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Concorsi Rai, l’accendiamo?

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Affari Italiani ha potuto leggere le domande che la Rai ha posto ai candidati per 40 posti da giornalista. Alcune domande sono proprio sbagliate, altre sono ridondanti, altre ancora inducono volutamente in errore. Risultato: gli esclusi promettono una battaglia senza precedenti, mentre il direttore generale Gubitosi, almeno per ora, si trincera dietro un rigoroso silenzio. Anche dai sindacati non si leva un fiato, mentre i neo-diplomati alla scuola di giornalismo di Perugia vengono assunti in Rai con chiamata diretta, senza concorsi e senza domande-trappola

40 posti per giornalista con contratto in Rai. Si presentano in 196 alla prima prova di selezione, che dovrebbe occuparsi di fare una prima “scrematura”. Ne possono passare solo 100, a patto che abbiano superato i 15 punti, ottenibili con domande a risposta multipla che danno un punto per ogni risposta esatta e ne tolgono 0,3 per ogni risposta sbagliata. I candidati vengono chiamati all’Ergife, ma qualcosa, appena viene aperto il pacco, non torna: le domande sembrano più quelle di un quiz-show che non quelle necessarie per appurare le reali competenze dei candidati. Alcune sono palesemente sbagliate, altre sono talmente vaghe da poter facilmente indurre in errore, altre ancora sono così banali da non potersi neanche considerare probanti. Ma vediamo brevemente i fatti.

La Rai ha a disposizione una pletora di giornalisti professionisti che vengono impiegati per collaborazioni che, in alcuni casi, durano da oltre 20 anni. Ma il contratto rimane un miraggio. E lo rimane (almeno quello giornalistico) anche per molti che, pur avendone i titoli, vengono assunti con mansioni completamente diverse per limitare l’esborso sui contratti. Da Viale Mazzini, però, devono essersi accorti che la stavano facendo un po’ troppo grossa e hanno indetto un concorso per 40 posti da giornalista. Non prima, però, di aver assunto, tramite chiamata diretta, 35 giovani usciti dalla scuola di giornalismo di Perugia con cui la Rai ha un canale privilegiato. Al concorso si presentano 196 tra collaboratori esterni e interni. Obiettivo della prima prova (a risposta multipla) è scremare i partecipanti in modo da portare alla seconda prova scritta (che comprende redazione di testi per radio e televisione, lettura dei testi medesimi, test d’inglese e attitudinale) non più di 100 persone. Condizione fondamentale è ottenere almeno 15 punti. All’apertura delle buste, nei candidati si fa largo uno sgomento che, se non fosse un momento molto serio, sarebbe tutto da ridere.

Alcune domande sono palesemente sbagliate. Come la n° 20: “Quale dei seguenti organi non dipende dal Governo?”: a) Presidente della Regione; b) Prefetto; c) Sindaco. Ovviamente la domanda giusta sarebbe “Quale dei seguenti organi dipende dal Governo”, qualche candidato lo fa notare e il quesito viene dato buono a tutti. Altre domande lasciano molto perplessi perché sembrano più adatte al “Lascia o raddoppia” di Mike Bongiorno piuttosto che a un test così importante. È il caso della n°31: “«E’ la stampa bellezza» è una celebre espressione tratta dal film:” a) Quarto potere; b) L’ultima minaccia; c) Cronisti d’assalto. La risposta giusta è la “b”, ma quanti sarebbero stati in grado di rispondere?

Al momento della pubblicazione dei risultati scoppia il pandemonio: nonostante la quasi totalità delle persone abbia superato quota 15 punti, ne vengono ammesse al secondo step solo 100. La delusione cresce quando si viene a sapere che sono stati ammessi alla prova successiva due dipendenti di società concorrenti alla Rai che hanno collaborato con la tv nazionale per molti anni. Come mai in un concorso riservato ai collaboratori, che firmano clausole di non concorrenza, vengono ammessi anche colleghi che collaborano con testate giornalistiche direttamente concorrenti? È il caso, ad esempio, del capo redattore di Radio Vaticana, che non solo viene ammesso alla prova successiva ma che, una volta superatala, viene richiesto all’orale di parlare dell’elezione di Papa Francesco, mentre altri candidati vengono sottoposti a domande che poco o nulla c’entrano con le loro specializzazioni. Oltretutto le prove orali si svolgono a porte chiuse, in barba alla trasparenza di cui tanto si è dibattuto in questi giorni.

Alcuni degli esclusi non ci stanno e decidono di scrivere una lettera al direttore generale Luigi Gubitosi, al direttore dell’ufficio stampa Luciano Flussi e al segretario dell’Usigrai (il sindacato giornalisti della tv di Stato) Vittorio Di Trapani, chiedendo di essere ammessi alla prova successiva per poter dimostrare le proprie capacità. Ad oggi nessuna risposta è ancora pervenuta, ma chi è rimasto fuori promette battaglia, mettendo tutto in mano agli avvocati. Anche perché, almeno a detta loro, ci sono vizi procedurali significativi anche nella chiamata: la mail di convocazione per il concorso è stata inviata solo cinque giorni prima, e non ha raggiunto tutti gli interessati, tanto che alcuni sono stati ammessi con riserva perché non hanno potuto rispondere entro i tempi prestabiliti.

In tutto ciò, c’è ancora un altro fattore che indispettisce non poco: mentre giornalisti con anni di servizio alle spalle devono sottoporsi alle forche caudine di un concorso orchestrato male e gestito peggio, i neo-diplomati alla scuola di giornalismo di Perugia vengono assunti direttamente in Rai a chiamata, senza alcun concorso, in ossequio a un accordo di collaborazione tra la tv di Stato e la scuola perugina che sembra quantomeno singolare. Su Mamma Rai, pochi giorni dopo il caso sui compensi dei conduttori e l’annullamento del programma di Crozza, si abbatte una nuova tempesta.

(Fonte raiwatch)


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Informazione, conoscenza e dissenso. Sveglia Italia!

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“Bisogna ripartire da dove tutto questo è iniziato, e non a caso. Dalla corretta, semplice, lineare, oggettiva, INFORMAZIONE.

La nostra gente nuota nell’ignoranza. Ci saranno sempre politici truffatori se questi saranno gli italiani chiamati a votarli. Si riprenda il controllo della televisione pubblica e la si conduca come fosse la BBC spiegando agli italiani come stanno le cose. Le forze dell’ordine o il popolo rimuovano chi ostacola questo processo prima che si arrivi a qualcosa di grave e più serio. La gente è esausta e il governo immobile. Il Presidente della Repubblica nomini immediatamente un vero consiglio di amministrazione Rai non lottizzato che riporti le lancette indietro di 30 anni e si ricostruisca la coscienza con la conoscenza. Ora tutto il piano di Gelli e della P2 di controllare il popolo attraverso il controllo dell’informazione, è tragicamente compiuto e nessuno in 20 anni di governo, così come all’opposizione, per non parlare del governo D’Alema, ha fatto nulla per fermarlo. Si è demonizzato Berlusconi per 20 anni quando bastava staccargli la spina. Tutto ciò ora sarebbe diverso. La spina la inserì Craxi con la concessione delle Tv Mediaset e la loro diffusione su scala nazionale. Ora si riattacchi la spina dell’informazione alla TV pubblica e si interrompa questo piano di annebbiamento delle menti che è peggio di un cancro. E’ la conoscenza l’arma più forte. 

Se apprezzate i miei sfoghi, condivideteli, condivideteli e condivideteli ancora. Mandateli ai vostri amici e conoscenti. Se la pensate allo stesso modo, dal momento che siamo tutti collegati e l’unico strumento da cittadini che abbiamo per risvegliare il nostro paese, è la conoscenza di chi siamo e potremmo essere per realizzare che non siamo un paese normale e dobbiamo invece diventarlo in fretta. Usiamo anche il dissenso. Io dissento. Ditelo in faccia a chiunque faccia davanti ai vostri occhi qualcosa che non considerate onesto e per il bene comune. Facciamone un uso macroscopico. Il dissenso di un popolo ingessa qualunque oligarchia e qualunque cattiva abitudine. Il dissenso da chi ci usa e non ci ascolta, da chi non crede nella meritocrazia ma ancora nella raccomandazione, nella corruzione piuttosto che su vinca il migliore. La competitività è sana e il vero propulsore a spingerci dove non sappiamo nemmeno noi di saper arrivare. Sotto la pressione della competitività, siamo costretti a dare il massimo e, credetemi, la competitività accende tutti i neuroni, li fa brillare e ti fa sentire vivo perché in controllo del tuo destino. Non si possono vincere gare d’appalto ancora con le bustarelle, perché così non sarà il migliore a vincere ma il più furbo e il paese non si evolverà ma appassirà sempre più ripiegato su sé stesso. La ribellione pacifica che ferma un intero paese o lo costringe a pensare è nelle nostre mani, nel nostro coraggio e nella nostra forza che sottovalutiamo immensamente. E’ il dissenso del popolo che ha liberato Mandela di prigione, lo ha eletto presidente nel paese più razzista del mondo e cancellato l’apartheid, ed è sempre il dissenso che ha cacciato gli inglesi dall’India senza che grazie a Gandhi, un solo sasso venisse lanciato.

Abbiamo il sacro dovere di risvegliare gli italiani dalla privazione che hanno subito della conoscenza, della reale informazione neutrale e del rispetto di se’ stessi come cittadini. I criminali vanno in galera. Punto. Non ci sono negoziazioni possibili per tenere ancora Berlusconi in parlamento nonostante una condanna definitiva. I suoi profitti decuplicati. Che cosa vuole ancora, dopo vent’anni in cui si parla solo di lui?! Vuole evitare la galera? Bene! Lasci il paese cantando Vincerò, si goda la vita con trenta concubine in giro per il mondo e tutti i miliardi che ha accumulato e potrebbero sfamare l’intera Africa. Si goda la vita alla faccia nostra come ha sempre fatto. Ma lontano. Non possiamo mai più girare la testa e scrollare le spalle! Se lo facciamo, vergogniamocene perché significa che siamo molli, inerti, deboli e ancora incapaci di infuriarci davanti a ciò che è male e genera male. Il futuro è nelle nostre mani e le mazzate e pietrate che Pertini suggeriva di dare a chi mal governava, oggi sono state sostituite da un click sulla tastiera che aggrega le menti, le sintonizza in un secondo e può cambiare tutto. Nulla è impossibile mai. Mai come oggi nella storia. Ma bisogna ricostruire l’orgoglio, la reattività verso ciò cui non siamo eticamente d’accordo. Svegliamoci dall’omertà che oggi si traduce con “tanto sono tutti uguali”. Perché non è affatto così. Non sono affatto tutti uguali. E’ che quelli che noi vorremmo come leader e rappresentanti, hanno spesso bisogno di noi per venir fuori dal sistema Italiano che li vuole all’angolo perché non consolidati con gli apparati dei loro stessi partiti, Ma noi è proprio dei politici che i politici ossidati e polverosi, corrotti e truffatori non vogliono, che abbiamo bisogno.

Siamo noi a decidere! E possiamo farlo. Iniziate subito e non smettete più. Non insultate chi non la pensa come voi, nemmeno i crociati leghisti o i più violenti provocatori, urlatori, insultatori perché quello è il medioevo da cui dobbiamo uscire. E non si esce combattendolo a colpi di spada, ma ignorandolo e vedendolo appassire come una pianta senz’acqua. Come Bossi che parla di impugnare le armi per la secessione in tendoni con 400 persone rimaste ad ascoltarlo. Quella che abbiamo subito è solo ignoranza. Ignoranza metodicamente elaborata. E la si combatte con l’informazione e la vigilanza. La fiducia nel futuro è nelle nostre possibilità, parte dagli occhi, passa per il cuore e si si esprime sui social network e Internet in generale. Magnifico. Cogito ergo sum. Se penso esisto e se esisto ho il dovere di fare qualcosa per il mio bene e quello degli altri. Così torneremo ad essere un grande popolo. Pensando, riflettendo e reagendo”. Gabriele Muccino

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Tv 2.0: Lento, ma costante, declino dei canali generalisti

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Nell’ultimo anno, il settore delle comunicazioni non è stato risparmiato dalla crisi che ha caratterizzato l’economia italiana tra il 2011 e il 2012. In un contesto di sostanziale deterioramento del quadro macroeconomico, di diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie e di investimenti penalizzati dalle difficoltà di accesso al credito per le imprese, gli operatori del settore si sono trovati a fronteggiare una situazione di crisi economica, stagnazione dei consumi in termini reali e incertezza sulle prospettive di crescita per il breve e medio periodo. In questo quadro, il valore del macrosettore delle comunicazioni (comprensivo dei settori media, telecomunicazioni e servizi postali) per il 2012 è stimato pari a 61,4 miliardi di euro, cui corrisponde una perdita complessiva di 4,4 miliardi di euro in termini di fatturato rispetto al 2011.

Nel corso degli ultimi tre anni, il settore televisivo ha registrato profondi mutamenti, sia sul piano economico e tecnologico, sia su quello normativo. In particolare, la digitalizzazione delle reti e lo sviluppo di piattaforme di distribuzione dotate di maggiore capacità trasmissiva hanno aumentato la varietà e la disponibilità dei contenuti, gratuiti e a pagamento. Questo processo ha superato i problemi di scarsità presenti nell’offerta audiovisiva analogica e ampliato le potenzialità tecniche correlate alla stessa, contribuendo alla evoluzione delle attività economiche e ai modelli di business offerti dai distributori di contenuti audiovisivi. Ciò si è in primo luogo riflettuto in una profonda trasformazione della comunicazione audiovisiva, che da un modello generalista e lineare – come tradizionalmente concepito – si è evoluta secondo forme non lineari e personalizzate, ove l’utente fruisce del contenuto attraverso molteplici apparecchiature e modalità (quali ad esempio il simulcast, la replay-tv e la catch-up tv, le offerte di net tv) e in diversi momenti della giornata. In tale scenario, le due principali distinzioni per l’utente finale diventano, da un lato, quella tra servizi gratuiti e a pagamento e, dall’altro, quella tra servizi non lineari e lineari, cioè fruibili in simultanea con la comunità degli altri spettatori sintonizzati sullo stesso contenuto. Parallelamente, si è registrata un’evoluzione dei modelli di business degli operatori tradizionali: si affacciano nuovi player, ad esempio gli aggregatori di contenuti, che si affiancano alle figure degli operatori di rete, fornitori di contenuti e fornitori di servizi (già ridefinite alla luce del passaggio al digitale), aggregando i contenuti audiovisivi propri e/o di terzi e offrendoli in pacchetti gratuiti o a pagamento all’utente finale. D’altra parte, tuttavia, i dati dell’ultimo anno mostrano ancora una persistente preferenza degli utenti per la fruizione dei contenuti audiovisivi tramite le piattaforme tradizionali (digitale e satellitare), mentre rimangono minoritarie le forme di fruizione legate ad internet in webtv e residuali quelle congiunte di servizi di comunicazione elettronica e audiovisivi in tecnologia IPTV. Da un punto di vista economico, il quadro generale risente della persistente congiuntura economica negativa. A soffrire maggiormente sono gli introiti della raccolta pubblicitaria e, conseguentemente, la televisione in chiaro (che rappresenta il più importante mercato pubblicitario). La televisione a pagamento ne risente in misura inferiore, con una flessione marginale. Dopo una leggera contrazione registratasi nel 2011, l’andamento dei ricavi dei servizi televisivi nel 2012 ha subito una notevole flessione (-8,7%).

L’andamento dei ricavi flessione ha interessato soprattutto la televisione in chiaro (-11,9%), mentre gli introiti della televisione a pagamento hanno subito una riduzione più contenuta (-3,5%). La riduzione dei ricavi complessivi della televisione è infatti da imputarsi principalmente alla contrazione dei ricavi pubblicitari. A tal proposito, mentre nel 2010 si era assistito ad una ripresa degli introiti pubblicitari, il 2011 ha visto una stagnazione dei medesimi, aggravatasi nel 2012 con una flessione che l’Autorità stima essere pari al 17,9%.

La pubblicità rimane tuttavia la principale fonte di finanziamento dei servizi audiovisivi su mezzi tradizionali, soprattutto della televisione in chiaro, con una quota del 42,2% delle risorse totali. Anche l’offerta pay appare interessata dalla congiuntura economica negativa, sebbene in maniera assai più contenuta, con una riduzione stimata pari all’1,4%. Decrescono anche gli introiti derivanti da provvidenze e convenzioni con soggetti pubblici, mentre i ricavi derivanti dal canone rappresentano l’unica fonte di finanziamento che registra un tasso di crescita positivo (+ 2,3%). Analogamente all’anno precedente, lo scenario economico recessivo determina, da un lato, la riduzione dei budget di spesa degli inserzionisti pubblicitari, cui consegue la rilevata contrazione dei ricavi pubblicitari; dall’altro, l’incidenza della congiuntura economica negativa sul reddito reale delle famiglie ha portato a un’inversione del trend di crescita dei ricavi da offerte a pagamento. Nel caso della pay-tv, il potere di acquisto delle famiglie si è notevolmente ridotto nel corso degli anni, stante la crescita più sostenuta dei prezzi delle offerte pay-tv rispetto all’aumento dei prezzi al consumo; viceversa, l’andamento del canone TV (ossia la tassa governativa per la detenzione di apparecchi riceventi) è stato maggiormente in linea con quello dell’inflazione. Con riferimento alla ripartizione dei ricavi per operatore, permane la tripartizione del settore tra Mediaset, Sky Italia e Rai, che congiuntamente raccolgono circa il 90% delle risorse complessive. Più in dettaglio, nel 2012, si assiste ad una decisa flessione del fatturato del gruppo Mediaset (-13,2%) e del gruppo Rai (-7,5%), imputabile principalmente alla contrazione dei ricavi pubblicitari. Anche i ricavi di Sky Italia decrescono, sebbene in misura più contenuta (-1,4%), a riprova della maggiore capacità di tenuta della televisione a pagamento. Il rimanente 10% dei ricavi televisivi è disperso tra un elevato numero di emittenti in chiaro e a pagamento, di rilievo nazionale o locale, tra cui spicca il gruppo Telecom Italia, presente nella televisione in chiaro con la controllata Telecom Italia Media. Tuttavia, tale gruppo, nel corso del 2013, ha ceduto le attività relative all’emittente La7 al gruppo Cairo Communications. Pur continuando a registrare una leggera flessione, nel 2012 l’audience delle emittenti generaliste si conferma incontrastata. Nello specifico, confrontando i dati relativi allo share del giorno medio, Rai si attesta intorno al 40%, mentre Mediaset poco al di sotto del 35%, raggiungendo complessivamente circa il 75% dell’audience. I 6 canali generalisti delle due emittenti registrano un calo nell’ascolto medio, solo in parte compensato da una crescita dell’audience dei canali tematici. Il trend degli ascolti delle altre emittenti terrestri è caratterizzato da un andamento ascendente, in aumento nell’ultimo anno, mentre i canali di Sky e delle altre emittenti satellitari registrano una battuta di arresto, con l’audience satellitare stabile intorno al 12-13%. Quindi, a fronte dell’inerzia delle posizioni degli operatori storici, è possibile osservare un lento, ma costante, declino dei canali generalisti e un correlato consolidamento dei canali tematici, anche grazie alla diffusione del digitale terrestre, indicazione di una fruizione maggiormente personalizzata del contenuto televisivo.

Con riferimento alle modalità di ricezione del prodotto televisivo, il completamento del processo di digitalizzazione risulta evidente dalla circostanza per cui a fine 2012, con il completamento dello switch-off, la trasmissione in tecnica analogica dei contenuti televisivi è cessata. Quasi l’85% della popolazione fruisce di contenuti televisivi in tecnologia digitale terrestre, mentre la restante parte ne usufruisce tramite la piattaforma satellitare, che, rispetto al precedente anno, appare in leggera flessione (-1,1%). Del tutto marginali sono infine gli ascolti realizzati dalle piattaforme IPTV, peraltro in calo rispetto alle rilevazioni precedenti, e ciò appare indice della netta preferenza da parte degli utenti verso il consumo dei prodotti televisivi tramite le piattaforme televisive tradizionali.

Da un punto di vista informativo, si registra un generale calo dei dati di ascolto dei telegiornali trasmessi dalle principali emittenti nazionali, indice di una maggiore attenzione rivolta dagli spettatori verso forme di informazione alternativa. In particolare, sia nelle fasce mattutine che serali, i due principali TG (TG1 e TG5) perdono quasi 2 punti percentuali di ascolti ciascuno. Anche il TG di La7, che il precedente anno aveva fatto registrare un aumento dei valori di ascolto (fino al 10% in fascia serale), mostra una leggera flessione (-2 punti percentuali). Sostanzialmente stabili i dati di ascolto relativi al principale TG della piattaforma satellitare (Sky TG24), con valori di poco inferiori allo 0,5%.

La Tv a pagamento. A fine 2012, i sottoscrittori di un abbonamento pay-tv sono circa il 40% del totale delle abitazioni televisive. La piattaforma satellitare continua a essere la prima piattaforma di pay-tv, raggiungendo più della metà delle abitazioni pay, mentre il digitale terrestre si attesta intorno al 40%. Con riferimento ai singoli operatori, dopo la flessione registrata nel 2010, la quota di Sky evidenzia un moderato trend positivo (+1,1%), confermando l’operatore come l’indiscusso leader del mercato. Anche il secondo operatore (Mediaset) prosegue con un andamento positivo. Entrambi gli operatori hanno progressivamente arricchito la programmazione offerta, nell’ambito di una maggiore personalizzazione del palinsesto televisivo, ispirata anche a modalità di fruizioni interattive. Inoltre, sono stati introdotti nuovi canali tematici, nonché programmi in alta definizione o in tridimensione, differenziando la qualità delle rispettive offerte. Infine, l’offerta si è estesa a forme di fruizione tramite web (in particolare in modalità mobile, tramite tablet). La struttura del mercato rimane fortemente concentrata, anche a causa degli elevati sunk cost endogeni per l’acquisizione di contenuti televisivi premium (film, serie e calcio in particolare). L’indice di concentrazione è superiore alla soglia critica di 2.500 e, nell’ultimo anno, l’Autorità stima un incremento, con un’inversione di tendenza rispetto alla tendenza del biennio precedente.

*Relazione Agcom 2013

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Telejato la Tv antimafia


In questi giorni, in Sicilia scatta il passaggio al digitale terrestre e Telejato, così come le altre emittenti comunitarie, chiuderà. Con la Legge Finanziaria 2011 (articoli 8,9,10) sono state di fatto abolite le televisioni comunitarie (250 in tutta Italia), e il Ministero dello sviluppo economico si è riservato il diritto di assegnare, a pagamento, tutte le lunghezze d’onda del digitale terrestre, eccetto che per le tre reti RAI, per Mediaset, per La 7, per Sky e per le società di telefonia mobile, cui le frequenze sono state assegnate gratis. Le altre utenze saranno assegnate dietro esborso di ingenti somme di denaro, attraverso graduatorie regionali formulate sul numero dei dipendenti e sulle proprietà immobili. E’ la fine quindi del volontariato anche in questo campo. Il tutto naturalmente nel silenzio tombale e il disinteresse di tutti i partiti politici.

Le restanti televisioni locali, altre 250 realtà, saranno in gran parte liquidate entro il 30 giugno 2012 per lasciare il posto alle grandi reti nazionali che trasmetteranno gratuitamente, e a pochi canali regionali che otterranno le frequenze pagandole fior di quattrini. Per chi ha accumulato proprietà immobiliari, audience e spinte politiche, è possibile permetterselo.

Fonte l'Arte di Gaetano Porcasi

“Non e’ riusciuta a farci chiudere la mafia, ora ci pensa lo Stato” dichiara Pino Maniaci. Quella di Telejato e’ sempre stata un esistenza vissuta pericolosamente, sospesa tra le pressioni della criminalità organizzata e la mancanza di risorse. Condizione, però, che non ha mai fermato Pino e il resto dello staff redazionale (composto da moglie, figli e qualche giovane volontario). Nel corso degli anni , l’emittente di Partinico si e’ guadagnata l’appellativo di tv antimafia. Telejato e’ sempre sul posto: “Noi – incalza Pino – arriviamo prima della polizia. Mettiamo in onda i consigli comunali. Siamo diventati un’istituzione per i comuni, e le amministrazioni prima di firmare una delibera ci chiamano, perché sanno che se eventualmente c’è un’illegalità gli facciamo il culo quanto una casa”. “Ad oggi, dice Pino, per la legge così com’è dovremmo essere fuori. Se così fosse, violerò la legge, perché quella e’ una legge anticostituzionale e iniqua. Accederò lo stesso al digitale, e il paradosso sarà che mi dovranno spegnere i microfoni quegli stessi carabinieri che mi danno protezione. Io vado avanti perché devo tutelare quella che e’ la vita della mia famiglia, finché avrò un microfono nelle mani e i riflettori accesi”.

La sopravvivenza di Telejato, con la sua storia, le sue battaglie, la sua valenza culturale, nel segno di Danilo Dolci, di Peppino Impastato, di Mauro Rostagno e di Giuseppe Fava è un segnale importante per  la garanzia  dell’esistenza di una libera informazione in un panorama controllato dalle mafie mediatiche.

Aderisci al Comitato “SIAMO TUTTI TELEJATO” inviare l’adesione a: [email protected]

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Rai di tutto e… di più debiti

Logo Rai

 

Man mano che si avvicina il giorno in cui scade l’attuale consiglio di amministrazione della Rai, si fa un gran parlare di nomine, di nuovi consiglieri, di un possibile direttore generale e soprattutto del nuovo presidente. Perfino uomini di televisione come Michele Santoro e Carlo Freccero si sono messi in pista. Già, ma per fare cosa? La convinzione di molti e’ che oggi nessuno ha la bacchetta magica per risollevare l’azienda. La fotografia della Rai oggi e’ drammatica da non consentire ulteriori perdite di tempo. E il Tesoro che ne e’ l’azionista avrebbe il dovere di conoscere lo stato dell’arte e soprattutto di agire di conseguenza. Tergiversare e non intervenire subito vuol dire assumersi le responsabilità di trascinare la Rai in una palude di sabbie mobili.

Il primo gravissimo problema della Rai e’ l’indebitamento con il sistema bancario. Se a fine 2009 i debiti erano pari a 96 milioni di euro, nel 2010 sono saliti a 150 e nel 2011 hanno toccato la cifra di 274 milioni.Questa e’ la Rai di oggi. In queste condizioni, aver chiuso il bilancio 2011 sbandierando un attivo di 4,1 milioni di euro e’ stata solo una bella operazione di Gasparri e soci a dire che non c’è bisogno di cambiare alcunché. Peccato che ci sia una responsabilità enorme proprio del governo Berlusconi nei confronti del maxi indebitamento della Rai. Il governo Berlusconi ha tagliato ogni contributo e ha lasciato la Rai nelle mani delle banche.

La Rai e’ debole, e’ succube rispetto a chi governa, tanto più quando chi dirige l’azienda sa che la propria carriera, il proprio futuro dipende da chi governa. La colpa più grave dell’attuale vertice e’ il non aver approfittato della crisi per impegnarsi in una profonda riorganizzazione. Il risultato e’ che fra viale Mazzini, Saxa Rubra, le venti sedi regionali, sopravvive un grande corpaccione fuori dal tempo, eccessivamente burocratizzato.

Ecco alcuni esempi di sprechi e di follia manageriale. Se la Bbc ha 12 super dirigenti che costituiscono il primo riporto aziendale, la Rai ne ha ormai una cinquantina. Il risultato e’ che e’ più  difficile fare squadra. Ha senso, poi, che il servizio pubblico abbia oggi qualcosa come undici testate giornalistiche? Ognuna ha il suo direttore. E per non far dispiacere a nessuno, molte hanno almeno quattro vice direttori. Per non parlare della massa dei capi redattori. La Bbc ha un solo direttore all’informazione giornalistica, i francesi 2, i tedeschi ne hanno 3. E la Rai? Che cosa aspetta a intervenire? In Rai un modello c’è: la radio. Qui si e’ avuto il coraggio alcuni anni fa di unificare le tre direzioni in una. Non sarebbe più sensato avere dei Tg con diverse articolazioni di servizio informativo piuttosto che tre Tg che fanno tutti le stesse cose, salvo essere di destra, di centro, di sinistra?

Ha senso che la Rai, con un bilancio di 3 miliardi di euro lo stesso budget del 2000 e le reti erano tre, cerchi di mantenere 14 reti digitali terrestri? La Bbc che e’ molto più ricca ha solo 6 canali. La tv tedesca, che e’ fatta di due aziende, na ha 15, d’accordo, ma può contare su un fatturato quasi tutto proveniente dal canone di ben 8 miliardi di euro contro i 3 della Rai.

I vertici Rai in questi anni, per far fronte alla crisi, hanno ad esempio,tagliato gli investimenti sui prodotti del proprio core business. Con il risultato di impoverire l’offerta, perdere ascolti, perdere pubblicità. Consideriamo la fiction, che rappresenta il prodotto più forte sul mercato. Ebbene ancora nel 2007 si investivano 275 milioni di euro, oggi 174.

Per non parlare delle scelte editoriali suicide. Vedi la perdita di Santoro (che era arrivato a uno share di quasi il 20%). Non c’è dubbio che gli uomini contano. E che chi ha amministrato la Rai negli ultimi anni ha dato la sensazione di navigare a vista, senza una strategia. Soffocati tutti da una partitocrazia bulimica e da un ex premier più interessato alla sua azienda che al servizio pubblico.

(Fonte Il Secolo XIX)

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