Usura, un giro d’affari da 82 miliardi di euro

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Ammonta a 37,25 miliardi di euro nel 2015 il capitale prestato ad usura a famiglie e imprese che sommato ad almeno 44,7 miliardi di capitale restituito come interesse arriva ad un business totale annuo di quasi 82 miliardi di euro. Per capirci, più di quanto fattura la maggiore azienda italiana, ovvero l’Eni.

Le organizzazioni criminali – spiega Gian Maria FaraPresidente dell’Eurispes – hanno ben compreso che l’usura rappresenta un metodo di straordinaria efficacia: da un lato per riciclare denaro sporco e ottenere facilmente ingenti guadagni, dall’altro per impossessarsi di quelle imprese e attività che non sono in grado di far fronte ai debiti contratti, divenendo dapprima soci e in seguito veri e propri proprietari. Tutto questo con rischi più contenuti rispetto a quelli connessi ad altre attività illecite come ad esempio il traffico di stupefacenti. Continue Reading


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Sharing economy: Condividere per combattere la Crisi

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Prestito, scambio, baratto, dono, questa è la sharing economy. Condividere alcune risorse anziché possederle è più efficiente, sostenibile e aiuta a costruire comunità.

A Milano il successo del car sharing, l’auto da condividere, è travolgente. Sono già in pista tre operatori (Atm, Car2Go e Enjoy) e se ne annuncia un quarto. Siamo già a un parco macchine in affitto di 1.300 unità e complessivamente si dovrebbero creare qualche centinaio di posti di lavoro (80 solo per Car2Go) ma le virtù della sharing economy sono molto più ampie della pur importante razionalizzazione della mobilità urbana.

Condividere sta diventando in qualche modo una filosofia da far valere dentro la Grande Crisi. Si reinventano tradizionali comportamenti di mercato come il prestito, lo scambio e il baratto mediandoli però con le tecnologie, modalità nuove ed economie di scala prima impossibili.

Come ha dichiarato la guru americana April Rinne di Collaborative Labs, «condividere alcune risorse anziché possederle è più efficiente e aiuta a costruire delle comunità». Il termine anglosassone è idling capacities ovvero “risorse sottoutilizzate” e tre sono le categorie principali a cui applicare la nuova filosofia: lo spazio (case, uffici, giardini); gli oggetti e dunque macchine, bici, attrezzi e, terzo, i talenti e le competenze.

Alte e basse se è vero che negli Usa esistono addirittura piattaforme di condivisione nelle quali si comprano micro-lavori come il dogsitter. A livello internazionale uno dei casi di maggiore successo è sicuramente Airbnb che permette di affittare temporaneamente la propria casa o anche solo una stanza/posto letto.

Con un colpo solo il turista risparmia e il padrone di casa incamera un’entrata aggiuntiva che in tempo di crisi vale oro. Tra i vantaggi accessori del successo di Airbnb vanno annoverati la nascita di nuovi prodotti come la chiave a distanza per aprire gli appartamenti o la «spalmatura» di flussi turistici anche in quartieri cittadini tradizionalmente trascurati.

L’ultimo grido della sharing economy è francese e si chiama Blablacar, consente di condividere un viaggio in auto su lunga distanza ma anche di combinare le persone in base alla loro elevata o ridotta propensione a parlare (da qui bla bla). Anche in questo caso due vantaggi in un colpo solo: meno benzina e più socialità.

Nonostante i successi dei big (nel car sharing milanese non bisogna dimenticare che sono entrate in gioco a vario titolo la Mercedes, l’Eni e la Fiat) l’economia della condivisione è su base locale. «Anche quando le aziende sono multinazionali e le comunità globali, le soluzioni restano però locali – ha sostenuto Rinne – A livello mondiale, ci sono poche aziende di grandi dimensioni come Airbnb, ma la maggior parte sono piccole».

Le piattaforme crescono al ritmo delle comunità che le supportano: può essere un quartiere, una città o l’intero mondo. A Milano si racconta che i livornesi che lavorano sotto il Duomo hanno cominciato ad organizzarsi in sharing per i viaggi di andata e ritorno con la città di origine e poi hanno esteso la condivisione.

Tra i casi di successo nazionali spicca quello di Fubles, una piattaforma nata per formare ex novo squadre di calcetto mettendo assieme persone che non si conoscevano affatto. Fubles ha sviluppato una partnership con le società che affittano i campi, ha concluso un’intesa con Adidas ed è finanziata da Renzo Rosso.

Una certa notorietà la sta conoscendo anche Gnammo che funziona così: tu fai il cuoco e chi si prenota viene a mangiare da te (pagando). Esempi come l’ultimo possono far sorridere e indurre alla tentazione di catalogare tutto sotto la voce «goliardia» e invece l’ingresso massiccio della tecnologia testimonia del grado di modernità e ha cambiato l’immagine di vecchie pratiche di scambio, che erano rimaste confinate in una ridotta pauperistica e che invece si presentano come gestione intelligente/mobile delle risorse.

Tanto che la stessa Rinne, di passaggio a Milano, ha consigliato all’Italia di usare la sharing economy per sviluppare turismo e trasporti, «non conosco Paese che possa beneficiarne di più». Tra le vecchie pratiche riamodernate c’è anche il baratto.

E’ possibile liberarsi di un oggetto di cui si pensa di non aver più bisogno cedendolo a una piattaforma di scambio che concede crediti, a loro volta questi bonus potranno essere spesi – anche in una fase temporale diversa – per prendere altri oggetti.

Quanto più il bene è costoso da smaltire – un frigorifero o un computer – tanto più l’algoritmo che governa la piattaforma stabilisce un prezzo basso per incentivarne la vendita e rimettere in circolo un qualcosa che sarebbe stato rottamato.

Il bartering è invece una sorta di cambio merci tra aziende e l’iniziativa più clamorosa degli ultimi tempi è il Sardex, una moneta complementare creata da un gruppo di privati. Grazie a un accordo in gestazione con la Regione Sardegna potrebbe essere usata per pagare gli assegni di disoccupazione da 500 euro. I 500 sardex equivalenti dovranno però essere spesi per acquistare prodotti di aziende dell’isola.

(Fonte La nuvola del lavoro)

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Un nuovo progetto di banca gestita dalle persone


Il modello è la banca etica JAK (JAK Medlemsbank)  banca cooperativa creata nel 1965, con sede a Skövde, Svezia. L’ispirazione fu data dall’associazione cooperativa Jord Arbejde Kapital  fondata in Danimarca durante la Grande depressione nel 1931. L’associazione mise in circolazione una Valuta locale che è stata successivamente dichiarata fuori legge dal governo Danese nel 1933. Nel 1934 la JAK danese fondò un sistema di risparmio e prestito senza interesse e un sistema locale di commercio e scambio di beni (LETS). Sebbene entrambi i sistemi furono costretti a chiudere, il sistema di prestito e risparmio riemerse nel 1944. L’associazione crebbe lentamente all’inizio e ricevette la licenza bancaria dall’Autorità di Vigilanza Finanziaria Svedese solo alla fine del 1997. Attualmente la banca conta più di 38.000 soci. È una banca realmente posseduta dai suoi soci: ciascuno detiene 1 sola azione e ha lo stesso peso decisionale nell’annuale votazione del consiglio direttivo. 

JAK è un acronimo in lingua svedese: Jord, Arbete, Kapital. In italiano Terra, Lavoro, Capitale, tre elementi di base del sistema economico. JAK Medlemsbank è una banca che opera in Svezia dal 1973 utilizzando un metodo molto particolare: i risparmiatori non ricevono interessi sul capitale versato, mentre coloro che prendono prestiti pagano unicamente una commissione, corrispondente ai costi di gestione della banca.

JAK è una teoria economico-finanziaria che afferma che il denaro è stato inventato e va utilizzato allo scopo di migliorare la qualità della vita degli esseri umani. JAK è un gruppo di italiani che operano per trasformare questa teoria in concreta realtà, anche qui in Italia. L’obbiettivo di questo manipolo di rivoluzionari della finanza è di replicare il modello scandinavo in Italia, per realizzare un soggetto bancario che si faccia promotore della circolazione del denaro e della redistribuzione della ricchezza. Gli attuali scenari economici e finanziari mostrano quanto il tradizionale modello induca, da un lato, alla contrazione dei risparmi; e, dall’altro, a una crescente difficoltà a rimborsare il debito, visti gli alti costi dei finanziamenti. Conseguenza di tutto ciò è l’aumento della disuguaglianza tra persone benestanti e quelle in disagio economico. Jak Italia propone un progetto di business sociale “no profit”: obiettivo è la sostenibilità economico-finanziaria, non la massimizzazione del profitto, tanto che i capitali prestati non sono remunerati da interessi ma solo da contributi necessari a sostenere le spese di gestione. Mira, inoltre, a sostenere lo sviluppo di una coscienza ambientale e il credito all’economia locale. Una nuova immagine di banca, insomma, prende vita: una banca gestita dalle persone (ogni socio gode di un voto nell’assemblea) che mettono a disposizione di altre persone i propri risparmi. Un luogo in cui i soci non pagano, né ricevono interessi. Un sistema virtuoso e sostenibile che mette i soci al riparo anche dall’inflazione in quanto la perdita di potere d’acquisto è compensata dalla possibilità di ricevere finanziamenti a costo ridotto.

Lo strumento principale attraverso il quale il progetto JAK si concretizza è un sistema di risparmio e prestito libero da interessi.

All’interno di questo sistema le persone depositano denaro e ne prendono in prestito. In entrambi i casi, non vengono applicati interessi. Depositando una somma di denaro, in un sistema JAK, essa rimane costante e, allo stesso tempo, prendendo un prestito nel sistema JAK, si paga una commissione che corrisponde ai costi di gestione del sistema, e che non va mai a pagare gli interessi dei risparmiatori o i redditi di eventuali proprietari. La perdita di potere d’acquisto derivante dall’inflazione è ampiamente compensata dall’assenza di interessi passivi. Nel caso della JAK Medlemsbank, a gestire il sistema sono i dipendenti; la commissione, quindi, copre i loro stipendi, e inoltre comprende una piccola quota grazie alla quale esiste un “fondo di sicurezza” da utilizzare nel caso di perdite, e per finanziare attività di ricerca e sviluppo.

La banca svedese, dotata di un capitale sociale di oltre sei milioni di euro, ha 30 dipendenti, nessuno sportello al pubblico ma efficaci servizi di home-banking sul web e di assistenza telefonica. Una rete di circa 400 volontari è impegnata nella promozione del modello in tutto il Paese e nelle attività di consulenza, formazione ed educazione nei confronti dei cittadini sul tema del risparmio e del consumo critico. I clienti/soci operano mediante il “sistema di risparmio e prestito bilanciato libero da interessi” (the balanced savings and loan system interest-free). A garantire la liquidità del sistema è il meccanismo dei “punti risparmio”: punti che si accumulano nei periodi in cui il socio effettua depositi e si decrementano nei periodi in cui accede al finanziamento.

Il “punto risparmio” è l’unità di misura monetaria moltiplicata per un mese (ad esempio una persona che deposita un euro per un mese ha maturato un punto risparmio; una persona che chiede 100 euro per due mesi dovrà rifondere 200 “punti risparmio”). Affinché il sistema sia sostenibile, è necessaria dunque l’uguaglianza tra i “punti risparmio” guadagnati e i “punti risparmio spesi”. Al momento dell’accensione del prestito, se i punti accumulati non sono sufficienti a compensare quelli che il prestito consumerà, il socio si obbliga a effettuare un deposito aggiuntivo sul proprio conto, attuando così il meccanismo del “post-risparmio” durante il periodo di rimborso e mantenendo in equilibrio il sistema.

I finanziamenti sono erogati dietro presentazione di una cauzione pari al 6% della somma erogata, che viene restituita al buon fine del piano di rientro. In caso di mancato pagamento, prima di procedere con le tradizionali iniziative per il recupero, intervengono azioni tipiche della filosofia cooperativa attraverso la dilazione dei pagamenti, la sospensione dei pagamenti per un periodo o l’intervento di altri soci che prestano i propri punti risparmio. La banca non carica o paga interessi sui suoi prestiti/risparmi. Tutte le attività della banca avvengono fuori dal mercato finanziario poiché i suoi prestiti sono finanziati solamente dai risparmi dei soci.

Con il modello JAK la banca torna alla propria funzione principale: raccogliere danaro e ridistribuirlo per assolvere semplicemente al servizio del credito. Il credito è comunque erogato nel rispetto delle garanzie richieste dall’organo di vigilanza; una particolare attenzione è data alle economie dei territori e ai progetti legati alla crescita sostenibile e rispettosa dell’ambiente.

Un’altra importante componente dell’azione JAK é la diffusione di cultura e consapevolezza rispetto ai processi economici. L’idea di base è che i meccanismi dell’economia sono in realtà molto più semplici di quanto non si creda comunemente, e che ogni persona deve essere in grado di discutere di questioni economiche.

Attualmente il progetto in Italia per partire non ha bisogno unicamente dell’autorizzazione di Bankitalia. Serve anche creare una base di partenza composta da almeno 5mila soci altrimenti la banca non avrà capitali a sufficienza per operare. E considerato che a tre anni dalla sua nascita l’associazione culturale che sostiene il progetto conta solo poche centinaia di membri viene da pensare che l’impresa non sarà di quelle semplici. Il presidente del comitato Enrico Longo, promotore di Banca popolare Jak Italia tuttavia ostenta sicurezza: “Non conta quante adesioni abbiamo incassato fino a oggi, è adesso che l’iniziativa sta entrando nel vivo. Vogliamo rilanciare l’economia locale e la qualità della vita delle persone, facendoci promotori della circolazione del denaro e della redistribuzione della ricchezza.”

 

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