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Gli altri crescono, Italia ferma da 15 anni

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L’Italia non cresce, questa è la drammatica situazione economica del nostro Paese secondo le stime del Centro studi di Confindustria. L’economia italiana appare “del tutto insoddisfacente”. Da quindici anni l’Italia è ferma al palo. Questo significa che oggi la macchina Italia produce 7-8 mila miliardi in meno di reddito di quello che faceva nel 2000. A forza di non fare niente, o di fare cose sbagliate, forse siamo arrivati al capolinea. Continue Reading


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Il Pil dal 2007 ad oggi in 20 paesi

Pil nel Mondo

Questo grafico mostra l’andamento del Pil dal 2007 ad oggi in 20 paesi avanzati. In testa alcuni paesi anglosassoni, in coda una serie di paesi che hanno in comune il fatto di far parte dell’eurozona. L’Italia è l’unico tra i nove paesi dell’area euro a non mostrare segni di ripresa. Dal 2007 a oggi il divario tra il Pil procapite italiano e la media della zona euro è raddoppiato, portandosi al 9,2% dal 4,5%. Nel periodo dal 2007 ad oggi il nostro Paese ha vissuto due recessioni: quella del 2008-2009 e poi di nuovo nel 2011-2012. I numeri non mentono, sono ben 10 i Paesi, inclusa l’Italia, a non essere ancora tornati ai livelli economici pre-crisi. Peggio di noi solo la Grecia. Dal 2007 ad oggi, se il nostro Pil avesse continuato a crescere allo stesso ritmo del periodo 1995-2007 (1,5% all’anno), anziché diminuire complessivamente del 9% rispetto al picco raggiunto nel 2007, oggi sarebbe più alto di 327 miliardi di euro, ossia il 21% in più.

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Tsipras l’ultima speranza greca

Tsipras-Grecia

In Grecia la crisi economica si è diffusa rapidamente al pari di un virus infettivo, ha aggredito il sostrato sociale tramite canali di trasmissione privilegiati, quali il bilancio pubblico, il mercato del lavoro e quello finanziario, che hanno generato a loro volta disastrose reazioni a catena. È l’impietosa fotografia contenuta nel rapporto “Gioventù ferita” di Caritas Italiana. Numeri, dati e testimonianze raccolte dall’organismo pastorale della Cei.

Per quanto riguarda il settore pubblico, per difendersi dal rapido peggioramento delle sue stesse finanze, il Governo di Atene, sotto la pressione della Troika, ha scatenato una “difesa immunitaria” aggressiva sotto forma di programmi di austerity che hanno al contempo aumentato le imposte e ridotto la spesa per i servizi pubblici. Questo ha prodotto conseguenze dirette sui redditi delle famiglie e nel mercato del lavoro: nel settore pubblico le misure di austerità hanno prodotto numerosi licenziamenti (15.000 fino al termine del 2014), mentre il settore privato ha risentito del calo della domanda relativa a merci e servizi. Infine, il mercato finanziario è stato fortemente colpito dalla diminuzione della ricchezza privata, causata dal deterioramento degli asset e dell’accesso limitato al credito, mettendo in crisi molte banche nazionali e locali, generando ulteriore disoccupazione e impoverimento delle famiglie. In particolare, negli ultimi cinque anni il numero di bambini e di famiglie greche che non riescono a soddisfare le fondamentali esigenze materiali ed educative è aumentato esponenzialmente. Gli elevati tassi di disoccupazione, che gareggiano con quelli raggiunti durante la Grande Depressione del 1929, hanno reso tante famiglie incapaci di assicurare cure basilari, protezione e opportunità, cui ciascun bambino ha diritto.

La Grecia, al pari dell’Italia, è l’unico Paese europeo senza un piano per contrastare la povertà, ed è priva di un reddito di inclusione sociale in grado di inserire nella società anche i cittadini più poveri. A questo si somma la trappola generazionale costruita ad hoc dalla crisi economica, in cui giovani formati e istruiti vivono una realtà potenziale fatta di “non ancora” e di aspettative frustrate; dove la speranza di una vita produttiva da adulti appare una chimera lontana, un’irraggiungibile terra promessa.

Nel 2013, tre milioni e 904 mila persone, il 35,7% su una popolazione di quasi 11 milioni di abitanti, erano a rischio povertà, mentre come riportato dal rapporto UNICEF Figli della Recessione (pubblicato nell’ottobre 2014), nel 2011, a solo due anni dallo scoppio della crisi, 440 mila bambini in età scolare (il 20,1% del totale) risultavano soffrire di malnutrizione. Situazione inevitabile in un Paese nel quale la disoccupazione è quasi triplicata nell’arco di quattro anni: passando dal 9,6% del 2009 al 27,5% del 2013. Dopo un anno si è verificato un leggero rimbalzo (dovuto anche al boom turistico dell’estate 2014), che ha portato il tasso di disoccupazione generale al 25,8% (in Italia è al 13,4%), mentre quella giovanile, nella fascia di età 15-24, è al 49,5% (in Italia i dati più recenti l’attestano al 43,3%).

Dal 2008 al 2013 il reddito delle famiglie è calato, tra perdita di ricchezza e aumento dell’inflazione, del 40%. Così, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE), riferito al 2014, il 17,9% dei greci non può permettersi di comprare tutti i giorni il cibo di cui avrebbe bisogno, una percentuale superiore a quella di Paesi con reddito pro-capite più basso come il Brasile e la Cina. Il 58% della popolazione, è ormai a rischio povertà. Nel 2013 più di 70 mila persone hanno riconsegnato le targhe della propria auto non potendola più mantenere, anche a causa dell’aumento esponenziale delle imposte. Circa 350 mila famiglie nel 2013 sono rimaste senza elettricità per morosità, e il 37% non ha usufruito di un adeguato riscaldamento nelle abitazioni. Solo nel 2012 il consumo di gasolio da riscaldamento è diminuito dell’80% e migliaia di greci sono tornati a utilizzare le stufe a legna, con un aumento dell’inquinamento atmosferico nelle grandi città, per l’uso di materiale combustibile non sempre naturale, e il diffondersi del taglio incontrollato dei boschi e dei giardini pubblici cittadini.

I tagli alla spesa pubblica hanno colpito duramente tutti i servizi. Secondo il già citato rapporto dell’Ocse, dal 2008 ad oggi la spesa complessiva per la protezione sociale e sanitaria in Grecia è diminuita del 18%, ma secondo altre fonti i tagli si attesterebbero ormai oltre il 25%. A febbraio 2013, l’Associazione medici democratici tedeschi, venuta in Grecia per documentarsi sulle ripercussioni della crisi, ha affermato che il sistema sanitario della Grecia presentava una situazione “scioccante”, analoga a quella di “una zona di guerra”.

Ad essere fortemente colpiti dalla crisi economica sono anche bambini e giovani, le cosiddette “nuove generazioni”. Difficile immaginare un futuro positivo per i figli della grande recessione e per la Grecia stessa, colpita nel vivo su due fronti; infatti, se da un lato il Paese continua a perdere sangue vivo nella forma e nella sostanza di giovani laureati che abbandonano la nazione per motivi economici, dall’altro non ha i mezzi necessari per garantire un’infanzia dignitosa a un alto numero di bambini. Una stima dell’UNICEF, relativa all’impatto della crisi sul reddito medio dei nuclei familiari con bambini, indica che fra il 2008 e il 2012 le famiglie greche hanno perso l’equivalente di 14 anni di progresso. Un Paese che non può investire sulle nuove generazioni è un Paese che rischia di trovarsi a breve senza futuro.

La crisi come una guerra, il paese a un bivio e Alexis Tsipras nuovo premier della Grecia è l’ultima speranza: “Ciò che ci ha chiesto il popolo della Grecia è qualcosa che non si può discutere: dobbiamo mettere fine all’austerità. Lavoreremo insieme per ricostruire il nostro Paese sull’onestà e sull’amicizia. La Grecia presenterà le sue vere proposte all’Ue, un nuovo piano radicale per i prossimi quattro anni. Collaboreremo con i nostri amici europei per trovare una nuova soluzione e per far tornare l’Europa verso la crescita e verso la stabilità e per far risorgere i valori europei come la democrazia e la solidarietà. Il nostro obiettivo è ridare una dignità alla Grecia”.

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Un Paese sempre più diviso, diseguale e povero

Tasso di occupazione

L’Italia ormai è questa: un italiano su quattro è povero e il Sud è a rischio desertificazione umana e industriale, e si continua a emigrare (116mila lo scorso anno). È la fotografia emersa dall’ultimo “Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno”. Un Paese sempre più in difficoltà.

Sono due le grandi emergenze nel nostro Paese: quella sociale con il crollo occupazionale, e quella produttiva con il rischio di desertificazione industriale, che caratterizzano ormai per il sesto anno consecutivo il Mezzogiorno. Nel caso del Mezzogiorno la peggior crisi economica del dopoguerra rischia di essere sempre più paragonabile alla Grande Depressione del 1929. Gli effetti della crisi si sono fatti sentire anche al Centro-Nord, e non certo per colpa del Sud; ma anche l’area più forte del Paese rischia di non uscire dalla crisi finché non si risolve il problema del Mezzogiorno, in quanto una domanda meridionale così depressa ha inevitabili effetti negativi sull’economia delle regioni centrali e settentrionali. Si sta disegnando una geografia del lavoro nel nostro Paese che rischia di escludere strutturalmente il Mezzogiorno, e con il Mezzogiorno soprattutto i giovani e le donne.

L’andamento dell’economia italiana è stato nel 2013 tra i peggiori in Europa: solo la Grecia e Cipro sono calati in misura maggiore. La forbice della crescita con l’economia europea, che in termini cumulati, dall’inizio della crisi, ha superato i sette punti percentuali (-8,5% di PIL in Italia contro il -0,9% dell’UE a 27).

Dal 2008 al 2013, la recessione del Sud non ha conosciuto tregua, a differenza di un Centro-Nord che nel 2010-2011 aveva partecipato ad una “ripresina”. In base alle previsioni, la stessa dinamica si protrarrà nel biennio 2014-2015, con un Sud che continua la sua spirale recessiva mentre il resto del Paese si avvia verso una lenta, e forse troppo debole, ripresa. Esiste incertezza sulle prospettive future della domanda, e, in presenza di ampi margini di capacità inutilizzata, le imprese sono ancora restie a produrre e a investire, il numero dei disoccupati è in aumento, il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto per il quinto anno consecutivo con una flessione dell’1,1%, gli investimenti fissi lordi sono diminuiti del 4,7% con un calo complessivo dal 2007 al 2013 del 26,7%.

Il Mezzogiorno si colloca ormai in un equilibrio implosivo che si caratterizza per una crescente perdita di produttività, minore occupazione, fuga dei giovani e di quanti sono più professionalizzati, minore benessere. Il divario di sviluppo tra Nord e Sud in termini di prodotto pro capite ha ripreso ad allargarsi pur in presenza di una riduzione della popolazione meridionale; nel 2013 è tornato ai livelli del 2003, con un differenziale negativo di oltre 43 punti percentuali. Il Mezzogiorno ha subito tra il 2008 e il 2013 una caduta dell’occupazione del 9%, quattro volte superiore a quella del Centro-Nord (-2,4%).

Dei circa 985 mila posti di lavoro persi in Italia nello scorso sessennio, ben 583 mila sono nel Sud. L’impatto della caduta di occupazione è stato così forte da provocare un crollo dei consumi delle famiglie meridionali di quasi 13 punti percentuali (-12,7%), di oltre due volte maggiore di quello registrato nel resto del Paese (-5,7%). In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2013 è sceso al 56,6% del valore del Centro Nord, tornando ai livelli del 2003, con un Pil pro capite pari a 16.888 euro.

Guardando agli anni della crisi, dal 2007 al 2013, profonde difficoltà restano soprattutto in Basilicata e Molise, che segnano cali cumulati superiori al 16%, accanto alla Puglia (-14,3%), la Sicilia (-14,6%) e la Calabria (-13,3%). Negli anni di crisi ha perso oltre il 13% di prodotto anche la Sardegna. Cali superiori al 12% in Campania, Marche e Umbria. Tra le regioni del Mezzogiorno è l’Abruzzo a registrare nel periodo in questione un calo del prodotto relativamente più contenuto (oltre il -8%), in linea con l’Emilia Romagna, dato comunque significativamente più positivo delle performances del Veneto e del Piemonte, che accusano una perdita superiore ai 10 punti percentuali.

Nel corso degli ultimi anni“, si legge nell’Introduzione e sintesi del Rapporto, “si è privilegiato un approccio di politica economica attento solo al risanamento dei conti pubblici. Ma le condizioni e le sfida per la ripartenza del Paese possono trovare risposta solo nel campo dello sviluppo, presupposto di qualsiasi ipotesi di crescita. Ciò che serve, dopo diversi decenni, è tornare a riproporre con forza una “logica di sistema” sia dal punto di vista dei soggetti che dei territori, che richiede investimenti strategici anche a redditività differita e una progettazione a lungo termine. Un primo passo in questa direzione sarebbe l’effettivo, rapido sblocco dei 300 miliardi promessi dal nuovo Presidente della Commissione europea, che siano davvero aggiuntivi rispetto all’attuale esiguo budget Ue a favore di grandi investimenti pubblici. In ambito europeo l’Italia e il Sud, stanno subendo uno svantaggio concorrenziale, conseguenza delle “asimmetrie sistematiche” derivanti dalla non ottimalità dell’area euro, acuitesi con l’ingresso nell’Ue nel 2004 dei Paesi dell’Est, che godono di regimi fiscali molto più vantaggiosi. Lo sviluppo del Sud non può essere interamente delegato alle politiche di coesione, che peraltro necessitano di un maggiore sforzo strategico. E le risorse ordinarie devono smettere di essere un vero e proprio “buco nero” nello sviluppo del Mezzogiorno. È cruciale dare un’impronta meridionalistica alle politiche generali nazionali, con interventi che vanno dal funzionamento della PA a servizi essenziali come la scuola, la sanità e la giustizia, fino ad arrivare a una nuova politica attiva del lavoro e politiche di welfare non solo redistributive“.

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Decrescita felice: Lettera aperta a Matteo Renzi

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“Illustrissimo signor Presidente del Consiglio,

ho letto una sintesi del discorso che ha pronunciato il 16 settembre alla Camera e per deformazione professionale sono rimasto colpito dal passaggio in cui ha parlato in termini critici della decrescita felice. So che non si rivolgeva al sottoscritto, che non conta nulla, ma allusivamente a qualcuno che ha un rilevante peso politico e a volte ha parlato di decrescita seppure episodicamente e in modo non approfondito.

Mi stupisce che Lei, così istruito e brillante, continui a confondere il concetto di decrescita col concetto di recessione. Eppure nei libri di economia è scritto chiaramente che una crisi economica come quella che stiamo vivendo da 8 anni, caratterizzata da una diminuzione generalizzata e incontrollata di tutta la produzione di merci, si chiama recessione. Di decrescita, nei libri di economia non si parla, tutt’al più si legge la locuzione crescita negativa, come dire, per analogia, che una persona anziana ha una gioventù negativa. A differenza della recessione, la decrescita è la riduzione controllata e guidata della produzione di merci che non servono a nulla o, peggio ancora, creano danni.

Per fare un esempio, nelle case italiane, che sono mal coibentate, si disperdono i due terzi dell’energia che si utilizza per riscaldarle. Se invece di sostenere genericamente la domanda regalando dei soldi nel tentativo di rimettere in moto l’economia, o di finanziare grandi opere che servono solo a devastare il nostro paese e a far guadagnare soldi a chi le realizza, Lei e i Suoi illustri collaboratori aveste sostenuto la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente, non solo si sarebbe rimessa in moto la produzione e si sarebbero creati molti posti di lavoro, ma questi posti di lavoro avrebbero risanato l’aria riducendo le emissioni di CO2 e si sarebbero pagati da sé con i risparmi economici che consentono di avere, senza accrescere il debito pubblico. Tutti questi vantaggi si sarebbero ottenuti, pensi un po’, con una riduzione selettiva, con una decrescita dei consumi di energia che si spreca, che non serve cioè a riscaldare le case. Potrei farle molti altri esempi di tecnologie più avanzate di quelle attualmente in uso che consento di ottenere gli stessi risultati.

Detto questo, nel momento in cui il botto della ripartenza, di cui Lei ha sproloquiato col sottotono che La contraddistingue, era quello di un tonfo e, invece della crescita strepitosa dello 0,8 per cento annunciata, il 2014 farà registrare una riduzione del -0,4 per cento (ma negli ultimi anni le previsioni si sono sempre rivelate sopravvalutate), Lei si permette di dire nel Suo discorso alla camera che: «la decrescita è felice solo per chi non ha mai visto in faccia un cassintergrato, non ha mai visto un imprenditore andare in banca e versi respingere una richiesta di fido, non ha sentito lo strano odore di una fabbrica chiusa».

Chi deve abbassare gli occhi davanti a un cassintegrato e a un imprenditore cui è stata respinta in banca una richiesta di fido è Lei, sono i Suoi illustri collaboratori e i Suoi illustri predecessori, perché sulla crescita avete fatto solo delle grandi chiacchiere – a Lei sulle chiacchiere non La batte nessuno – ma, pur avendo le leve del potere ed essendo convinti che la crescita sia la soluzione dei loro problemi, non siete stati capaci di far ripartire l’economia. Sono sette anni che dichiarate di vedere la luce in fondo al tunnel e quando i fatti regolarmente vi hanno smentito, avete avuto la faccia tosta di ripetere che se l’economia non era ancora ripartita come avevate previsto, prevedevate che sarebbe comunque ripartita nei prossimi mesi. Ho preparato un elenco delle vostre chiacchiere a vuoto e se il giornale che ospita questa mia lettera aperta, mi concederà lo spazio, le richiamerò alla memoria collettiva. Mi permetta inoltre di aggiungere che strani odori non ne ho mai sentiti provenire dalle fabbriche chiuse, ma solo da alcune fabbriche aperte dove, per far crescere la produttività non si è avuto nessuno scrupolo a utilizzare processi produttivi che hanno avvelenato non solo l’aria, ma anche i suoli e il ciclo dell’acqua. Ma facevano crescere il prodotto interno lordo, e tanto bastava.

Io credo, illustre Presidente del Consiglio, che il progresso non consista nel produrre sempre di più, ma nel produrre bene, nella capacità di sviluppare tecnologie più evolute che ci consentono di accrescere l’efficienza dei processi produttivi, cioè di ridurre progressivamente il consumo di materie prime e l’impatto ambientale dei processi produttivi. Meno e meglio. A uno che si dichiara cattolico ed è cresciuto tra gli scout, non dovrebbe essere necessario ricordare queste semplici regole di vita. A uno, che pur avendo avuto questa formazione, gongola perché il prodotto interno lordo cresce se si inseriscono nel suo calcolo la prostituzione, il contrabbando e la droga, suggerisco di ricordare alle forze dell’ordine che ogni carico di droga sequestrato comporta una decrescita selettiva ed è una stilettata al suo cuore generoso nei confronti dei cassintegrati e degli imprenditori che si vedono rifiutare un mutuo”. Maurizio Pallante

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