa ripensare la crisi della zona euro a partire dall’urgenza di nuovi modelli di produzione e di investimento. Il diritto all’insolvenza parte da una domanda semplice: perché dobbiamo pagare per debiti fatti da altri?

I debiti illegittimi, o se preferite “odiosi”,  hanno spesso dato inizio ad un’esplosione che dal 1980 a oggi ha portato l’indebitamento estero dei paesi in via di sviluppo a moltiplicarsi otto volte. Nel 2010 la Banca Mondiale misurava in 4.076 miliardi di dollari lo stock di debito estero accumulato da questi paesi, per un costo annuo di 583 miliardi di spesa per interessi. Di questo debito, 1647 miliardi (il 40% circa) costituiscono debito pubblico, e sono dovuti per il 46% a compagnie private, per il 33% ad Istituzioni Internazionali, e per il restante 21% a singoli stati. Guardando alla ripartizione geografica, quasi il 30% del debito pubblico estero è detenuto dai paesi dell’America Latina.

Prefazione del saggio di François Chesnais su “Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza. Quando sono le banche a dettare le politiche pubbliche” .

Questa prefazione viene scritta mentre Georges Papandreou ha appena annunciato, il primo novembre, l’organizzazione di un referendum sulle ultime misure di «aiuto» alla Grecia contenute nel travagliato accordo europeo del 26-27 ottobre. La sua decisione può essere vista come una misura disperata da parte di un uomo a fine corsa, distrutto dall’estensione e dalla tenacia della resistenza popolare ai piani di austerità e logorato dal comportamento dei dirigenti francesi e tedeschi nei suoi confronti. L’azione dei giovani ad Atene e a Salonicco nello scorso giugno, lungo la scia del movimento degli Indignati spagnoli, ha rinvigorito una resistenza che si esprime su qualunque terreno. Le confederazioni sindacali sono state obbligate a indire due scioperi generali consecutivi, prima in giugno e poi il 19 ottobre, rendendo l’autorità del governo e del parlamento sempre più problematica. La decisione di Papandreou traduce tanto il carattere socialmente insostenibile della serie di piani di austerità imposta alla Grecia, quanto il carattere politicamente insopportabile della decisione di spedire una squadra di sorveglianza della «trojka» – Commissione, Bce, Fmi – in permanenza ad Atene. Che il referendum abbia luogo o meno, che Papandreou mantenga il posto di Primo ministro o venga cacciato, in Grecia si è aperta una fase di instabilità politica che è possibile prevedere si estenda in altri luoghi della zona euro. L’improvvisa e inattesa comparsa del movimento Occupy Wall Street e il successo politico, innegabile sul piano simbolico, della giornata mondiale del 15 ottobre hanno con questo qualcosa a che vedere. Coi militanti americani che puntando il dito contro il cuore della finanza a Wall Street, a cambiare è il clima politico mondiale nel suo complesso. L’annuncio di un possibile referendum in Grecia ha di nuovo provocato l’ennesimo crollo delle borse, con quelle di Parigi e Milano che il primo novembre risultano le più toccate in ragione del forte arretramento dei valori bancari delle grandi banche francesi e italiane. I governi saranno obbligati a mettere in campo progetti di ricapitalizzazione delle banche il cui contenuto è rimasto molto vago al termine della maratona di Bruxelles. Se la ricapitalizzazione si fonda su finanze pubbliche, come è stato il caso a inizio ottobre per la banca franco-belga Dexia, questo provocherà un ribasso dei giudizi sui paesi da parte delle agenzie di rating. Quelli di Francia e Belgio ne sono minacciati dal 2010. L’annuncio del referendum in Grecia ha ugualmente provocato un rialzo dei tassi di interesse sui debiti pubblici ritenuti più vulnerabili. Dopo la Grecia, il Portogallo e la Spagna, l’Italia è diventata il bersaglio degli investitori finanziari. La prima decisione che il nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, è stato obbligato a prendere non appena insediato riguarda l’acquisto di titoli italiani e spagnoli. Il 2 novembre, l’emissione da parte dell’Italia di titoli a dieci anni è avvenuta al tasso record del 6,6%. Lo stesso giorno, l’emissione di titoli a dieci anni da parte del Fondo di stabilità monetaria non ha pressoché trovato acquirenti e dovrà essere rifatta, cosa che mette in dubbio la credibilità di uno dei principali strumenti di sostegno ai paesi della zona euro creato dall’Unione europea. Le decisioni assunte il 26-27 ottobre diventano per questo tanto più problematiche. La natura fortemente prociclica delle politiche di austerità di bilancio e di accelerazione delle privatizzazioni che abbiamo analizzato in questo libro viene oggi largamente riconosciuta, persino molto al di là del circolo degli economisti di sinistra. La Grecia è passata da un tasso di crescita di -2,5% nel primo trimestre 2010 a uno di -5,6% nel terzo trimestre 2011, ma il consiglio degli osservatori più lucidi sulla necessità di una ristrutturazione del suo debito, ovvero di una parziale moratoria, non è stato seguito. La recessione è stata così forte che la riduzione del deficit corrente si è accompagnata a un continuo aggravarsi del rapporto tra debito e Pil, che è passato dal 120% al 150%. In Francia, caso analizzato più avanti, il rapporto tra debito e Pil è cresciuto di tre punti in un anno e, stando alle ultime previsioni, nel 2012 toccherà l’87,4%, per effetto di un rallentamento di cui la politica di austerità è una delle cause. Eppure, l’abbandono di queste politiche non sembra essere in discussione. Non solo perché sono parte integrante dell’arsenale neoliberista e del suo credo, ma anche in virtù della fragilità di molte banche. È una delle questioni centrali di questo libro. Perché da parte degli economisti c’è stata una certa reticenza nel riconoscere che la crisi del debito pubblico di fatto nascondeva – e continua a nascondere – una crisi delle banche, soprattutto europee. I loro bilanci sono gravati da una somma di crediti troppo alti – crediti privati più che crediti pubblici –, di cui una parte è inesigibile e un’altra molto vulnerabile in caso di recessione. I governi e la finanza sono ostaggio della seguente contraddizione: le politiche di austerità portate avanti per ridurre il deficit corrente di bilancio e rassicurare le agenzie di rating e gli investitori finanziari del genere Hedge Funds portano a una contrattazione che indebolisce le banche rendendo più difficile la riscossione di tutte le forme di credito. Da parte dei governi e dei centri di potere della finanza e della grande industria assistiamo allora a fughe in avanti. Si tratta della rappresentazione del vicolo cieco in cui si è messo il capitale al termine di una fase in cui si è dovuto ricorrere al massiccio indebitamento per sostenere la crescita e prolungare le false euforie, o piuttosto le menzogne, di un capitalismo «trionfante» sempre più preda della corruzione. Adesso occorre trasferire la responsabilità di questo stato di cose su altri e continuare, nel bene e nel male, a drenare flussi di ricchezza, di vera sostanza economica, così che il servizio degli interessi del debito sia garantito e il rimborso dei prestiti effettuato quando essi vengono a scadenza. I governi e i media si servono allora di ripetute campagne di colpevolizzazione di massa dei cittadini, perché «capiscano e accettino i sacrifici». L’occultamento delle origini del debito pubblico è una delle condizioni perché l’ingiunzione a «onorare il debito» possa continuare a funzionare. È qui che interviene la necessità, o più precisamente la pressante esigenza, di sondare il debito da molto molto vicino. La genesi e la crescita del debito sono specifici per ogni paese ed è solo esaminandole attentamente che diventa possibile definirne la natura, almeno in parte, odiosa – caso della Grecia – o illegittima, come è il caso di molti paesi. Nel caso della Francia (dove il debito ha raggiunto oltre l’80% del Pil), il principio di analisi formulato in questo libro mostra che la sua illegittimità proviene tanto da un’alta spesa pubblica che presenta i tratti di un regalo fatto al capitalismo (nella fattispecie all’industria degli armamenti), quanto dalla politica fiscale e il modo in cui si è declinata una politica che consiste nel compensare con il prestito l’abbassamento dell’imposizione sul reddito, sul capitale e sul profitto delle imprese, dando prova di grande lassismo in materia di evasione fiscale. Sta ai lettori di questo libro decidere se un lavoro simile può essere fatto anche per l’Italia. L’illegittimità deriva anche dall’esame delle operazioni di «prestito» che dovremmo «onorare». Poiché l’ingiunzione a pagare il debito fa appello a riflessi multisecolari, soprattutto di origine contadina. Si fonda implicitamente sull’idea che a essere date in prestito siano somme frutto di un risparmio pazientemente accumulato attraverso un duro lavoro. È forse questo il caso del risparmio delle famiglie o delle risorse dei sistemi pensionistici per capitalizzazione. Non è quello delle banche o degli Hedge Funds. Quando questi «prestano agli Stati» acquistando dei buoni del Tesoro messi in vendita dai ministeri delle Finanze, si tratta di somme fittizie la cui messa a disposizione si fonda sull’azionamento di un «effetto leva» molto alto, costruito simultaneamente su una rete di transazioni interbancarie e sulla cartolarizzazione di crediti già dalla loro creazione. Anche su questo punto sarebbe possibile procedere a un’analisi, sulla base delle informazioni disponibili, delle operazioni delle grandi banche italiane. La crisi delle banche che si è mostrata in pieno giorno, dopo essere stata truccata da debito degli Stati, è sintomo di un fenomeno più esteso. È una delle manifestazioni della situazione di semiparalisi nella quale versa l’economia capitalistica mondiale, in virtù dell’incapacità da parte dei governi, dei centri privati del potere finanziario e della grande industria a pensarne il funzionamento in termini diversi da quelli dei metodi di una crescita costruita dentro la cornice della globalizzazione neoliberista. Sul piano tanto nazionale quanto mondiale, la borghesia proietta sulla popolazione laboriosa, e in particolare sui giovani, un futuro di povertà e frustrazione, quando non è di miseria. La finanza nata dalla liberalizzazione viene attentamente passata al vaglio nel primo capitolo di questo libro. E la conclusione è che essa non sia riformabile. È l’espressione concentrata di un obiettivo di valorizzazione del capitale, come dice Marx «senza fine e senza limiti», a prescindere dalle conseguenze sociali ed ecologiche per l’umanità. La lotta contro il capitale ha sempre richiesto la ricerca di leve per un’azione comune. Il problema dei debiti europei e del loro annullamento è una di queste leve. E quando una di esse può creare le condizioni per una transizione economica e sociale, occorre afferrarla. È il senso di questo libro e la ragione della mia grande felicità per la sua pubblicazione italiana. 2 novembre 2011.

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